Ilio Barontini (1890-1951).
Era il 22 gennaio 1951 quando, nel corso di un tragico incidente stradale avvenuto alle porte di Firenze, persero la vita tre compagni della Federazione livornese del Partito Comunista Italiano: Ilio Barontini, Otello Frangioni e Leonardo Leonardi. Essi erano diretti al teatro Nicolini di Firenze, luogo in cui si stava svolgendo il Congresso della Federazione fiorentina del PCI.
L’allora senatore della Repubblica Ilio Barontini era una figura di spicco del Partito, un rivoluzionario di professione che aveva dedicato alla lotta per il socialismo l’intera propria esistenza, combattendo il fascismo in Spagna, in Etiopia, in Francia e in Italia, dove col nome di battaglia “Dario” fu al comando delle brigate partigiane dell’Emilia-Romagna.
Vogliamo ricordare questa figura quasi leggendaria di rivoluzionario pubblicando uno scritto dello storico Stefano Gallerini e proponendo un articolo dello stesso Barontini dedicato alle partigiane emiliane.
Ilio Barontini con Walter Audisio (1909-1973).
Ilio Barontini in Abissinia (1938-1940).
Ilio Barontini durante un comizio.
75° anniversario della scomparsa
🔴di Stefano Gallerini🔴
«Nel corso della sua esistenza, Barontini ha attraversato i principali snodi della storia del XX secolo: le lotte di classe agli inizi del Novecento, la rivoluzione russa e il biennio rosso, l’antifascismo, l’emigrazione dovuta a motivi politici, la costruzione del socialismo in Unione Sovietica e il fenomeno dello stalinismo, l’internazionalismo prima in Spagna e poi in Etiopia, la guerra di liberazione nazionale in Francia ed in Italia, l’impegno nel dopoguerra per la ricostruzione del proprio paese sul terreno della democrazia repubblicana, il “partito nuovo” di Togliatti e la via italiana al socialismo, la “guerra fredda”, almeno nella sua fase iniziale. Con la rilevante eccezione della Prima guerra mondiale, che non lo vide impegnato al fronte come soldato, ma nella produzione industriale come operaio, tutto ciò che ha contrassegnato in profondità il “secolo breve”, almeno fino ai primi anni del secondo dopoguerra, Barontini lo ha vissuto da protagonista».
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Ilio Barontini, una vita da rivoluzionario
di Stefano Gallerini
Nelle pagine finali del suo Rivoluzione. 1789-1989: un’altra storia, Enzo Traverso chiude la sua fatica letteraria tracciando un breve profilo biografico di Ilio Barontini (1890-1951), presentato come una figura esemplare di quello che è stato il comunismo storico novecentesco. Analizzando la parabola del movimento comunista internazionale in tutte le sue molteplici sfaccettature, Traverso ne individua quattro. Il comunismo come rivoluzione, come regime, come movimento di liberazione nazionale dalle catene del colonialismo occidentale e come forza di governo, a livello prevalentemente locale, in quei paesi del mondo capitalistico in cui i movimenti politici, nati sull’onda dell’Ottobre rosso del 1917, riuscirono a trasformarsi, come in Francia e in Italia dopo la Seconda guerra mondiale, in partiti di massa. Così Traverso riassume il senso del percorso di vita di Ilio Barontini: «Senza essere un leader o un intellettuale, Barontini ebbe un ruolo significativo nella storia del comunismo italiano e internazionale. La sua vita mostra fino a che punto il comunismo cambiasse l’esistenza della gente comune, trasformando un operaio in un attore politico sulla scena internazionale»1.
I principali dirigenti del PCI avevano già riconosciuto il rilievo della figura di Ilio Barontini, morto prematuramente, dopo una vita estremamente avventurosa, il 22 gennaio 1951 in un incidente automobilistico alla periferia di Firenze, dove Barontini si stava recando per portare i saluti dei comunisti livornesi al congresso provinciale della federazione fiorentina del partito. Nel discorso tenuto in occasione dei suoi funerali, Luigi Longo additò a modello la sua vita per essere stata «l’incarnazione più completa e più brillante del militante comunista»2. Circa un mese più tardi Pietro Secchia, commemorando Barontini nel trigesimo della sua scomparsa, lo paragonò addirittura a Garibaldi3, Giorgio Amendola, alla metà degli anni Sessanta, lo chiamò il «cavaliere dell’ideale»4; un «uomo da leggenda» lo definì il cognato di Togliatti, Paolo Robotti, nel suo libro di memorie, significativamente intitolato, in aperta polemica con l’autobiografia dello stesso Amendola, Scelto dalla vita5. Infine, il suo primo biografo, Giovanni Degli Innocenti, lo presentò come il «soldato della rivoluzione»6. Degli Innocenti è stato il primo a cimentarsi nel tentativo di ricostruire la figura di Ilio Barontini. A distanza di pochi anni dalla sua tesi di laurea fu la figlia minore dello stesso Barontini, Era, a scrivere la biografia del padre insieme al giornalista livornese Vittorio Marchi7. Poi è stata la volta di Fabio Baldassarri, che, pur avendo intrapreso una carriera politica che lo ha portato ad essere prima presidente della provincia di Livorno e poi sindaco di Piombino, ha continuato, però, a coltivare i suoi interessi in campo storico-letterario, pubblicando nel 2001 una biografia dal titolo Ilio Barontini: un garibaldino del Novecento8, di cui nel 2013 è uscita una nuova edizione9.
Più di recente i contributi più seri, sotto il profilo del rigore scientifico, sono stati quelli di Matteo Dominioni, che ha studiato uno degli episodi più affascinanti e controversi della vicenda politica di Barontini, inviato alla vigilia della Seconda guerra mondiale in Etiopia per organizzare la resistenza all’occupazione coloniale dell’Italia fascista10, e i saggi di un altro giornalista di Livorno, Mario Tredici. Quest’ultimo si è soffermato su altri due momenti, anch’essi decisivi, della vita di Barontini: quello dell’emigrazione politica prima in Francia e poi in Unione Sovietica e quello della partecipazione alla guerra civile in Spagna. La prima opera affronta, a dire il vero, il tema più generale dell’emigrazione politica dei comunisti di Livorno in Unione Sovietica, ma l’ultimo profilo, dedicato a Barontini, si configura come quello più corposo e ricco di spunti di riflessione11. La seconda opera analizza l’impegno profuso da Barontini nelle Brigate Internazionali accorse in Spagna per difendere la repubblica dall’aggressione fascista e dal golpe militare della parte dell’esercito fedele a Francisco Franco, e Tredici, sulla base di una documentazione inedita, ha il merito di tratteggiare l’esperienza spagnola di Barontini nelle sue luci e nelle sue ombre, sottraendosi alla fascinazione del mito dell’eroe di Guadalajara, ma senza per questo cadere nella tentazione di un facile revisionismo storico12.
Nato nel 1890 in una famiglia contadina a Cecina, in provincia di Livorno, Barontini cominciò a lavorare giovanissimo con la qualifica di tornitore. Richiamato alle armi allo scoppio della Prima guerra mondiale, fu mandato a lavorare alla Breda per sfruttare le sue competenze tecniche. Alla fine della grande guerra fu assunto come operaio meccanico presso il deposito ferroviario della stazione San Marco di Livorno e vi restò fino al licenziamento avvenuto per motivi politici nel 1923. Ancora adolescente, Barontini aveva aderito al partito socialista e nel 1921, quando a Livorno si tenne il XVII congresso del PSI, Barontini fu uno dei responsabili sul piano organizzativo della scissione da cui nacque il partito comunista, di cui fu uno dei leader a livello locale. Ben presto concentrò le sue energie nella lotta antifascista, a tal punto da essere processato dal Tribunale speciale per la difesa dello stato nel 1928. Assolto per insufficienza di prove, nel 1931 decise di sfuggire alla persecuzione fascista emigrando in Francia, dove, compiendo una vera e propria scelta di vita, entrò a far parte dell’apparato clandestino del partito comunista trasformandosi in un rivoluzionario di professione. Nel 1932 passò in Unione Sovietica, dove aderì convintamente alla linea politica imposta da Stalin al movimento comunista internazionale. Nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola, Barontini fu inviato nella penisola iberica. Nominato commissario prima del battaglione e poi della brigata Garibaldi, Barontini svolse un ruolo di primo piano durante la battaglia di Guadalajara (1937), mettendo in evidenza notevoli qualità militari. Non a caso nel 1938 fu inviato in Etiopia, dove l’Internazionale comunista aveva deciso di sostenere la guerriglia abissina contro l’occupazione italiana. Con altri due comunisti, Anton Ukmar e Bruno Rolla, entrambi reduci dalle Brigate Internazionali in Spagna, Barontini visse circa un anno e mezzo in Etiopia, promuovendo anche la pubblicazione di un settimanale bilingue chiamato «La Voce degli Abissini». Tornato in Europa dopo un rocambolesco viaggio, in Francia Barontini diventò uno dei capi dei FTP (Franc Tireurs et Partisans) – Moi (Main d’oeuvre immigrée), cioè l’organizzazione armata degli immigrati aderenti al partito comunista francese, composta per lo più da armeni, ebrei dell’Europa centro-orientale, italiani e spagnoli. Alla caduta del regime fascista nell’estate del 1943, Barontini ritornò in Italia, dove ben presto diventò uno dei massimi dirigenti della Resistenza, prima come istruttore ed organizzatore dei GAP (Gruppi d’Azione Patriottica) e poi, a partire dall’estate del 1944, come comandante del CUMER (Comando Unico Militare dell’Emilia-Romagna). Dopo la liberazione Barontini fu eletto deputato all’Assemblea costituente e, nel 1948, senatore della Repubblica. In seguito all’attentato a Togliatti l’ex guerrigliero e rivoluzionario Barontini, che dal luglio 1945 era il segretario della federazione livornese del PCI, usò la sua autorità e il suo carisma per fermare l’insurrezione spontanea che ebbe luogo dopo il ferimento del leader comunista. Tre anni più tardi la morte, che lo aveva risparmiato in tante circostanze ed occasioni, lo colse nel modo che abbiamo sommariamente descritto. Come altri comunisti, Barontini sacrificò molto, se non tutto, alla militanza politica: la carriera, la famiglia, la sfera degli affetti e dei sentimenti privati. Anche nel caso di Barontini, la scelta di diventare un rivoluzionario di professione fu vissuta coerentemente in un modo assolutamente pervasivo e totalizzante.
Secondo Enzo Traverso, le quattro anime del comunismo del XX secolo trovano una perfetta incarnazione nella figura di Ilio Barontini. Ma è possibile andare oltre questo giudizio, affermando che in realtà la biografia di Barontini rappresenta una vera e propria sintesi della storia del Novecento. Il cammino intrapreso da Barontini nel corso del «secolo breve», come Eric J. Hobsbawm ha ribattezzato il XX secolo13, ne ha riprodotto fedelmente le contraddizioni. Non ebbe dubbi né tentennamenti nell’aderire allo stalinismo, che trasformò il grandioso progetto di emancipazione universale del genere umano promosso dalla rivoluzione bolscevica in un regime burocratico che, nell’ottica dell’edificazione del socialismo in un solo paese, richiese ai contadini e al proletariato industriale dell’URSS sacrifici sempre più grandi. La critica alla democrazia liberale, considerata una sovrastruttura idonea a mascherare lo sfruttamento dei lavoratori in ambito capitalistico, non gli impedì di diventare un uomo delle istituzioni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Negli anni della guerra fredda si gettò con entusiasmo nella lotta per la pace, che il movimento comunista internazionale tendeva, però, a identificare con la difesa dell’URSS e del campo socialista dalle minacce di guerra portate avanti dall’imperialismo USA. In ultima analisi, è come se il «secolo breve» avesse trovato nella traiettoria vivente di Barontini un elemento di condensazione e precipitazione. Infatti, nel corso della sua esistenza, Barontini ha attraversato i principali snodi della storia del XX secolo: le lotte di classe agli inizi del Novecento, la rivoluzione russa e il biennio rosso, l’antifascismo, l’emigrazione dovuta a motivi politici, la costruzione del socialismo in Unione Sovietica e il fenomeno dello stalinismo, l’internazionalismo prima in Spagna e poi in Etiopia, la guerra di liberazione nazionale in Francia ed in Italia, l’impegno nel dopoguerra per la ricostruzione del proprio paese sul terreno della democrazia repubblicana, il “partito nuovo” di Togliatti e la via italiana al socialismo, la “guerra fredda”, almeno nella sua fase iniziale. Con la rilevante eccezione della Prima guerra mondiale, che non lo vide impegnato al fronte come soldato, ma nella produzione industriale come operaio, tutto ciò che ha contrassegnato in profondità il «secolo breve», almeno fino ai primi anni del secondo dopoguerra, Barontini lo ha vissuto da protagonista. In questo senso, la migliore definizione del percorso rivoluzionario di Barontini l’ha fornita Giovanni Pesce, il leggendario comandante dei GAP prima a Torino e poi a Milano14, che, in apertura di un articolo scritto per celebrare su «Il Calendario del popolo» il centenario della nascita di colui con il quale aveva condiviso tante battaglie, ha definito, con efficace semplicità, quella vissuta da Barontini «una vita straordinaria»15.
12 giugno 2026
🔴 Stefano Gallerini
Note
1 E. Traverso, Rivoluzione. 1789-1989: un’altra storia, Feltrinelli, Milano 2021, p. 373.
2 Per il discorso di Longo si veda L’ultimo addio di Livorno al suo eroe Ilio Barontini in «L’Unità», 26 gennaio 1951.
3 Secchia chiama all’azione per la pace indicata ai popoli dall’intervista di Stalin in «L’Unità», 27 febbraio 1951. Il discorso di Secchia fu poi pubblicato in un opuscolo stampato l’anno successivo a cura della federazione comunista di Livorno. Cfr. P. Secchia, Ilio Barontini, Tipografia Pozzolini, Livorno 1952.
4 G. Amendola, Comunismo, antifascismo, Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 368.
5 P. Robotti, Scelto dalla vita: gli incontri, gli scontri e la lotta dalla fondazione del PCI. Le memorie di un rivoluzionario professionale, Napoleone, Roma 1980, p. 270.
6 G. Degli Innocenti, Ilio Barontini (1890-1951): un soldato della rivoluzione, tesi di laurea, Università di Pisa, a. a. 1981-1982.
7 E. Barontini – V. Marchi, Dario Ilio Barontini, Editrice Nuova Fortezza, Livorno 1988.
8 F. Baldassarri, Ilio Barontini: un garibaldino del Novecento, Teti, Milano 2001.
9 Id., Ilio Barontini. Fuoriuscito, internazionalista e partigiano, Robin, Torino 2013.
10 M. Dominioni, La missione Barontini in Etiopia. La singolare vicenda di un anomalo fronte popolare antifascista in «Studi piacentini», 2004, n° 35, pp. 85-102. Più assimilabile ai canoni del romanzo storico è, invece, da considerarsi la recente pubblicazione di M. Ferrari, Il partigiano che divenne imperatore, Laterza, Roma-Bari 2025.
11 M. Tredici, Gli altri e Ilio Barontini. Comunisti livornesi in Unione Sovietica, ETS, Pisa 2017.
12 Id., Il commissario politico. Ilio Barontini tra mito e realtà nella guerra civile spagnola (1936-1937), Media Print, Livorno 2018.
13 E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995.
14 Sulla figura di Giovanni Pesce si veda F. Giannantoni – I. Paolucci, Giovanni Pesce “Visone”, un comunista che ha fatto l’Italia, Arterigere, Varese 2005.
15 G. Pesce, Nel centenario di Ilio Barontini in «Il Calendario del popolo», 1991, n° 539, pp. 14374-14378.
Inserito il 13/06/2026.
Memorie della Resistenza
di Ilio Barontini
Pubblichiamo un articolo di Ilio Barontini tratto dalla rivista settimanale della Federazione livornese del PCI «L’Indicatore – Settimanale comunista». Si tratta di un intervento molto interessante, specialmente se si considera il periodo in cui è stato scritto – nella seconda metà degli anni Quaranta – quando anche all’interno del PCI era assolutamente predominante una mentalità di stampo maschilista e patriarcale.
Stefano Gallerini
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Le staffette erano donne di casa, operaie, studentesse
di Ilio Barontini
A fianco degli uomini, nel movimento clandestino e nella lotta partigiana, pronte, infaticabili, necessarie, vi sono sempre state le donne. Erano quelle che soffrivano di più, che tremavano non solo per se stesse, ma per i figli, i mariti, i padri, i fratelli, i fidanzati. Molte portavano già un morto nel cuore, un pianto perenne per qualche perduto, e seguivano nella battaglia i vivi e ogni giorno vi era il rischio di raddoppiare il lutto. Altre volte non avevano nessuno fra quelli che combattevano, che cospiravano, ma erano chiamate da un istintivo amore, da un istintivo odio, e mettevano la loro vita nel pericolo, senza pensare, contente: contente, anche se il pericolo era di morte, se a casa il babbo e la mamma piangevano come se avessero un figlio in guerra.
Queste donne sono tante, la più parte sconosciute e dimenticate, oscure «operaie di quel grande mestiere» che fu la guerra partigiana. Alcune erano intellettuali, studentesse e professioniste, o congiunte di studenti e professionisti, ma il maggior numero veniva dal popolo, dalla massa, dalle fabbriche, dai campi, dagli ospedali, dove c’era il più grande fermento, dove si agitava un mondo di forze contenute, ma potenti, dove si creava, nel buio, nell’orrore, nell’oppressione, il tessuto duro della resistenza italiana. Resistenza: parola magica e tragica, per cui tanti sono vivi, nel corpo e nello spirito, rianimati anche oggi dal ricordo di quel periodo, che, pur tra il dolore e il sangue, era il più bello, il più degno. Sconosciuta e dimenticata, la maggior parte delle donne che appartennero alla resistenza. Sono tornate alle loro case, hanno ripreso il lavoro di massaie e di operaie, più difficile e tormentato di prima, perché tutte o quasi tutte hanno lasciato nella furia della guerra qualcosa di estremamente caro; e perché avevano atteso e sperato, mentre rischiavano la vita nei duri giorni della lotta, che, dopo la vittoria, l’esistenza sarebbe stata diversa: diversa da quella che è oggi, più umana, più fraterna, più serena. Ma nessuna pensa, rammaricandosi che non valeva la pena di soffrire tanto, nessuna invidia quelle che son rimaste tranquille nel loro guscio, preoccupate soltanto di salvare la roba o di conservare la propria incolumità e tutte dicono che, se si potesse tornare indietro, rifarebbero quello che hanno fatto, anche se è costato loro sacrificio, perdite, svantaggi, delusioni.
Così le donne della resistenza italiana, e in prima linea quelle della resistenza bolognese. Perché Bologna è uno dei centri dove la guerra è stata più lunga, più cruda per il fronte fermo vicino tanti mesi, per la crudele, feroce oppressione nazifascista, più feroce e più disperata che altrove. A fianco degli uomini della resistenza italiana, della resistenza bolognese, ci sono sempre state le donne. Le nostre donne semplici, aperte, allegre, di carattere gioviale e ospitale, che sanno far bene da mangiare, che sembrano create per la pace della casa e dei suoi quieti lavori, hanno imparato prestissimo gli accorgimenti della vita clandestina, le insidie della cospirazione. Esse che parlano tanto volentieri, col dialetto largo e le franche risate, si misero subito a tacere, ad operare in silenzio, serie, e non hanno parlato neppure sotto la tortura, neppure quando i fascisti e i tedeschi strappavano le unghie, tagliavano le mammelle, pungevano gli occhi. Esse che amano i bei vestiti, la buona tavola, il teatro, il ballo, il cinema, che lavorano ma si divertono anche di buona voglia, impararono a percorrere chilometri e chilometri in biciletta, a piedi, in corriera, sui camion, portando armi, stampa, materiali pericolosi nelle sporte da massaia, nelle borsette da passeggio, per tutte le strade, sotto i bombardamenti e i mitragliamenti, col continuo pericolo di essere prese dai nazifascisti, di cadere in una retata, di incappare in una rappresaglia. E impararono come si spara col mitra, con la rivoltella, come si nasconde un patriota inseguito o una radio trasmittente, come si sopporta la fame se mancano i rifornimenti, come si vive nel freddo se non si può accendere il fuoco, come si curano i feriti, come si chiudono gli occhi ai morti. Impararono tutto questo e non si stancarono, non si persero d’animo. Si misero dietro al passo dei partigiani, un passo lento prima, rado, poi sempre più svelto, più forte, più fondo sì che alla fine era quello di un esercito in marcia, e così arrivarono insieme.
Non tutte però erano vive. Molte caddero per via. Ma la loro memoria era negli occhi dei compagni, nel cuore dei compagni: esse erano con loro, quel giorno di aprile che i tedeschi e i fascisti scapparono verso il nord e si aprì su Bologna la luce della libertà. C’era Irma Bandiera, eroina nazionale, morta torturata perché tanti compagni rimanessero vivi, perché rimanesse vivo soprattutto il centro, il nodo, l’anima dell’organismo di resistenza a Bologna, e Ada Zucchelli e Irma Pedrielli, fucilate dopo aver subito sevizie, e Tosca Gallarani, già corriere del PCI da Parigi in Italia che, benché gravemente ferita da un mitragliamento aereo a Piacenza, non volle dire nemmeno il suo nome, per timore di compromettere l’apparato militare e morì sola, fra sconosciuti, senza chiamare i suoi. E altre morte fra sofferenze immense, cadute davanti al plotone di esecuzione, perite con lo strazio nel corpo e nel cuore. Quelle che sono rimaste vive tornarono a casa; le partigiane, che per mesi e mesi andarono contro la morte, sono ridiventate donne come tutte le altre. Piccole donne senza ambizione, senza vanterie, come se la loro opera guerresca fosse ordinaria e naturale, un semplice dovere compiuto.
Il popolo bolognese, il popolo italiano deve conoscere queste donne, deve ricordare il loro servizio, che è stato per il bene di tutti. Il popolo italiano, il popolo bolognese deve sapere queste cose, ricordare il nome di queste donne, pensare a loro come si pensa ai soldati caduti sul campo, agli eroi di una guerra. Anch’esse sono soldati, soldati dell’esercito della liberazione, e appartengono a quel grande, luminoso, ammirevole movimento di popolo, che è stata la lotta partigiana; e hanno dato giovinezza, salute, vita, fortuna, speranze, tutto per la vittoria dell’Italia: l’Italia «vera» che è quella dei partigiani e che anche questa volta ha vinto.
Ilio Barontini
(Tratto da: Ilio Barontini, Le staffette erano donne di casa, operaie, studentesse, in «L’indicatore», n° 7, 29 gennaio 1951).
Inserito il 13/06/2026.
Tartaras (Loira). Inaugurazione del cippo commemorativo dei due resistenti Charles Castel e Charles Gourdou; insieme ai familiari dei due caduti ci sono la storica Michelle Destour e la sindaca di Échalas Christiane Jury.
Autore della foto: Progrès / Bernard Chavas.
Fonte della foto: https://www.leprogres.fr/rhone-69-edition-sud-lyonnais/2019/09/10/inauguration-d-une-stele-en-l-honneur-de-deux-resistants
Memorie della Résistance
🔴di Leandro Casini🔴
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Un grigio mattino e una triste storia partigiana
di Leandro Casini
Prato, un grigio mattino di metà maggio che non promette niente di buono. Entro presto a scuola (l’istituto tecnico-professionale dove in modo del tutto fortuito e precario insegno) per effettuare una sostituzione alla prima ora in una classe seconda che non conosco; in attesa della campanella scorro l’elenco degli studenti cercando d’indovinarne l’origine dai nomi e cognomi, poi la curiosità mi spinge a guardare le note disciplinari, eventi del tutto ordinari per una scuola di questo genere su cui non vale la pena soffermarsi troppo.
Suona la campanella e alla spicciolata cominciano ad entrare dei quindicenni-sedicenni assonnati che a malapena riescono a meravigliarsi per aver trovato ad aspettarli una faccia sconosciuta, un signore di una certa età e “consistenza” fisica che non avevano neanche mai incontrato o notato per i corridoi. In modo automatico ripongono il cellulare nell’apposito contenitore. Lo fanno volentieri? No, è evidente, e magari qualcuno di essi consegna il vecchio e si tiene in tasca il nuovo smartphone. Trucchetti del mestiere.
Faccio l’appello: noto che buona parte di coloro che hanno un cognome straniero o è assente o ha già interrotto la frequenza, giunto alla fatidica età di 16 anni in cui cade l’obbligo scolastico. Ahimè, un dato abbastanza “regolare” per questa scuola che sento mia in questa città che non è la mia.
Chiedo se hanno in programma per la giornata delle verifiche e li invito a ripassare biologia o inglese, a cui diversi di loro saranno chiamati per interrogazioni programmate. Ogni tanto qualche battuta o qualche osservazione: l’invito a togliere i piedi dalla sedia o a tirare giù il cappuccio della felpa…
«Lei che insegna, prof?», chiede uno.
«Francese», rispondo. È una classe di spagnolo (seconda lingua straniera dopo l’inglese, ovviamente) e tirano un sospiro di sollievo, come a dire: «Beh, almeno non comincerà a farci fare la presentazione in lingua».
Riprendono le loro attività, chi di ripasso chi di ricreazione extra (volevo dire “cazzeggio” ma a scuola suona male…).
Tutto scorre nell’apparente indifferenza generale fino alle otto e mezzo, poi Antonio si alza e viene alla cattedra:
«Prof, lo sa che io sono francese?», mi dice.
«Ah, sì? Hai un genitore francese?».
«Sì, e mia nonna è di Lione».
«Sei andato a trovarla qualche volta? Ti è piaciuta la città?».
«Sì, qualche anno fa. Lo sa che il mio bisnonno era partigiano? Però gli è andata male, è morto per la liberazione della Francia. Era un artificiere, e sua moglie era inglese. Purtroppo la macchina su cui viaggiava con il suo compagno venne bombardata da un aereo inglese che li aveva scambiati per tedeschi. C’è anche un articolo in Internet, in francese…».
Antonio e il suo orgoglio per il bisnonno «Charles Castel, mort pour la France» (questa è la formula d’onore per i caduti per la liberazione della Francia dal nazifascismo) sono i raggi di sole che illuminano la mia giornata nata grigia. La ricerca di una storia partigiana si profila nell’arco di questo giorno di metà maggio.
Mi faccio dare il link all’articolo e a casa inizio le ricerche: un sito pubblica le biografie dei partigiani francesi e degli esponenti del movimento operaio; altrove emergono le foto dell’inaugurazione di una stele commemorativa per i due partigiani caduti, trovo i loro ritratti su una rivista di paese.
Decido che è il caso di condividere questa triste (eppur luminosa) storia partigiana.
🔴Leandro Casini
Inserito il 15/05/2026.
I due caduti per la liberazione della Francia Charles Gourdou (1911-1944) e Charles Castel (1913-1944).
Fonte delle foto: «Tartaras», Magazine d’informations municipales, Année 2024.
Memorie della Résistance
Dal Dizionario biografico del movimento operaio «Le Maitron»
di Michelle Destour
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CASTEL Charles, Jean-Louis
di Michelle Destour
Nato il 20 febbraio 1913 nel VII arrondissement di Lione (Rodano), membro della Resistenza francese, caduto in missione durante un bombardamento aereo il 30 agosto 1944 a Échalas (Rodano); membro dell’Esercito Segreto (Armée Secrète, AS), Servizio di Approvvigionamento, settore AS del Gier.
Figlio di Charles Auguste Castel e Anne-Marie Joséphine Forest. Sposato con Violet Newman, di origini britanniche. Padre di tre figli.
A partire dalla metà di agosto del 1944, con lo sbarco delle truppe alleate in Provenza, aerei americani e britannici presero di mira la distruzione di ponti e linee ferroviarie nella valle del Rodano. Le città di Grigny (Rodano), Chasse-sur-Rhône (Rodano) e Givors (Rodano), a circa venti chilometri da Lione, pagarono un prezzo altissimo per questi bombardamenti. Alla fine di agosto le truppe alleate, supportate dalle Forze Francesi dell’Interno (Forces Françaises de l’Intérieur, FFI), raggiunsero la zona vicino a Vienne (Isère). Le forze di occupazione tentarono di assicurarsi la ritirata verso Lione e istituirono posti di blocco, tra cui quello di Pont-Rompu nella città di Mornant (Rodano). L’Esercito Segreto della Loira, in stato di massima allerta, dispiegò le proprie forze nella zona.
Il 30 agosto 1944 Charles Castel e Charles Gourdou, dell’Esercito Segreto della Valle del Gier, svolgevano attività di collegamento tra i gruppi FFI di Rive-Gier (Loira) e Givors (Rodano). La loro auto fu colpita da un bombardiere, probabilmente britannico, in una località chiamata Gonty, nel comune di Échalas, dove entrambi gli uomini persero la vita. Nelle ore successive l’Esercito Segreto attaccò i soldati della Wehrmacht a Pont-Rompu, riportando una vittoria. La battaglia per la liberazione di Lione sarebbe continuata fino al 3 settembre 1944.
Charles Castel è «mort pour la France» [«morto per la Francia», menzione d’onore e status giuridico riconosciuto a chi è caduto per la patria, ndt]. Il suo nome è inciso sul monumento commemorativo di Rocher Percé, nel comune di Tartaras (Loira), dove ogni anno si tiene una cerimonia.
Alcune fonti menzionano la prigionia di Charles Castel nel carcere di Montluc. L’autrice non ha trovato traccia di ciò negli archivi. Tuttavia, un omonimo, Charles Castel, nato il 28 aprile 1912 a Riom (Puy-de-Dôme), fu effettivamente imprigionato lì e sopravvisse alla guerra.
GOURDOU Charles, Benoit, Louis
Nato il 27 giugno 1911 a Saint-Étienne (Loira), Charles Gourdon fu un membro della Resistenza francese, caduto in missione, vittima di un bombardamento alleato, il 30 agosto 1944 a Échalas (Rodano). Era un commerciante e prestò servizio nell’Esercito Segreto della Valle del Gier, nel servizio di approvvigionamento.
Figlio di Étienne e Fernande Augustine Oudet, sposato con Marie Étiennette Vincent e padre di due figli, Charles Gourdon risiedeva al numero 8 di Rue Roquille a Rive-de-Gier (Loira). Era membro della Resistenza francese, prestando servizio nelle FFI (Forze Francesi dell’Interno) dal 21 agosto 1944.
Il nome di Charles Gourdou è inciso sul monumento commemorativo di Rocher Percé a Tartaras (Loira), dove si tiene annualmente una cerimonia. La richiesta di riconoscimento del titolo di «Mort pour la France» fu presentata dalla sua famiglia il 4 luglio 1945, ma non se ne trova traccia nei registri di stato civile consultati.
Michelle Destour
(Tratto da: https://maitron.fr/castel-charles-jean-louis/, notice CASTEL Charles, Jean-Louis par Michelle Destour, version mise en ligne le 16 janvier 2018, dernière modification le 7 octobre 2024; https://fusilles-40-44.maitron.fr/gourdou-charles-benoit-louis/).
Da Su Cuba
di Vijay Prashad e Noam Chomsky
Non solo un saggio su Cuba, ma un lavoro di decostruzione di 70 anni di propaganda.
«A volte i popoli riescono a fare breccia. Cuba ne offre un esempio tra i più struggenti, ed è proprio questa la causa dell’irritazione del suo vicino molto più grosso e capitalista. Cuba ha resistito a omicidi e colpi di Stato, a blocchi e sanzioni. Per quanto imperfetta, ha offerto al mondo la visione di una società che va oltre l’avidità capitalistica. Ha prodotto una società ribelle» (dalla quarta di copertina del volume).
Del lavoro di Vijay Prashad (con “incursioni” di Noam Chomsky) presentiamo il secondo capitolo, che illustra le modalità (anche di stampo mafioso) con cui gli Stati Uniti da sempre trattano e dominano i popoli dell’America Latina, considerati come vassalli secondo la sempreverde e sempre aggiornata “dottrina Monroe”.
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Su Cuba
Riflessioni su 70 anni di lotta e rivoluzione
di Vijay Prashad e Noam Chomsly
Capitolo secondo
La regola della mafia
Oggi Cuba è un paese di undici milioni di abitanti. Ha una popolazione inferiore a quella della grande New York City. Eppure, per oltre un secolo, gli Stati Uniti hanno trattato Cuba come una minaccia da contenere – sia a causa del movimento indipendentista del 1898 che per quello rivoluzionario del 1959. I paesi caraibici hanno affrontato l’intervento statunitense attraverso il corollario Roosevelt alla dottrina Monroe non per le loro dimensioni o perché rappresentassero qualche tangibile minaccia militare per gli Stati Uniti. Per esempio, gli USA invasero Grenada nell’ottobre 1983 per rovesciare il New Jewel, un movimento politico socialista guidato da Maurice Bishop. Grenada all’epoca aveva una popolazione di circa 90.000 abitanti, molto più piccola di una cittadina statunitense di medie dimensioni (aveva una popolazione pari a quella di Kenosha, nel Wisconsin). Il movimento New Jewel non aveva un esercito che potesse costituire una minaccia, né era sul punto di diventare una base militare per qualcuno. Ciò che spiega questi interventi, così come l’atteggiamento nei confronti di Cuba, è che questi paesi – Cuba in particolare – hanno sfidato gli Stati Uniti. Se si leggono i documenti del Dipartimento di Stato americano dopo il 1959, è chiaro che il governo statunitense fosse furibondo per la “vittoriosa sfida” di Fidel Castro alla politica USA. Una Special National Intelligence Estimate1 al presidente degli Stati Uniti, del marzo 1960, lo affermava chiaramente:
I comunisti probabilmente credono anche che gli Stati Uniti perderanno influenza e prestigio finché Castro continuerà a sfidarli con successo (inclusa la sua accettazione dell’assistenza del blocco), e che gli USA si trovano di fronte al dilemma di tollerare una Cuba sempre più orientata in senso comunista o suscitare, intervenendo, una diffusa opposizione latino-americana.2
L’opinione generale è che, se Cuba riuscisse a sfidare il potere degli Stati Uniti, allora potrebbe istigare altri nella regione a sviluppare un programma simile contro l’ordine neocoloniale statunitense, e l’intero sistema di dominio verrebbe eroso.
L’atteggiamento degli Stati Uniti verso qualunque progetto nazionale che tentasse di affermare la propria sovranità divenne chiaro alla Conferenza interamericana sulla guerra e la pace tenutasi in Messico nel febbraio-marzo 1945, che diede vita all’atto di Chapultepec. Il ministro degli Esteri messicano Ezequiel Padilla dichiarò alla conferenza che era «vitale per gli Americani fare più che produrre materie prime e vivere in uno stato di semi-colonialismo»3. Quando parlava di «Americani» intendeva i popoli dell’emisfero e non solo degli Stati Uniti. L’idea era che ai popoli dell’emisfero dovesse essere consentito utilizzare tutti gli strumenti necessari, inclusi dazi e sussidi, per costruire industrie nella regione. Il sottosegretario di Stato statunitense, Dean Acheson, si disse inorridito da questo atteggiamento, dichiarando alla delegazione venezuelana che era stata “miope” nell’aumentare le tariffe e limitare il commercio attraverso controlli sulle importazioni e altro, dopo la Prima guerra mondiale e nei primi anni Trenta. Gli Stati Uniti presentarono una risoluzione per spingere tutti gli Stati latino-americani a «impegnarsi per l’eliminazione del nazionalismo economico in tutte le sue forme», incluso l’esercizio della sovranità economica contro i vantaggi garantiti alle multinazionali. I primi beneficiari delle risorse di un paese, sosteneva la classe politica statunitense, avrebbero dovuto essere gli investitori statunitensi. Di conseguenza, l’ordine economico imposto ai leader latino-americani nel 1945 era che le risorse di un paese non fossero per quel paese, ma per le multinazionali. I paesi potevano produrre beni, ma senza concorrenza con gli Stati Uniti, mentre non potevano creare barriere per impedire l’intervento delle multinazionali e dei prodotti statunitensi. L’unico libero mercato consentito era quello per le multinazionali statunitensi4.
[Chomsky: I paesi possono produrre beni, ma non in concorrenza con gli Stati Uniti. Quindi, per esempio, hanno concluso che il Brasile può avere un’industria siderurgica, ma solo per produrre acciaio di bassa qualità che non sia in competizione con l’industria siderurgica statunitense, più sofisticata e avanzata. Questo nuovo nazionalismo non li riguarda. Con un’eccezione, ovviamente. Gli Stati Uniti, a cui è stato permesso di fare qualsiasi cosa per garantire la propria supremazia economica.]
La preoccupazione per il contagio della ribellione – anche attraverso il semplice tentativo di affermare la propria sovranità economica – emerge puntualmente e con chiarezza nei momenti in cui le élite dell’establishment statunitense sentono che i loro interessi imperiali sono in pericolo. Per esempio, quando Cuba intervenne – correttamente, a nostro avviso – per assistere le forze di liberazione nazionale in Angola e nel resto dell’Africa meridionale, il segretario di Stato Henry Kissinger mostrò chiaramente l’intento omicida di quell’élite. Il 15 marzo 1976 Kissinger incontrò il presidente degli Stati Uniti Gerald Ford e gli disse che le operazioni cubane oltreoceano preoccupavano molti degli alleati degli Stati Uniti. Per essere precisi, questi «alleati degli Stati Uniti» includevano tutti i regimi dei coloni bianchi (come Rhodesia e Sudafrica). «Penso che dobbiamo umiliarli», disse Kissinger. «Se si spostassero in Namibia o Rhodesia», entrambe colonie di bianchi con sistemi di apartheid, «sarei dell’idea di fargliela pagare. Ciò creerebbe una rabbia generale e potremmo doverci schierare per un governo dei neri»5. Pochi giorni dopo, il 24 marzo, Kissinger incontrò gli alti funzionari del gruppo di Ford per la sicurezza nazionale e militare, dove anticipò la necessità di «un’invasione o un blocco» di Cuba. «Se decidiamo di usare la forza militare, dobbiamo vincere. Non dovrebbero esserci mezze misure: non otterremo alcun premio per aver esercitato la forza con moderazione. Se decidiamo per un blocco, deve essere spietato, rapido ed efficiente». Sono parole agghiaccianti, ma che vengono usate regolarmente riguardo a Cuba. La conclusione generale di questi uomini è la seguente: se la Rivoluzione cubana non può essere sconfitta, allora è la stessa Cuba a dover essere annientata. Questa è stata la formula adottata dalla politica estera statunitense nei confronti di Cuba dal 1959.
In generale, la política estera statunitense è dettata dai settori più importanti del mondo imprenditoriale, che in pratica controllano il governo6. Tuttavia, esistono alcuni casi di conflitto tra interessi strettamente aziendali e più ampi interessi governativi – in questo caso, imperiali. Gli interessi aziendali sono provinciali, basati sulle mere esigenze delle imprese di controllare il flusso di materie prime e il credito vantaggioso per sé stesse, di tenere basso il costo del lavoro e di allargare l’accesso al mercato. Ci sono molti casi in cui gli interessi specifici di una società o di un settore coincidono con i più ampi interessi imperiali, come quando il governo degli Stati Uniti decise di rovesciare il governo del Guatemala nel 1954, perché il presidente Jacob Arbenz minacciava il dominio della United Fruit Company (fu d’aiuto il fatto che diversi membri di alto livello dell’amministrazione Eisenhower fossero beneficiari diretti della United Fruit, tra cui i fratelli Dulles, con John Foster che aveva svolto attività legale per la compagnia e Allen che faceva parte del consiglio di amministrazione, entrambi iscritti a libro paga per trentotto anni)7. Nel caso di Cuba, le multinazionali erano furiose per i passi fatti dalla Rivoluzione verso l’esercizio della sovranità sul proprio paese. Queste multinazionali avevano vasti interessi a Cuba, con patrimoni sull’isola maggiori che in qualunque altro paese latino-americano dell’epoca8. Le multinazionali sapevano cosa sarebbe successo, perché Castro era stato molto esplicito nel descrivere a cosa sarebbe somigliata una legislazione rivoluzionaria, in La storia mi assolverà (1953): per esempio, la terza legge proponeva che un terzo dei profitti di tutte le imprese industriali, mercantili e minerarie andasse a lavoratori e impiegati. Nel 1957 uomini d’affari statunitensi dissero a Ruby Hart Phillips che «non riuscivano a capire perché qualcuno potesse sostenere una rivoluzione. Volevano che Batista schiacciasse la ribellione di Fidel Castro in modo che loro potessero “andare avanti con gli affari”»9.
[Chomsky: Bisogna riconoscere che gli affari internazionali sono gestiti più o meno come la mafia. All’incirca, la stessa logica de Il Padrino. Il padrino, il boss mafioso, non è necessariamente un sadico. Ma se qualcuno non paga il pizzo, allora bisogna schiacciarlo, altrimenti la situazione sfugge di mano. Se un piccolo negoziante non paga, beh, allora qualcun altro potrebbe non farlo. Quindi, bisogna fermarlo subito, dall’inizio. È una politica molto sensata. Tutti gli Stati imperialisti, dagli olandesi agli inglesi agli Stati Uniti, hanno agito in questo modo.]
Ancora oggi, un gran numero di aziende continua a battersi per la restituzione dei beni perduti, e fanno pressione per ottenere proprio il tipo di strangolamento che gli Stati Uniti hanno messo in atto contro Cuba. La richiesta di risarcimento è raddoppiata dopo che il Congresso degli Stati Uniti ha approvato l’Helms Burton Act (1996). Il Titolo III di questa legge consente ai titolari di proprietà confiscate dalla Rivoluzione cubana di citare in giudizio le aziende che “trafficano” con esse o che ne traggono profitto per un importo triplo del loro valore corrente (nel 2019, per esempio, la Carnival Cruise Line è stata citata in giudizio per aver utilizzato proprietà confiscate). Le aziende che si sono affrettate a mettersi in coda per ottenere i risarcimenti – tutte statunitensi, anche se alcune sembrano aziende cubane – includono: Cuban Electric Company (di proprietà di Office Depot), North American Sugar Industries, MOA Bay Mining Company, United Fruit Sugar Company, West Indies Sugar Corporation, American Sugar Company, Exxon Corporation, The Francisco Sugar Company, Starwood Hotels & Resorts, Texaco, Coca-Cola, Colgate-Palmolive e International Telephone and Telegraph Company. Le loro rivendicazioni contro la Rivoluzione cubana incorniciano buona parte della legislazione che, nel suo insieme, costituisce la politica statunitense di embargo su Cuba.
In seguito, col passare dei decenni, mentre diventava chiaro che la Rivoluzione cubana non sarebbe stata rovesciata facilmente, diverse aziende statunitensi mostrarono il desiderio di fare affari con Cuba. Per esempio, nel 2016, il governatore dell’Arkansas Asa Hutchinson, parlando per la lobby del riso nel suo Stato, affermò che Cuba è il più grande consumatore pro capite di riso al mondo, e che i produttori del suo Stato – come Riceland Foods – erano ansiosi di entrare nel mercato cubano10. Inoltre, le multinazionali farmaceutiche volevano commercializzare le centinaia di farmaci sviluppati dall’industria farmaceutica cubana, compresi farmaci salvavita non disponibili in paesi come gli Stati Uniti. Quando il presidente Barack Obama aprì le porte a un aumento degli scambi commerciali nel 2017, queste aziende si misero in fila con entusiasmo per firmare accordi e ottenere l’accesso. Tuttavia, queste potentissime società – con i loro interessi pecuniari – non sono riuscite a superare la più ampia politica imperialista del governo degli Stati Uniti, che agisce per garantire che la ribellione di Cuba venga soffocata. Perfino i vantaggi a breve termine di alcune porzioni della classe capitalista devono essere sacrificati per il vantaggio a lungo termine di sopprimere qualunque tipo di ribellione. Nonostante il desiderio di questi settori della classe capitalista statunitense – per ragioni di profitto e massimizzazione del mercato – di commerciare con Cuba, vengono comunque bloccati dal governo degli Stati Uniti.
Le relazioni internazionali sono generalmente gestite come la mafia gestisce il racket della protezione. Se non paghi il pizzo (o “mantieni l’ordine” e “rispetti i tuoi impegni”) vieni distrutto. Il problema con Cuba per gli Stati Uniti non era se la Rivoluzione avesse o meno adottato un orientamento comunista, sebbene ciò abbia certamente contribuito a costruire un immaginario negativo sul progetto politico dell’isola. Il vero problema con Cuba per le élite statunitensi era la sua sfida al mandato statunitense e il suo tentativo di affermare la sovranità nazionale sulle proprie risorse e di cementare la dignità dei suoi popoli. Cinque anni prima della Rivoluzione cubana, il governo degli Stati Uniti – con la Central Intelligence Agency (CIA) come grimaldello – rovesciò il governo del presidente Jacob Arbenz del Guatemala perché il suo governo voleva redistribuire i diritti fondiari. Per la multinazionale statunitense United Fruit Company era impensabile che le sue vaste, e spesso inutilizzate, piantagioni venissero occupate dal governo per soddisfare le aspirazioni democratiche dei contadini senza terra. Come disse il segretario di Stato John Foster Dulles nel 1954, dopo il colpo di Stato in Guatemala, ciò che preoccupava di più gli Stati Uniti era che qualcuno tentasse di opporsi all’impero statunitense. La fantasia di un intervento sovietico offriva gli obiettivi ideologici, ma il vero problema era la sfida. «Questa intrusione del dispotismo sovietico», disse Dulles, alimentando una narrazione fantasiosa, «era, ovviamente, una sfida alla nostra dottrina Monroe, la prima e fondamentale direttrice della nostra politica estera»11. L’assenza di sfide e la piena autorità degli Stati Uniti costituivano l’alfa e l’omega della loro politica estera.
Vijay Prashad, Noam Chomsky
(Tratto da: Noam Chomsky, Vijay Prashad, Su Cuba. riflessioni su 70 anni si lotta e rivoluzione, Meltemi Editore, Milano, 2026, pp. 33-40).
Note
1 [Le Special National Intelligence Estimate (SNIE) sono dei report di alto livello, con carattere di urgenza, creati dai dirigenti delle agenzie di intelligence per fornire delle valutazioni al presidente in caso di crisi internazionali, N.d.T.]
2 Special National Intelligence Estimate, 22 marzo 1960, in FRUS, vol. VI, pp. 870-871.
3 S.G. Rabe, The Elusive Conference: United States Economic Relations with Latin America, 1945-1952, in «Diplomatic History», vol. 2, n. 3, estate 1978. pp. 279-294.
4 G. Grandin, Empire’s Workshop: Latin America, the United States, and the Rise of the New Imperialism, Holt Paperbacks, New York 2007.
5 Questi documenti si trovano in WM. LeoGrande e P. Kornbluh, Back Channel to Cuba: The Hidden History of Negotiations between Washington and Havana, University of North Carolina Press, Chapel Hill 2015.
6 H. Magdoff, The Age of Imperialism: The Economics of U.S. Foreign Policy, Monthly Review Press, New York 1969; tr. it. di N. Perrone, L’età dell’imperialismo, Dedalo, Bari 1969.
7 V. Prashad, Washington Bullets, Left Word Books, New Delhi 2021; tr. it. di L. De Crescenzo, Proiettili a stelle e strisce. Il libro nero dell’imperialismo, Red Star, Roma 2021.
8 J.P. Morray, The Second Revolution in Cuba, Monthly Review Press, New York 1962.
9 R.H. Phillips, Cuba, Island of Paradox, McDowell, Obolensky, New York 1959, pp. 335-336.
10 G. DiGiuseppe, Agribusiness: Why Cuba Should be Treated Like Other US Trade Partners, in «Arkansas Money and Politics», 1 giugno 2016.
11 J.L. Fried, M.E. Gettleman, D. Levenson-Estrada e N. Peckenham (a cura di), Guatemala in Rebellion: Unfinished History, Grove Press, New York 1983, pp. 77-79.
Inserito il 06/04/2026.
Fronte e retro del tesserino CLN di Italo Calvino.
Fonte della foto: https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/calvino-quando-a-ventanni-la-vita-e-oltre-il-ponte/
Da «Caleidoscopio» (Revista de italianística de ADILLI)
di Fernanda Elisa Bravo Herrera*
La ricercatrice italo-argentina Fernanda Elisa Bravo Herrera affronta il percorso narrativo che Italo Calvino ha dedicato alla Resistenza, concentrandosi in particolare su alcuni romanzi e racconti come Il sentiero dei nidi di ragno, Ultimo viene il corvo, ecc.
Nell’estratto che presentiamo si ricostruisce la fase di presa di coscienza politica antifascista del giovane Calvino e la sua partecipazione alla Resistenza nelle Brigate Garibaldi impegnate sulle montagne liguri.
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Memorie e documenti della Resistenza in Italo Calvino
di Fernanda Elisa Bravo Herrera*
La formazione antifascista e la partecipazione alla Resistenza
Nell’Autobiografia politica giovanile – pubblicata in due parti, nel 1960 e nel 1962 – Italo Calvino osservò che il 1938 fu un anno decisivo nella sua vita personale e in quella di altri giovani della sua generazione, provenienti da famiglie borghesi, antifasciste o meno, perché vissero un profondo cambiamento di prospettiva a seguito degli eventi politici e internazionali di quell’anno. Questo cambiamento sfociò in un isolamento provinciale come forma di autodifesa contro un mondo «dominato dalla corruzione e dalla follia» (Calvino, 2022b, p. 2742). In questo articolo confessò che in quella fase della sua vita cercava di «sopravvivere immune da ogni contagio in un mondo che il mio pessimismo mi portava a immaginare dominato per sempre dal fascismo e dal nazismo» (Calvino, 2022b, p. 2742). Oltre ad adottare una serie di comportamenti di sfida che lo distinguevano dagli altri giovani della città, nei quali riconosceva «forme esteriori di disciplina fascista che […] venivano imposte» (Calvino, 2022b, pp. 2742-2743), Calvino iniziò a frequentare e a entrare in contatto con giovani militanti di organizzazioni antifasciste, il che gli permise di arrivare alla Resistenza già preparato e immerso nella lotta politica (Calvino, 2022b, p. 2743). Durante l’adolescenza, come racconta in questa Autobiografia, Calvino comprese, attraverso le conversazioni in famiglia, che la situazione socio-politica in Italia era complessa e, pur non avendo ancora preso una posizione politica, era, come altri suoi contemporanei, ostile al fascismo (Calvino, 2022b, p. 2734).
Gli eventi si susseguirono rapidamente dopo la rimozione di Benito Mussolini a favore di Pietro Badoglio nel luglio del 1943 e la successiva formazione della Repubblica Sociale Italiana (Repubblica di Salò) nel settembre dello stesso anno (Gentile, 2020, 2023). Se consideriamo i diversi attori politici e culturali che si opposero al regime fascista e l’attività di una lunga Resistenza iniziata tra il 1919 e il 1922, come sostiene Claudio Pavone (1991), l’8 settembre 1943, momento chiave e decisivo nella lotta antifascista, «fu solo una tappa, non un punto di partenza» (Salvadori, 1974, p. 24). Nel luglio del 1943, Calvino si trovava al campo militare del Mercatale di Vernio, nei pressi di Firenze1. Il mese successivo tornò a Sanremo e, per evitare di arruolarsi nell’esercito repubblicano, si rifugiò in un appartamento costruito appositamente a questo scopo nella fattoria paterna a San Giovanni, che servì da nascondiglio per Italo e suo fratello Floriano. Riguardo alla rimozione di Mussolini, Calvino affermò nell’Autobiografia politica giovanile che, avendo riposto le sue speranze in una rivoluzione, era «deluso e offeso che una tragedia storica come il fascismo finisse con un atto d’ordinaria amministrazione» (Calvino, 2022b, p. 2744). Questo sentimento coincideva in parte con la prospettiva di Benedetto Croce, il quale, nell’agosto del 1943 e alla luce di questi eventi, dichiarò che il fascismo gli sembrava «già un passato, un ciclo chiuso, […] ma l’Italia è in un presente doloroso» (1963, p. 174). Emilio Gentile descrisse l’esultanza della popolazione italiana in seguito alle decisioni prese a Palazzo Venezia nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, dopo la destituzione di Mussolini, e affermò che esse furono decisive per la fine del fascismo nella sua interezza, inteso come «movimento, partito, regime, cesarismo totalitario, rivoluzione antropologica» (Gentile, 2023, p. 105). Calvino, mentre frequentava i corsi preparatori «per allievi ufficiali di complemento» presso il campo militare universitario di Mercatale di Vernio (Ferrero, 2023, p. 36), condivise le sue impressioni sulla destituzione di Mussolini con il padre Mario in una lettera datata 29 luglio 1943:
La gioia per gli avvenimenti che da anni ansiosamente attendevo mi è stata angustiata dal fatto di essere qua, fuori del mondo, con poche notizie, lontano dal mio paese di cui tanto mi sarebbe interessato osservare le fasi del mutamento del regime. La notte del 25 è stata veramente entusiasmante. La notizia del ritorno di Badoglio – allora si seppe solo quello – giunse al campo mentre dormivamo e tutti uscimmo dalle tende a cantare Fratelli d’Italia2. Nelle altre giornate c’è stato più nervosismo e ansiosità che entusiasmo: una parte degli allievi cui l’educazione fascista ha tolto ogni aspirazione alla libertà, si trova triste e smarrita, impreparata com’è agli avvenimenti. Ci sono invece, esultanti, alcuni studenti dell’università di Pisa, appartenenti a partiti liberalsocialisti e comunisti. Ciononostante gli incidenti e i litigi sono irrilevanti, temperati come sono dalla divisa. Per ora non abbiamo che una aspirazione: tornare a casa. (Calvino, 2023, p. 85-86)
Come riportato da Ernesto Ferrero, Italo Calvino tornò a Sanremo all’inizio di agosto, il 1° settembre fu nominato «caporalmaggiore dell’artiglieria» (2023, p. 36) e otto giorni dopo, a seguito dell’armistizio con gli Alleati, ricevette «un foglio di licenza illimitata» (2023, p. 36). Successivamente, all’inizio di marzo del 1944, si sottopose a controlli medici presso l’Ospedale Militare di Genova e fu «precettato come “scritturale” presso il Tribunale militare di Sanremo» (Ferrero, 2023, p. 37). L’opposizione di Calvino al fascismo divenne attiva da quel momento in poi, e l’assassinio di Felice Cascione, comandante partigiano e poeta, autore dei versi di Fischia il vento, perpetrato il 17 febbraio 1944, costituì un punto di svolta decisivo e cruciale nel suo impegno nella Resistenza. Nel Ricordo dei Partigiani vivi e morti, pubblicato il 1° maggio 1945 su «La Voce della Democrazia», Calvino rese omaggio ai combattenti caduti, tra i quali Cascione era il «primo, più generoso e più valoroso di tutti i partigiani» (1945a, p. 1), e affermò che, seguendo il suo nome ormai leggendario, «molti furono quelli che infiammati dal tuo esempio s’arruolarono sotto la tua bandiera» (1945a, p. 1). Così, dopo essersi definito anarchico e liberale e aver sviluppato con Eugenio Scalfari una piattaforma politica che, come indicato da Ferrero (2023, p. 36), si ispirava alla Storia del liberalismo europeo (1925) di Guido De Ruggiero, Calvino decise di entrare nel Partito Comunista non tanto per ragioni ideologiche, ma perché «in quel momento quello che contava era l’azione, e i comunisti erano la forza più attiva e organizzata» (Calvino, 2022b, p. 2745). In Tante storie che abbiamo dimenticato, articolo pubblicato su «La Repubblica» il 23 aprile 1985, riconobbe che, pur non avendo mai aderito al fascismo, sia per il suo carattere sia per l’influenza del suo contesto familiare, non si era ancora definito ideologicamente e, di conseguenza, non aveva subito la crisi morale che altri giovani avevano vissuto rinunciando al fascismo e abbracciando l’antifascismo. Questa posizione lo portò a riconoscere che «questo non mi faceva più maturo degli altri, perché prima del ’43 non mi ero mai posto il problema delle idee da contrapporre al fascismo né di un comportamento pratico coerente con le idee» (2022b, p. 2917).
Da quel momento in poi Calvino, non sentendosi ancora «all’altezza della situazione» (2022b, p. 2917), si unì ai partigiani con i quali rimase fino al giorno della Liberazione, «passando peripezie di ogni genere» (Calvino, 2023, p. 92), come raccontò a Eugenio Scalfari in una cartolina postale datata Sanremo il 17 giugno 1945. La cosa importante per lui e per tanti altri giovani antifascisti che presero quella decisione, come dichiarò in Tante storie che abbiamo dimenticato, fu «fare tutto il possibile per cacciare i tedeschi e i repubblichini e poi discutere sull’assetto dello Stato» (2022b, p. 2918). In quel periodo Calvino entrò in contatto diretto con le narrazioni in vari dialetti e, come descrive Ferrero, scoprì «un’umanità scalcagnata e deforme, eccessiva, agitata da appetiti elementari, assai simile a quella descritta da Beppe Fenoglio nei Ventitre giorni della città di Alba» (2023, p. 40).
Non solo i ricordi dell’autore ci permettono di ricostruire storicamente la sua partecipazione alla Resistenza, ma anche le testimonianze di altri protagonisti e i dati che si possono ricavare dalla documentazione unica e, in parte, inedita conservata presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (Cassini, 2023a). Riguardo ai testi in cui rievocava o raccontava la sua esperienza partigiana, Milanini osservava che questi «sono pochi, brevi, alieni da ogni forma di autocompiacimento» (2023b, p. 187). In Tante storie che abbiamo dimenticato Calvino dichiarava il suo disagio nel parlare di sé e affermava che «parlare di se tessi è sempre difficile» (2022b, p. 2917). In una lettera indirizzata a Germana Pescio Bottino del 9 giugno 1964 confessò che «dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra […] non le dirò mai la verità» (2023, p. 558). In una lettera all’amico Scalfari, datata Sanremo 6 luglio 1945, Calvino rifletté sulla sua esperienza nella Resistenza e, seppur in modo conciso, ampliò quanto gli aveva già scritto nella cartolina postale inviatagli il mese precedente:
Noi siamo tutti vivi; voi di “laggiù” non potrete mai comprendere cos’è stato questo periodo per noi e come si possa considerare fortunato chi l’ha scampata. Io più d’ogni altro ho ragione di dir questo, ché la mia vita in quest’ultimo anno è stato un susseguirsi di peripezie: sono stato partigiano per tutto questo tempo, sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull’orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di più (2023, p. 92).
L’intero percorso che egli narra in modo frammentario nei suoi scritti ci permette di comprendere come la sua partecipazione alla lotta armata contro il nazismo e il fascismo abbia avuto un lungo e inevitabile processo di maturazione, poiché la guerra, come racconta ne L’eremita a Parigi: pagine autobiografiche, «diventò presto lo scenario dei nostri giorni, il tema unico tema dei nostri pensieri» (2022b, p. 2749). La sua esperienza nella Resistenza è particolarmente evidente nel suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato nel 1947 da Einaudi, e in alcuni racconti di Ultimo viene il corvo, libro pubblicato due anni dopo, che fu il più rivisto e riscritto da Calvino. Questo fu lo spazio socio-politico e culturale che diede origine, in modo “professionale”, alla sua carriera di scrittore e alle sue prime preoccupazioni politiche, morali e letterarie. Riguardo alla sua collaborazione con la Resistenza sotto il nome di “Santiago”, in riferimento alla sua città natale a Cuba, Domenico Scarpa affermava che «è una storia grande e allo stesso tempo umile, ma non è continua» (2023, p. 37). Ne La generazione degli anni difficili, articolo pubblicato nel 1962 e facente parte dell’Autobiografia politica giovanile, Calvino afferma che «l’“aver fatto il partigiano” apparve a me come a molti altri giovani un avvenimento irreversibile come il “servizio militare”» (Calvino, 2022b, p. 2751).
Molti studenti o giovani laureati, come ha sottolineato Giorgio Bocca, arrivarono alla lotta partigiana da realtà diverse, si sentirono umiliati e attraversarono molte esperienze fino all’antifascismo, tanto che «il loro è stato un lungo cammino che ora, essendo resistente, ripercorrono con la memoria, senza mentire a se stessi» (Bocca, 2011, p. 153). La collaborazione di Italo con la Resistenza armata fu preceduta dall’attività clandestina come iscritto al Partito Comunista Italiano (PCI), diffondendo propaganda, soprattutto tra gli studenti, e come “staffetta” del Fronte della Gioventù, portando informazioni dal Centro Nazionale mentre viaggiava in bicicletta tra Imperia e Sanremo. Nella sua Autobiografia politica giovanile ricordò questa partecipazione dopo l’adesione al Partito Comunista: «Subito fui messo in contatto con compagni operai, ebbi compiti di organizzazione degli studenti nel Fronte della Gioventù, e un mio scritto fu ciclostilato e fatto circolare clandestinamente» (Calvino, 2022b, p. 2745). In una cartolina datata 6 agosto 1943, da Mercatale di Vernio, Calvino condivideva con l’amico Eugenio Scalfari le sue emozioni riguardo ai nuovi sviluppi e la sua decisione di collaborare al più presto, poiché «qui è venuto il momento di agire. Io per conto mio sono pronto a ficcarmi corpo e anima» (Calvino, 2023, p. 88). La sua partecipazione iniziò nelle Alpi Marittime, insieme ad altri studenti, nel XVI distaccamento della V Brigata Garibaldi, comandato da Bruno Lupi, detto Erven, che si sciolse nel giugno del 1943 e aveva operato nelle valli di Oxentina, Argentina, Nervia e Tanaro nelle Alpi Liguri. Tra agosto e settembre dello stesso anno, proseguì con il fratello Floriano a Monte Ceppo, nella zona di Baiardo, in un gruppo badogliano comandato dall’ufficiale alpino Candido Bertassi, detto Capitano Umberto. Successivamente, i due fratelli si unirono alla Brigata Garibaldi “Giacomo Matteotti” (Sap) a San Giovanni e San Romolo, nel distaccamento comandato da Jaurès Sughi, detto Leone. Catturato dai tedeschi nel novembre del 1944, Calvino si salvò dalla fucilazione grazie ad alcuni vecchi documenti che aveva con sé e fu costretto a registrarsi al Deposito Provinciale di Imperia della Repubblica Sociale finché non riuscì a fuggire e a nascondersi nella fattoria di famiglia. In seguito entrò a far parte della V Brigata d’Assalto Garibaldi “L. Nuvoloni”, guidata da Armando Izzo, nome in codice Fragola, partecipò alla battaglia di Baiardo il 5 settembre 1944 e al II Distaccamento agli ordini di G. B. Moraldo, Olmo, come ricordato nel 1985 da Francesco Biga, direttore scientifico dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (Cassini, 2023a, p. 19). Nel febbraio del 1945 Calvino entrò a far parte della II Divisione d’Assalto Garibaldina “Felice Cascione” – il cui comandante era Giuseppe Vittorio Gueglielmo, detto Vittato, e il cui commissario politico era Ivar Oddone, detto Kimi – e fu nominato commissario di distaccamento (Ferrero, 2023, pp. 35-42; Scarpa, 2023, pp. 38-42; Sessi, 2001, pp. 504-505). La sua esperienza partigiana si sviluppò nelle Alpi Liguri, un territorio che Calvino ricorda in Autobiografia politica giovanile come ostile, difficile, marginale, con una popolazione determinata a lottare per la liberazione dal nazismo e dal fascismo:
Eravamo nel lembo più periferico dello scacchiere resistenziale italiano, privo di risorse naturali, di aiuti alleati, di guide politiche autorevoli; ma esso fu uno dei focolai di lotta più accanita e spietata per tutti i venti mesi e tra le zone che ebbero una percentuale più alta di caduti (2022b, p. 2745).
Terminata la guerra di liberazione, come raccontò nella lettera a Scalfari del 6 luglio 1945, Calvino si dedicò alla politica e al giornalismo, collaborando con diverse testate del Partito Comunista Italiano (PCI). Nel settembre del 1945 riprese gli studi universitari e, «usufruendo delle facilitazioni concesse ai reduci, […] si iscrive al terzo anno della Facoltà di Lettere di Torino, dove si trasferisce stabilmente» (Barenghi e Falcetto, 2005, p. LXVIII). Nelle lettere che inviò al padre da Torino il 14, 16, 22 ottobre e il 16 novembre di quell’anno, descrisse, seppur brevemente, alcuni aspetti della sua vita universitaria (l’affitto di una stanza, la mensa universitaria, le lezioni, i professori e gli esami). Nel 1946, per tre mesi, collaborò con Einaudi come «propagandista culturale» (Calvino, 2023, p. 98), promuovendo libri e pubblicazioni della casa editrice in fabbriche, associazioni e uffici, come scrisse al padre in una lettera datata 15 febbraio di quell’anno (Calvino, 2023, p. 98). Nell’aprile del 1949 partecipò al Congresso Mondiale dei Partigiani per la Pace, tenutosi a Parigi, insieme ai delegati operai di Torino, come raccontò in una lettera ad Andrzej Nowicki di Varsavia, datata 15 dicembre di quell’anno, da Torino, in occasione della traduzione polacca di Ultimo viene il corvo (Calvino, 2023, p. 162). La sua partecipazione a questo congresso gli costò il divieto di ingresso in Francia per molti anni (Barenghi e Falcetto, 2005, p. LXX).
Tutta l’esperienza partigiana, anche nell’immediato momento della liberazione, segnò profondamente Calvino ed ebbe carattere fondativo nella sua scrittura come nucleo basilare. Come osserva Ormea, «riprendere la memoria di quegli eventi era […] ricostruire la rete di condizioni materiali e ambientali che dava ordine al suo progetto letterario» (2023, p. 142). […]
Fernanda Elisa Bravo Herrera*
Instituto de Literatura Argentina (UBA) – CONICET
* Ricercatrice presso il CONICET – Istituto di Letteratura Argentina, Università di Buenos Aires. Ha pubblicato Tracce e itinerari di un’utopia. L’emigrazione italiana in Argentina (Premio Internazionale Ennio Flaiano per gli Studi Italiani 2016), tradotto in italiano da Sabrina Costanzo (Università di Catania) e pubblicato da Cosmo Iannone Editore nell’ambito del “Programma Sud”.
(Estratto da: Fernanda Elisa Bravo Herrera, Memorias y escrituras de la Resistencia en Italo Calvino, in «Caleidoscopio», Revista de Italianística de ADILLI, Vol. 1, N. 2, 2026, pp. 46-52).
Note
1 Oggi in provincia di Prato, ndr.
2 In corsivo nell’originale.
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Inserito il 02/04/2026.
Dal sito della rivista «Il Ponte»
di Bertrand Russell
Come sessant’anni fa per il Vietnam, contro il massacro di quel popolo fiero ad opera degli Stati Uniti d’America, oggi per l’Iran e il Medio Oriente sotto attacco sionista-statunitense, le parole di Bertrand Russell, di apertura del Tribunale sui crimini di guerra in Vietnam, suonano come un monito contro l’imperialismo sterminatore di popoli, come lo furono prima la Germania nazista e poi gli Usa in Vietnam. A tale importante consesso internazionale parteciparono alcune tra le più alte figure del tempo: oltre a Bertrand Russell, Jean-Paul Sartre, Olof Palme, e gli italiani Lelio Basso, Norberto Bobbio, Joyce Lussu e il nostro Enzo Enriques Agnoletti. Per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli, contro le aggressioni imperialiste.
Il Ponte
10 marzo 2026
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DISCORSO INAUGURALE
Il mondo è allibito per l’arrogante brutalità del governo degli Stati Uniti. Questa seduta inaugurale del Tribunale per i crimini di guerra si tiene in un momento allarmante. Gli Stati Uniti stanno per iniziare un nuovo massiccio attacco contro il popolo vietnamita. La sordida macchina militare che domina Washington si sta preparando a una distruzione maggiore. Nella febbre della frustrazione per le umilianti sconfitte subite dalle sue truppe di occupazione nel Vietnam del Sud, il governo degli Stati Uniti, in preda all’isterismo e all’odio, si vanta delle proprie imprese, e tali imprese sono malvage.
Il nostro Tribunale non è un gruppo di astratti formalisti che cavillano sulle definizioni o assumono un immorale atteggiamento di indecisione su questi avvenimenti. Vi è una sola ragione per questo Tribunale internazionale per i crimini di guerra: ogni giorno ci giungono schiaccianti testimonianze di crimini senza precedenti. Ogni giorno si commette un delitto più grande contro il popolo vietnamita. Noi indaghiamo per esporre. Ci documentiamo per accusare. Risvegliamo le coscienze per creare l’opposizione delle masse. Questo è lo scopo che ci prefiggiamo ed esso costituirà la riprova della nostra integrità e del nostro onore.
Come si è subito precipitato a fermarci il governo degli Stati Uniti! Le menzogne piovono al ritmo delle bombe al napalm. I frammenti di queste menzogne pianificate si diffondono attraverso gli strumenti di comunicazione di massa responsabili di ingannare l’uomo della strada. Il governo francese appare, di fronte a tutto il mondo, la roccaforte patetica dell’ipocrisia e della mancanza di spina dorsale.
Questo non significa che noi siamo deboli. E’ invece proprio il contrario. Lo sforzo febbrile di nascondere i crimini degli americani è uguagliato soltanto dalla propaganda frenetica contro i propri oppositori. Consideriamolo un titolo d’onore.
I nazisti di Hitler seppellirono per tutta l’Europa le prove della loro barbarie. Questa Europa è un immenso cimitero di crudeltà sepolte. Auschwitz funzionò per anni. Non si possono negare i dati di fatto.
Quando la potenza nazista fu sconfitta, e troppo tardi, c’era forse qualcuno che ignorasse gli stermini e gli esperimenti, la spietata crudeltà e la tracotanza dei criminali di guerra nazisti? Le prove erano schiaccianti. Dovremmo oggi far violenza a noi stessi e negare l’evidenza altrettanto irrefutabile dei crimini di guerra perpetrati nel Vietnam? È indegno che uomini con un minimo di rispetto per se stessi abbiano ancora il coraggio di chiudere gli occhi di fronte al comportamento degli Stati Uniti nel Vietnam.
Auschwitz era una realtà. Tanto più impellente era dunque per gli uomini il dovere di indagare perché Auschwitz fosse stato organizzato, e a quale scopo, e chi ne fosse responsabile. L’enorme quantità dei documenti e delle prove non costituì una scusante valida per esimersi dall’inchiesta, ma anzi fu come un ordine perentorio a rendere pubblici quei fatti, nella vana speranza che gli uomini potessero trarre profitto dalla vergognosa lezione della loro vigliaccheria morale – perché anche noi siamo responsabili di Auschwitz. Non riuscimmo ad evitarlo. E lo condannammo troppo tardi.
Ogni giorno giungono dal Vietnam notizie di crimini efferati. Sono crimini compiuti da un aggressore, da un invasore, da un torturatore. È nostro compito rivelare queste verità a tutti i popoli del mondo. È nostro dovere esaminare ogni dato di fatto, in modo che ognuno di essi serva a suscitare un’appassionata opposizione. Noi facciamo questo perché ciò che sappiamo ci costringe ad agire contro un comportamento inumano. Coloro che vorrebbero fare l’apologia dei crimini americani e che troverebbero scuse per la loro mancata opposizione ad essi tenteranno di distinguere tra dirittura morale e onestà intellettuale. Così facendo raddoppiano la loro colpa. Noi dobbiamo esaminare le prove che ci si offrono. Senza queste prove schiaccianti non vi sarebbe stato nessun tribunale. Non appena il crimine è conosciuto, si deve passare immediatamente all’inchiesta e alla sentenza.
La verità esige un’inchiesta esauriente che documenti e compili una relazione completa dei fatti.
Questa relazione completa include la resistenza commovente e senza pari del popolo vietnamita. Coloro che considerano un crimine la rivolta del ghetto di Varsavia, useranno lo stesso metro di giudizio per la resistenza del Vietnam. Coloro che mancano di ogni sensibilità per l’eroismo dei partigiani in Jugoslavia, in Danimarca e in Norvegia cercheranno di mettere sullo stesso piano lo spietato annientamento del Vietnam da parte del governo degli Stati Uniti e l’eroica resistenza dei partigiani vietnamiti. Lasciamo queste equazioni agli apologeti del nazismo. In esse non c’è nessun segno di verità, è poco onorevole sostenerle, e l’imporle agli altri denota un’assoluta turpitudine morale.
La forza del nostro Tribunale consiste nella impeccabilità delle procedure e nell’accuratezza delle indagini. Le testimonianze da noi accolte saranno ineccepibili. Abbiamo fiducia in questa nostra missione. Respingiamo la richiesta di far finta di ignorare che fatti simili a quelli di Lidice e Guernica avvengono ogni giorno nel Vietnam!
La nostra richiesta è ispirata ad una profonda convinzione. Questa è la sua forza. Quando vengono commessi crimini efferati, una simile convinzione è la prova del rispetto per i fatti e del coraggio di dimostrare tale rispetto.
Siamo contenti che la Svezia ci abbia accolto. Abbiamo un debito di infinita gratitudine verso coloro che ci appoggiano. Essi si meritano la nostra riconoscenza, perché ci assicurano che le istituzioni democratiche della Svezia non sono venute meno. Anche questo fa parte della battaglia del nostro tempo. I deboli sostengono sempre i crudeli. I buoni sono le vittime di entrambi. Quando la Commissione Dewey si riunì negli Stati Uniti, nessuno invocò l’assurdo concetto di sacralità del capo di Stato per chiamare insulto una coraggiosa inchiesta storica condotta da uomini illustri. Non è in discussione la cortesia. Il diritto di criticare gli uomini di Stato dovrebbe essere inviolabile, sebbene i governi siano più colpevoli di qualsiasi loro singolo portavoce. È nostro dovere storico distruggere la crudeltà e la vigliaccheria difendendo i valori sui quali la civiltà si è sempre basata.
Noi non imploriamo il diritto di esaminare i crimini di guerra commessi dai governi occidentali nel Vietnam: lo esigiamo. Non siamo titubanti sul nesso da stabilire fra la nostra conoscenza dei crimini e la necessità di metterla alla prova con una pubblica inchiesta: lo proclamiamo. L’impegno morale non può essere disgiunto dalla preoccupazione per la verità. Il martirio dei bambini arsi vivi nel Vietnam accusa il mondo occidentale. Le loro sofferenze, come quelle degli ebrei che furono uccisi con i gas ad Auschwitz, sono una manifestazione caratteristica della civiltà che noi abbiamo costruito. C’è tuttavia un’altra parte della civiltà che noi abbiamo costruito e che ha prodotto nei secoli i nostri martiri. Questo Tribunale si pone nella tradizione di quella lotta e di quegli eroi: la tradizione della nostra arte, della nostra scienza, della nostra musica, della nostra umanità.
Proprio la nostra civiltà, oggi, è posta in gioco. La nostra barbarie la minaccia. Non è possibile organizzare una società per spingerla al saccheggio e alla strage senza che si determinino conseguenze terrificanti. I nostri scienziati ed ingegneri, i nostri chimici e ricercatori, la nostra tecnologia e il nostro sistema economico sono stati mobilitati per uccidere. Nel Vietnam abbiamo fatto ciò che Hitler fece in Europa. Se non agiamo ricadremo nella degradazione della Germania nazista. Untermensch è una parola di nuovo viva nel vocabolario degli uomini più influenti di Washington, che parlano di yellow dwarfs e di coonskins. Nessuna pietà per le sofferenze del Vietnam. Il suo popolo resiste eroicamente. La pietà nelle strade eleganti di Europa e nelle civilissime città del Nord America è così degradata da lasciare indifferenti anche se, nel Vietnam, si compie il nostro destino. Il Tribunale internazionale per i crimini di guerra è un tribunale rivoluzionario. Noi non abbiamo né eserciti né patiboli. A noi manca il potere, anche quello dei mezzi di comunicazione di massa. È superfluo che chi è senza potere esprima il suo giudizio su coloro che lo detengono. Questa è la prova che noi dobbiamo affrontare, da soli se necessario. Siamo responsabili davanti alla storia.
Bertrand Russell
(Tratto da: https://ilponterivista.com/dove-la-pieta/, che riprende «Il Ponte», La guerra continua, Vietnam, 31 agosto 1967, XXIII n. 7-8 (luglio-agosto 1967), pp. 880-883).
Inserito il 14/03/2026.