Da «Marx21.it»
Marco Pondrelli recensisce il volume
Thomas Fazi
Prefazione di Marcello Foa
(Guerrini e Associati, 2026, pp. 200, euro 20,00)
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Thomas Fazi
La macchina della propaganda europea
Il lato oscuro di ONG, media e università
recensione di Marco Pondrelli
Ci sono libri che dovrebbero entrare pienamente nel dibattito politico e interrogare la società nel suo complesso, ma che invece, proprio per il loro valore e per la capacità di mettere in discussione narrazioni consolidate, finiscono spesso per essere ignorati. Speriamo che questo non sia il destino del bel libro di Thomas Fazi, recentemente pubblicato da Guerrini e Associati.
Il lavoro di Fazi è diviso in tre parti e si occupa di analizzare il modo in cui l’Unione europea finanzia le ONG, il giornalismo e il mondo accademico. Emerge tuttavia con chiarezza un denominatore comune che attraversa tutte queste pagine. Negli ultimi anni le critiche alle politiche europee sono cresciute, non a causa di presunte interferenze esterne, russe o cinesi, ma per il carattere fortemente antipopolare assunto da molte politiche comunitarie. Dopo il dramma provocato dalle misure di austerità in Grecia, e non solo, molti hanno iniziato a interrogarsi sull’effettiva adeguatezza della Ue rispetto ai compiti che dovrebbe affrontare. La risposta a queste critiche non è stata un ripensamento politico, bensì un poderoso investimento nel soft power.
Se da una parte vengono delineate le magnifiche sorti e progressive dell’integrazione europea, dall’altra le critiche vengono spesso ridotte a fake news (rigorosamente in inglese). Formalmente non si limita la libertà d’espressione, ma si stabilisce ciò che può essere considerato vero o falso. Chi decide cosa sia giusto o sbagliato? È proprio qui che il lavoro di Thomas Fazi si rivela particolarmente utile.
La prima parte del libro analizza il ruolo delle ONG. Secondo l’Autore, «il presente testo sostiene che tali pratiche costituiscono una forma di “propaganda per procura”, attraverso cui la Commissione finanzia ONG e think tank affinché fungano da grancassa per la propria agenda politica» [pag. 24]. Presentate come associazioni non governative, in realtà le ONG — ovviamente non tutte — vivono spesso grazie ai finanziamenti pubblici, in un perverso gioco di ruolo nel quale la politica le sostiene economicamente per poi citarle come fonti indipendenti e autorevoli, così da rafforzare le proprie decisioni e legittimare determinate scelte.
Lo stesso discorso vale per il giornalismo. Sull’esempio dell’USAID statunitense, l’Unione europea ha investito ingenti risorse nel sostegno all’informazione. L’Autore parla di almeno «80 milioni di euro all’anno o quasi 1 miliardo di euro nell’ultimo decennio» [pag. 69]. Sono cifre che fanno riflettere e che aiutano anche a comprendere perché le nostre televisioni siano spesso popolate da giornalisti che, intervistandosi a vicenda e presentandosi una volta come esperti e un’altra come moderatori apparentemente neutrali, finiscono per ribadire una visione fortemente apologetica dell’Unione europea.
I finanziamenti europei, inoltre, non si limitano agli Stati membri. «Secondo l’ambasciatrice dell’UE in Ucraina, Katarína Mathernová, dal 2017 l’Unione ha fornito oltre 100 milioni di euro ai media indipendenti attraverso varie iniziative, contratti, sub-sovvenzioni e partner» [pag. 127]. Anche in questo caso il tema sollevato da Fazi non riguarda tanto l’esistenza di un sostegno economico all’informazione, quanto il rischio che esso possa incidere sull’autonomia del dibattito pubblico e sul pluralismo.
L’ultima parte del libro riguarda il mondo accademico e rappresenta forse la critica più significativa che viene mossa al nostro sistema democratico. Di fronte alle ONG o a un giornalismo sempre meno indipendente, le Università non sembrano svolgere quel ruolo di baluardo critico che ci si aspetterebbe. I finanziamenti vengono elargiti per creare cattedre o progetti finalizzati al sostegno delle politiche europee. In teoria non ci sarebbe nulla di male nel finanziare lo studio dell’Unione europea; il problema nasce quando tali finanziamenti vengono concessi seguendo precise linee politiche e culturali.
Questa stortura viene illustrata molto bene da Fazi che, attraverso un lavoro certosino, esamina i numerosi finanziamenti garantiti dal programma Jean Monnet, lanciato dalla Commissione europea nel 1989. Il rischio, secondo l’Autore, è che il lavoro accademico finisca per non potersi più separare dall’agenda politica decisa a Bruxelles, trasformando docenti e ricercatori non in studiosi autonomi, ma in promotori di una visione già definita.
Ovviamente nessuno sostiene che non debbano esistere finanziamenti pubblici per i think tank, per le ONG, per l’informazione o per il mondo accademico. Ciò che viene contestato è piuttosto il fatto che, in un dibattito politico, il decisore pubblico possa sostenere la propria parte attraverso strumenti economici che inevitabilmente incidono sulla formazione del consenso. Come scrive l’Autore in conclusione, «superare definitivamente l’attuale modello di integrazione non significa rinunciare all’idea di Europa. Significa restituirla alla politica» [pag. 193].
Perché idee differenti non dovrebbero avere pari dignità nel confronto pubblico? Come scrive Gabriele Guzzi, sarebbe importante aprire finalmente un dibattito sui fallimenti europei di questi anni. Gli stessi leader europei dovrebbero comprendere che il tentativo di schiacciare o delegittimare le posizioni critiche verso l’Unione europea rischia di produrre l’effetto opposto, rendendole, alla lunga, ancora più forti.
23 maggio 2026
Marco Pondrelli
(Tratto da: https://www.marx21.it/cultura/la-macchina-della-propaganda-europea-il-lato-oscuro-di-ong-media-e-universita-thomas-fazi/).
Da «La Fionda»
Piero Bevilacqua recensisce il volume
Frances Stonor Saunders
Prefazione di Giovanni Fasanella
(Fazi Editore, 2026, pp. 696, euro 22,00)
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Frances Stonor Saunders
La guerra fredda culturale
Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo
recensione di Piero Bevilacqua
Chiunque abbia seguito, con non superficiale attenzione, le vicende che hanno fatto epoca nel secondo Novecento, vale a dire la trasformazione dell’Europa nell’Occidente euroamericano, non può non guardare all’imponente volume La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo, prefazione di G. Fasanella, traduzione di S. Calzavarini (Fazi, 2026, pp. 617, € 22), grandiosa impresa storiografica della giornalista britannica Frances Stonor Saunders, come al libro più tacitamente atteso per fare nuova luce su quella vicenda. Per completare il quadro generale dei processi e delle vicende che hanno cambiato la natura culturale, politica e psicologica del nostro continente.
Tale dichiarazione sarà meglio compresa dal lettore se si ricorda che la storia degli Stati Uniti nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale ha ricevuto, in questo primo scorcio di millennio, due poderosi e clamorosi disvelamenti: la vasta ricerca di William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (il cui titolo originale è Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions), Fazi, 2003, un testo di ben 886 pagine; e la ricerca di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Einaudi, 2021.
Si tratta di due ricerche – che fanno onore al giornalismo americano e che a tutti gli effetti vanno qualificate come opere storiche – le quali, insieme ad altri saggi meno noti che qui non è possibile ricordare, hanno aperto la via alla comprensione della storia profonda degli USA negli ultimi ottant’anni. Perché questo Paese, forse caso unico nella storia contemporanea, possiede un doppio Stato e quindi una doppia storia: lo Stato delle relazioni ufficiali, lo Stato liberal-democratico, quello che si mostra al mondo, all’apparenza rispettoso (almeno fino a qualche anno fa) del diritto internazionale, e al tempo stesso lo Stato segreto, quello che organizza colpi di Stato in altri paesi, pianifica assassini di politici non graditi, tiranneggia le economie di chi non si piega al Washington Consensus, muove guerre arbitrarie contro chi, per interessi economici e geopolitici, viene classificato come nemico.
Nell’opera della Saunders viene ora disvelato in forma sistematica un altro ambito di intervento, quello della cultura, della teoria, delle ideologie politiche, per neutralizzare il marxismo e le culture comuniste considerate dominanti tra le élites europee. Così, insieme al Piano Marshall, che nel dopoguerra apre un mercato sterminato alla fiorente industria americana, grazie alla collocazione di basi militari nei territori nazionali, tramite l’intromissione nella vita politica ed elettorale dei vari paesi (come accadde a partire dal 1948 in Italia), si viene realizzando un progetto di completo assoggettamento del Vecchio Continente. Col controllo sulla cultura si inaugura un capitolo assolutamente inedito di dominio coloniale. Nulla di simile si era mai visto nel corso dell’era volgare. Un continente relativamente giovane, un multiforme aggregato di immigrati, ne conquista un altro di antichissima civiltà. Senonché, a differenza di quanto avvenne nel mondo antico, non si verificò il fenomeno sintetizzato dal verso di Orazio: Graecia capta ferum victorem cepit. I selvaggi americani che ci invasero non furono conquistati dalla nostra cultura, ma ci imposero la loro. L’americanismo è diventato, infatti, la cultura dell’Europa.
Il libro della Saunders, pubblicato per la verità nel Regno Unito prima dei due testi appena citati, nel 1999, e l’anno seguente negli USA, e che vede la luce in traduzione italiana in questo 2026, disvela dunque un altro fondamentale aspetto della storia segreta d’America: l’opera di conquista culturale dell’intellettualità europea a una visione americana del mondo attraverso una gigantesca, sistematica, capillare operazione della CIA.
Il centro della vicenda, che consente all’autrice di ordinare lo sterminato materiale documentario in un coerente quanto affascinante percorso narrativo, è la fondazione del Congress for Cultural Freedom (CCF), Associazione per la Libertà della Cultura, finanziata ufficialmente da numerose fondazioni, tra cui la Ford e la Fairfield, ma essenzialmente dalla CIA, che ne era l’ente promotore. Essa nacque a Berlino nel 1950 e venne soppressa nel 1967, quando si scoprì, con clamore, che il Congress era una creatura della CIA.
Al culmine della sua influenza, l’organizzazione spionistica contava uffici in 35 paesi, stipendiava decine di persone, pubblicava più di venti riviste di prestigio, organizzava esposizioni d’arte, conferenze internazionali di alto livello, concerti, mostre, ricompensava artisti, musicisti e letterati con premi e riconoscimenti. E aveva un raggio d’influenza a scala mondiale, operando però soprattutto in Europa, grazie all’attività, più o meno consapevole e diretta, di scrittori, artisti, filosofi, giornalisti e cineasti che per quasi vent’anni lavorarono a creare l’immaginario culturale filoatlantico degli europei. Come scrive l’autrice nell’introduzione: «La sua missione consisteva nel distogliere l’intellighenzia europea dal fascino duraturo di marxismo e comunismo, in favore di una visione del mondo che si accordasse meglio con l’American way».
Le riviste finanziate più prestigiose e attive furono «Der Monat» in Germania, «Preuves» in Francia, «Tempo Presente» in Italia ed «Encounter» in Gran Bretagna, per limitarci alle più note. E di non minore prestigio erano circondati i nomi delle figure intellettuali e artistiche coinvolte, a vario titolo, cui si può solo accennare: da Igor Stravinskij e Sergej Prokof’ev a uomini di cultura liberali, democratici, di sinistra non marxista, come Bertrand Russell, John Dewey, Karl Jaspers, Benedetto Croce, ma anche tanti ex comunisti o uomini della sinistra radicale delusi, come Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Guido Piovene, Altiero Spinelli, Carlo Levi, Italo Calvino, Vasco Pratolini, Raymond Aron e Arthur Koestler.
Alcuni sapevano, altri sospettavano. «Altri ancora, probabilmente, ne erano ignari. In ogni caso, tutti erano fortemente motivati dal fine». Per la verità, Calvino e Pratolini – molto probabilmente all’oscuro di tutto – compaiono nel testo solo per la loro collaborazione a «Tempo Presente», diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, fra i più attivi e più direttamente coinvolti nell’opera della CIA in Italia. Non è ovviamente facile, in questa complessa storia, che l’autrice ricostruisce con superba maestria e accurato equilibrio, stabilire il grado di informazione che tutti i diversi protagonisti possedevano del disegno occulto da cui tutto discendeva. Del resto, non si tratta di portare a processo degli imputati. Ma non si può non convenire con la conclusione d’insieme della Saunders: «Piacesse loro o no, ne fossero o meno al corrente, pochi furono gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli storici, gli scienziati e i critici dell’Europa del dopoguerra a non essere collegati, in un modo o nell’altro, a questa impresa segreta.»
Gli agenti promotori e sostenitori della vasta e sempre più fitta rete furono, agli inizi, alcuni agenti della CIA che avevano già partecipato a operazioni di intelligence nel corso della guerra, come Michael Josselson o Frank Lindsay, anch’egli veterano dell’OSS, che tra il 1949 e il 1951 avrebbe organizzato in Europa la rete di stay behind, denominata Gladio. Ma c’erano anche nuovi adepti come Nicolas Nabokov, un russo bianco che era vissuto a Berlino prima di emigrare negli USA, che la Saunders presenta così: «Alto, bello, espansivo, che coltivava amicizie (e mogli) con estrema facilità ed eleganza». E non meno attivi e influenti furono personaggi di grande prestigio, come lo scrittore anglo-ungherese ed ex comunista Arthur Koestler – che tuttavia si scontrò spesso con la CIA – o come l’influente storico americano Arthur Schlesinger, i quali impressero sul Congress l’indirizzo desiderato dalla CIA.
Ma se questi erano alcuni delle figure apicali, vasto era il “consorzio” dell’élite che operava sul campo, che promuoveva incontri, organizzava mostre, attivava salotti, realizzava opera di persuasione attraverso il lavoro molecolare delle relazioni personali: la massa ricca e potente di imprenditori, avvocati, diplomatici, esponenti politici, giornalisti, sindacalisti, magnati della stampa. In una parola, «l’élite che decideva la politica estera statunitense e le linee della legislazione interna».
Il lettore avrà capito che siamo di fronte a un libro che costituisce un’arditissima sfida storiografica e intellettuale, resa possibile da un lungo e imponente lavoro di ricerca. Chi conosce l’avvincente fatica dell’indagine storica non può non identificarsi, anche sentimentalmente, con le parole dell’autrice: «Per scrivere questo libro mi sono trasformata per un lungo periodo in una nomade, trascinando i miei malridotti bagagli e le mie carte in innumerevoli luoghi». È vero che la legge americana sulla libertà d’informazione, il Freedom of Information Act, ha messo a disposizione degli studiosi le carte desecretate dell’FBI. Ma i documenti della CIA sono rimasti quasi inaccessibili: «La mia prima richiesta, risalente al 1992, deve avere ancora risposta».
Per costruire l’imponente affresco di storia culturale, politica e psicologica, per farci entrare in questo oceanico salotto e osservare da vicino l’opera con cui una rete di ardenti crociati ha contribuito a cambiare non solo l’ideologia e la posizione politica di migliaia di intellettuali, ma anche il modo di pensare degli europei, la Saunders deve aver peregrinato anche per archivi privati e compulsato una massa sterminata di fonti. Già basterebbe questo per renderlo un libro a suo modo unico e fondamentale.
Intanto, grazie a un accurato indice analitico a corredo del volume, è possibile soddisfare le più varie curiosità: per esempio, sapere che cosa pensava di Stalin Bertolt Brecht o i maggiorenti americani; le opinioni del generale Marshall, quello del Piano, sul destino dell’Europa o di Truman sul comunismo; senza considerare le voci dei grandi nomi della letteratura e dell’arte del tempo, da Steinbeck a Eliot, da Virginia Woolf a George Orwell. Molto spesso è come entrare nel salotto di casa di questi personaggi.
Una curiosità non superficiale, perché a volte ci si imbatte in informazioni inquietanti, per quanto talora relativamente note, come l’attività spionistica di uno scrittore di rango qual era Ignazio Silone, ex comunista diventato collaboratore dell’OVRA sotto il fascismo per proteggere il fratello, ma che diventa agente della CIA nel dopoguerra, così come un altro nome importante della cultura italiana, Nicola Chiaromonte.
A proposito del quale val la pena qui riportare il frammento di una lettera del 4 ottobre 1957 a lui inviata da M. Lasky, direttore di «Encounter», in quanto condirettore di «Tempo Presente», in cui è possibile osservare come collaboravano le riviste europee finanziate dallo spionaggio americano:
«Caro Nicola, ti accludo quello che considero uno straordinario e freschissimo pezzo di John Wain. Naturalmente non si può pubblicare così com’è, ma credo che si possa farne un articolo di dibattito, citandolo comunque nel modo più esteso possibile. Mi pare particolarmente importante per l’Italia, dove i vari Moravia, Piovene ecc. continuano a fare ogni tipo di inchino ai sovietici.»
Ma anche l’appendice di documenti, a conclusione del volume, non è meno ricca di interesse. A leggerla, per esempio, stupisce non poco scoprire i dati sui fondi erogati dalla CIA al Festival di Spoleto nell’anno 1959-60.
Ma il libro è tutt’altro che un repertorio di curiosità, benché in parte rimanga anche tale: un testo di studio a cui attingere ogni volta che ci si occupa della storia di quegli anni. Esso si legge tuttavia come un grande, avventuroso romanzo politico a scala mondiale, dalla prima all’ultima pagina, grazie alle non comuni doti narrative dell’autrice, alla sua capacità di estrarre dall’immane raccolta delle sue fonti le notizie più serie e ricche d’interesse storico e culturale.
Ma sarebbe ancora superficiale e ingiusto limitarsi a questo. La Saunders ricostruisce questa oscura, sommersa ma fondamentale pagina di storia dell’età contemporanea, questa «battaglia per la conquista delle menti umane», condotta dalle élites americane nel Vecchio Continente, mantenendo una posizione di nitida onestà e di grande equilibrio politico. E questo ne fa la sua inscalfibile serietà e fondatezza scientifica.
Infatti ella non può non porsi il problema della sincerità e della legittimità di tutta l’operazione condotta dagli USA e dunque rammentare che, in quegli stessi anni, «la CIA fu l’organizzazione che orchestrò il rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq, nel 1953, l’abbattimento del governo di Árbenz in Guatemala, nel 1954, la disastrosa operazione della Baia dei Porci nel 1961, l’infausto programma Phoenix in Vietnam. Teneva sotto controllo decine di migliaia di cittadini statunitensi, attaccava dirigenti democraticamente eletti di altri paesi, pianificava assassini nello stesso tempo in cui, davanti al Congresso, negava di svolgere queste attività».
E quindi la domanda a cui non si sottrae è: «Che tipo di libertà si può promuovere da tale inganno?».
Al tempo stesso, però, la sua onestà politica le impedisce di tacere sulla realtà del «Nemico» contro cui le élites americane e poi europee combattevano:
«Certo, nessun tipo di libertà era presente nei programmi politici dell’Unione Sovietica, dove gli scrittori e gli intellettuali che non erano stati inviati nei gulag erano stati messi a servire gli interessi dello Stato».
E brillantemente la Saunders scolpisce la sua posizione di superiore equilibrio politico con una frase programmatica di Tzvetan Todorov:
«Svelare la verità per amore della verità stessa».
Ora, non c’è dubbio che l’anticomunismo delle élites americane avesse delle basi di fondatezza e legittimità politica. Non solo la violenza della dittatura staliniana, ma anche il controllo oppressivo delle burocrazie sovietiche postbelliche avevano progressivamente danneggiato l’immagine gloriosa che l’URSS si era guadagnata con il suo antifascismo negli anni ’30 e soprattutto con la vittoria sulla Germania nazista. Errori politici della dirigenza sovietica, repressione del dissenso interno, alcuni episodi di intervento militare brutale, come la repressione dei moti ungheresi nel 1956, spinsero anche spontaneamente molti intellettuali europei a rivedere le loro precedenti posizioni filosovietiche e il loro comunismo.
L’opera della CIA fu dunque potentemente favorita, almeno sino alla rivoluzione di Cuba e alle prime rivelazioni sulle operazioni della CIA apparse sul «New York Times», dall’appannarsi del comunismo come progetto di società egualitaria a cui tendere e per cui mobilitarsi. Questo aspetto spiega anche il successo in Italia del lavoro spionistico presso gli ambienti intellettuali di sinistra. L’irrisolto problema delle libertà individuali nella società sovietica metteva in ombra i valori della giustizia sociale che il comunismo prometteva e di fatto anche realizzava.
Proprio in Italia, paese fondamentale per i disegni espansionistici di Washington, le aggregazioni revisioniste ebbero un particolare rilievo, a cui occorrerebbe dare un peso maggiore nella ricostruzione della nostra storia recente. Come ricorda opportunamente Giovanni Fasanella, nella sua prefazione:
«L’esistenza di un partito amerikano di sinistra è una chiave importante per decifrare molti aspetti del nostro recente passato (e anche del nostro presente), di cui però non si trova alcun riscontro nelle ricostruzioni giornalistiche e storiografiche italiane».
Quel che probabilmente l’opera persuasoria e condizionante della CIA riuscì a conseguire, incontrandosi anche con tendenze culturali già attive nella cultura italiana ed europea, fu la mutilazione degli aspetti più profondi e radicali della teorizzazione marxista. Quella capacità di cogliere, sotto la superficie dei fenomeni, l’origine sopraffattoria degli interessi della classe dominante, di scorgere, sotto lo scorrere degli eventi, la trama della lotta e soprattutto il calcolo e la spinta originaria, e spesso occulta, del capitale.
Privilegiando gli obiettivi delle libertà individuali, i revisionisti, che fossero o meno al soldo della CIA poco importa, abbassavano l’orizzonte della visione storica generale di cui il pensiero di Marx era portatore e, al tempo stesso, depotenziavano progressivamente il carattere conflittuale dell’analisi sociale, quale scienza della lotta di classe. Il pensiero rivoluzionario, che non metteva necessariamente capo a una concezione insurrezionale della lotta politica, ma era teoria sottratta all’egemonia capitalistica, si annacquava in un generico progressismo, nella confortante visione di un procedere quasi spontaneo della storia verso assetti sempre più giusti e avanzati di società.
Ma se è vero che, per degli Stati liberali, l’anticomunismo aveva le sue solide ragioni nelle questioni politiche e ideali, nell’assetto e nelle strategie dell’URSS, non ci si può certo limitare a questa pura constatazione. Intanto, l’anticomunismo non nasceva in quegli anni. La lotta a quel movimento rivoluzionario da parte degli USA e soprattutto delle potenze europee si avvia nel 1918, quando l’Occidente coalizzato tentò di uccidere in fasce il primo Stato operaio della storia.
L’intervento «a sostegno dei Bianchi», cioè degli eserciti zaristi in rivolta sanguinosa contro il potere dei Soviet, e il blocco continentale con cui si cercò di affamare la popolazione russa – ricorda ora Luciano Canfora con ricchezza di particolari – «non fu un semplice episodio: episodio che la storiografia occidentale tende a minimizzare» (Comunismo. Un’altra storia, Feltrinelli, 2026).
Sin da quando nasce, l’Unione Sovietica è considerata dalle potenze dell’Occidente come una malattia contagiosa da estirpare. E tale ostilità politica, culturale e militare, che circonderà il primo Stato socialista della storia, non sarà senza conseguenze sulla natura stessa del suo regime, sul suo autodisciplinamento poliziesco.
Come ha ricordato di recente Paolo Favilli, sin da allora lo Stato sovietico ha vissuto la propria storia entro «una sindrome di accerchiamento», che non aveva nulla di ideologico, ma era fondata su minacce reali e potenti da parte dell’intero mondo capitalistico (Siamo su un vulcano. La Russia, il romanzo, la rivoluzione. Prefazione di P. Bevilacqua, Donzelli, 2026).
Tale sindrome, accresciuta dal pregiudizio e dall’odio antirusso, che ha varie altre origini e su cui ora fiorisce tanta letteratura, viene spezzata momentaneamente grazie all’alleanza antifascista negli anni della Seconda guerra mondiale. Ma si tratta di una breve pausa, non certo interrotta dai sovietici. Come ben sappiamo, Stalin e i dirigenti dell’URSS avrebbero voluto continuare quell’alleanza.
Ha rivelato Eric J. Hobsbawm:
«I sovietici ritenevano che, sia a livello internazionale che all’interno di ogni paese, la politica del dopoguerra dovesse svolgersi entro i confini dell’alleanza antifascista con tutte le forze politiche. Essi si auguravano una coesistenza di lunga durata, o piuttosto una simbiosi di sistemi capitalista e comunista (…). Questo scenario ottimistico scomparve ben presto per lasciare il posto alla notte della guerra fredda.» (Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, 1995).
E quella lunga notte viene inaugurata consapevolmente dagli ex alleati, per un mutato atteggiamento di parte del gruppo dirigente USA dopo la morte di Roosevelt, oltre che dei britannici, e si avvia con alcuni episodi. Ad esempio, con l’allarmato telegramma che George Kennan, incaricato d’affari americano all’ambasciata di Mosca, uno dei protagonisti del Congress, invia a Washington il 22 febbraio 1946. In esso riferisce su un discorso di Stalin, tenuto al Bol’šoj tredici giorni prima, nel quale il capo sovietico avrebbe minacciato l’espansione dell’URSS sino al Mediterraneo (Giovanni Buccianti, Ucraina: una storia tormentata. Alle origini di una guerra inevitabile, in F. Cardini, F. Mini, M. Montesano (a cura di), Ucraina 2022. La storia in pericolo, La Vela, 2022). Una vecchia e pacchiana propaganda, già allora.
Ma non meno peso ebbe, in quel 1946, Churchill, il più accanito degli anticomunisti, che «lancia dall’Università di Fulton, negli Stati Uniti, la “guerra fredda” il 5 marzo 1946» (Canfora, Comunismo, cit.). Era ormai un processo evidente e la Saunders riporta un lungo e lucido brano di Arthur Miller, in cui si può leggere:
«Certamente i quattro anni della nostra alleanza militare contro le potenze dell’Asse avevano rappresentato soltanto una tregua rispetto a un’ostilità di lunga durata che era iniziata nel 1917 con la Rivoluzione e che era stata immediatamente ripresa dopo la distruzione delle armate di Hitler.»
Che la nascita della guerra fredda fosse non solo un’iniziativa angloamericana, ma una continuazione della guerra al comunismo iniziata all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, è un fatto storicamente accertato, anche se non accettato e soprattutto nascosto. La Russia, che aveva scelto con Stalin la strada obbligata del socialismo in un solo paese, non poteva avere velleità espansionistiche e rispettava la divisione del mondo in zone d’influenza stabilita a Yalta nel 1945. Ma l’aspetto meno considerato di tale impossibilità sono le condizioni in cui si trovava l’URSS dopo la guerra.
Qui affidiamo alla letteratura le parole più veritiere e illuminanti:
«Al termine della guerra le città non si chiamano più “città”, ma “concentrazioni di popolazione”» e le famiglie vivono «tra casermoni e baraccamenti… Venti milioni di russi sono morti in guerra, ma altri venti milioni affrontano il dopoguerra senza un tetto. La maggior parte dei bambini non ha più padre, la maggior parte degli uomini ancora vivi è invalida. A ogni angolo di strada si incrociano persone che hanno perso un braccio, o una gamba, o entrambe le gambe» (Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi, 2013).
Ebbene, contro questo paese martoriato, che aveva salvato l’Europa dall’incubo peggiore della sua storia, che aveva sostenuto il peso più grande di una guerra devastante e al quale gli USA negarono, alla conferenza di Potsdam, i risarcimenti di guerra dovuti dalla Germania, si scatenò negli USA e presso le élites britanniche un odio furioso che si traduceva in minacce aperte di annientamento atomico.
A partire dal 1946 gli USA presero a far esplodere ordigni nucleari sempre più potenti nei deserti del Nevada o nelle isole Marshall, prima di passare agli atolli del Pacifico, accompagnandoli con campagne d’intimidazione antisovietiche. Persino intellettuali insospettabili furono toccati da questa febbre ideologica montata dalla propaganda USA. Ricorda a proposito la Saunders:
«Bertrand Russell aveva stupito i suoi ammiratori quando, nel 1948, in un discorso tenuto nel salone principale di una Westminster School danneggiata dai bombardamenti, aveva suggerito di minacciare Stalin con la bomba atomica.»
L’URSS sventò probabilmente la propria distruzione riuscendo a costruire, con immani sacrifici, la propria bomba atomica nel 1949, alimentando così l’universale follia della corsa agli armamenti nucleari.
Questa follia appare in tutta la sua tragica portata alla luce delle menzogne elaborate dagli uomini del tempo, che oggi la ricerca storica riesce a mettere sempre più in luce. La battaglia montata contro l’URSS non era certo una battaglia di libertà, come veniva presentata, ma era contro ciò che il pensiero comunista costituiva e promuoveva, contro una libertà molto più radicale e completa.
Ci sono poche parole illuminanti come quelle che Harry Truman, presidente degli USA, espresse nell’aprile del 1949, in una conversazione riservata tra i vertici politico-militari americani e i ministri degli Esteri dei paesi dell’Alleanza Atlantica, che nasceva in quell’anno:
«Vorrei sottolineare che la minaccia sovietica non è soltanto militare, è la minaccia del comunismo in quanto idea, in quanto forza sociale dinamica ed egualitaria che si nutre degli squilibri economici e sociali del mondo, a costituire un problema-base per l’Occidente; sebbene infatti trovi forza significativa nella potenza sovietica, nel lungo periodo è l’idea in sé a costituire una minaccia ancor più insidiosa» (La strategia segreta della NATO, in «Limes», 2019, n. 12).
E ancora una volta il giornalismo americano completa il quadro del colossale inganno con cui le classi dirigenti USA trascinarono il loro paese e il mondo intero nel clima e nelle pratiche della guerra fredda, a dispetto della realtà delle cose e soprattutto delle condizioni di benessere e sicurezza di cui godevano gli Stati Uniti: la più grande potenza economica e militare del mondo, resa sicura ai suoi confini da due oceani, che in quegli anni godeva di una prosperità senza precedenti.
C’è un libro che rivela l’assurdo e l’ingiusto di quelle scelte: quello del giornalista Bill Bryson, Vestivamo da Superman (2006), TEA, 2023, il quale racconta l’infanzia dell’autore negli anni Cinquanta a Des Moines, Iowa, città di provincia dell’America profonda. È Bryson stesso a trasmetterci lo stupore di un ragazzino che scopre, di anno in anno, l’incredibile opulenza che si riversa in quella sperduta provincia, in varietà e abbondanza di cibo, vestiti, divertimenti, automobili, cinema e TV.
Eppure, su tanta prosperità, che era quella, in quel momento, della società forse più ricca della storia umana, incombeva un assurdo clima di minaccia e pericolo grottescamente inventato. I missili dei russi sarebbero potuti precipitare sulla testa dei cittadini da un momento all’altro. La guerra atomica agitata dai dirigenti USA era diventata un formidabile strumento quotidiano di intimidazione e controllo sociale all’interno del paese. E i cittadini americani venivano plasmati fin da piccoli da tale clima:
«Una volta al mese – ricorda Bryson – a scuola avevamo l’esercitazione di difesa civile. Partiva una strana sirena speciale e incalzante a indicare che non si trattava di un’esercitazione antincendio o antitornado, bensì di un attacco nucleare degli agenti del comunismo e tutti scattavano dalle loro sedie e si rifugiavano sotto i banchi con le mani giunte sulla nuca, nella posizione di attacco nucleare.»
Comprendiamo così le lontane ragioni dello spettacolo grottesco a cui assistiamo da mesi in Europa: le colonizzate élites europee si affannano oggi a ripetere, in forma di farsa, la storia che i colonizzatori americani hanno già scritto nelle fattezze di un dramma propagandistico.
26 giugno 2026
Piero Bevilacqua
(Tratto da: https://www.lafionda.org/2026/06/26/la-guerra-fredda-culturale/).
Invito alla lettura
Michele Arena
(Il Margine, Trento, 2025, pp. 176, 16,50 euro)
Quante volte questa frase viene detta a scuola da insegnanti e educatori? «Insegnare è un lavoro meraviglioso, ma dipende dalla classe», «La scuola senza voti è una bella idea, ma dipende dalla classe».
Questo libro (di cui riproduciamo qualche pagina) parla di classe come spazio fisico, e di classe sociale. Perché se dipende davvero dalla classe, allora dobbiamo capire che senso diamo a questo termine.
Michele Arena – con dati alla mano e una scrittura brillante, che alterna analisi sociale, storie personali, citazioni da film e serie TV – scatta la fotografia di una scuola a due velocità differenti: quella di chi possiede capitale sociale e culturale e padroneggia i codici del gruppo dominante, e quella di chi non ha i genitori giusti, la lingua giusta, il modo giusto di stare al mondo. Una scuola in cui la classe sociale di provenienza può decidere molto più di quanto ci immaginiamo (o siamo disposti ad ammettere) le traiettorie di vita di studenti e studentesse. Ma se dalla classe deve dipendere, allora la classe può essere anche uno spazio di riflessione e resistenza, dove costruire nuovi paradigmi di educazione: più giusti, più etici, più democratici.
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Da Dipende dalla classe
di Michele Arena
[…]
Guardare negli occhi della scuola
Cosa significa crescere in una gara del merito truccata lo descrive Gershen Kaufman in The meaning of shame, parlando della vergogna1. La vergogna ha il potere di farci sentire difettosi come persone, di interrompere la costruzione della nostra identità e la capacità di relazionarci con gli altri.
La scuola è un campo di gioco in cui è difficile non provare vergogna o non vivere condizioni di ansia o di stress: nel 2014 una ricerca dell’OMS riportava che solo al 26% delle ragazze e al 17%2 dei ragazzi piaceva andare a scuola, ma quello che vivono gli adolescenti che si trovano in una condizione di povertà o di discriminazione è diverso, non è solo lo scontro con un ambiente giudicante e competitivo che genera stress.
La scuola riflette le discriminazioni e le disuguaglianze della società, a scuola incontri esattamente gli stessi ostacoli che incontri nella vita. Se provieni da una famiglia povera è facile che il lavoro che farai da grande ti darà un salario in continuità con quello dei tuoi genitori3, così come a scuola i voti corrisponderanno presto a un’idea di stipendio che misurerà il tuo valore, e quel valore lì ti accompagnerà per il resto della vita e influenzerà le tue scelte future e il livello e la quantità di opportunità a cui potrai accedere. L’esposizione alla povertà durante l’infanzia e l’adolescenza influenza l’intero arco dell’esistenza perché, indipendentemente dalla classe sociale che verrà raggiunta, anche a distanza di tempo rimarranno in chi l’ha vissuta un modo disfunzionale di rispondere al confronto con persone di status superiore, la sensazione di non avere controllo sulla propria vita e un forte stress4.
Ecco che il rischio di crescere negoziando la propria identità all’interno di un ambiente ostile non è solo quello di prendere brutti voti in pagella: i brutti voti, così come tutta una serie di svalutazioni implicite ed esplicite, creano le condizioni per quella che Freire chiamava «l’interiorizzazione dell’ombra dell’oppressore»5, ovvero una specie di adattamento all’ingiustizia che ti porta a rinunciare, a mettere su tutta una serie di comportamenti (o rinunce) per pagare il meno possibile in termini di energie mentali e psicologiche. Diventi inconsapevolmente complice della discriminazione che stai subendo e la assecondi.
Winnicott scriveva che i neonati, guardando negli occhi il caregiver di riferimento, ricevono indietro un’immagine di sé e che questo rispecchiamento è fondamentale per la crescita e il benessere, per la costruzione di una propria identità. Un volto gentile, amorevole, accogliente, che ti risponde rimandandoti un’immagine di te rafforzata e desiderata è fondamentale per lo sviluppo di un’identità integrata. Crescendo però questa funzione di rispecchiamento non appartiene più solo ai genitori, ma anche alla società e alle forme con cui è rappresentata: i media, la cultura, l’arte, la scuola.
Alcuni adolescenti, quando guardano negli occhi della scuola, ricevono indietro un’immagine di se stessi disprezzata e svalorizzata, sentono uno sguardo giudicante e colmo di sfiducia. Nonostante Dylan possa incontrare un’insegnante amorevole e piena di passione che crede in lui, sotto la pelle sa benissimo, come sappiamo tutti oggi, che basta prendere la cartina dell’Italia per indicare quali sono le regioni con i valori più alti di dispersione scolastica e disoccupazione, e dentro le regioni, città per città, individuare i quartieri, le scuole, le famiglie dove è possibile prevedere il tasso di abbandono scolastico, la probabilità di scelta della scuola superiore, la possibilità o no di andare all’università. Dylan, guardandosi intorno, sa quali sono i suoi compagni e compagne di scuola che proseguiranno gli studi, che quando guardano negli occhi della scuola ricevono indietro un’immagine di loro stessi confermata e rafforzata.
Questi rispecchiamenti, come abbiamo visto in precedenza, sono sì individuali ma anche collettivi, hanno a che fare con i gruppi di appartenenza, con la classe sociale e il paese di provenienza, il genere, le condizioni di salute. E il rispecchiamento che ricevono gli adolescenti che provengono da contesti di povertà è diverso da quello che ricevono gli adolescenti delle classi privilegiate. Gli adolescenti sono già in grado di percepire se appartengono a una categoria prestigiosa o marginalizzata e a costruirsi di conseguenza un’autostima collettiva che andrà a sostenere e alimentare quella individuale.
Isabel, in un incontro a scuola, ha raccontato che una docente della sua classe, per sostenere l’importanza dello studio, aveva detto: «Se non studiate non potrete scegliere il lavoro che vorrete fare da grandi e finirete a fare hamburger da McDonald’s». Qualcuno dei presenti aveva riso, poi Isabel con un filo di voce e guardandosi la punta delle scarpe era intervenuta dicendo: «Mia madre lavora da McDondald’s da quando io ho sei anni e a me piace andare a trovarla dopo la scuola».
La povertà è sempre raccontata come un deficit personale e quasi mai come una condizione strutturale. Il problema non sono le condizioni lavorative e retributive di McDonald’s ma chi non riesce a fare di meglio che finirci a lavorare.
Sempre in Sex Education c’è una grandissima cura e attenzione nel permettere agli spettatori di comprendere il dolore e le storie personali di tutti i personaggi, perfino il duro e omofobo preside Groff ha la possibilità di riabilitarsi nel corso delle stagioni. Ma non la madre e il fratello di Maeve. Loro no, la loro povertà e le loro dipendenze non hanno risoluzione. Il margine raccontato da chi non lo abita è un posto fatto di colpevolezza. Ma se le persone che ami, con cui ceni la sera in famiglia, con cui passi il tuo tempo libero, quelle a cui ti senti di assomigliare, sono viste come un problema o come un fallimento della società, come ne esci? Come fai a non interiorizzare il fatto di essere un problema e non giudicare in modo negativo te stesso? Come fai a pensare di poterti sedere a un banco di scuola e avere tutte le carte in regola per farcela?
Una crepa chiamata scuola
[…] Non ho numeri a supporto di quello che sto per scrivere, ma nelle presentazioni che mi capita di fare nelle scuole del mio romanzo Tutti gli eroi che conosco6, due domande che faccio per conoscere gli studenti e le studentesse che ho davanti sono: qual è un posto a scuola in cui ti senti al sicuro? E uno dove non ti senti al sicuro?
In questi anni alla prima domanda ho ricevuto spesso risposte che mi hanno riportato alla mia adolescenza: il cortile in primavera, il retro della palestra, il corridoio durante le ricreazione, le scale dell’ingresso prima del suono della campanella, l’ultimo banco, i bagni, le macchinette del caffè e altri luoghi in cui, stando a scuola, ti capita di passare del tempo non regolamentato da nessuno. Spesso i luoghi coincidono tra gruppi che si formano dentro le classi, diventano riti che si ripetono, sono spazi della scuola a cui si sente di appartenere.
Alla seconda domanda le risposte che ho ricevuto invece sono state molto meno varie, con poche eccezioni: la lavagna, la cattedra, il primo banco, in classe davanti a tutti durante un’interrogazione.
Dopo un po’ di incontri ho notato che questo genere di risposte si ripeteva sempre uguale, allora in una classe ho chiesto perché quasi tutti rispondessero con uno spazio fisico che in quel momento dell’incontro stavo occupando io. Dopo un po’ di silenzio, Wiem ha alzato la mano e ha detto: «Perché è lì che succedono le cose che ci fanno male».
Ho sentito una sensazione di disagio, per il posto che stavo occupando e per il fatto di essere in quel momento qualcuno che per loro rappresentava un potere che, volendo, poteva far loro del male. Scriveva Henry Giroux in un testo in ricordo di Paulo Freire: «Le scuole incarnano sia l’ideologia dominante che la possibilità di resistenza e di lotta»7.
Se non prendiamo consapevolezza della questione del potere, se non facciamo chiarezza, il rischio è che la scuola faccia molto male e si presenti agli studenti e alle studentesse con questa doppia faccia, come l’Harvey Dent di Gotham City. Portando dentro di sé una dualità, un conflitto: apparentemente sembra dire a tutti gli studenti che con l’impegno e il talento potranno raggiungere l’eccellenza indipendentemente da sesso, etnia, classe sociale e religione, ma dall’altra chiarisce solo ad alcuni, con brutale limpidezza, e in tutti i modi possibili, che non è così.
Questa forma di tradimento è la rottura di un patto educativo che i ragazzi sembrano percepire in modo chiaro. L’abbandono degli studenti che guardando negli occhi della scuola non riescono a ritrovare se stessi – perché non sono rappresentati nella didattica, né visti come conformi – viene spesso etichettato come: poco impegno, disagio o un generico non essere adatti allo studio. Ma come abbiamo già detto, spesso corrisponde a una forma di sopravvivenza o di resistenza.
Il tradimento della promessa di uguaglianza può diventare la rottura di un patto educativo per certi studenti. «Quelli di colore, i figli di genitori operai, le ragazze che notano la penuria di figure femminili nella storia, o i membri di qualunque gruppo che non ha raggiunto il successo in campo socioeconomico»8.
È qui che gli adulti che abitano la scuola possono fare male, come dice Wiem. Non sono creatori di disuguaglianza ma possono esserlo, stanno in una crepa, una specie di spaccatura che vede da una parte gli studenti che entrano a scuola con meno risorse e meno strumenti dei compagni e dall’altra la società che spinge per trasformarli il prima possibile in manodopera a basso costo e con pochi diritti. Su questo, per non correre il rischio della professoressa di Isabel, è bene ribadire che non è un lavoro pratico rispetto a un lavoro intellettuale ad essere più o meno importante o degno di essere scelto, ma è la socializzazione che di quel lavoro viene fatta, come fa appunto la professoressa di Isabel in modo involontario. Lo sono le condizioni retributive e lavorative associate, lo sono quelle di sicurezza e di salute correlate e lo è, soprattutto, il fatto che poche volte possiamo parlare di scelta. I ragazzi e le ragazze di 14 anni che incontriamo come insegnanti e educatori, senza la minima consapevolezza e con la nostra complicità, «stanno scegliendo» se in futuro lavoreranno in un ufficio con l’aria condizionata o in un cantiere senza sicurezza.
È il rapporto che abbiamo con questa doppia anima della scuola il punto, quale posizione decidiamo di prendere nella crepa che abitiamo con gli studenti e studentesse, se incarnare una ideologia dominante o una possibilità di resistenza e di lotta. E noi insegnanti e educatori siamo proprio qui in mezzo. Il pericolo che corriamo, che stiamo già correndo, è di essere oppressi, e oppressori a nostra volta. Suonerà antico ma educare o insegnare vuol dire scegliere da quale parte stare, per non favorire nella parte privilegiata quella percezione di avere più diritti che gli inglesi chiamano entitlement, né, in quella che alla lotteria naturale ha avuto meno fortuna, quel senso di vergogna e di appartenenza alla parte sbagliata della società. Quella che non è in grado, che non capisce, che prende brutti voti, che viene sospesa, che è meglio se cambia scuola, che forse deve fare solo cose semplici, che è un intralcio per gli studenti più bravi. L’accesso e la creazione di materiali didattici innovativi sono certamente un passo importante verso un insegnamento efficace ma la necessità oggi è radicalizzare gli insegnanti e gli educatori, accompagnare ogni momento in classe, ogni azione educativa, con una prospettiva di «chiarezza politica»9.
Nel discorso di Obama citato in precedenza10 – discorso che suona come una predica contro la sua gente, contro quel mondo da cui dice di provenire e che accusa di utilizzare la povertà o i traumi familiari come scusa per l’insuccesso scolastico – c’è tanto di quello che Frantz Fanon chiamerebbe «razzismo interiorizzato».
Così se la scuola non crea la disuguaglianza sicuramente rischia di certificarla con voti e bocciature e di iscriverla in modo indelebile nella vita, nei corpi e nei pensieri degli studenti con umiliazioni e punizioni. Rischia di essere alleata non di quegli studenti che ne hanno più bisogno, ma della società che li discrimina.
[…]
Michele Arena
(Tratto da: M. Arena, Dipende dalla classe, Il Margine, Trento, 2025, pp. 54-63).
Note
1 KAUFMAN G. (1974), The meaning of shame: Toward a self-affirming identity, «Journal of Counseling Psychology», vol. 21, n. 6, pp. 568-574.
2 REDAZIONE (2016), Studenti. Quelli italiani sono tra i più stressati dalla scuola: per l’OMS peggio di noi solo estoni, greci e belgi, «Orizzontescuola.it», 28 marzo.
3 FUBINI F. (2018), La maestra e la camorrista. Perché in Italia resti quel che nasci, Milano, Mondadori.
4 VOLPATO C. (2023), Le radici psicologiche della disuguaglianza, Roma-Bari, Laterza.
5 FREIRE P. (2022), Pedagogia degli oppressi, Torino, Gruppo Abele.
6 ARENA M. (2023), Tutti gli eroi che conosco, Milano, Mondadori.
7 La citazione è riportata in CHOMSKY N. (2019), Dis-educazione. Perché la scuola ha bisogno del pensiero critico, Milano, Piemme.
8 LOEWEN J. (1995), Lies my teacher told me: Everything your American history textbook got wrong, New York, The New Press.
9 BARTOLOMÉ L.I. (2004), Critical pedagogy and teacher education: Radicalizing prospective teachers, «Teacher Education Quarterly», vol. 31, n. 1, pp. 97-122.
10 «Magari nella vostra famiglia qualcuno ha perso il lavoro e il denaro manca. O vivete in un quartiere poco sicuro, o avete amici che cercano di convincervi a fare cose sbagliate. Ma, alla fine dei conti, le circostanze della vostra vita – il vostro aspetto, le vostre origini, la vostra condizione economica e familiare – non sono una scusa per trascurare i compiti o avere un atteggiamento negativo. Non ci sono scuse per rispondere male al proprio insegnante, o saltare le lezioni, o smettere di andare a scuola. Non c’’è scusa per chi non ci prova» (OBAMA B., Ragazzi, volete il successo? Dovete studiare, «La Stampa», 8 settembre 2009).
Inserito il 07/06/20
L’autore
Michele Arena (n. 1977)
Figlio di due amorevoli genitori comunisti, insieme a loro frequenta Feste dell’Unità, ospedali, ufficiali giudiziari amanti degli sfratti e case popolari. Si diploma con il minimo dei voti al professionale di Firenze. Dopo 10 anni da addetto alle pulizie, un giorno legge su un manifesto «corso di formazione per operatori delle marginalità sociali». Si iscrive, inizia a lavorare in un centro diurno per minori e, improvvisamente, capisce di esserlo sempre stato, una marginalità sociale. Da 20 anni lavora come educatore, a 47 si laurea in Scienze dell’educazione con una tesi sulle dinamiche di potere legate alla classe sociale a scuola. Nel frattempo ha pubblicato due romanzi per Mondadori e fondato la scuola di scrittura no profit Porto delle Storie.
Dal sito della «Literaturnaja gazeta»
La biografia dello scrittore e politico russo Eduard Limonov ad opera dello scrittore francese Emmanuel Carrère comparve in traduzione russa nel 2013: ai russi questo libro non diceva niente di nuovo, visto che lo stesso Limonov aveva scritto tutto di sé nei propri romanzi. La vera novità era il punto d’osservazione da Occidente. La critica della «Literaturnaja gazeta» Tat’jana Šabaeva pare quindi stigmatizzare più l’editore che non l’autore stesso, a cui comunque non risparmia frecciate sul suo sguardo come dall’alto in basso sulla realtà e sulla storia sovietica e russa e sui numerosi scivoloni sul piano della ricostruzione storica.
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Vendesi Limonov
di Tat’jana Šabaeva
Doveva essere un libro su un ribelle snob che agisce secondo il proprio senso di contraddizione, la propria riluttanza a essere “come tutti gli altri”, ad amare e rifiutare le stesse cose che rispettivamente rifiutano o amano tutti gli altri. Emmanuel Carrère può dirsi soddisfatto: la biografia Limonov lo ha elevato da giornalista di secondo piano ai vertici del mercato editoriale francese. Ora sta presentando la traduzione di Limonov in Russia. «È un processo reciprocamente vantaggioso», spiega Carrère con entusiasmo. «Grazie a questo libro io ho guadagnato fama in Francia e Limonov ha ottenuto la riabilitazione. Dopo tutto, dopo aver combattuto in Jugoslavia al fianco dei serbi, i suoi amici europei gli si erano rivoltati contro ed era diventato persona non grata».
Quindi doveva essere un libro su Limonov. In realtà, dopo la pubblicazione della biografia in Russia, si è rivelato essere tre libri in uno. Il primo è proprio su Limonov. Il secondo è sui lettori francesi, il pubblico a cui Carrère intendeva rivolgersi. Il terzo riguarda i gusti e le abitudini del mercato librario russo.
«L’uomo dal cappotto nero voltò la testa. La fiamma della candela illuminò intensamente il suo volto dal basso. E riconobbi Limonov». Rullo di tamburi… Carrère introduce il suo eroe nel libro come se stesse entrando in una pièce televisiva basata su Hoffmann o Boussenard. Ci prepariamo al terrificante e al meraviglioso. Saremo ingannati nelle nostre migliori intenzioni: Carrère a suo tempo non ebbe fortuna con Limonov. Il ribelle letterato russo accettò di trascorrere due settimane con il giornalista, e durante quel periodo il francese non gli fece una sola vera intervista. Anche i tentativi di intavolare una conversazione con il nazionalbolscevico fallirono. Alla fine, Carrère si era talmente annoiato che nell’ultima intervista (descritta nel libro) gli finirono rapidamente le domande, e sperò che il suo interlocutore prendesse l’iniziativa e chiedesse di lui, Carrère. Ma Limonov non lo fece. Anche lui si annoiava.
Ma Carrère in fin dei conti ebbe fortuna. Il suo eroe era uno scrittore. E per di più – vera miniera d’oro per i biografi! – uno scrittore il cui soggetto principale era sé stesso. Carrère lesse e rielaborò con diligenza i libri di Limonov che parlavano di lui. Tutti conoscono Shakespeare per ragazzi. Ecco a voi Limonov per i francesi. Qui troviamo l’infanzia nella famiglia di un čekista, la disillusione nei confronti degli ideali del padre (Carrère ama iniziare ogni nuovo capitolo della vita del suo eroe con frasi come «Un mondo completamente nuovo si è aperto per Eduard»), una giovinezza da alcolizzato e da teppista, sesso con matrone e ninfette durante le apparizioni televisive di Brežnev, risse al coltello nei vicoli di Sarajevo (se non esistono, vanno assolutamente inventate), meditazione accompagnata da canti buddisti, l’odore dei bagni dei campi profughi, i cori di una folla di nazionalbolscevichi, la polizia antisommossa che spara contro i difensori della Casa Bianca, il glamour degli oligarchi e la povertà degli ingenui, un gioco di contrasti che lentamente ma inesorabilmente svanisce nel nulla. Alla fine del libro, il figlio di Carrère esprime direttamente al padre il suo rammarico per il fatto che il suo protagonista non sia stato avvelenato con il polonio, come Litvinenko. Altrimenti il libro avrebbe venduto «cento volte di più». Ma ha venduto bene. E ora vedremo perché.
Carrère definisce i lettori francesi «persone virtuose che non tollerano la violenza». Di tanto in tanto esprime dubbi sulla loro capacità di accettare un eroe così poco caritatevole. Ma questa non è altro che l’ipocrita umiltà di un abile addetto alle pubbliche relazioni: dalla turbolenta biografia di Eduard Venjaminovič, Carrère estrae meticolosamente e principalmente gli aspetti “scabrosi” e “oscuri”; dipinge una caricatura, senza però dimenticare di riconoscerlo ogni tanto, perché il vero volto del nostro eroe è più complesso; provate, lettori, a scoprirlo da soli. In realtà, però, non ci si aspetta alcuno sforzo aggiuntivo da parte del lettore. Non è necessario. Il libro è disseminato di sufficienti indizi per poterlo leggere senza perdersi in un singolo pensiero. Innanzitutto, c’è l’ossessivo e insensato paragone di Limonov con altre figure note in Europa: Solženicyn, Brodskij, Politkovskaja. Ma soprattutto, Putin. Il libro inizia con un’epigrafe tratta da un suo discorso (distorto, ma ne parleremo più avanti); prosegue con i sospetti che Putin abbia ucciso Politkovskaja, fatto saltare in aria palazzi e deliberatamente omesso di salvare l’equipaggio del Kursk; e infine, al culmine, c’è un passaggio biografico comparativo (dove quasi ogni fatto è distorto), dal quale si dovrebbe concludere che Putin è identico a Limonov in tutto e per tutto, solo più fortunato. O Limonov è identico a Putin, solo più sfortunato. In questo brillante crescendo analitico, il cervello del lettore si spegne e precipita nel vuoto. Davanti a un pubblico attonito, Carrère si esibisce in una danza gitana. In Putin ha trovato un asso nella manica invincibile che svuoterà i portafogli dei lettori, a prescindere da quanto del carattere di Limonov appaia nel libro su Limonov.
Ma questa, come si suol dire, è una tragedia (o una commedia), ma non è la cosa peggiore. Peggio ancora, per compiacere il pubblico europeo, Carrère ricorre ai cliché più primitivi. El’tsin è la libertà. L’Unione Sovietica è una prigione dove le piccole nazioni venivano oppresse. I russi, soprattutto i cristiani ortodossi, sono antisemiti. Ecco come Carrère spiega perché Limonov non è un antisemita: «Il fatto che un russo nativo, e in particolare un ucraino, sia generalmente obbligato a essere antisemita è sufficiente perché lui non lo sia». È facile intuire che questa offensiva “opinione generale” appartenga all’Europa, in particolare alla Francia, la stessa Francia che ha deportato in massa gli ebrei nei campi di concentramento. Carrère, pur essendo a volte frondista (ad esempio, venne a sapere del bombardamento della Casa Bianca del 1993 da Limonov, il che gli impedì di schierarsi inequivocabilmente con El’tsin), il più delle volte segue dei percorsi consolidati, anche quando la realtà che percepisce gli rema contro. Pertanto, il “totalitarismo” di Putin non fa paura, ma resta pur sempre totalitarismo. I “fascisti” russi potrebbero non sembrare affatto fascisti, ma anche in questo caso restano fascisti.
L’ammirazione di Carrère per lo sfarzo e l’abbondanza di cibo di Mosca è bilanciata da un disprezzo per le province russe, di cui egli non sa nulla. Ecco ciò che scrive di Nureyev1: «Proveniva da angoli completamente dimenticati da Dio, da una miserabile città baschira sprofondata nel fango, e si è elevato a vette inaudite». Si riferisce a Ufa, dove Nureyev studiò con una ballerina di Djagilev2. O, ancor peggio: «Miserabili disgraziati dell’entroterra russo… Scossi nel profondo dell’anima, sedevano nelle loro misere tane, incollati alla televisione, che li ipnotizzava letteralmente dalla mattina alla sera, descrivendo come vivono i ricchi nelle grandi città». Sebbene Carrère non sia uno sciocco e comprenda come i nuovi ricchi vivano nel lusso, preferisce comunque la compagnia di ricchi truffatori – i figli onesti, poveri e ben curati degli oligarchi che studiano nelle università svizzere – a «adolescenti provinciali apatici, brufolosi e dalla pelle pallida». Nonostante il suo atteggiamento ironico nei confronti delle attività di Gajdar e Čubais3, li considera comunque riformatori affidabili, mentre un nazionalista come Alksnis4 è un personaggio spregevole e non degno di fiducia. E, naturalmente, Carrère scrive con entusiasmo delle tradizioni nazionali russe e dell’ubriachezza, sebbene la banja, a suo avviso, sia «una specie di sauna», il liquore di contrabbando sia «vodka fatta in casa, nella propria vasca da bagno, con zucchero e alcol comprati in farmacia», e Blok e Esenin siano poeti che i russi amano molto meno del «grande poeta d’avanguardia Chlebnikov». Il concetto di “approccio critico al materiale” non esiste per il giornalista Carrère.
Ma non è tutto. Il libro di Carrère, nonostante la sua parzialità e assurdità, può essere una lettura utile e consigliabile: semplicemente per dissipare gradualmente le illusioni su un pubblico europeo illuminato e virtuoso. Ma è difficile capire perché sia stato pubblicato in Russia in questo modo. Inoltre, si potrebbe pensare che l’editore non abbia mai nemmeno visto prima questo libro. È un susseguirsi ininterrotto di assurdità fattuali. Dall’epigrafe, dove, secondo Carrère, Putin non si rammarica del crollo dell’URSS, ma della perdita del comunismo, al famoso dialogo del processo a Brodskij. “Chi le ha dato il permesso di essere un poeta?”, chiede il giudice. Brodskij, pensieroso: “Chi mi ha dato il permesso di essere un uomo? Forse Dio…”. Era davvero così difficile verificarlo dalla fonte originale? Carrère scrive del processo a Brodskij senza conoscere Frida Vigdorova5, definendola «una giornalista». Carrère crede che Brodskij abbia davvero dirottato un aereo a Samarcanda. Carrère crede che Barnaul sia una città musulmana dell’Asia centrale. Carrère pensa che Stalin abbia omesso la parola “compagni” nel suo famoso discorso del 3 luglio 1941, limitandosi a rivolgersi alle persone chiamandole “amici”. Carrère confonde le dimore della Casa degli Scrittori con la sede dell’Unione degli Scrittori, così come Lilja Brik con sua sorella, Elsa Triolet. Carrère crede (e lo afferma persino nei dettagli) che sia stato Gorbaciov, e non El’tsin, a firmare il decreto di scioglimento del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, e che l’attuale tricolore russo sia stato adottato durante il Governo Provvisorio… Tutto questo è opera di Carrère, un francese. Non riceve tangenti; il lettore francese lo accetterà senza battere ciglio. Ma perché noi russi pubblichiamo tutto questo esattamente allo stesso modo? Gli editori russi hanno forse dimenticato il significato del fact-checking e delle note editoriali? Oppure ormai siamo semplicemente abituati a pensare che gli stranieri possano raccontarci la versione migliore della nostra storia?
Molto probabilmente non sono state aggiunte delle note a piè di pagina perché, se il libro di Emmanuel Carrère fosse stato annotato in modo completo e appropriato, la palese incompetenza del francese si sarebbe rivelata in tutta la sua gloria. A quel punto sarebbe stato impossibile leggerlo come un’opera seria, ma avrebbe potuto essere letto esattamente come meritava: come l’opinione di un estraneo di parte, una raccolta di curiose idee sbagliate. È ora di smetterla di pensare che ogni europeo sia un “piccolo principe”, e che imbrigliare l’opinione pubblica russa significhi non assumersi la benché minima responsabilità.
29 gennaio 2013
Tat’jana Šabaeva
(Traduzione di Leandro Casini)
(Tratto da: https://lgz.ru/article/limonov-na-prodazhu/).
Note
1 Rudol’f Chametovič Nureev (1938-1993; in trascrizione inglese Nureyev), celebre ballerino e coreografo sovietico espatriato nel 1961 e naturalizzato austriaco (NdT).
2 Sergej Pavlovič Djagilev (1872-1929), uno dei massimi direttori artistici di balletto della Russia prerivoluzionaria, espatriato dopo la rivoluzione del 1917 (NdT).
3 Egor Timurovič Gajdar (1956-2009) e Anatolij Borisovič Čubajs (n. 1955), economisti sovietici sostenitori della perestrojka, nella Russia di Boris El’tsin furono artefici delle privatizzazioni e delle riforme ultraliberiste che massacrarono l’economia e ridussero in miseria milioni di famiglie russe, causando la spoliazione delle risorse energetiche e minerarie a favore degli oligarchi contigui al potere e delle multinazionali occidentali (NdT).
4 Viktor Imantovič Alksnis (1950-2025), colonnello dell’Aeronautica sovietica e deputato del Soviet Supremo dell’URSS, originario della Lettonia, lottò contro il disfacimento dell’Unione Sovietica e fu un fiero oppositore di El’tsin nella Russia post-sovietica (NdT).
5 Frida Abramovna Vigdorova (1905-1965), giornalista e scrittrice sovietica, divenuta nota nel mondo per aver stenografato e diffuso i verbali dell’interrogatorio del poeta dissidente Iosif Brodskij durante il processo del 1964 (NdT).
Dal sito della rivista «Studio»
di Marta Clinco
L’attesa senza oggetto che racconta – quella di un nemico che non arriva, di un senso che non si materializza – non è mai stata così contemporanea. Rileggere il romanzo di Buzzati o rivedere il film d Zurlini oggi è un’esperienza rivelatrice.
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Il deserto dei Tartari e noi
Il deserto dei Tartari prevedeva il nostro futuro, ma lo abbiamo capito quando ormai era troppo tardi
di Marta Clinco
L’attesa senza oggetto che racconta – quella di un nemico che non arriva, di un senso che non si materializza – non è mai stata così contemporanea. Rileggere il romanzo di Buzzati o rivedere il film d Zurlini oggi è un’esperienza rivelatrice.
A marzo 2026 Il deserto dei Tartari di Valerio Zurlini è tornato nelle sale italiane in versione restaurata, per la prima volta da quando il film fu distribuito quasi cinquant’anni fa. Il sistema distributivo contemporaneo, fondato sull’immediatezza e sulla dipendenza algoritmica dai numeri del primo weekend, ha strutturalmente smesso di ospitare opere che il tempo ha reso invisibili — non perché invecchiate, ma perché non generano un opening weekend spendibile in una scheda Excel. Il deserto dei Tartari non ha mai generato nulla del genere, e probabilmente non lo farà nemmeno adesso. Eppure eccolo nelle sale. Il che, nel caso di questo film in particolare, è una di quelle coincidenze che sembrano costruite a tavolino e non lo sono: perché questo è un film che parla del tempo — del modo in cui lo sprechiamo aspettando che succeda qualcosa che giustifichi il fatto stesso di essere rimasti — e rivederlo oggi, in un Paese e in un’epoca che dell’attesa hanno fatto una condizione esistenziale permanente, è un’esperienza che somiglia meno alla riscoperta di un classico e più a una diagnosi.
Il romanzo da cui il film è tratto, pubblicato da Buzzati nel 1940, è uno di quei libri che tutti conoscono di nome e quasi nessuno sa come classificare. Non è un romanzo di guerra, perché la guerra non arriva. Non è un romanzo psicologico nel senso tradizionale, perché il protagonista non evolve — si consuma. Non è nemmeno un romanzo fantastico, benché l’ambientazione sia inventata, perché ciò che racconta è così banalmente riconoscibile da risultare, a tratti, quasi documentaristico. Il tenente Giovanni Drogo viene assegnato come prima nomina alla Fortezza Bastiani, avamposto militare ai confini settentrionali di un impero imprecisato, affacciato su una distesa arida da cui dovrebbero arrivare i Tartari. I Tartari non arrivano. Non arrivano per settimane, per mesi, per anni, per decenni. La guarnigione veglia, esegue i rituali del cambio della guardia, scruta l’orizzonte con i cannocchiali, dibatte su avvistamenti ambigui che si rivelano pattuglie del regno confinante venute a definire la linea di frontiera. Drogo, che era arrivato con l’intenzione di restare poco e chiedere il trasferimento, si lascia assorbire dalla disciplina della fortezza — non perché la ami, ma perché l’attesa, a un certo punto, gli ha consumato la capacità stessa di immaginare un altrove. Quando i Tartari finalmente si materializzano all’orizzonte, Drogo è vecchio, malato, e viene portato via su una carrozza. La battaglia che avrebbe dovuto dare senso alla sua vita si combatterà senza di lui.
Buzzati aveva detto che l’idea gli era venuta dalla routine redazionale notturna al «Corriere della Sera»: la sensazione che quel tran tran sarebbe andato avanti senza termine, consumandogli la vita inutilmente. È una confessione che dice molto di più di quanto sembri, perché colloca l’origine di uno dei romanzi più vertiginosi del Novecento italiano non in una visione e non in un’illuminazione, ma in qualcosa di infinitamente più comune e perciò infinitamente più spaventoso – la noia di un turno di notte in redazione, la luce al neon, il ticchettio della telescrivente, la certezza muta che domani sarà uguale a oggi. Il genio di Buzzati – un genio che la critica italiana ha impiegato decenni a prendere sul serio, troppo impegnata a decidere se fosse un kafkiano di provincia o un narratore per ragazzi che ogni tanto indovinava la metafora giusta – è stato trasformare quel sentimento in un paesaggio: il deserto non è una metafora del vuoto interiore di Drogo, è il vuoto interiore di Drogo reso visibile, calpestabile, misurabile con lo sguardo fino a un orizzonte che non restituisce mai nulla. «Le Monde» lo ha messo al ventinovesimo posto nella classifica dei cento libri del secolo. In Italia, nel frattempo, si continuava a considerarlo un autore minore. È un dettaglio che Buzzati avrebbe probabilmente apprezzato, e che tuttavia dice più sulla critica che su di lui.
Il testamento di Zurlini
Zurlini prende questo materiale — che è anzitutto un materiale di silenzi, di spazi vuoti, di cose che non accadono — e ne fa il suo ultimo film, nel senso più letterale del termine. Morirà nel 1982 a Verona, a cinquantasei anni, dopo aver trascorso gli anni successivi alla regia del Deserto insegnando al Centro Sperimentale di Cinematografia e dirigendo doppiaggi di film stranieri, come se anche lui, in qualche modo, fosse stato portato via dalla fortezza prima che la battaglia cominciasse. Il film è del 1976 e convoca un cast che è di per sé un monumento alla grande stagione del cinema europeo novecentesco d’autore: Jacques Perrin nel ruolo di Drogo, e intorno a lui Vittorio Gassman, Max von Sydow, Philippe Noiret, Jean-Louis Trintignant, Fernando Rey, Francisco Rabal, Giuliano Gemma, Laurent Terzieff, Helmut Griem. Ennio Morricone firma una colonna sonora marziale e circolare — ottoni che tornano su sé stessi, percussioni che insistono e scandiscono un tempo che non procede ma ruota — e il risultato è una pulsazione che non concede mai catarsi, mai risoluzione, mai il sollievo di una climax. È musica da sala d’attesa dell’assoluto.
Le riprese si svolgono tra Cinecittà, i paesaggi abruzzesi del Sirente-Velino e l’Arg-e Bam in Iran – la più grande costruzione in adobe del mondo, patrimonio UNESCO, poi gravemente danneggiata dal terremoto del 2003 – e Zurlini trasforma questi luoghi in qualcosa che non è né storico né fantastico ma puramente mentale. A differenza di Buzzati, che nel romanzo aveva voluto l’indeterminatezza, l’allegoria pura, il regista àncora la vicenda all’Impero austro-ungarico al suo crepuscolo: uniformi ottocentesche, gerarchie rigide, un ordine che si percepisce già postumo nel momento stesso in cui viene esercitato. Ed è una scelta che nel cinema risulta quasi inevitabile, perché la macchina da presa ha bisogno di superfici concrete su cui posarsi, ma che aggiunge al romanzo qualcosa che il romanzo non diceva esplicitamente: che la fortezza non è un luogo fuori dal tempo, ma un luogo in cui il tempo si è fermato mentre fuori continuava a scorrere, e che questa sfasatura – il sospetto crescente che il mondo là fuori si sia dimenticato della fortezza e che la fortezza non voglia saperlo – è essa stessa una forma di condanna.
C’è una serie di scene, nel film, in cui la cinepresa inquadra il deserto dall’alto delle mura. Non succede nulla. Non c’è movimento, non c’è suono se non il vento, non c’è azione narrativa. Eppure l’inquadratura dura, e nella sua durata produce un effetto che è l’esatto contrario della noia: produce attesa. Lo spettatore, senza volerlo, comincia a scrutare i margini del fotogramma nella speranza – o nel timore – che qualcosa appaia. In quel momento lo spettatore è Drogo. Zurlini ottiene con la grammatica del cinema ciò che Buzzati aveva ottenuto con la sintassi della prosa: non racconta l’attesa, la produce nel corpo di chi guarda. È lo stesso meccanismo che Antonioni usava nel deserto di Zabriskie Point o nei tempi morti dell’Avventura – la differenza è che in Antonioni il vuoto è una condizione moderna, un effetto collaterale del benessere, mentre in Zurlini il vuoto è un’istituzione, con le sue regole, i suoi orari e i suoi stipendi. Il che lo rende, paradossalmente, più riconoscibile.
L’attesa come struttura, non come sentimento
E qui sta il punto che rende Il deserto dei Tartari qualcosa di diverso e di più disturbante di una parabola esistenzialista sull’uomo solo di fronte al nulla. L’attesa che Buzzati descrive e che Zurlini filma non è un sentimento – non è malinconia, non è angoscia, non è speranza. È una struttura. La Fortezza Bastiani non è un luogo in cui capita di aspettare: è un luogo costruito per l’attesa, che dall’attesa trae la propria ragion d’essere, e che cesserebbe di esistere come istituzione nel momento in cui l’attesa finisse. I turni di guardia, le ispezioni, i regolamenti, le cerimonie – tutto questo non serve a prepararsi all’arrivo dei Tartari, serve a mantenere in vita la possibilità che i Tartari arrivino, il che è una cosa profondamente diversa. I soldati non presidiano la frontiera: presidiano la struttura che giustifica il loro stare lì. È un circolo perfetto, e come tutti i circoli perfetti non ha uscita – o meglio, ha un’uscita che nessuno usa, perché usarla significherebbe ammettere che il circolo era un circolo.
Kafka, che Buzzati non amava sentirsi accostare e che pure gli somiglia come un fratello scomodo, aveva descritto meccanismi analoghi: burocrazie che esistono per perpetuare sé stesse, processi che non arrivano a sentenza, castelli che non si lasciano raggiungere. Ma tra Kafka e Buzzati c’è una differenza che il film di Zurlini rende quasi tattile: in Kafka il protagonista lotta, si agita, protesta; in Buzzati il protagonista acconsente. Drogo non è una vittima del sistema. È il suo prodotto più riuscito – l’uomo che ha interiorizzato la logica dell’attesa al punto da non poter più distinguere la propria vita dalla funzione che svolge. Non resta alla fortezza perché qualcuno lo costringe. Resta perché andarsene significherebbe ammettere che il tempo investito non aveva senso, e questa ammissione è più insopportabile della permanenza. Gli economisti comportamentali hanno dato un nome a questo meccanismo – sunk cost fallacy, l’errore dei costi irrecuperabili – con la serenità classificatoria di chi cataloga insetti. Buzzati ne aveva fatto un romanzo di trecento pagine, il che quantomeno non finge che dare un nome a una trappola equivalga a uscirne.
Le fortezze in cui abitiamo
Questa è la ragione per cui Il deserto dei Tartari continua a parlare – con una precisione quasi molesta, di quelle che ti fanno abbassare gli occhi come quando qualcuno descrive un tuo difetto usando esattamente le parole giuste – a chiunque viva dentro un sistema che si alimenta di futuro differito. E la domanda che si pone guardandolo nel 2026 non è se la storia di Drogo sia ancora attuale, perché lo è in un modo che rasenta l’imbarazzo, ma quali siano le Fortezze Bastiani in cui abitiamo senza averle scelte, e in che misura ne siamo consapevoli – ammesso che la consapevolezza, in questo caso, serva a qualcosa.
La più ovvia è il lavoro, e non il lavoro come fatica o come sfruttamento – quello ha una lunga e onorata letteratura propria – ma il lavoro come sistema di attesa istituzionalizzata. La struttura in cui si entra giovani con l’idea di restare poco, il tempo necessario per fare esperienza e poi muoversi, e da cui si esce – quando si esce – con la sensazione di non aver mai realmente vissuto al di fuori di essa, e con il sospetto, che si preferisce non formulare troppo chiaramente, che la promessa in virtù della quale si era rimasti — lo scatto di carriera, il progetto importante, il riconoscimento – fosse parte dell’architettura del sistema piuttosto che un suo esito possibile. La Fortezza Bastiani ha una gerarchia rigida, rituali quotidiani che nessuno mette in discussione, un linguaggio interno che rende progressivamente incomprensibile il mondo esterno, una promessa implicita di ricompensa futura che giustifica ogni sacrificio presente, e soprattutto ha una capacità ipnotica di far sembrare impossibile ciò che dovrebbe essere ovvio: che si può andarsene. Che la porta è aperta. Che non c’è nessun regolamento che impedisca di scendere le scale e attraversare il cortile. Eppure quasi nessuno lo fa, e chi lo fa viene guardato con la stessa perplessità con cui, alla fortezza, si guarderebbe un soldato che diserta in tempo di pace — non come un codardo, ma come qualcuno che non ha capito il gioco. Che ha rinunciato proprio ora che stava per succedere qualcosa.
Drogo poteva andarsene. Lo dice il romanzo con una chiarezza che è essa stessa una forma di crudeltà. Ha avuto occasioni, permessi, licenze. Torna persino a casa, a un certo punto, e scopre che la città è andata avanti senza di lui, che gli affetti si sono riconfigurati, che il mondo in cui era cresciuto non lo riconosce più e lui non riconosce più il mondo. Torna alla fortezza. Non per eroismo, non per senso del dovere: perché l’unico posto in cui sa ancora chi è, ormai, è quello in cui aspetta qualcosa che non arriva. Chi ha cambiato lavoro dopo anni, chi ha lasciato un’istituzione, chi ha chiuso un capitolo che si era allungato più del previsto sa esattamente di cosa si tratta — il vuoto improvviso di un’agenda libera, l’assenza di quei rituali che si disprezzavano e di cui si scopre, con un certo orrore, di avere bisogno. Non si resta per costrizione: si resta perché l’attesa è diventata identità, e senza l’attesa non si sa più chi si è.
Lo spartiacque che non arriva mai
Ma la Fortezza Bastiani non è solo il luogo di lavoro. È anche, e forse in modo più insidioso, la vita pubblica di un Paese – di questo Paese in particolare, che dell’attesa come forma di governo ha fatto un’arte involontaria. L’Italia vive da decenni in una condizione che è buzzatiana nel senso meno metaforico possibile: uno stato di allerta permanente di fronte a crisi che non si risolvono mai del tutto e non esplodono mai davvero, un susseguirsi di “momenti decisivi” nessuno dei quali decide alcunché, una conversazione pubblica organizzata interamente intorno a eventi futuri – le elezioni, la manovra, le riforme, le scadenze europee – che quando arrivano si rivelano puntualmente meno risolutivi del previsto e vengono immediatamente sostituiti da una nuova serie di eventi futuri altrettanto decisivi. Il PNRR doveva essere la svolta: i fondi europei, il piano di rilancio, l’occasione irripetibile. Le scadenze si accumulano, i ritardi si normalizzano, le percentuali di spesa vengono aggiornate con la solennità di bollettini dal fronte, e intanto ci si è già spostati sulla prossima emergenza, sulla prossima svolta che questa volta – questa volta sì – cambierà tutto. È la logica della fortezza riprodotta su scala nazionale: non importa che i Tartari non siano mai arrivati, perché l’avvistamento di questa settimana è più credibile del precedente, e nel frattempo un altro anno è passato senza che nessuno si chiedesse se il problema non fosse l’avvistamento ma il cannocchiale.
Lo stesso schema si replica su scala globale. La crisi climatica viene discussa da trent’anni in un registro linguistico che è quello dell’imminenza perpetua – “entro il 2050”, “entro il 2100”, “punto di non ritorno”, “finestra che si chiude” – con l’effetto psicologico di collocare la minaccia in un orizzonte abbastanza lontano da non richiedere azione immediata, ma abbastanza vicino da giustificare un permanente stato di allerta che, paradossalmente, sostituisce l’azione stessa. Si compilano rapporti, si fissano target, si organizzano vertici il cui comunicato finale annuncia il prossimo vertice, in un’attività frenetica che produce immobilità, un’operosità ormai indistinguibile dall’inerzia. Kavafis, nel 1898, aveva scritto una poesia su un popolo che attende l’arrivo dei barbari e che, quando i barbari non arrivano, non sa più cosa fare di sé stesso — perché i barbari, in fondo, erano una soluzione di quel momento di attesa. Il sudafricano J.M. Coetzee ha preso da Kavafis il titolo e da Buzzati la struttura per scrivere Waiting for the Barbarians nel 1980. L’attesa dei barbari, a quanto pare, è un genere letterario. Il che dovrebbe dirci qualcosa sulla sua universalità, o quantomeno sulla nostra apparente incapacità di imparare dai libri che leggiamo.
Lo scroll infinito come cambio della guardia
E poi c’è la Fortezza Bastiani più intima e pervasiva, quella che non ha mura di pietra ma funziona con la stessa logica, e che portiamo in tasca. La struttura dell’economia dell’attenzione è buzzatiana in un modo che, se Buzzati fosse vivo, probabilmente troverebbe troppo letterale per essere letterariamente interessante. Lo scroll infinito è il cambio della guardia: un rituale che si ripete identico a intervalli regolari, che non produce nulla di tangibile ma che occupa tutto il tempo disponibile e che soprattutto non si può interrompere senza la vaga sensazione di aver lasciato il proprio posto, di aver abbandonato una sorveglianza il cui oggetto non è mai del tutto chiaro o controllabile. Le notifiche sono gli avvistamenti ambigui all’orizzonte – segnali che forse sono importanti e forse no, che richiedono verifica, che tengono l’utente in uno stato di vigilanza permanente perché l’unica cosa peggiore di controllare il telefono è non controllarlo e scoprire, dopo, di essersi persi qualcosa. Il contenuto virale che “sta per esplodere”, il thread che “spiega tutto”, il post che “cambia la conversazione”: sono i Tartari digitali, la minaccia-promessa che giustifica la permanenza davanti allo schermo perché quel qualcosa potrebbe essere l’evento che dà senso, retroattivamente, a tutte le ore spese a scrollare il nulla.
La FOMO – fear of missing out – è la versione contemporanea e privatizzata del sentimento che tiene Drogo alla fortezza. Non puoi andartene perché proprio ora, proprio adesso, potrebbe succedere qualcosa. E se te ne vai e succede, avrai perso l’unica cosa che giustificava la tua presenza. È un meccanismo che si autoalimenta con l’eleganza spietata di un teorema: più tempo passi ad aspettare, più il costo dell’abbandono cresce; più il costo cresce, più l’attesa sembra razionale; più sembra razionale, meno ti accorgi che stai aspettando. Le piattaforme conoscono questa dinamica e la sfruttano con la stessa naturalezza con cui il regolamento della fortezza sfrutta il senso del dovere dei soldati – nessuno ha progettato la Fortezza Bastiani per intrappolare Drogo, così come nessun singolo ingegnere di Menlo Park ha progettato il feed per intrappolarti, ma il sistema nel suo complesso produce esattamente quell’effetto, e il fatto che non ci sia un’intenzione malevola dietro lo rende solo più difficile da combattere. Perché non c’è nessuno contro cui ribellarsi. Solo un orizzonte vuoto da continuare a fissare.
Come finisce questa storia
Ma il nucleo più duro del romanzo e del film – quello che li rende qualcosa di più di un’allegoria brillante – è il finale. E qui Buzzati e Zurlini divergono in un modo che è esso stesso significativo, e che racconta forse la differenza più profonda tra la letteratura e il cinema, o almeno tra questi due uomini. Nel romanzo, quando Drogo viene portato via dalla fortezza su una carrozza, vecchio e malato, mentre i Tartari finalmente avanzano, trova nell’ultimo istante una sorta di coraggio – non il coraggio della battaglia, ma il coraggio di guardare in faccia la propria morte, di accettarla senza l’alibi dell’eroismo. È un finale che si può leggere come redenzione o come ultimo, supremo autoinganno: Drogo che si convince di aver trovato un senso proprio nel momento in cui il senso, oggettivamente, gli è stato sottratto per sempre.
Nel film, Zurlini sceglie diversamente. Il suo Drogo muore o si addormenta – e questa indistinzione è il punto – sulla carrozza che lo allontana dalla fortezza, e gli ultimi suoni che sente sono quelli della battaglia che avrebbe dovuto combattere. Non c’è dignità stoica, non c’è epifania, non c’è il gesto che riscatta una vita spesa ad aspettare. C’è solo un uomo su una carrozza che si allontana da un luogo in cui non è successo niente e che va verso un luogo in cui non arriverà. Zurlini, che morirà sei anni dopo aver girato questa scena, sembra sapere qualcosa che Buzzati preferiva non dire fino in fondo: che l’attesa non ha un rovescio luminoso, che non c’è saggezza segreta nell’aver aspettato, che la lucidità finale – se arriva – non compensa e non riscatta il nulla. È un film di una chiarezza che somiglia alla crudeltà, ma non è crudeltà – è qualcosa di peggio: è esattezza. Zurlini è esatto come certe mattine d’inverno in cui la luce è troppo bianca e troppo nitida e le cose si vedono meglio di quanto si vorrebbe.
C’è qualcosa di insostenibile, per noi che guardiamo questo film nel 2026, nell’idea che l’unica cosa su cui non si torna indietro sia il tempo. Viviamo in un’epoca che ci ha convinto del contrario – che tutto è reversibile, che ogni scelta è provvisoria, che si può sempre ricominciare, che il futuro è un foglio bianco. Ma Il deserto dei Tartari racconta una verità più vecchia dei forti e dei deserti: che il tempo è l’unica risorsa che si consuma anche quando non la si usa, che l’attesa non è un modo di conservare le possibilità ma di guardarle evaporare con la lentezza delle cose che non si notano finché non sono sparite, e che il momento giusto per agire era sempre quello che si è appena lasciato passare.
Se c’è un motivo per andare a vedere Il deserto dei Tartari nelle sale che lo ripropongono questo mese – e ce ne sono molti, a partire dalla colonna sonora di Morricone che merita di essere ascoltata al volume e nella risonanza per cui è stata concepita, e dal cast che è una lezione di recitazione europea in un’epoca in cui il cinema sembra aver dimenticato che gli attori possono anche stare fermi — forse il più urgente è questo: che in un tempo in cui tutto sembra sempre sul punto di accadere e nulla accade mai davvero, in cui viviamo in uno stato di allerta permanente che produce solo la propria replica, in cui scrutiamo orizzonti politici, professionali, climatici, tecnologici aspettando un evento risolutivo che ci liberi dalla responsabilità di agire adesso, il film di Zurlini e il romanzo di Buzzati ci ricordano, con la gentilezza spietata che solo la grande arte sa avere, come finisce questa storia. Non finisce con l’arrivo dei Tartari. Finisce con una carrozza che si allontana dalla fortezza, e con qualcuno che ci sale sopra troppo tardi.
6 aprile 2026
Marta Clinco
(Tratto da: https://www.rivistastudio.com/deserto-dei-tartari-film-significati/).
Da «Caleidoscopio» (Revista de italianística de ADILLI)
Alessandro Pallassini recensisce il volume
Stefano Gallerini
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Stefano Gallerini
Una lotta peggiore di una guerra
Storia dell’esercito della Repubblica sociale italiana
Recensione di Alessandro Pallassini
“Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l’avvenire e lo sviluppo dell’umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né all’utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l’uomo di fronte a se stesso, nell’alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parte dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo”1.
Con questa lunga citazione, ripresa dalla Dottrina del fascismo, si apre l’ultimo lavoro che Stefano Gallerini dedica a uno degli aspetti meno indagati della parabola della Repubblica sociale italiana. L’autore – già noto per ricerche approfondite e di valore, basti pensare al suo saggio sulla Resistenza e l’antifascismo in Oltrarno2 – si cimenta nell’indagine di uno degli aspetti meno analizzati della tragica esistenza della Repubblica di Salò, ovvero la formazione, i mutamenti e, infine, lo sfaldamento delle organizzazioni militari fasciste repubblicane, inquadrate, a vario titolo e con distinte forme di organizzazione, all’interno della Repubblica sociale. Se, da un lato, l’indagine storica sulla Resistenza è ampia, aggiornata e documentata, e anche le riflessioni su quella “zona grigia”, secondo la definizione di Renzo De Felice quella maggioranza che decise di non combattere né con i partigiani e le truppe angloamericane, né dalla parte di Hitler e Mussolini, non mancano, ben minori sono le indagini organiche su chi invece fece la scelta di campo di restare fedele al nazifascismo. Basti pensare che occorre risalire al 1969 per individuare uno studio dedicato esplicitamente all’esercito di Salò3. Il primo merito dell’indagine di Gallerini risiede dunque proprio in questo, ossia nell’aver scelto come oggetto di studio un aspetto soventemente trascurato della tragica parabola del fascismo in Italia.
Ma i meriti non si fermano certo a questo pur lusinghiero interesse. L’Autore infatti non si limita a indagare la storia militare della Repubblica di Salò, ma scava dentro i meccanismi che regolano l’adesione alle sue formazioni militari, all’intreccio tra condivisione ideologica e alle forme di arruolamento coatto nell’Esercito Nazionale Repubblicano (ENR) e dei vari reparti speciali di contro-guerriglia, addestrati dal 1º aprile 1944, presso il Centro Addestramento Reparti Speciali (CARS). Nella prospettiva di Gallerini, l’analisi della struttura politico-sociale della RSI, della sua dipendenza a doppio filo dal Reich tedesco, si intreccia con le dinamiche di carattere sociale e ideologico che attraversano coloro che, volontari o coatti, fanno parte del suo esercito e dei nuclei di contro-guerriglia. Le ragioni di coloro che aderirono alle formazioni militari vengono indagate e si fondono con la ricostruzione puntuale e documentata dell’evoluzione delle diverse entità militari che si formarono nel corso della breve e nefasta esistenza della Repubblica Sociale Italiana.
Il nucleo centrale del libro è costituito dai capitoli due e tre dedicati rispettivamente alle grandi divisioni militari fasciste (“Le grandi unità dell’Esercito Nazionale Repubblicano”) e dei nuclei speciali di contro-guerriglia (“I reparti speciali di controguerriglia”), costituiti per reprimere, spesso con metodi brutali e veri e propri eccidi anche contro i civili, le brigate resistenziali che si erano formate all’indomani dell’8 settembre e che contribuirono, insieme alle truppe Alleate, alla liberazione dell’Italia. Ne emerge un quadro variegato in cui la difficoltà a formare le principali divisioni dell’esercito si scontra con la riluttanza dei nazisti che vedono negli italiani, soprattutto negli internati militari (IMI) ma non solo, prevalentemente un bacino di forza-lavoro a costo zero e solo molto marginalmente potenziali soldati alleati. Ma Gallerini indaga anche i dibattiti, interni ai fascisti, che si svilupparono allorché si dovettero organizzare anche le forze militari – della Repubblica sociale – che avrebbero dovuto essere in grado di affiancare le truppe di occupazione naziste e di reprimere la Resistenza. Dibattiti che hanno come centro la connotazione politica delle forze armate, ovvero se le nuove formazioni militari debbano essere costituite esclusivamente da fascisti di dichiarata fede e affiliazione, oppure se esse debbano essere connotate per la loro apoliticità, costituendo un sostituto, a difesa della Patria, dell’esercito regio. L’Autore documenta, nel primo capitolo – emblematicamente intitolato “Il difficile inizio” – come all’inizio prevalga la seconda opzione e poi piano piano, anche a causa delle sempre più numerose diserzioni e della sempre più diffusa renitenza alla leva, le formazioni militari finiranno per essere composte quasi essenzialmente da fascisti che, come viene mostrato dal quarto e ultimo capitolo (“La radicalizzazione dell’Esercito Nazionale Repubblicano”), si abbandoneranno a crimini efferati. Quella delle diserzioni è uno dei tanti aspetti, normalmente trascurati, che Stefano Gallerini invece analizza minuziosamente, riprendendo i vari bandi di arruolamento e, a partire dai documenti redatti dai fascisti stessi, le risposte, sempre piuttosto deludenti, che tali chiamate alle armi riscossero. Anche l’addestramento delle reclute viene passato in rassegna e vengono approfonditi i molteplici impedimenti che si frappongono tra i voleri dei fascisti e l’attuazione pratica delle loro velleità. L’Autore, scavando tra i documenti e mettendo a sistema una pluralità di fonti – dai saggi editi, ai documenti ufficiali degli archivi fascisti, alla memorialistica, alle lettere pubblicate o inedite – prende in rassegna le difficoltà incontrate nell’addestramento delle reclute. Difficoltà che spaziano dai continui prelievi di uomini, da parte dei tedeschi, per inviarli in Germania e utilizzarli come forza-lavoro a costo zero, alla mancanza di armi che impedisce la familiarizzazione in addestramento prima dell’utilizzo nel terreno bellico, ai sempre più frequenti, man a mano che il destino della Repubblica appare irreversibile, episodi di renitenza alla leva e di diserzione. “Insieme alla renitenza alla leva c’è un altro fenomeno preoccupante per il gruppo dirigente di Salò: quello delle diserzioni” (p. 85), fenomeno che “nel corso della primavera e dell’estate del 1944 aumentò a dismisura, come attestano le stesse fonti militari” (p. 87), rendendo di fatto inapplicabili norme, finalizzate a terrorizzare i giovani coscritti, che, se applicate, avrebbero impegnato le forze armate in migliaia e migliaia di fucilazioni contro renitenti e disertori.
Una menzione particolare merita la ricostruzione dell’addestramento delle truppe italiane nei lager tedeschi, che viene delineata a partire da un abile scavo di documenti d’archivio. Ne risulta un quadro desolante in cui non solo i soldati italiani sono costantemente umiliati e sottoposti a continue angherie, ma anche in cui gli ufficiali dell’Esercito Repubblicano vengono esautorati, da parte dei militari tedeschi, di qualsiasi autorità sulle loro truppe.
Tra le molte fonti utilizzate vale la pena citare per esteso un rapporto redatto dal Maresciallo Graziani:
Le forze armate italiane, dopo nove mesi di sforzi di ogni genere, dopo aver chiesto all’Italia 400.000 uomini, sono assenti dal fronte di battaglia! La funzione essenziale del ministero delle FF.AA. si è ridotta all’arruolamento di uomini per la Germania. I reparti che abbiamo costituito per il maresciallo Kesselring non sono che nuclei di lavoratori, senz’armi o quasi, sottoposti in tutto e per tutto all’arbitrio germanico. I nostri quadri militari, umiliati ed esautorati, non hanno alcun effettivo comando. Abbiamo la precisa sensazione che questa mancata ricostituzione delle FF.AA. italiane sia dovuta al fermo intendimento delle alte autorità militari germaniche. (p. 91)
Un quadro desolante appunto che, per i fascisti e i nazisti, è reso, però, ancor più drammatico dal sempre più incisivo ruolo giocato dalle forze armate della Resistenza, che nemmeno i nuclei speciali anti-guerriglia riescono a reprimere, nonostante non manchino gli atti di crudeltà sia verso i combattenti che contro i civili.
Il saggio esamina anche due fenomeni, tra di loro apparentemente non in relazione, ma che rendono bene il clima in cui si trovano a operare le forze armate fasciste. Da un lato, come detto in precedenza, sono documentati i metodi di addestramento delle truppe italiane in Germania, che si caratterizzano per la loro brutalità e che dimezzano i tempi del ciclo di formazione ordinaria rispetto a quelli delle truppe tedesche. Ne esce un quadro che viene ben riassunto dalle parole sconsolate di Rodolfo Graziani citate in precedenza. Dall’altro lato, però, come documenta Gallerini, l’accoglienza delle truppe fasciste, che rientrano in Italia – dopo l’addestramento in Germania – per unirsi all’ENR e combattere contro gli eserciti alleati e le brigate partigiane, non è affatto benevola. In alcuni casi, le divisioni vengono accolte dalla popolazione civile al canto di Bandiera Rossa! e salutate con il tipico saluto socialista e comunista del pugno chiuso. Si registrano anche casi di coscritti che, all’atto di salutare i propri familiari, intonano lo stesso canto e salutano alzando il pugno chiuso. Ad accrescere questo clima di diffusa ostilità, inoltre, contribuì in maniera importante anche, dopo la crisi dell’estate del 1944 e la progressiva fascistizzazione delle truppe militari di Salò, l’aver riversato la quasi totalità dei loro sforzi contro la repressione della Resistenza. Una radicalizzazione delle formazioni fasciste che sarà evidente nella fase finale della Repubblica Sociale in cui l’idea, mai decollata a causa delle continue diserzioni, di un esercito di popolo fu sostituita dall’altrettanto fallimentare tentativo di costituire un esercito di provata fede fascista. Sforzo e fallimento ben documentati nell’ultimo capitolo, dal titolo “La radicalizzazione dell’esercito nazionale Repubblicano”, che chiude la rassegna della parabola militare della Repubblica Sociale. Come sintetizza perfettamente l’Autore nelle conclusioni:
“A differenza del regio esercito, quello di Salò era, invece, un esercito avente il fascismo nel proprio DNA. Costituito per continuare la guerra e riscattare l’onore nazionale, l’esercito della RSI fallì e si convertì in uno strumento di repressione del movimento partigiano. Un dispositivo militare debole ed inefficiente, ma non per questo meno insidioso e pericoloso […]. Soprattutto negli ultimi mesi di guerra, l’approssimarsi della sconfitta e la conseguente disperazione spinsero le unità speciali di controguerriglia e i reparti delle quattro divisioni guidati da ufficiali fanaticamente fascisti ad atti di violenza sempre più efferati e talvolta gratuiti non soltanto contro le bande partigiane, ma anche contro la popolazione civile che le appoggiava o per le quali simpatizzava” (pp. 265-266).
Le parole di Gallerini, che concludono una delle ultime pagine del testo, rendono bene l’idea del fallimento e del carico di morti e di sangue che gravarono sopra la breve storia della Repubblica Sociale Italiana, ricostruita a partire dagli aspetti militari e intrecciando quest’ultimi con le dinamiche sociali, psicologiche e politiche che attraversarono, come tante linee di faglia, l’esistenza della Repubblica di Salò. Sarebbe, pertanto, riduttivo considerare questo libro un saggio di storia militare dell’esercito repubblicano fascista. Infatti, l’intento, pienamente raggiunto, del testo è quello
“di provare a mettere in correlazione il tentativo di ricostruire un esercito compiuto dal fascismo repubblicano con le contraddizioni e le lacerazioni che attraversano la società italiana, sempre più disarticolata, frammentata e priva di riferimenti dopo il trauma dell’8 settembre e, soprattutto, alle prese con la drammatica crisi degli anni 1943-1945” (p. 24).
Il libro di Gallerini è molto più di un libro di storia di vicende militari; è anche quello, ma le vicende militari sono sempre contestualizzate e quasi emergono dallo sfascio dell’Italia fascista e dagli orrori che tale disfacimento portò con sé. Il lettore che si avvicinerà a questo studio vi troverà pertanto uno spaccato in cui potrà ricostruire, secondo una molteplicità di dimensioni e di tragitti tutti legati ai fatti militari e sociali della Repubblica di Salò, il clima, le vicende e i drammi della fase finale di un periodo che ha indelebilmente segnato la storia del ’900 non solo italiano.
Alessandro Pallassini
(Tratto da: Alessandro Pallassini, recensione del volume: Stefano Gallerini, Una lotta peggiore di una guerra. Storia dell’esercito della Repubblica sociale italiana, in «Caleidoscopio», Revista de Italianística de ADILLI, Vol. 1, N. 2, 2026, pp. 246-252).
Note
1 Mussolini Benito (1932), Fascismo in «Enciclopedia italiana delle scienze, lettere ed arti», Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. XXIV, pp. 849.
2 Gallerini Stefano (2014), Antifascismo e Resistenza in Oltrarno, Firenze, Carlo Zella Editore.
3 Pansa Giampaolo (1969), L’esercito di Salò nei rapporti riservati della Guardia Nazionale Repubblicana 1943-1944, Milano, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.
Inserito il 01/04/2026.
Dal quotidiano «l’Unità»
di Domenico Suppa
Come previsto dal filosofo tedesco il capitalismo ha concentrato la ricchezza nelle mani di pochi. Ma l’autore individua l’alternativa nel connubio di individuo e collettivo.
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Dietro il buio di un nuovo fascismo c’è un’alba marxista
A proposito di Libercomunismo di Emiliano Brancaccio
di Domenico Suppa
Il compito intellettuale che si è dato Emiliano Brancaccio in questi anni è alto: innovare il metodo scientifico di Marx e misurare la sua forza attraverso dibattiti coi massimi esponenti della teoria e della politica economica mondiale. Capi economisti del FMI, premi Nobel, primi ministri, banchieri centrali. Un bagaglio dialettico per molti versi unico nella vita di un singolo studioso.
Summa di queste esperienze è l'ultimo libro di Brancaccio, intitolato Libercomunismo. Scienza dell'utopia (Feltrinelli, p. 176, euro 12,35, in libreria dal 10 febbraio). Testo scorrevole e avvincente, scritto per essere apprezzato a più livelli, dal grande pubblico come dagli addetti ai lavori. Per gli esigenti, una densa appendice illumina la metodologia dell’opera. Per i militanti, gli “appunti per un manifesto” in coda al volume offrono provocatori aforismi per l’azione.
Il testo riabilita lo scopo più ambizioso del Marx scienziato: disvelare le “tendenze” della società capitalistica, con il loro portato di catastrofi e sovversioni. L’obiettivo metodologico è esplicito: chiudere la stagione del “post-moderno” inaugurata da Jean François Lyotard, con il suo carico di pregiudizi verso lo studio del “movimento storico”.
A tale scopo, il volume rielabora un tema centrale nelle ricerche di Brancaccio: la centralizzazione del capitale “nelle mani di pochi barbari”, una “tendenza” del capitalismo teorizzata da Marx e oggi comprovata dai dati. Il libro mostra in che modo il processo di centralizzazione si instilli, come un veleno, in ogni aspetto della contemporaneità. Nello sfruttamento del lavoro e della natura, nella subordinazione della scienza alla logica del profitto, nello sviluppo di una ottundente psicologia di massa, nel conflitto tra capitali che sfocia nella guerra militare tra i popoli.
E in un orizzonte funesto, che l’autore chiama “oltrefascismo”. Definizione apertamente contrapposta a quella di “fascismo eterno” suggerita da Umberto Eco. Mentre Eco scagionava la democrazia liberale, Brancaccio la considera sia responsabile che vittima della tendenza catastrofica in atto.
Piano epistemologico e piano politico si fondono quindi nella ricerca di uno sbocco alternativo alla barbarie della centralizzazione “oltrefascista”. E’ l’idea che la libera espressione dell'individualità sociale si manifesterà solo nella repressione della libertà del capitale centralizzato. Il “libercomunismo” viene cioè inteso come integrazione di pianificazione collettiva e libertà individuale, secondo una formula inedita che si misura criticamente con le discussioni precedenti, da Galvano Della Volpe a Norberto Bobbio.
La base scientifica del libro conferisce forza a una polemica che non risparmia nessuna dottrina alla moda. Ne escono male Bernard Henry Levy e i bellicisti liberali, con le loro giustificazioni “etiche” di guerre che sono in realtà dettate da interessi capitalistici.
Ma la polemica è corrosiva anche verso Ernesto Laclau e i teorici del populismo, interpretato dall’autore senza mezzi termini: un “retrivo capitalismo”.
Agli stessi movimenti di emancipazione contro il maschilismo, il razzismo, le discriminazioni sessuali e “l'offesa alle diversità di corpi e pensieri”, l’autore pone un problema: restare nell’angusto orizzonte liberale significa assecondare la “tendenza” all’oltrefascismo. Significa morire.
Libercomunismo è un’opera che, prima di creare il nuovo, offre solide ragioni per distruggere le vecchie mode di pensiero. Anche per questo è un libro destinato a suscitare dibattito.
Domenico Suppa
(Tratto da «l’Unità», 7 febbraio 2026).
Dal quotidiano «il manifesto»
Checchino Antonini recensisce il volume
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Piero Gobetti, quelle tracce fervide di un antifascista
recensione di Checchino Antonini
Paolo Di Paolo
Un mondo nuovo tutti i giorni
Piero Gobetti, una vita al presente
(Solferino, 2025, pp. 154, euro 16,50)
Perché leggere ancora Piero Gobetti, perché scrivere ancora di lui a cento anni dalla morte (avvenne il 15 febbraio 1926 che non aveva ancora compiuto 25 anni)? Cento anni, per altro, segnati da una scia bibliografica immensa. Perché dentro i suoi sette anni di fervido lavoro intellettuale c’è un mistero: quanta vita è possibile vivere quando il tempo storico è breve, ostile, malato?
«C’è una stagione di insicurezze travestite da prepotenze e sfide, una stagione alla quale difficilmente restiamo fedeli. Salvo che in un caso: morendo giovani», scrive Paolo Di Paolo tornando sulle tracce di Piero Gobetti molto tempo dopo Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013), il romanzo che portò lo scrittore romano in finale allo Strega quando era appena una manciata di anni più anziano del torinese.
Stavolta il «pedinamento» di quella «giovinezza palpitante e imprigionata» avviene nella forma di un saggio letterario appena pubblicato da Solferino: Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente (pp. 154, euro 16,50).
Già il titolo allude alla precocità e alla bulimia creativa di un intellettuale che tra i 18 e i 25 anni di vita riesce a fondare tre riviste – «Energie Nove», «La Rivoluzione Liberale», «Il Baretti» – e una casa editrice che pubblicherà, tra l’altro, la prima edizione degli Ossi di seppia (era il 1925) di un esordiente Eugenio Montale.
Fu giornalista, polemista, critico teatrale, studioso d’arte, lettore di classici, organizzatore di cultura, pensatore politico capace di intravedere nell’avvento del fascismo il compiersi dell’«autobiografia della nazione» e di non piegarsi allo spirito del tempo.
«Un Lohengrin isolato, una figura eroica, un leader senza successo, che aveva però le stimmate del genio – scrisse di lui il poeta – era sempre in movimento, unendo a una straordinaria curiosità intellettuale la convinzione che la vita si spiega solo con la vita e che l’uomo è il solo fabbro del suo destino, perché fra il bene e il male occorre scegliere…».
Paolo Di Paolo si concentra a comprendere «dov’è che il lavoro politico diventa politica», mentre lo «segue» per le vie di Torino. Non è una biografia, ma un’invenzione con inserti di autobiografia del lettore e allo stesso tempo un passante verso altre letture (si veda l’ampia bibliografia in calce al volume) capace di «un parlarsi da epoca a epoca» per restituire domande aperte. D’altra parte resta aperto anche l’ossimoro lasciato in eredità da Gobetti: la rivoluzione liberale.
In una lettera all’amico Santino Caramella, Gobetti dichiara: «Bisogna che torni presto l’azione calda perché invece di costruire sillogismi crea un mondo nuovo tutti i giorni». È il momento in cui pensa a ripartire da un giornale nuovo «contro tutto il leggero e tutto il vecchio». È straordinaria la coincidenza con i versi di Majakovskij dedicati proprio all’inizio del 1926 all’amico e collega Esenin: «Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri. In questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile». Non è un confronto ideologico, ma una consonanza etica: vivere come compito, non come destino.
Dylan, in Forever young, molto tempo dopo canterà: resta vivo dentro, anche quando il mondo ti chiederà di spegnerti. E forse è quello che Di Paolo suggerisce di cercare in Gobetti, una giovinezza come postura morale di irriducibile radicalità e ingenuità.
Checchino Antonini
(Tratto da «il manifesto», 19 dicembre 2025).
Dal sito «Pulp Magazine»
Walter Catalano recensisce il volume
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Furio Jesi: perché bisogna leggerlo
di Walter Catalano
Negli anni ’30, sulla chitarra di Woody Guthrie, cantastorie e bardo legato agli Wobblies dell’IWW, Industrial Workers of the World, e al sindacalismo rivoluzionario statunitense, nonché futuro maestro del primo Bob Dylan, campeggiava una scritta ben in evidenza: “This machine kills fascists”, questa macchina ammazza i fascisti. Lo strumento musicale veniva dichiarato arma capace, di indurre attraverso il canto – fatto di idee e di parole – la disarticolazione delle strategie oppressive del fascismo, il disinnesco del potenziale mitico e simbolico – fatto di riti e slogan, di idee senza parole che (la definizione è ripresa da Splengler) – ne costituivano l’architrave concettuale di credenze, opinioni, rappresentazioni e valori. La metafora della chitarra non è troppo lontana dal modello concettuale che, se ben compreso, diventa un’altra diversa macchina ammazza-fascisti, quella macchina mitologica che Furio Jesi ha focalizzato e di cui ha saputo così precisamente tracciare i meccanismi. Sarà probabilmente proprio la precisione chirurgica, l’individuazione esatta e sostanziata con cui vengono raccolti ed elaborati i dati del problema, il motivo del rancore e dell’odio inveterato che i fascisti gli serbano a tutt’oggi, a quarant’anni dalla sua scomparsa. Due sono infatti i libri ancora maggiormente aborriti e vituperati dall’estrema destra italiana: Il fascismo eterno di Umberto Eco (La Nave di Teseo, 2020) e Cultura di destra di Furio Jesi (Nottetempo, 2011), pericolosi proprio in quanto efficienti macchine ammazza-fascisti, capaci attraverso il ragionamento e le parole di svelare l’inganno e il bluff delle spengleriane idee senza parole.
Nel caso di Jesi l’avversione e l’aggressione da parte di certi chierici neofascisti con pretese culturali è divenuta vera e propria cinica irrisione, toccando vertici ineguagliati di cattivo gusto, tanto da ricordarlo su una loro pubblicazione uscita poco dopo la tragica e prematura scomparsa dello studioso, come “un intellettuale ebreo morto per una fuga di gas”. Tanto astio si spiega solo con un dato di fatto: Jesi, che con i vampiri aveva dimestichezza (L’ultima notte, Aragno 2015), era un Van Helsing capace di ben affilare il paletto di frassino e piantarlo dritto nel cuore, senza farsi tremare la mano. Meglio bruciarli allora certi libri, Goebbels docet, e possibilmente anche i loro autori.
Per fortuna invece – con buona pace dei chierici neofascisti – i libri di Jesi vengono costantemente ristampati e, si spera, anche letti, la macchina ammazza-fascisti funziona ancora e il paletto di frassino non si è affatto spuntato. Quodlibet ad esempio, che già da qualche anno sta recuperando molti testi di Jesi, ripubblica il volume che forse in modo più compiuto e articolato definisce le premesse teoriche del funzionamento della macchina mitologica utili a disvelare ogni interessata “tecnicizzazione” dei materiali mitici; un libro commissionatogli da Mario Antonelli nel 1973, per la collana “Enciclopedia filosofica” della ISEDI di Milano: Mito (ISEDI, Milano 1973; Arnoldo Mondadori Editore, Oscar Studio, 1980 e 1989; Quodlibet, 2023).
In questo testo, oltre al percorso storico, filologico e filosofico, lungo il quale mito – puro simbolo riposante in sé stesso, ipotetico e inattingibile per l’uomo moderno – e mitologia – oggetto empirico di rappresentazione nata dalla mescolanza fra ugualmente ipotetici contrari, mythos e lógos – attraversano la cultura occidentale dalle origini greche, al neopaganesimo rinascimentale, Illuminismo Romanticismo e Storicismo, fino all’etnologia e allo strutturalismo di Lévi-Strauss e di Propp, Jesi delinea i meccanismi della macchina mitologica, cioè “la qualità ideologica della scelta di affermare o di negare la sostanza del mito”. Prendendo spunto dalla biforcazione introdotta dal suo maestro Károly Kerényi tra mito “genuino” e mito “tecnicizzato” – epifanie spontanee e disinteressate quelle del primo, “scaturenti dalla psiche senza che in alcun modo siano state sollecitate dalla volontà”, e pseudo-epifanie, “provocate deliberatamente in vista di determinati interessi”, quelle del secondo – Jesi vede nella scelta del sì (Sorel, Heidegger) o del no (Lukàcs) circa l’esistenza della sostanza-mito entro la macchina mitologica come qualcosa di più dell’“antagonismo fra neo-kantiani e neo-hegeliani intorno alla razionalità dell’essere e del reale”. Infatti, la macchina mitologica “non appena cessa di essere considerata un puro modello funzionale e provvisorio, tende a divenire un centro fascinatorio e ad esigere prese di posizione, petizioni di principio, circa il suo presunto contenuto”. Tanta maggiore importanza si conferisce al “contenuto” del mito, tanto più si viene distolti dalle modalità di funzionamento dei meccanismi della macchina; ma sono proprio le modalità del funzionamento del fenomeno mitologico più che il problema dell’essere o del non-essere del suo nucleo enigmatico che ci tutelano dalle tecnicizzazioni, manipolazioni, strumentalizzazioni o apologie del mito. “Di là dai tentativi di apologia metafisica del mito o, per converso, di demitologizzazione o comunque di negazione dell’essenza-sostanza del mito, la necessità più urgente ci sembra essere quella di indagare il funzionamento dei meccanismi della macchina mitologica anche se ciò impone di collocare per ora fra parentesi il problema relativo all’essere o al non essere del mito in sé e per sé”.
I pericoli delle strumentalizzazioni del mito da parte della destra già individuate nel capitolo sulla Bachofen-Renaissance di Klages, Dacqué e Baumler in funzione pro-nazista e nell’opera del fenomenologo delle religioni Mircea Eliade, ex membro del movimento fascista rumeno della Guardia di ferro di Codreanu, verranno denunciati e approfonditi in Cultura di destra. Qui Jesi vede nel patrimonio ideologico dell’aristocrazia reazionaria di fine Ottocento, un “immobilismo veramente cadaverico che si finge forza viva e perenne”, il nucleo di idee-forza elaborate dalle élite liberali la cui egemonia è minacciata dalla società di massa farsi programma nazionalista della piccola borghesia e fondamento dei movimenti autoritari e dei fascismi novecenteschi. Una “cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari […]”. Ma questa distorsione non pertiene solo alla destra: “il linguaggio delle idee senza parole è una dominante di quanto oggi si stampa e si dice, e le sue accezioni stampate e parlate, in cui ricorrono appunto parole spiritualizzate tanto da poter essere veicolo di idee che esigono non-parole, si ritrovano anche nella cultura di chi non vuole essere di destra, dunque di chi dovrebbe ricorrere a parole così “materiali” da poter essere veicolo di idee che esigono parole». In altri termini: «la maggior parte del patrimonio culturale […] è residuo culturale di destra”.
Ogni linguaggio mitologico, sloganistico, dogmatico e populista, fatto di semplificazione e irrazionalità, è macchina mitologica che produce idee senza parole, astrazioni adialettiche, concetti vuoti che una volta smascherati perdono il loro potenziale seduttivo: gli elementi comprensivi e qualificanti oltre che del fascismo eterno di Eco, anche di fenomeni contemporanei come suprematismo, berlusconismo e leghismo. Ecco perché la destra odia Jesi, ecco perché bisogna leggerlo.
29 agosto 2023
Walter Catalano
(Tratto da https://www.pulplibri.it/furio-jesi-perche-bisogna-leggerlo/).
Inserito il 17/01/2026.
Yves Montand in una scena del film La confessione (1970).
Fonte della foto: https://www.altrianimali.it/2022/03/31/il-cinema-politico-di-costa-gavras/
Yves Montand in una scena del film L’amerikano (1972).
Fonte della foto: https://www.themoviedb.org/movie/91487-etat-de-siege?language=it-IT
Dal sito «altrianimali.it»
di Giuseppe Schiano di Colella
Un viaggio nella produzione cinematografica del regista greco Konstantinos Gavras, autore di film politici di grande impatto, soggetti a polemiche politiche e a censura in numerosi Paesi.
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Il cinema politico di Costa-Gavras
di Giuseppe Schiano di Colella
La prima volta che mi sono imbattuto in Costa-Gavras non è stato per uno dei film della sua lunga carriera da regista che si estende dal 1965 ai giorni d’oggi. Il nome leggermente modificato in “Costa Gravas” veniva utilizzato nella terza stagione della serie televisiva spy-comedy Chuck come quello di un paese comunista centroamericano. Un omaggio dovuto a un cameo del regista greco in Spies like us di John Landis, una delle fonti di ispirazione per i creatori di Chuck. Quando ho cercato il nome sul web ero però ancora convinto di essere a caccia di curiosità su uno Stato fittizio e invece mi sono imbattuto in una lunga filmografia basata su fatti reali, lungometraggi verosimili sui principali avvenimenti geopolitici della seconda metà del Novecento. Missing, Music box, L’affare della sezione speciale, ma soprattutto Z, La confessione e L’amerikano, tre film consecutivi con lo stesso attore protagonista, il cantante Yves Montand, realizzati a cavallo tra anni ’60 e ’70 che resero il suo autore famoso in tutto il mondo.
Costa-Gavras, pseudonimo di Kōnstantinos Gavras, nasce in Grecia nel 1933 e a sedici anni ha già assistito all’invasione nazista del 1941 e alla guerra civile greca tra il 1946 e il 1949, dopo la quale chiunque fosse di sinistra o avesse partecipato alla resistenza antinazista veniva considerato comunista e percepito dalle autorità come un cittadino pericoloso. Nel 1951 si trasferisce a Parigi per studiare letteratura alla Sorbonne, che abbandona nel 1956 per studiare all’Institut des Hautes Études Cinématographiques (Istituto di studi cinematografici avanzati, IDHEC). Dopo essere stato assistente regista di Jean Giono e René Clair, gira i suoi primi lungometraggi: Vagone letto per assassini nel 1965 e Il tredicesimo uomo due anni dopo, un thriller e un film su un gruppo di partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale. Questi primi lavori, uniti alla sua giovinezza tra guerre e clima culturale francese postbellico, formano il retroterra culturale su cui baserà una trilogia sul rapporto tra individuo, società e potere: Z, La confessione e L’amerikano.
Z – L’orgia del potere
Un convegno sull’agricoltura in cui un generale parla di una malattia delle piante (peronospora) da estirpare alludendo al socialismo, il comizio di un deputato di sinistra da organizzare attraverso mille difficoltà. Così inizia Z, il lungometraggio più famoso nella filmografia di Costa-Gavras. Non viene indicato precisamente il luogo, ci troviamo in un paese mediterraneo, ma è la Grecia degli anni ’60. A confermare il sospetto è la rivisitazione di una classica formula che compare sullo schermo dopo i titoli di testa: «Qualsiasi somiglianza con eventi reali, persone morte o vive non è casuale. È volontaria», firmata dal regista e dallo sceneggiatore Jorge Semprun. Il film è tratto dal romanzo (omonimo) di Vassilis Vassilikos, a sua volta basato sull’assassinio dell’ex atleta, medico e politico Gregoris Lambrakis.
Il comizio è infine organizzato e alla sua conclusione il deputato di sinistra, interpretato da Yves Montand, viene colpito alla testa. Morirà in ospedale, lasciando ombre sui rapporti ufficiali che affermavano fosse stato investito da un ubriaco. In quel momento, alla fine del primo atto, il testimone di protagonista passa a Jean-Louis Trintignant nei panni del giudice Sartzetakis. Simbolo della giustizia incorruttibile, arriverà a scoprire la trama ordita dall’organizzazione che rappresenta la contiguità tra gli ufficiali, il potere politico, cioè la mente, e il braccio, ovvero i membri del C.R.O.C., Combattenti Realisti dell’Occidente Cristiano, e portarli a processo.
Alla fine del film, ci sono aggiornamenti su cosa accade realmente dopo l’indagine, pratica ormai diffusa nel cinema che qui appare forse per la prima volta. Jacques Perrin, che interpreta un giornalista impegnato a far venire a galla la verità, elenca le vittorie di quel potere che fino a un attimo prima sembrava sconfitto: i cattivi l’hanno fatta franca e i buoni sono stati uccisi o arrestati, poi la voce narrante cambia e apprendiamo che anche il giornalista è stato arrestato. Segue un elenco di quello che diventa fuorilegge con la dittatura dei colonnelli, tra cui “i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, scioperare, Eschilo, i Beatles, la libertà di stampa” ma soprattutto la lettera Z, che voleva dire “egli è vivo” in greco antico e che veniva dipinta sui muri dai manifestanti per ricordare Lambrakis.
Il film fu girato in Algeria perché era l’unico posto in cui poterlo fare, «in Francia era impossibile perché non avevamo abbastanza soldi, in Italia rifiutavano tutto, e uno degli attori, Jacques Perrin – che fu anche produttore del film –, mi suggerì l’Algeria» ricorda Costa-Gavras ai microfoni della radio pubblica americana WNYC.
Aggeo Savioli, storico giornalista de «l’Unità», inviato al Festival di Cannes del 1969 dove Z vinse il premio della giuria, scriveva in quei giorni che «Z ricostruisce i fatti, illumina gli stretti rapporti tra la gendarmeria e le organizzazioni paramilitari anticomuniste, proietta dietro le spalle degli uomini in divisa, e degli alti magistrati, l’ombra di un complotto coinvolgente la Corona e il grande “alleato atlantico”», anche se riportava come Yves Montand affermasse «la validità universale dell’“affare” trattato in Z: in Grecia, come nei paesi dell’Est, come in America, possono succedere cose simili». Questa universalità del film lo portò a essere proiettato negli Stati Uniti, anche prima di essere distribuito nei cinema. Aaron Dixon, membro del Partito delle Pantere Nere, ricorda nella sua biografia My People Are Rising. Memoir of a Black Panther Party Captain, che nel marzo del 1969 a Oakland si tenne una Conferenza Nazionale per il Fronte Unito Contro il Fascismo di tre giorni, durante la quale «ci furono discorsi e raduni e una esclusiva proiezione di Z, film di Costa-Gavras sul controllo dello Stato e sulla cospirazione greca [per l’assassinio di Lambrakis]». L’anno seguente, agli Oscar del 1970, Z vinse nelle categorie Miglior film straniero e Miglior montaggio, perdendo le statuette di Miglior film, Miglior regista e Miglior sceneggiatura non originale contro Un uomo da marciapiede di John Schlesinger. Il film arrivò anche in Rai a fine 1974, anche se su «La Stampa» del 10 dicembre di quell’anno si scrisse che «malignamente qualcuno può dire che la Rai, accertatasi ben bene che il regime parafascista dei colonnelli in Grecia era caduto in modo definitivo e che non c’erano possibilità di ritorni di alcun genere, s’è finalmente decisa a trasmettere il film Z […] che da tempo teneva nel cassetto e che prudentemente non tirava fuori per timore di complicazioni internazionali. Ma queste sono malignità» aggiungendo che la Rai «è stata fortunata perché la riproposta della famosa pellicola ha coinciso con un momento felice per la Grecia». L’8 dicembre infatti si tenne il referendum con cui i greci scelsero la repubblica.
La confessione
Un anno dopo Z esce nei cinema La confessione (L’aveu). A Praga nel 1951 il viceministro degli esteri viene imprigionato con l’accusa di essere una spia e di collaborare con gli Stati Uniti. Con interminabili torture e privazioni, si tenta di estorcere una confessione al politico che continua a proclamare di non conoscere il motivo del suo arresto. Pian piano però cede alla volontà dei carcerieri, fino a giungere a un processo pubblico nel quale ammette reati che non ha commesso. Anche questo film è basato su una storia vera, cioè quella di Artur London, comunista ebreo che lottò prima contro i franchisti in Spagna, poi contro i nazisti in Francia e infine divenne viceministro degli esteri della Cecoslovacchia comunista. Arrestato nell’ambito del processo Slánský, dal nome dell’imputato più illustre che allora ricopriva la carica di Segretario del Partito Comunista di Cecoslovacchia, London sarà uno dei soli tre a non essere condannato a morte su quattordici imputati, molti dei quali con il suo stesso passato in Spagna e Francia.
L’elemento principale del film è la tortura subita dal protagonista Yves Montand/Artur London. L’interrogatorio si svolge in tre fasi contigue: inizialmente il viceministro è condotto al castello di Kodoleje e interrogato dal duro Smola, poi trasferito alle prigioni Ruzyn, dove Smola è sostituito dal freddo Kohoutek, e infine portato alle prigioni Pankrac, dove viene rimesso in forze. Qui è messa in scena la finta confessione da recitare al processo pubblico, nel quale i prigionieri vengono convinti a sacrificarsi per il bene del partito.
Smola e Kohoutek sono carcerieri dai metodi molto diversi. Il primo urla e non concede nulla a London, mentre il secondo, sempre calmo, punta a diversi obiettivi. Così Kohoutek, che addirittura aveva aiutato le SS durante la Seconda Guerra Mondiale negli interrogatori, inizia a far ammettere piccoli fatti al suo prigioniero, in cui viene cambiata una parola, utilizzato un sinonimo, promesso che ci sarà in seguito una correzione, ma che portano a comporre come un puzzle una storia falsa piena di ammissioni distorte. Uno degli elementi che meglio spiegano la manipolazione durante la tortura è quello dell’antisemitismo: durante gli interrogatori London viene chiamato più volte “sporco ebreo”, ma quando si parla di uno degli altri prigionieri, Hadju, Kohoutek decide di sostituire la parola “trozkista” con “sionista”; all’opposizione di London che afferma «è giudeo non sionista», sottolineando che la seconda parola abbia una valenza politica, Kohoudek risponde sdegnato che in una democrazia popolare la parola giudeo è un’ingiuria, mentre la parola “ebreo” «non suona bene» [sic]. «Scriveremo sionista, sono gli ordini» conclude il carceriere.
Il film tramite flash forward ci mostra che London è sopravvissuto nonostante le torture e la condanna e si trova a Monaco nel 1965, dove racconta il suo kafkiano incontro con Kohoutek nel 1958, dopo la morte di Stalin e i conseguenti colpi di spugna sulle condanne. Nel 1968 poi, con la Primavera di Praga e dopo essere stato riabilitato da Dubcek, London si reca a Praga per organizzare la pubblicazione del suo libro ma, nel giorno del suo arrivo, i carri armati sovietici entrano nella capitale. Il film si conclude con alcuni passanti che scrivono due frasi sui muri della città: «Svegliati Lenin, Breznev è impazzito» e «Arrenditi Lenin, sono tutti impazziti».
L’uscita del film non fu priva polemiche. Su «l’Unità» del 25 settembre 1970 si legge che «gli autori de La confessione – come hanno fatto intendere – erano pienamente coscienti che la loro opera avrebbe potuto essere strumentalizzata in senso anticomunista ed antidemocratico dai reazionari di tutto d mondo». Il quotidiano riportava che però London «ha ribadito la sua convinzione e la sua fede di comunista. In sostanza egli ha detto di ritenere tutt’altro che concluso il processo di rinnovamento aperto dal XX Congresso del PCUS; ed è per dare vigore ad esso che egli ha scritto il suo libro ed ha acconsentito che ne fosse tratto un film». Negli stessi giorni «La Stampa» riportava le dichiarazioni di Costa-Gavras sul fatto che in nessun paese socialista sarebbe stata permessa la proiezione del suo film: «L’oppressione oggi si esercita in tutti i Paesi, anche in quelli occidentali che si dicono molto liberi. Non possiamo definirci liberi solo perché è possibile proiettare un film: esistono mille altre forme di repressione».
L’amerikano
Per l’ultimo capitolo della trilogia, Costa-Gavras si sposta in Uruguay. L’amerikano (État de siège) – con la K che era usata in quegli anni per indicare i “falchi”, i reazionari più duri – inizia con le ricerche e il ritrovamento del corpo di Philip Michael Santore, ancora una volta interpretato da Yves Montand. Eliminato subito l’elemento di suspense, lo spettatore non deve più rimanere in sala per scoprire le sorti dell’americano, ma per sapere come e perché si è arrivati a quella situazione. Dopo aver mostrato i funerali di Santore torniamo all’inizio della settimana per vedere come i Tupamaros (i combattenti rivoluzionari uruguayani) venivano in possesso dei veicoli con cui effettuavano gli espropri proletari. Durante una di queste operazioni però c’è anche un rapimento, proprio quello del funzionario americano Philip Michael Santore. Dopo che le trattative per il rilascio di prigionieri si sono bloccate a causa di nuovi arresti e in seguito alla scadenza dell’ultimatum dato dai Tupamaros al governo uruguayano, è decisa l’uccisione del funzionario americano, dopo giorni di interrogatori in cui è messo di fronte alle prove in mano ai suoi carcerieri – il funzionario americano aveva addestrato le polizie di vari paesi sudamericani.
Il film si conclude con l’arrivo all’aeroporto di un nuovo funzionario americano, sotto gli occhi dei lavoratori che il subconscio ci suggerisce essere Tupamaros, dando vita a un nuovo ciclo di guerriglie e battaglie tra il potere reazionario e quello rivoluzionario.
Anche questo film si ispira a vicende realmente accadute: il rapimento e l’uccisione di Anthony Dan Mitrione, capo della polizia di Richmond, agente dell’FBI e istruttore di varie polizie sudamericane per conto degli Stati Uniti. Il 21 giugno 1987 la vincitrice del premio Pulitzer Shirley Christian intervista Raul Sendic Antonaccio, leader dei Tupamaros, sul «New York Times». Dichiarò che l’uccisione di Mitrione non era stata programmata, ma dato che i militanti catturati persero i contatti con gli altri «quando è arrivata la scadenza il gruppo che era rimasto con Mitrione non sapeva che fare. Quindi decise di portare a termine la minaccia». Le vicende descritte da L’amerikano avvengono in un Uruguay immerso nel periodo delle ingerenze in Sud America degli Stati Uniti. Note come Operazione Condor, queste ingerenze avevano l’obiettivo di reprimere tutte le opposizioni ai governi e alle dittature gradite agli Stati Uniti, e di rovesciare i governi democraticamente eletti qualora fossero stati costituiti da partiti di sinistra.
L’amerikano fu girato in gran parte in Cile grazie alla diretta approvazione dell’allora presidente Salvador Allende; in proposito il 2 febbraio 1973 Marcel Niedergang riporta su «Le Monde» le parole dette a Costa-Gavras da Salvador Allende riguardo alla sceneggiatura preparata con Franco Solinas: «“Si legge come un romanzo poliziesco”; e ha aggiunto: “dal punto di vista politico non c’è nulla da dire”». Nello stesso anno sia l’Uruguay sia il Cile subirono golpe militari, dove divennero quotidiane torture, uccisioni e negazioni dei diritti umani, condannate per lungo tempo unicamente da tribunali di opinione formati da intellettuali di tutto il mondo, come il Tribunale Russell II, e solo decenni dopo anche da tribunali civili e penali in varie nazioni. Costa-Gavras tornerà a occuparsi di Sud America nove anni dopo con il film Missing, tratto dal libro su Charles Horman, giornalista scomparso durante il golpe militare in Cile.
Prevedibilmente, anche questo film arrivò nelle sale tra le polemiche. «In alcuni ambienti siamo stati accusati di fare un film favorevole alla CIA perché il personaggio principale, interpretato da Yves Montand, è simpatico. In altri ambienti, a sinistra, siamo stati criticati per aver realizzato un’opera a gloria dei Tupamaros e della lotta armata» dichiarava Costa-Gavras ancora a «Le Monde». Come riportato anche dallo stesso American Film Institute, L’amerikano avrebbe dovuto essere proiettato al Kennedy Center di Washington D.C., ma la proiezione fu annullata dall’allora direttore George Stevens Jr, perché secondo il «Los Angeles Times» «razionalizzava l’assassinio».
Elementi comuni
L’espediente narrativo che lega questi tre film è l’interrogatorio, elemento principale delle trame e strumento con il quale vengono sviscerate le dinamiche di potere tra lo Stato con le sue caratterizzazioni – democratico ma fortemente influenzato dall’esercito in Z, autoritario e paranoico ne La confessione e fortemente influenzato da una potenza estera ne L’amerikano – e gli individui considerati a esso antagonisti. Trintignant in Z è chiamato a fare da arbitro imparziale: senza coinvolgimenti politici, lui è al servizio della verità e a costo di rimetterci la carriera non si fa intimorire dal Procuratore Generale che gli intima che «quest’affare la può portare molto in alto o spezzare la sua carriera». Trova la verità, vi mette tutti i colpevoli di fronte e sconfigge il potere. Tuttavia Jacques Perrin, nei panni del giornalista che racconta come sono poi andati i fatti, castra l’entusiasmo dello spettatore che viene a conoscenza della verità: il potere, anche se sconfitto tramite il sistema giudiziario, può comunque vincere con complotti, omicidi e insabbiamenti in tribunali militari. Ne La confessione l’interrogatorio è la colonna portante della trama: prima Smola, poi Kohoutek devono piegare London/Montand, distruggendo il corpo per forzarne lo spirito. E dopo circa un’ora di torture varie, come scrisse il critico Robert Ebert sul «Chicago Sun Times» ad aprile del 1971, «le nostre menti razionali in qualche modo cercano di dare senso a un sistema dove niente è “vero” ma tutto deve essere “corretto”». Ne L’amerikano l’interrogatorio a Santore/Montand serve più che altro a confermare quello di cui i Tupamaros sono già a conoscenza; Santore è colpevole e più volte viene messo di fronte a fatti inoppugnabili dopo aver detto di non sapere o aver provato a mentire.
Gran parte del merito per il ritmo narrativo di questa trilogia si deve senza dubbio al sodalizio artistico tra Costa-Gavras e la montatrice Françoise Bonnot. Ogni stacco, cambio di scena o di inquadratura non è mai fatto su soggetti statici, dando così l’impressione di essere sempre al centro di un’azione concitata. Molto frequente è l’uso di inserti, sia flashback che flash forward spesso didascalici, per spiegare un singolo elemento senza far perdere troppo il filo del discorso. Ne La confessione vengono usati molto spesso per frustrare ogni possibile ottimismo dello spettatore, spiegando le condanne e le esecuzioni di persone per le quali si potrebbe nutrire qualche speranza. L’ottimismo viene sacrificato non sadicamente ma per rispettare il realismo dei fatti accaduti a cui si ispirano i film e la visione di Costa-Gavras, secondo cui «il cinema è un modo di mostrare, scoprire i processi politici nella nostra vita di tutti i giorni. Di fatto, un film è un atto politico».
31 Marzo 2022
Giuseppe Schiano di Colella
(Tratto da: https://www.altrianimali.it/2022/03/31/il-cinema-politico-di-costa-gavras/).
Dal sito «Volere la luna»
Diego Giachetti recensisce il volume
(Mimesis, 2024, pp. 180, 16 euro)
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Proteste deboli in movimento
di Diego Giachetti
Uno dei principali temi trattati nel libro di Alessandro Barile La protesta debole. I movimenti sociali in Italia dalla Pantera ai No global (1990-2003) (Mimesis, 2024) riguarda la soggettività, la coscienza dei soggetti collettivi e le dinamiche costitutive. Il Novecento è stato fecondo di soggetti molteplici che si sono posti il tema della trasformazione con una carica e una speranza utopica elevata. Sconfitti, hanno lasciato un’eredità pesante di interrogativi e un bisogno impellente di trovare nuovi soggetti per soddisfare desideri politici e/o utopici, nel senso positivo del termine.
Persistenze. Nel ripercorrere la genesi e lo sviluppo dei movimenti sociali in Italia negli ultimi due decenni del secolo scorso, l’autore sottolinea la permanenza del “peso” della memoria degli anni Settanta. Di certo, afferma, la genealogia, individuabile nel rapporto con le sconfitte subite negli anni Settanta, ha lasciato traccia nei caratteri delle successive proteste. Una delle forme di organizzazione dei conflitti di quel tempo furono i movimenti sociali, strutture intermedie tra comportamenti collettivi e organizzazioni partitiche e sindacali, capaci di predisporre e organizzare la mobilitazione. Nuovi attori-protagonisti, giovani, donne, studenti, emersero accanto e oltre la classe operaia, componendo una pluralità di focolai di conflitti non riconducibili solo a quelli derivanti dai rapporti tra capitale e lavoro. Quando s’incrinò la militanza politica nelle formazioni della nuova sinistra, ciò non si tradusse nella dismissione dell’impegno, ma in una diversa declinazione di esso in associazioni di vario genere. La protesta di movimento non calò di frequenza, mutarono i repertori d’azione, i soggetti sociali coinvolti, il sistema di idee e le ragioni di essa. A partire dagli anni Ottanta queste forme di azione si protrassero fino al duemila. I movimenti si organizzarono in reti relazionali debolmente strutturate, privi di forti connotati ideologici. Sempre più la protesta – nota l’autore – sfumava i confini di classe, oltrepassava quelli delle tradizioni storiche della sinistra. Erano movimenti di sinistra non più riconducibili a una qualche tradizione, vecchia o nuova, ortodossa o eretica, del movimento operaio novecentesco.
Bivio Ottanta. Sotto l’incalzare dei processi di ristrutturazione, negli anni Ottanta i movimenti sociali tesero a marcare la separazione da quelli che avevano caratterizzato il decennio precedente. La protesta si fece ideologicamente debole, perse la sostanza della dimensione di classe a vantaggio della moltiplicazione delle identità sociali. Permaneva la questione giovanile, ma si esprimeva con modalità incerte, senza riferimenti ideologici e culturali. Erano giovani che provavano a uscire dalla cappa degli “anni di piombo”, dizione negativa degli anni Settanta, senza rimanere intrappolati nella desolazione, nella solitudine individualistica. S’attenuava la contrapposizione generazionale, rimaneva la consapevolezza che la giovinezza era un bene da preservare dal mondo degli adulti. Calata la tensione per la partecipazione politica nei partiti, l’impegno si indirizzava versi i movimenti referendari, ambientalisti, studenteschi, per la pace, femministi. Tipica, esemplare e rappresentativa del contesto fu il movimento studentesco del 1985. Gli studenti in lotta non si riconoscevano nelle logiche della militanza politica, rivendicavano il carattere apartitico della protesta, chiedevano di migliorare il funzionamento del sistema scolastico, senza pretese rivoluzionarie. Usarono l’arma dell’occupazione, luogo di confronto collettivo, e difesero la propria autonomia dalle ingerenze della politica con l’autogestione, similmente a quanto andavano facendo i centri sociali in via di costituzione.
Pantera e centri sociali. La mobilitazione universitaria che prese il nome di Pantera ebbe uno sviluppo rapido, ma rimase delimitata nella sola dimensione studentesca. Si caratterizzò per la volontà di chiudere con gli anni Ottanta, letti come anni di desolazione, di individualismo, frammentazione, colpevoli della rimozione della memoria, dei valori e delle lotte degli anni Sessanta-Settanta. Il confronto con quel passato (non ancora passato) rappresentò un tentativo difficile e scivoloso. Da un lato c’era il bisogno di liberarsi dal controllo e dal giudizio della vecchia generazione di militanti, dall’altro c’era il rispetto e non il rifiuto dei Settanta, andando oltre i vincoli della militanza politica e delle polemiche sulla lotta armata. Dagli anni Ottanta ripresero le nuove modalità di fare politica a partire dal collettivo universitario, momento partecipativo aperto a studenti di varie aree, contenitore di più istanze, in un rapporto diffidente con la politica istituzionale e le ideologie. L’occupazione diventò modello di prassi, quasi fosse il fine della protesta. Le facoltà occupate diventarono un contenitore di linguaggi e prassi studentesche, sedi di un movimento che stentava (o non voleva) farsi politico. Luoghi di lunghe discussioni, basate sul rifiuto della delega, con scarsa operatività decisionale, incapaci di darsi degli organi dirigenti, un coordinamento nazionale. Nessuno voleva rappresentare qualcuno o qualcosa, le decisioni, prese in maniera informale, favorivano forme mascherate di leaderismo. Le assemblee, caratterizzate da lunghi dibattiti procedurali, relegarono sullo sfondo la discussione politica. L’esperienza dell’occupazione e dell’autogestione, promossa dalla Pantera, si riversò nei centri sociali favorendone la diffusione con modalità di sindacalismo territoriale e una prassi conflittuale che ricollegava l’immaginario degli anni Novanta a quello dei Settanta, con una vocazione anticapitalistica riformulata nel nuovo contesto della globalizzazione. I centri sociali nel decennio Ottanta erano diventati luoghi di espressione di controcultura politica, artistica, musicale, sorretti da istanze di resistenza o sopravvivenza all’omologazione. Negli anni Novanta diventarono protagonisti rilevanti in forme e modalità non più riferibili alle tradizionali organizzazioni partitiche e sindacali. L’occupazione illegale come strumento di lotta e l’autogestione come metodo di confronto, li contraddistinsero, tenuti assieme da una prassi, più che da un’ideologia o da obiettivi politici di ordine generale. I centri sociali coniugarono radicamento territoriale e lotta politica in forme nuove e originali, costituirono, nel culmine delle proteste di Genova contro il G8 del 2001, il collante di una mobilitazione cresciuta nel corso degli anni Novanta.
Un movimento a più marce. Il movimento no global (1999-2003), divenuto movimento no war (2003-2005) è stato il più vasto, diffuso e radicale movimento di contestazione dell’ordine neoliberista dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo storico novecentesco. Raccolse la protesta mondiale contro neoliberismo e la globalizzazione capitalistica, ridefinì alcuni dei caratteri della sinistra storica, allontanandosi dalla tradizione dei partiti socialdemocratici e della nuova sinistra. Per la prima volta un vasto movimento di sinistra non si muoveva attorno alla logica della radicalizzazione delle istanze politiche, ma a quella della dislocazione di queste, contribuendo alla scomposizione dell’offerta politico-ideologica, mettendo in rete più movimenti coordinati fra loro. Il legame che univa i vari movimenti era insieme debole e forte. Debole perché poco strutturato e volutamente anti ideologico. Forte perché proprio quei caratteri consentirono una partecipazione ampia, plurale che si identificava in un processo collettivo piuttosto che in un soggetto organizzato. Si caratterizzò per la sua democrazia partecipativa, che abbandonava il modello partitico organizzato gerarchicamente, distaccandosi dalle esperienze storiche novecentesche. Composto da soggetti sociali plurimi, intergenerazionale, interclassista, non aveva più al centro la sola classe operaia, né il più generale concetto di proletariato. Vi parteciparono nuove figure di lavoratori precari, subordinati piccoli imprenditori, disoccupati, studenti, donne, varie stratificazioni di certi medi. Negli anni Settanta la protesta tendeva a collegare i ceti medi alla classe operaia. Nel movimento no global perdeva di sostanza la proiezione unificante della classe operaia a favore di un pluralismo senza classe egemonica, una sorta di assemblaggio di più derivazioni. Mutava il modo di concepire l’impegno politico col rifiuto dell’etica del sacrificio, della militanza come rinuncia a parte della vita. L’impegno diventava parte della ricerca di soddisfazione personale, di auto-realizzazione. Nel movimento le visioni critiche abbondavano, ma avevano difficoltà a costruire una vera e propria alternativa politica e discorsiva. Erano contro la globalizzazione, ma non volevano ritornare alle istanze statalistiche nazionali. Stavano in antitesi tanto al libero mercato quanto allo Stato: cooperazione sociale, né pubblico né privato, municipalismo, mutualismo. Chiedevano la cittadinanza universale, un reddito di base per tutti, promuovevano la democratizzazione attraverso pratiche autogestionarie di partecipazione diretta. Propugnarono una sorta di riformismo radicale: tobin tax, cancellazione del debito, reddito di cittadinanza, tribunali internazionali per i diritti umani. Pensavano a un nuovo sistema di governo mondiale fondato sulla carta universale dei diritti dell’uomo dell’ONU. Il venir meno del ruolo dello Stato-nazione poteva anche essere una conseguenza positiva della globalizzazione, purché fosse accompagnata e guidata da forme di autogoverno locale sul modello municipalista. La sua parabola discendente non ha lasciato eredità diretta, conclude l’autore. Il populismo, articolatosi in seguito in movimenti di destra e di sinistra, non è attribuibile ai no global, è invece il risultato della crisi del movimento dei movimenti.
8 luglio 2025
Diego Giachetti
(Tratto da: https://volerelaluna.it/politica/2025/07/08/proteste-deboli-in-movimento/).
Inserito il 17/10/2025.
(Fazi Editore, 2025)
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È IN LIBRERIA La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina di Ilan Pappé
«Stiamo assistendo all’inizio della fine dello Stato di Israele». Dopo il 7 Ottobre e il genocidio a Gaza, il progetto sionista in Palestina – il tentativo secolare dell’Occidente di imporre uno Stato ebraico in un paese arabo – è destinato a una «disintegrazione inevitabile». È la tesi del celebre storico israeliano Ilan Pappé che, dopo opere considerate pietre miliari nella storiografia del conflitto israelo-palestinese, in questo nuovo volume sposta lo sguardo sul futuro di Israele e della Palestina. Diviso in tre parti, nella prima – Il collasso – Pappé esamina il fallimento del cosiddetto “processo di pace” ed evidenzia le fratture profonde che minacciano la stabilità di Israele: l’ascesa del sionismo religioso, le crescenti divisioni all’interno della società israeliana, l’allontanamento dei giovani ebrei dal sionismo, il sostegno dell’opinione pubblica mondiale alla causa palestinese, la crisi economica e la messa in discussione dell’invincibilità militare di Tel Aviv. Nella seconda parte – La strada per il futuro – l’autore delinea sette mini-rivoluzioni cognitive e politiche necessarie per costruire un avvenire migliore per tutti gli abitanti della Palestina storica: da una nuova strategia per il movimento nazionale palestinese alla giustizia transitoria e riparativa sul modello sudafricano, dal diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alla ridefinizione dell’identità collettiva ebraica. Nella terza parte – La Palestina del dopo-Israele, anno 2048 – Pappé offre una preziosa visione di speranza e riconciliazione. Immagina un domani in cui le mini-rivoluzioni hanno avuto successo e descrive come potrebbe essere la vita in uno Stato palestinese democratico e decolonizzato, con il ritorno dei rifugiati, la coesistenza di ebrei e palestinesi come cittadini con pari diritti e la guarigione delle ferite del passato. Summa dell’analisi storico-politica di Pappé, La fine di Israele è un contributo fondamentale per comprendere l’insostenibilità del progetto sionista e la via possibile per la pace in Palestina.
«La fine di Israele è un capolavoro, una lettura imprescindibile per chiunque voglia comprendere la disintegrazione del progetto sionista e le sue conseguenze. Pappé, uno dei massimi studiosi del conflitto israelo-palestinese, è autore di libri innovativi e fondamentali. Anche questo non fa eccezione».
CHRIS HEDGES
«Quando pensi che sia già stato detto tutto, Ilan Pappé ti offre questo libro illuminante, originale e, soprattutto, pieno di speranza».
EYAL WEIZMAN
ILAN PAPPÉ è professore di Storia all’Istituto di studi arabi e islamici e direttore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina presso l’Università di Exeter. È autore di oltre una dozzina di libri tra cui il best-seller La pulizia etnica della Palestina (Fazi Editore, 2008), tradotto in quindici lingue. Fazi Editore ha inoltre pubblicato Palestina e Israele: che fare?, scritto insieme a Noam Chomsky (2015), La prigione più grande del mondo. Storia dei Territori Occupati (2022), Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina (2024) e La fine di Israele (2025).
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Mentre stava accompagnando la moglie Gabriella a un controllo specialistico, Fausto Amodei ha avuto un infarto.
È morto così un gigante della canzone italiana, un compagno di strada fin dall'inizio della nostra storia
Scrive il nostro presidente, Stefano Arrighetti (e noi facciamo nostre le sue parole):
«Per me era l'immagine stessa del cantautore: seduto, con la chitarra e un sacco di cose e storie da raccontare.
Fausto ha cominciato a cantare, prima che in Italia scoprissimo la parola “cantautore”, col gruppo dei Cantacronache a Torino; un suo autoritratto appare nel primo numero della Rivista "Il Nuovo Canzoniere Italiano" nel 1962; è presente, nel 1963, insieme a Sandra Mantovani e Michele Straniero, nel disco “Canti della Resistenza Italiana 2” dove incide Bella Ciao per I Dischi del Sole. Aveva già scritto tante canzoni, tra cui ricordo una necessaria "Canzone della Marcia della Pace" insieme a Franco Fortini e soprattutto il suo canto più famoso, un vero inno, "Per i morti di Reggio Emilia". Con I Dischi del Sole pubblicherà un EP "Canzoni didascaliche" e due LP "Se non li conoscete" e "L'ultima crociata".
Le sue canzoni erano politiche e schierate ma piene di ironia e sarcasmo, con uno strano arpeggio di chitarra che ricordava il suo amato Brassens.
La sua influenza su tanti musicisti e cantanti è stata enorme ed è viva anche oggi.
L'ultima volta che ci siamo incontrati è stata nella sua Torino in occasione della proiezione di un film documentario su Giovanna Marini, al Torino Film Festival. Stare insieme a lui e Giovanna, alla regista Chiara Ronchini, a Valter Colle e ai compagni e alle compagne del Coro della Scuola Popolare di Musica del Testaccio, è stata una festa.
Oggi la tristezza è enorme; oggi siamo molto più soli.
Ai suoi familiari, alla moglie Gabriella e ai figli Marco e Irene va l'abbraccio fortissimo di tutti i compagni e le compagne dell'Istituto Ernesto de Martino e l'abbraccio di Clara Longhini delle Edizioni Bella Ciao.»
Istituto Ernesto De Martino
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E se Berlino chiama
ditele che s’impicchi:
crepare per i ricchi
no! non ci garba più.
E se la Nato chiama
ditele che ripassi:
lo sanno pure i sassi:
non ci si crede più.
Se la ragazza chiama
non fatela aspettare:
servizio militare
solo con lei farò.
E se la patria chiama
lasciatela chiamare:
oltre le Alpi e il mare
un’altra patria c’è.
E se la patria chiede
di offrirgli la tua vita
rispondi che la vita
per ora serve a te.
Canzone improvvisata da Fausto Amodei e Franco Fortini il 24 settembre 1961 durante la prima Marcia per la pace Perugia-Assisi. Nel 1964 la canzone fu incisa da Maria Monti nell'EP intitolato Le canzoni del no.
Il 4 febbraio 1965 il senatore dell'MSI Ezio Maria Grey presentò un'interrogazione, all'allora ministro della Difesa Giulio Andreotti, citando alcuni versi del brano, denunciando che era ancora in libera vendita un microsolco di cinico atteggiamento a disprezzare in pace e in guerra il dovere militare. Così il 29 dicembre 1965 il sostituto procuratore della Repubblica Carcasio ordinò il sequestro del disco in tutto il territorio nazionale.
(Tratto dalla pagina Facebook di Fausto Pellegrini, consultata il 19/09/2025: https://www.facebook.com/fausto.pellegrini61).
Dalla rivista «Carmilla»
Sandro Moiso recensisce il volume
(Edizioni TABOR, Valsusa, 2025, pp. 72, 4 euro)
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Tumulti rusticani
di Sandro Moiso
AA.VV., Tumulti rusticani. Rivolte e resistenze contadine tra il Medioevo e la Modernità (Edizioni TABOR, Valsusa, 2025, pagine 72, euro 4).
In occasione del solstizio d’estate, 20, 21 e 22 giugno 2025, si è tenuto a Villar Pellice (TO) un interessante convegno sulle rivolte contadine e sul rapporto tra specie, ambiente e agricoltura a partire dal cinquecentesimo anniversario della guerra dei contadini tedeschi del 1525. Iniziativa assolutamente necessaria se si considera che, come si afferma nelle note editoriali legate al nuovo volumetto della collana «Bundschuh» ovvero “lega dello scarpone”, simbolo della resistenza della “gente comune” contro i “signori”, da cui prende il titolo la collana stessa:
Nella storia “ufficiale”, i contadini appaiono come un fastidioso rumore di fondo. Li si ricorda soltanto – con terrore – le volte in cui, armi in pugno e in fitte schiere, hanno preso d’assalto i castelli, le chiese, i palazzi dei potenti. Non si tratta soltanto di un altezzoso sguardo di classe, è un vero e proprio disprezzo, quasi antropologico. I rustici sono una maledizione da rimuovere, gente rozza e ignorante, arcaica e sporca, perché legata alla terra, l’esatto contrario dell’individuo moderno, l’uomo nuovo, razionale, sofisticato, libero dalla “schiavitù della natura”. Oggi, a cinque secoli dalla “grande guerra dei contadini” del 1525, possiamo fare un bilancio di dove ci ha condotto questa perversa concezione di libertà e progresso: in un abisso di genocidi, disastri, ingiustizia, infelicità. [Mentre] è forse anche il momento di ribaltare la storia che ci hanno raccontato, e di far riemergere dalle sue pieghe nascoste quel mondo rurale: non soltanto nei suoi momenti di furiose ribellioni, ma anche nelle sue quotidiane strategie di resistenza, nei suoi saperi, nelle sue forme di autonomia e di autogoverno comunitario. Quel mondo stritolato negli ingranaggi della macchina capitalista e statale, che è oggi più che mai urgente e vitale riscoprire, risollevare, riarmare.
Proprio per tutti questi motivi, le edizioni Tabor e la collana «Bundschuh» proseguono nella meritoria opera di riscoperta e riedizione di pubblicazioni oggi dimenticate oppure mai tradotte in italiano per ricostruire la lunga storia dei poveri insorti per difendere le loro comunità e le loro autonomie. Ma non solo, perché a quella storia si intrecciano altri momenti fondamentali della nostra modernità, come la Riforma protestante – con le sue correnti radicali, profetiche e rivoluzionarie – i roghi delle donne bruciate come streghe, i massacri degli indigeni nelle colonie, l’inizio di quell’economia di rapina che ha permesso l’accumulazione originaria all’origine del Capitale. È in quegli anni, in quegli slanci e in quelle tragedie, che nasce il presente in cui viviamo. In tal senso conoscerne le origini non è un mero esercizio di curiosità intellettuale. È il primo passo per raccogliere il testimone di chi ha combattuto prima di noi. Per ritornare a combattere…
L’ultimo volume pubblicato nella collana raccoglie due testi. Uno di Werner Rösener tratto da I contadini nella storia d’Europa (Laterza, Roma-Bari 1995) e significativamente intitolato I contadini si oppongono e si ribellano. Mentre il secondo è la traduzione di un saggio di Paul Freedman, intitolato Peasant Resistance in Medieval Europe (Resistenza contadina nell’Europa medievale), pubblicato originariamente sulla rivista «Filozofski Vestnik» il 18.2.1997.
Ed è in particolare il secondo dei due testi, sulla scorta anche delle ricerche condotte sul campo in Estremo Oriente da James C. Scott, ad allargare il campo temporale e geografico delle resistenze contadine: dai primi secoli dopo il Mille alla guerra dei contadini tedeschi fino alle guerre contadine in Russia in epoca stalinista nel periodo delle collettivizzazioni forzate ovvero dell’“accumulazione socialista”. Mostrando così come il problema delle rivolte contadine e dell’analisi dei conflitti sociali nelle campagne abbia visto in prima linea per l’interpretazione erronea e semplicistica spesso data proprio quei movimenti politici, come il marxismo, che della Rivoluzione avevano fatto la propria bandiera.
Oltre alle grandi e note guerre tardo-medievali e alle confederazioni contadine, esistevano altre forme di conflitto rurale medievale. Soprattutto a partire dal XIV secolo si verificarono frequenti rivolte contadine locali e regionali. Per il solo Impero tedesco si contano 59 insurrezioni contadine tra il 1336 e il 1525.
Eppure, fino a poco tempo fa, i contadini del passato e dell’epoca contemporanea sono stati considerati da storici e studiosi come estranei al dramma del progresso storico. Se sono stati coinvolti in eventi importanti, è stato come vittime inconsapevoli o come folle manipolate. Il loro ruolo nella resistenza alla Rivoluzione francese in Vandea, ad esempio, avrebbe incarnato sia il loro attaccamento agli assetti tradizionali sia la futilità dei movimenti rurali organizzati.1
Così, anche se alcune correnti marxiste hanno favorevolmente interpretato certi aspetti dei movimenti contadini, pur sempre relegandoli a ruolo di gregari del corso dello sviluppo delle contraddizioni della società feudale e delle moderne forze produttive:
per la maggior parte del Novecento gli scienziati sociali – marxisti e non – hanno concordato sul fatto che i contadini rappresentavano un fattore retrogrado nello sviluppo economico e che il progresso li avrebbe lasciati indietro. Nel pensiero marxista ortodosso i contadini sono un ostacolo al progresso rivoluzionario o al massimo possono rincorrerlo, partecipandovi indirettamente. Che solo il proletariato urbano potesse forgiare una vera rivoluzione fu ribadito da Stalin, che considerava le prime rivolte contadine russe degne di nota, ma le loro motivazioni “zariste” le rendevano irrilevanti per dei veri rivoluzionari. La collettivizzazione forzata dell’agricoltura in Unione Sovietica fu il risultato logico, anche se particolarmente brutale, di un atteggiamento che vedeva il proletariato come avanguardia della rivoluzione e la modernizzazione industriale come possibile in una società arretrata solo distruggendo i piccoli proprietari agricoli.2
D’altra parte, per i teorici dello sviluppo di stampo occidentale, il grado di sviluppo e di progresso industriale ed economico di una società è stato spesso interpretato sulla base della progressiva oppure definitiva scomparsa della popolazione rurale.
L’atteggiamento contemporaneo nei confronti del mondo rurale è curiosamente parallelo a quello del Medioevo, che vedeva i contadini come disgraziati, inarticolati, capaci di ribellioni pericolose ma irrazionali e senza obiettivi, e privi di qualsiasi programma o senso del progresso. La resistenza contadina è considerata un fenomeno ricorrente ma inutile, espressione di una rabbia istintiva piuttosto che di un piano organizzato. I movimenti contadini che sembravano degni di nota erano o esplosioni irrazionali (di cui la Jacquerie francese del 1358 potrebbe essere presa come esempio tipico), o dipendenti dall’iniziativa di classi più consapevoli e articolate (soprattutto cittadine).
Negli ultimi anni, tuttavia, molto è cambiato, poiché la razionalità e l’uso delle risorse da parte dei contadini sono state rivalutate in maniera più positiva. In parte ciò è avvenuto come risultato di un tardivo disincanto nei confronti dei costi sociali e degli effetti ecologici dello sviluppo. Lo spettacolare fallimento dell’agricoltura sovietica e gli effetti deleteri del disinvestimento nell’agricoltura a favore di programmi sconsiderati o corrotti (ad esempio in Africa) hanno incrinato la fiducia in ciò che è “razionale” o “irrazionale” nelle pratiche agricole.3
Per questi motivi si rende, oggi, estremamente necessario tornare a riflettere su quelle esperienze, non soltanto da un punto di vista storico e “militare”, ma anche da quello della riscoperta di un rapporto con la terra, il lavoro e la comunità che rivela come le promesse di un radioso futuro, sia di stampo capitalistico che socialista, devono ancora fare i conti con resistenze che si possono rivelare più profonde, antiche e motivate di quanto sia sempre stato, immotivatamente, dato. Come quelle delle comunità indigene ancora in corso in tante parti del mondo, a cominciare dal Messico zapatista, sta ancora lì a ricordarci.
16 luglio 2025
Sandro Moiso
(Tratto da https://www.carmillaonline.com/2025/07/16/tumulti-rusticani/).
Note
1 P. Freedman, Peasant Resistance in Medieval Europe, in AA.VV., Tumulti rusticani. Rivolte e resistenze contadine tra il Medioevo e la Modernità, edizioni TABOR, Valsusa 2025, p. 45.
2 P. Freedman, op. cit., p. 46.
3 Ivi, pp. 48-49.
Inserito il 28/07/2025.
Dal periodico «Sinistra Sindacale»
Sandro De Toni recensisce il volume
(Meltemi, 2025)
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Agire la rivoluzione del XXI secolo
di Sandro De Toni
Jean-Luc Mélenchon, Ribellatevi! La rivoluzione nel XXI secolo (Meltemi, pagine 340, euro 20).
È uscita, pubblicata dall’editore Meltemi, la traduzione italiana del libro di Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, Faites mieux! Vers la Révolution citoyenne, dal titolo Ribellatevi! La Rivoluzione nel XXI secolo. Il libro, uscito in Francia nel settembre 2023, è stato tradotto anche in spagnolo e in inglese. Mélenchon sta effettuando un tour internazionale per pubblicizzarlo in Messico, in Canada, negli Usa – dove ha dialogato con Bernie Sanders – ed in Italia, dove è stato presentato al Salone del libro di Torino ed alla ex-Gkn di Campi Bisenzio.
Mélenchon, nel corso della presentazione, non ha risparmiato battute critiche ai Democratici italiani: “Gente che pensava di fare la cosa giusta: si sono messi la cravatta per rendersi rispettabili aderendo alla dottrina socialdemocratica, ma nel momento peggiore. Cioè quando non poteva più funzionare … La dinamica del capitalismo non può più produrre vantaggi per il popolo. E avete un partito che per non essere divisivo si chiama Partito democratico. Ma chi può dirsi ‘anti-democratico’? Tanto vale chiamarsi Partito-partito. È il vuoto che non convince nessuno”.
E, rivolto alla sinistra radicale, a proposito di insorgenze popolari anche spurie come è stata quella dei gilets jaunes che il suo movimento ha appoggiato senza esitazioni: “Per questo a voi in Italia dico che il movimento di Beppe Grillo non lo avete capito e avete fatto male”.
L’analisi di Mélenchon si è affinata in seguito al lavoro di inchiesta ed alle discussioni seguite alle tre grandi mobilitazioni popolari nel suo paese: il già citato movimento dei gilets jaunes, le manifestazioni e gli scioperi contro la riforma delle pensioni voluta da Emmanuel Macron, e le rivolte delle banlieue del 2023 seguite all’uccisione da parte della polizia del giovane Nahel.
Il testo propone un’analisi politica di cui abbisogna l’azione di una sinistra di rottura, una teoria che dimostra come siamo entrati nell’era del popolo e della rivoluzione cittadina.
Si tratta di una riflessione densa che non possiamo certo riassumere in poche righe. La sua esposizione parte dalle nuove basi materiali della civilizzazione umana, segnata da un duplice raddoppio della popolazione mondiale in un secolo la cui maggiorana si è urbanizzata, e dalla mutazione del modo di produzione capitalistico. Il capitalismo non è più un sistema economico basato solo sullo sfruttamento del lavoro ma ha assunto un aspetto predatorio delle reti sociali e delle infrastrutture essenziali alla vita di tutti i giorni, con la finanziarizzazione della vita economica e il ritorno a forme di capitalismo rentier, una forma di accumulazione per spossessamento, con la nascita di una oligarchia; quel fenomeno che altri autori hanno chiamato il tecno-feudalesimo.
Emerge ai giorni nostri una nuova conflittualità sociale, che supera quella tra capitale e lavoro e diventa quella tra l’oligarchia ed il popolo. Un popolo che non è una costruzione politica prodotta dall’alto, come nelle tesi di Ernesto Laclau, ma il risultato di un’ampia mobilitazione intersezionale di una classe lavoratrice profondamente trasformata e molteplice dal punto di vista etnico, di genere, professionale, con una larga presenza di lavoratori della logistica e dell’informatica. Ceti popolari che complessivamente subiscono l’imposizione di rendite da parte dei gestori monopolistici delle reti oggi indispensabili per la vita quotidiana, da quelli delle piattaforme, dell’acqua, dell’energia, della mobilità.
L’autore mette al centro della sua analisi i meccanismi della crisi ecologica come acceleratori della Storia. Essi portano al fallimento non solo del modo di produzione capitalista ma di tutti i programmi e partiti politici che basano i loro progetti su una crescita senza fine. Con davanti a noi un tempo che scadrà a breve. Il collasso della civiltà umana sembra all’ora attuale come inevitabile se non si modifica radicalmente questa deriva. Il cambiamento climatico iniziato è irreversibile.
A Campi Bisenzio il leader francese ha poi spiegato perché ha accettato l’invito del Collettivo di Fabbrica dell’ex-Gkn: “I temi del libro riguardano anche quello che accade qui. Ci sono operai che stanno avendo la capacità di pensare a un progetto di riconversione produttiva. Se guardi con gli occhi di un capitalista, pensi: ‘Quanti soldi mi frutta? Sono abbastanza?’ Se invece guardi con gli occhi di un essere umano, allora pensi che queste persone, per difendere il loro lavoro, stanno progettando di produrre pannelli fotovoltaici. Perché conta il saper fare, bisogna guardare alla professionalità degli operai”.
Questo testo, scritto da uno dei pochi leader della sinistra europea che propone un nuovo pensiero strategico, rappresenta un importante contributo su cui dovremmo tornare a confrontarci.
Sandro De Toni
(Tratto da «Sinistra Sindacale», n. 11/2025, 16 giugno 2025).
Prefazione di Piergiorgio Odifreddi
(Fazi Editore, 2025)
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Chris Hedges
Un genocidio annunciato
Storie di sopravvivenza e resistenza nella Palestina occupata
Prefazione di Piergiorgio Odifreddi
(Fazi Editore, 2025)
Straordinario reportage nel solco del miglior giornalismo di grandi reporter come Tiziano Terzani e John Pilger, Un genocidio annunciato è una denuncia senza compromessi dei crimini di Israele contro i palestinesi. Il premio Pulitzer Chris Hedges, ex corrispondente per «The New York Times» dal Medio Oriente, trasporta il lettore nelle strade devastate della Striscia di Gaza, dove bombardamenti incessanti, fame e angoscia dominano la quotidianità. Attraverso testimonianze di prima mano e una scrittura potente e coinvolgente, Hedges racconta la resistenza e le sofferenze del popolo palestinese, «le cui voci», scrive Piergiorgio Odifreddi nella prefazione, «questo libro mette in scena come in un coro da tragedia classica». L’autore risale poi alle radici storiche del conflitto, mettendo in discussione la narrazione dominante che presenta Israele come l’unica democrazia in Medio Oriente. Hedges evidenzia come il sionismo – l’ideologia fondante dello Stato ebraico – sia strettamente legato al colonialismo e alla supremazia etnica, e come il genocidio rappresenti l’epilogo estremo e prevedibile della politica espansionista di Israele, resa possibile da una sistematica impunità internazionale. In queste pagine, Hedges dedica un’attenzione particolare al sofisticato apparato di propaganda israeliano che, con la complicità dei media occidentali, distorce i fatti per legittimare l’oppressione e dipingere i palestinesi come terroristi, oscurando o minimizzando le atrocità commesse da Tel Aviv. Nell’orrore di una delle pagine più tragiche della storia recente, "Un genocidio annunciato" è un doloroso e necessario squarcio di verità e un appello accorato all’azione e alla solidarietà. Perché, come ci ricorda Hedges, il silenzio rende complici e la lotta per la giustizia in Palestina è una battaglia per la dignità e la libertà di tutti.
In appendice il rapporto delle Nazioni Unite “IL GENOCIDIO COME CANCELLAZIONE COLONIALE” di Francesca Albanese, relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967.
«Chris Hedges narra con compassione e maestria gli effetti concreti e devastanti di una guerra che dura ormai da quasi ottant’anni» (PIERGIORGIO ODIFREDDI)
«Scritto con urgenza morale e una prosa tagliente, Un genocidio annunciato è un’agghiacciante denuncia delle incessanti atrocità commesse da Israele contro i palestinesi. Chris Hedges attinge alla sua vasta esperienza come corrispondente di guerra e conoscitore della lingua araba per intrecciare racconti di prima mano, storie umane intime, contesto storico e un’acuta analisi politica, muovendo una dura accusa al progetto coloniale sionista e alla complicità delle potenze globali nell’annientamento della popolazione indigena palestinese. Questo libro non è semplicemente una cronaca della sofferenza dei palestinesi, ma un appello alla coscienza che invita i lettori a confrontarsi con i fallimenti morali del nostro tempo» (SUSAN ABULHAWA)
«Chris Hedges è un uomo che, in un clima di censura, inganno e intimidazione, cerca di dire la verità» (OLIVER STONE)
CHRIS HEDGES – Giornalista e scrittore americano, vincitore del premio Pulitzer. Per quasi vent’anni corrispondente dall’estero per «The New York Times», «Dallas Morning News», «Christian Science Monitor» e National Public Radio, ha lavorato in Medio Oriente, America Latina, Africa e Balcani. Per «The New York Times» ha trascorso sette anni a seguire il conflitto israelo-palestinese, gran parte del tempo a Gaza. Ha scritto anche per «Harper’s», «The New Statesman», «The New York Review of Books», «The Nation», «Granta», «Foreign Affairs» e altre testate. Attualmente pubblica articoli e podcast su «The Chris Hedges Report». Autore di quattordici libri, in Italia sono stati pubblicati Il fascino oscuro della guerra (Laterza, 2004) e Fascisti americani. La Destra Cristiana e la guerra in America (Vertigo, 2007).