A 10 anni dalla scomparsa di Antonio Melis
Dalla rivista «Latinoamerica» – 1987
di Antonio Melis
Nell’estate 2016 scompariva l’amico e compagno Antonio Melis, docente di Letterature ispanoamericane e Civiltà indigene d’America all’Università di Siena.
Riproponiamo questo suo saggio scritto in occasione del ventesimo anniversario della morte di Ernesto Guevara: in esso Melis ripercorre il pensiero guevariano ricollocandolo nel giusto contesto storico-politico e geografico, lontano da ogni banale intento celebrativo e mettendo in guardia da errate interpretazioni delle opere del Che specialmente in ambito europeo.
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La felice inattualità di Guevara
di Antonio Melis
Vorrei partire da una premessa indispensabile, anche se mi rendo conto che può sembrare paradossale. Mi sembra giusto e importante riprendere oggi il discorso su Ernesto Che Guevara, non tanto per la ricorrenza di vent’anni dalla sua morte, quanto perché oggi è profondamente inattuale. Bisogna sottrarsi al meccanismo perverso dell’«in» e dell’«out» imposti dai grandi mezzi di comunicazione di massa e dagli squallidi «guru» del potere culturale. Parliamo dunque del Che, proprio perché non è di moda; del Che in Europa e in America latina, vent’anni fa e oggi.
Se accostiamo senza mediazioni gli anni Sessanta a oggi, l’impressione immediata è che si tratti di due epoche completamente diverse, ben più distanti tra di loro dei vent’anni che indica il calendario. Basterebbe osservare il destino attuale dei temi intorno ai quali si svolge la riflessione teorica di Guevara, mai disgiunta dalla prassi.
Forse si può sgomberare subito il campo dall’aspetto che più richiamò l’attenzione e suscitò polemiche vent’anni fa. Mi riferisco, naturalmente, alla teoria della lotta armata e, in particolare, della guerriglia come suo strumento fondamentale. Si tratta forse della parte più caduca della sua elaborazione, per motivi intrinseci e per la verifica impietosa del tempo.
Credo infatti che già nel momento della loro apparizione questi scritti siano stati sopravvalutati, tradendo anche lo spirito con cui Guevara li aveva redatti. Il Che infatti aveva sempre insistito sul carattere empirico delle sue riflessioni, che si limitavano a dare una forma organica all’esperienza concreta della rivoluzione cubana. Quando si era impegnato in definizioni di portata più teorica, aveva fatto ricorso esplicitamente alle elaborazioni asiatiche, di Mao e di Giap, pure acquisite a posteriori, dopo il trionfo della guerriglia a Cuba.
In America latina e in Europa, sia pure in forme diverse, gli scritti sulla guerriglia vennero letti, sostanzialmente, come un manuale di istruzioni. Se in Europa, almeno sul breve periodo, hanno avuto conseguenze pratiche circoscritte, in America latina hanno determinato le scelte di una parte significativa di una generazione di militanti. Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che le proposizioni guevariane vennero recepite dai movimenti di guerriglia che allora sorsero un po’ ovunque in America latina soprattutto attraverso la versione di Régis Debray, che ne esasperava gli elementi volontaristici. Fu così che s’impose una visione doppiamente deformata della stessa rivoluzione cubana. In primo luogo perché prospettava l’imitazione di un processo legato a condizioni molto specifiche e irripetibili. In secondo luogo perché passava l’esperienza complessa della rivoluzione cubana attraverso la lente deformante di una lettura riduttiva e tendenzialmente militarista. Scompare così la complessa articolazione tra lotta armata e lotta politica, che aveva il suo perno nel Movimento 26 Luglio.
Ma al di là di queste puntualizzazioni storiche, c’è un discorso più generale che investe la stessa prospettiva della lotta armata. È indubbio che l’analisi di Guevara si muove all’interno di uno schema amico/nemico particolarmente rigido. È giusto non dimenticare la fase storica particolare in cui egli enunciò le sue posizioni. Ma è inevitabile misurare l’abisso che le separa dal dibattito attuale in Europa come in America latina.
Nei paesi europei, anche attraverso la dolorosa esperienza degli anni di piombo, si è avviata una vasta riflessione sull’impiego della violenza che non può essere ricondotta banalmente al pacifismo tradizionale. Nella stessa America latina il ripensamento dei guasti provocati dal militarismo, presente anche nelle forze in lotta per la liberazione, ha favorito uno spostamento radicale dell’asse del dibattito. Il tema all’ordine del giorno è infatti oggi, con sempre maggior forza, quello della democrazia. I processi involutivi che hanno segnato in profondità molti paesi latinoamericani, con la perdita delle libertà democratiche, hanno spinto a rivedere l’atteggiamento di sufficienza ostentato in passato verso queste conquiste.
L’affermazione che oggi ci appare più datata, tra quelle ripetute con maggiore frequenza dal Che, è quella secondo cui la lotta armata rappresenta il momento più alto nell’esperienza di un militante. Numerosi esempi storici, lontani e recenti, ci avvertono che in una fase di lotta armata le ragioni stesse dell’emergenza e della clandestinità alterano in maniera decisiva il dispiegarsi del dibattito politico. Introducono delle deformazioni difficili da superare quando si tratta di passare all’organizzazione del potere civile. Per usare una celebre frase di un grande cubano caro al Che, come diceva José Martí al generale dominicano Máximo Gómez, un internazionalista di quei tempi, un popolo non si comanda come si comanda un accampamento.
E tuttavia, anche se questi sono i tratti dominanti della situazione attuale, non mancano delle ragioni per riaccostarsi, sia pure criticamente, alle teorizzazioni di Guevara. Infatti, pur riconoscendo il carattere innovatore assunto dal dibattito recente, si avvertono anche i rischi di un nuovo riduttivismo. Trascorsa la prima fase entusiasmante di riscoperta dei valori democratici, si constata oggi un deciso ristagno dell’elaborazione. Di fronte alla complessità crescente della situazione concreta, che non esclude in diversi paesi la possibilità di ricadute e regressioni, si ha a volte la sensazione che il discorso sulla democrazia rischi di avvolgersi su se stesso, in una forma di tautologia consolatoria.
Ecco allora che l’inattuale Guevara si ripropone, con tutto il suo soggettivismo e volontarismo. Sta a indicare l’esigenza di un’alternativa effettiva, contro il pericolo di un appiattimento sullo status quo, che faccia smarrire il senso stesso della lotta. Che Guevara continua a indicare e a incarnare la spinta alla ribellione, all’utopia contrapposta all’accettazione servile dei rapporti di forza. Oggi, più che mai, può costituire un valido antidoto contro l’indifferenza e l’esasperato individualismo in cui si è rovesciata l’istanza, inizialmente liberatoria, a riappropriarsi della soggettività in passato negata.
C’è un legame molto stretto, del resto, con un altro dei temi cruciali affrontati da Guevara. La sua maniera di concepire l’internazionalismo proletario rappresentò negli anni Sessanta il punto d’incontro di un’intera generazione di militanti. Anche in questo caso, almeno a prima vista, la verifica dell’inattualità del Che non potrebbe essere più spietata.
Nella caduta generale della tensione politica e della militanza che caratterizza questi ultimi anni, l’internazionalismo è apparso come una vittima privilegiata. È inutile cadere in sterili moralismi, quando si tratta piuttosto di rintracciare le cause profonde di questa involuzione. Si potrebbe fare un lungo elenco delle situazioni offerte dalla scena internazionale negli ultimi tempi che hanno contribuito al «disincanto». Dalla guerra di confine tra Urss e Cina a quella tra Cina e Vietnam, dalle vicende polacche all’invasione dell’Afghanistan, dalla occupazione vietnamita della Cambogia all’impegno militare cubano in Africa (e gli esempi potrebbero continuare), ce n’è abbastanza per spiegare lo smarrimento e la perdita di ogni bussola, a meno di non rinchiudersi in un cieco fideismo.
Ma, al di là di questa casistica, c’è forse anche una ragione più complessiva. La critica in chiave soggettivistica dei modi tradizionali di fare politica ha visto, non senza argomenti, nell’internazionalismo del recente passato una tipica manifestazione di alienazione, di proiezione in regioni lontane di desideri insoddisfatti e problemi irrisolti. Non si tratta qui di discutere in termini ideali la validità o meno di queste posizioni. È importante però prenderne atto, come di un segnale caratteristico della fase che stiamo attraversando.
Una volta fatte queste precisazioni, è doveroso riconoscere che l’internazionalismo di Che Guevara ci appare spesso proiettato verso un’immagine idealizzata del passato, più di quanto sia in grado di interpretare i nuovi dati della fase storica. Egli è molto lucido, ad esempio, nel cogliere i rapporti disuguali che intercorrono tra i paesi del Terzo mondo e i paesi socialisti. Ma tende a risolvere queste contraddizioni con l’appello alla conciliazione in nome di una causa superiore.
Alla radice di questa impostazione sembra di cogliere una sostanziale sottovalutazione dei contrasti che travagliano in quegli anni i paesi socialisti e che oppongono, in maniera particolarmente violenta, la Cina e l’Urss. Sono noti anche i riflessi che questa sottovalutazione ha nell’impresa boliviana, quando egli cerca di riunire sotto le stesse bandiere forze che si combattono con grande virulenza politica all’interno del paese.
Anche su questo versante risulta con chiarezza l’impasto tra intuizioni acute dei nuovi dati offerti dalla situazione mondiale e attaccamento alle analisi tradizionali del movimento operaio. La denuncia formulata in occasione del seminario di Algeri del 1965 verso la politica di aiuti dell’Urss al Terzo mondo, coesiste in questo modo con il mantenimento del concetto di «campo socialista» e dell’«alleanza naturale» dello stesso con i paesi in lotta per la propria liberazione.
Forse è proprio la discordanza tra la diagnosi impietosa e la forzatura volontaristica a spiegare certe inflessioni di amarezza che si colgono negli ultimi scritti e nelle ultime scelte del Che. Anche se questo non deve farci cadere nell’ipotesi, insieme semplicistica e sensazionalista, che vede nella spedizione boliviana una sorta di suicidio. È vero invece che Guevara pensava di rilanciare la lotta antimperialistica in America latina e in tutto il mondo con una iniziativa soggettiva, contrapponendosi a qualunque valutazione fatalistica dei rapporti di forza. In questo, indubbiamente, si collocava nel solco della tradizione leninista e si allontanava dall’inerzia positivistica della tradizione socialdemocratica.
La sua luminosa figura di combattente internazionalista, d’altra parte, ha ingiustamente relegato in secondo piano altri aspetti della sua personalità e della sua azione politica. La sua partecipazione appassionata al dibattito sulla gestione economica a Cuba rappresenta certamente un momento alto del suo itinerario. Non è questa la sede per ridiscutere, in termini strettamente economici, le posizioni assunte allora dal Che. Non si devono però dimenticare alcune sollecitazioni di fondo che lo spingevano a schierarsi così decisamente nella polemica. La prima era la preoccupazione di garantire le basi materiali di un’effettiva autonomia di Cuba, che andasse ben oltre la semplice riconversione del proprio mercato estero. È noto che le tesi di Guevara vennero sconfitte ed è lecito chiedersi, dopo tanti anni, quale prezzo Cuba abbia pagato per le scelte che allora prevalsero.
Ma c’è una seconda motivazione, di portata ancora più ampia, che sta alla base dell’atteggiamento di Guevara. Discutendo puntigliosamente sulla legge del valore, Guevara solleva l’enorme problema di valori, intesi nell’accezione più universale. Pone progressivamente al centro del dibattito il problema delle basi etiche su cui deve fondarsi la società socialista. In assenza di queste, suggerisce il Che, scompare ogni differenza sostanziale tra capitalismo e socialismo e si ripiomba in un modello che utilizza come molla decisiva quella dell’egoismo.
Siamo già nell’ambito di quelle riflessioni che verranno organizzate poco più avanti nelle celebri pagine sull’uomo nuovo. Qui sta il nucleo più originale della sua elaborazione teorica o, se vogliamo continuare nel paradosso, della sua inattualità. L’espressione «uomo nuovo» si trova esplicitamente nella lunga lettera inviata nel marzo del 1965 all’uruguayano Carlos Quijano, vecchio militante antimperialista e direttore del settimanale «Marcha». Ma si può dire che la sua ispirazione si ritrova in tutti gli scritti di Guevara, al punto che Il socialismo e l’uomo nuovo a Cuba può essere letto legittimamente come il suo testamento ideale.
Sono pagine di notevole respiro, che spaziano su un arco di problemi molto vasto. Ci sono alcuni passi dedicati ai problemi dell’arte e della letteratura che hanno rappresentato, per molti intellettuali latinoamericani, un ammonimento salutare contro le tendenze a ripercorrere i tristi sentieri dell’arte propagandistica e del realismo retorico. Il Che afferma con pungente ironia che si tende spesso a spacciare per arte popolare quella che riflette i gusti (discutibili) dei funzionari di partito. Intuisce che il popolo non ama affatto il cosiddetto realismo e semmai viene attirato dalla dimensione simbolica e fantastica dell’arte. Ma soprattutto comprende che non si possono dare direttive burocratiche in una sfera, come quella dell’esperienza estetica, che rappresenta un momento di liberazione delle energie umane più profonde e preziose.
L’uomo nuovo di Guevara sembra volere coniugare in sé l’impulso etico e quello estetico. Si ricordino le numerose allusioni dello stesso Che alla propria vita forgiata come un’opera d’arte. Non siamo di fronte, evidentemente, alla riproposta di uno schema estetizzante di origine decadentistica. C’è comunque una forte sottolineatura, una volta di più, sulla soggettività. Chi legga attentamente gli scritti del Che e ne colga le connessioni interne, comprenderà che queste accentuazioni obbediscono a un’istanza di fondo. Nello stesso scritto su Il socialismo e l’uomo nuovo a Cuba essa emerge con forza. Guevara avverte il pericolo che la durezza stessa della lotta, di cui non ignora la terribile difficoltà, possa fare smarrire agli stessi combattenti il senso ultimo dei propri obiettivi. Esprime con onestà e rigore lo smarrimento di fronte alla forza d’inerzia che tende a travolgere con la sua logica inesorabile le istanze umane che sono alla base della lotta.
L’inattualità di Guevara, in questa prospettiva di un uomo rinnovato, sembrerebbe totale. La sua insistenza sul rifiuto dell’individualismo in nome di valori superiori di umanità e solidarietà si scontra oggi con il rilancio in grande stile dell’ideologia della competizione. Se ci limitiamo ai riscontri più immediati, le posizioni del Che possono quasi sembrare una predicazione patetica.
Ma c’è anche un’altra chiave di lettura, più approfondita, che può dischiudere delle prospettive diverse. All’origine della svolta e della chiusura individualistica che ha rappresentato l’approdo attuale di molti militanti degli anni passati, c’è stata, come già ricordavo, una forte spinta al recupero della propria soggettività, che si sentiva mortificata all’interno di una pratica politica alienante. Guevara, una volta di più, ci appare al tempo stesso come anacronistico e precursore. Non è facile, infatti, trovare in quegli anni un dirigente rivoluzionario che riveli una sensibilità così acuta per i problemi del soggetto. Nei documenti più direttamente autobiografici, come ad esempio le lettere, questa propensione appare pienamente dispiegata. Ma essa si unisce anche a un altro tratto caratteristico della personalità del Che. Alludo alla sua fine autoironia, che lo porta a rappresentarsi come «piccolo condottiero» di questo secolo o, addirittura, come novello Don Chisciotte. È lo stesso atteggiamento di fondo che si ritrova nelle sue cronache della guerriglia cubana, dove coglie ogni occasione per sottolineare i propri atteggiamenti antieroici, contro ogni retorica monumentale. Ironia e autoironia si fondono in uno dei suoi gesti più noti e carichi di valore simbolico quando, nel periodo in cui occupa il posto di Direttore della Banca Nazionale di Cuba, firma il denaro con un semplice e dissacratorio «Che».
L’autoironia, del resto, è complementare all’insistenza sulla tenerezza e sull’amore come qualità del rivoluzionario autentico e integrale. Nemmeno nei momenti più aspri della lotta smarrisce questo punto di riferimento, e basterebbe pensare a quella pagina del diario boliviano in cui riferisce di avere rinunciato ad attaccare un camion che trasportava dei maiali, per non essere costretto a uccidere i giovani soldati boliviani addormentati che si trovavano sul veicolo. Lo scrittore argentino Ernesto Sábato, vecchio amico del Che, ha rielaborato questo episodio in uno dei passi più alti del romanzo Abaddón el exterminador.
Guevara vuole superare la barriera storica tra gli eroi e l’umanità comune, calando i primi nella quotidianità ed elevando la gente semplice a quella dignità che si è conquistata con la dedizione oscura. Senza considerare questo aspetto, che pure è fortemente presente nelle sue memorie di combattente, a Cuba e in Bolivia, si rischia di fraintendere e banalizzare la sua personalità, accettando lo stereotipo proposto fin dagli anni Sessanta.
Viviamo in tempi difficili, forse oscuri, certamente complessi. A vent’anni dal tragico epilogo della vita del Che nella gola boliviana del Yuro, non ha senso assumere posizioni saccentemente liquidatorie verso un’esperienza così ricca sul piano umano e politico, anche perché ha sempre teso a evitare ogni divaricazione tra politica e umanità. Così come, all’opposto, sarebbe sterile e controproducente riproporre acriticamente il suo pensiero e la sua pratica di lotta, con una triste mentalità da ex-combattenti e reduci negli anni Sessanta. Verso Guevara è indispensabile esercitare, come condizione preliminare, quell’«arte del rispetto», «difficile, come nota viva / di una corda in tensione», di cui parlava il poeta cubano Cintio Vitier, in uno degli omaggi poetici più intensi provocato dalla notizia della morte del Che.
Ho cercato, attraverso l’individuazione di alcuni nodi fondamentali del suo pensiero, di mettere in luce con insistenza la tensione tra gli aspetti contraddittori che continuamente lo percorrono, seguendo un movimento consapevolmente pendolare. Proprio a partire dalle risposte complesse che egli diede alle sollecitazioni di un’epoca, da lui vissuta in maniera breve e folgorante, è forse possibile oggi cominciare a ricostruire, con fatica e pazienza, un discorso che guardi al futuro nostro e dell’America latina, senza rimpianti, senza illusioni.
Antonio Melis
(Tratto da: Antonio Melis, La felice inattualità di Guevara, in «Latinoamerica», Anno VIII, n. 27-28, luglio-dicembre 1987).
Inserito il 31/05/2026.
Ernesto “Che” Guevara (1928-1967).
Autore della foto: Alberto “Korda” Gutierrez.
Fonte della foto: https://it.wikipedia.org/wiki/Che_Guevara#/media/File:CheHigh.jpg
Dal sito «resistenze.org»
di Carlos L. Garrido e Edward Liger Smith
«Il Che riteneva che una componente necessaria nella costruzione di una società socialista fosse la creazione di un “uomo nuovo socialista”, libero dai tratti egoistici e individualistici comuni agli individui che vivono all’interno dei rapporti di produzione capitalistici. Per il Che, ogni rivoluzionario dovrebbe sforzarsi di incarnare il nuovo uomo socialista nelle sue azioni, essendo onesto, laborioso, studioso e disposto a lavorare per il bene della società collettiva».
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«Pionieri del comunismo: sforzatevi di essere come il Che»
di Carlos L. Garrido e Edward Liger Smith
Il filosofo francese Jean-Paul Sartre definì Ernesto ‘Che’ Guevara “l’essere umano più completo della nostra epoca”. Oggi, a 96 anni dalla sua nascita, è ancora difficile trovare un esempio migliore di essere umano socialista. Basta ricordare le sue indimenticabili ultime parole: “Spara, codardo! Ucciderai solo un uomo!”. Il Che era per Fidel Castro “il più straordinario dei compagni rivoluzionari”; un uomo dal carattere contagioso che elevava intimamente coloro che lo circondavano, pronti a emulare le sue virtù rivoluzionarie di “altruismo”, “disinteresse” e “immediata disponibilità” nel “portare a termine le missioni più difficili” per la lotta socialista. Sebbene dotato di un coraggio erculeo e di un atteggiamento spartano di fronte alle difficoltà, nel discorso che Fidel pronuncia in memoria del Che emerge che è: “Nel campo delle idee, nel campo dei sentimenti, nel campo delle virtù rivoluzionarie, nel campo dell’intelligenza, a parte le sue abilità militari, dove sentiamo la tremenda perdita che la sua morte ha significato per il movimento rivoluzionario”.
Gli ideologi borghesi che fungono da portavoce teorico e retorico della classe dominante capitalista ammassano rifiuti sulla reputazione di qualsiasi figura storica che avanza con successo nella lotta per il socialismo, e Che Guevara non fa eccezione. Come aveva già notato eloquentemente in un discorso del 1961 a Santa Clara, “è la natura dell’imperialismo che abbruttisce gli uomini, trasformandoli in bestie selvagge assetate di sangue disposte a decapitare, a uccidere, a distruggere l’ultima immagine di un rivoluzionario, di un partigiano, di un governo caduto sotto il suo stivale o che lotta ancora per la libertà”. Tuttavia, il modo in cui il Che condusse la sua vita, lo rese estremamente difficile da criticare per i media imperialisti borghesi. Come si può, dopo tutto, criticare qualcuno che è caduto difendendo “la causa dei poveri e degli umili di questa terra” e che, come ha notato Fidel, lo ha fatto in un modo così “esemplare e disinteressato” che “nemmeno i suoi più acerrimi nemici osano contestare”?
Il Che riteneva che una componente necessaria nella costruzione di una società socialista fosse la creazione di un “uomo nuovo socialista”, libero dai tratti egoistici e individualistici comuni agli individui che vivono all’interno dei rapporti di produzione capitalistici. Per il Che, ogni rivoluzionario dovrebbe sforzarsi di incarnare il nuovo uomo socialista nelle sue azioni, essendo onesto, laborioso, studioso e disposto a lavorare per il bene della società collettiva. Questo segna una transizione radicale dalla nozione capitalista di crescita incentrata sull’accumulo di capitale e di beni da parte dell’individuo, a una nozione socialista di crescita incentrata sulla prosperità umana, dove l’essere umano è espressione dell’insieme di relazioni in cui è inserito, dialetticamente interconnesso al sociale.
Come il Che disse all’Unione dei Giovani Comunisti (UJC) in un discorso del 1962, “il giovane comunista deve sforzarsi di essere il primo in tutto… di essere l’esempio vivente e lo specchio attraverso il quale i nostri compagni che non appartengono ai giovani comunisti vedono se stessi”. Questo significa che i giovani comunisti devono “essere essenzialmente umani. Per essere umani occorre tendere sempre di più a perfezionare le migliori qualità dell’essere umano. Purificare i migliori attributi dell’uomo attraverso il lavoro, gli studi e l’esercizio di una continua solidarietà con il nostro popolo e con tutti i popoli del mondo. Sviluppare al massimo la propria sensibilità, al punto da provare angoscia quando un uomo viene assassinato in un altro angolo del mondo, ed entusiasmo quando in qualche angolo del mondo viene innalzata una nuova bandiera di libertà”. Il Che stesso divenne sempre più disciplinato con l’avanzare dell’età e rappresenta un esempio lampante della virtù etica socialista che sperava avrebbe formato le successive generazioni di comunisti cubani. Dalla sua morte, generazioni di giovani cubani si sono impegnati nel processo di costruzione del nuovo essere umano socialista attraverso la massima: “pionieri del comunismo; saremo come il Che”.
Per il Che, la transizione al socialismo non poteva ridursi solo a cambiamenti nell’economia politica, ma era necessaria una trasformazione fondamentale dell’essere umano attraverso lo sviluppo della cultura socialista. Come nota Michael Löwy, il Che aveva “la convinzione che il socialismo non ha senso e di conseguenza non può trionfare se non offre una civiltà, un’etica sociale, un modello di società totalmente antagonista ai valori del meschino individualismo, dell’egoismo sfrenato, della competizione [borghese], [e] della guerra di tutti contro tutti che è caratteristica della civiltà capitalista [e] di questo mondo in cui l’uomo mangia l’uomo”. Non solo era necessario elevare la vita intellettuale e culturale della massa dei lavoratori sviluppando “una coscienza in cui vi sia una nuova scala di valori”, ma questa trasformazione non doveva limitarsi alla sovrastruttura ideologico-politica; doveva anche radicarsi nelle fondamenta economiche della società attraverso ciò che egli prescriveva come la necessità di “una completa rinascita spirituale nell’atteggiamento verso il proprio lavoro”. Come osserva Vijay Prashad, “fu questo nuovo quadro morale a motivare il programma di Guevara di costruire il socialismo… se una nuova società doveva essere creata, doveva essere creata attraverso una nuova fibra morale”.
Come ogni rivoluzionario storico di successo, il Che sottolineava l’importanza della lettura e dello studio intensivo. Lo stesso Guevara era noto per aver letto incessantemente per tutto il corso della sua vita. Da ragazzo, quando giocava a calcio in Argentina, leggeva la teoria marxista mentre aspettava di giocare in panchina, soprattutto quando terribili attacchi d’asma lo allontanavano dalle partite. Mentre i guerriglieri cubani conducevano la loro lotta rivoluzionaria nella Sierra Maestra, il Che teneva lezioni di economia e filosofia marxista ai rivoluzionari che sarebbero stati incaricati di gestire la società cubana dopo la caduta del dittatore gangster Batista. Quando era in Africa, in prima linea nelle lotte anticoloniali, leggeva nientemeno che G.W. F. Hegel. In questo modo, nell’embrione del processo rivoluzionario cubano il Che aveva già piantato i semi per la creazione dell’uomo nuovo socialista e per l’elevazione della vita intellettuale e morale del popolo. Il progetto del Che in Il socialismo e l’uomo a Cuba, di “trasformare l’intera società… in una gigantesca scuola”, si stava già realizzando anche nelle circostanze straordinariamente difficili che la guerriglia comportava.
Il Che capì che l’educazione delle masse cubane aveva implicazioni molto pratiche per il successo a lungo termine della rivoluzione cubana. Quando era giovane, pensava che l’impero statunitense fosse controllato da maghi malvagi e principi oscuri che volevano dominare il mondo e non si curavano di chi massacravano per farlo. Fu dopo aver letto libri come L’imperialismo, fase suprema del capitalismo di Lenin, che il Che capì che era il capitalismo a perpetrare il violento imperialismo che vedeva intorno a sé in America Latina, e non una diabolica cabala di maghi malvagi. Fu il sistema capitalista a dettare le azioni omicide del governo americano in Guatemala, da cui il Che scampò per un pelo. Se si riuscisse a far capire questo ai popoli dell’America Latina, sarebbe molto più difficile per gli imperialisti statunitensi convincerli che è a loro vantaggio ripristinare i rapporti di produzione capitalistici – cosa che gli Stati Uniti cercano spesso di fare attraverso la propaganda e altre tecniche per fomentare le rivoluzioni colorate.
Dopo sei decenni di sanzioni denunciate a livello internazionale e di guerra ibrida contro Cuba, le mani sporche di sangue dell’impero americano non sono riuscite a rovesciare la costruzione del socialismo nel Paese. Anche nei periodi in cui la guerra degli Stati Uniti contro Cuba ha prodotto le sfide più formidabili impedendo all’isola di ottenere i materiali necessari a garantire la sussistenza del popolo cubano, la massa dei cubani ha continuato caparbiamente il processo rivoluzionario, con lo slogan del loro Titano inciso sul petto: “Chiunque cerchi di impadronirsi di Cuba raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perirà nella lotta”.
Il popolo cubano, di fronte alla battaglia contro Golia, ha compreso il proclama che il paladino della rivoluzione José Martí aveva fatto in Nuestra America: “Le barricate di idee valgono più delle barricate di pietra”, perché gli ideali rivoluzionari per i quali il socialismo cubano si batte sono infinitamente preferibili alle difficoltà che la guerra di Golia potrebbe causare. Sono in parte questi ideali rivoluzionari e l’etica radicata nella cultura e nella coscienza cubana che hanno permesso a una nazione socialista con risorse limitate di sopravvivere proprio sotto il naso dell’impero statunitense, mentre altri progetti con risorse e potenzialità materiali di gran lunga superiori hanno imboccato la strada della restaurazione capitalista, facendo sprofondare milioni di persone nella povertà e in condizioni mai viste da prima della rivoluzione d’ottobre. È in gran parte grazie all’enfasi che il Che pose nella costruzione di un uomo nuovo, di una nuova cultura e di un insieme di ideali e pratiche, che la rivoluzione cubana continua a essere un faro di speranza per i rivoluzionari di tutto il mondo e una spina nel fianco per gli imperialisti che non vorrebbero altro che saccheggiare le risorse cubane, sovrasfruttare i lavoratori cubani e usare L’Avana come la città delle vacanze immorali del passato.
Studiando l’attenzione che il Che pose sullo sviluppo del nuovo essere umano socialista e della nuova cultura socialista, ci diamo la possibilità di comprendere più concretamente il successo del socialismo cubano. Inoltre, per coloro che si trovano nei Paesi che attualmente lottano per la conquista del potere da parte delle masse lavoratrici, lo studio della vita e dell’opera del Che ci ricorda il ruolo necessario che la leadership intellettuale e morale dell’avanguardia rivoluzionaria svolge nell’affrancare i lavoratori dall’egemonia borghese sospingendoli verso il nuovo insieme di ideali, passioni, desideri e vita etica socialisti necessari per il raggiungimento di una società libera dall’alienazione, dall’oppressione, dallo sfruttamento e dalla guerra.
Carlos L. Garrido e Edward Liger Smith
(Tratto da: https://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custof17-027295.htm).
Inserito il 10/09/2024.