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di Collettivo Le Gauche
Attraverso il lavoro Workers & Revolution in Iran di Assef Bayat il sito del Collettivo Le Gauche ricostruisce il ruolo del movimento operaio durante la Rivoluzione iraniana del 1979 e la sua sconfitta per mano della nascente teocrazia.
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1. Industria e classe operaia iraniana prima della rivoluzione
Gli Shura iraniani e la controrivoluzione clericale
di Collettivo Le Gauche
Attraverso il lavoro Workers & Revolution in Iran. A Third World Experience of Workers’ Control di Assef Bayat intendiamo ricostruire il ruolo del movimento operaio durante la Rivoluzione iraniana e la sua sconfitta per mano della nascente teocrazia, troppo spesso esaltata in funzione “antimperialista” da un pezzo sempre più confuso della sinistra radicale campista in assenza di campo socialista.
1. Industria e classe operaia iraniana prima della rivoluzione
L’analisi dello sviluppo industriale in Iran e della formazione della classe operaia si articola in due fasi principali: il periodo prebellico, caratterizzato dall’intervento statale sotto Reza Shah negli anni ’30, e il dopoguerra, segnato dall’instabilità politica e dalla successiva ripresa economica sotto Mohammad Reza Shah dopo il colpo di Stato del 1953. Negli anni ’30 Reza Shah avviò un ambizioso progetto di modernizzazione del Paese, ispirato ai modelli occidentali e basato su nazionalismo, secolarismo e capitalismo di Stato. Lo Stato assunse un ruolo centrale nell’economia attraverso la costruzione di infrastrutture fondamentali come ferrovie e strade e tramite investimenti diretti nel settore industriale. Entro la fine del decennio il governo aveva istituito 64 fabbriche moderne, destinando circa il 20% del bilancio statale allo sviluppo industriale. Questo processo fu guidato da un’élite composta da alti funzionari statali, grandi proprietari terrieri e mercanti che formavano un gruppo economico coeso, sebbene spesso in conflitto con lo stesso Shah. Nonostante questa crescita la classe operaia rimaneva una minoranza nella forza lavoro totale. Nel 1941 i lavoratori salariati impiegati nell’industria petrolifera, nelle fabbriche moderne, nelle ferrovie e in altri settori chiave ammontavano a circa 170.000 unità, meno del 4% della popolazione attiva. La maggior parte della forza lavoro era ancora legata all’economia rurale, regolata da rapporti pre-capitalisti, con circa 11,35 milioni di lavoratori agricoli. Il dopoguerra fu un periodo di transizione caotica. Reza Shah fu costretto ad abdicare nel 1941, lasciando il trono al figlio Mohammad Reza Shah, mentre l’economia del Paese, già provata dal conflitto mondiale, affrontava una fase di incertezza politica e sociale. Lo Stato, indebolito, non fu in grado di sostenere adeguatamente il settore industriale e molte fabbriche pubbliche fallirono a causa della cattiva gestione e della concorrenza dei prodotti stranieri che inondarono il mercato iraniano dopo la fine della guerra. Tra il 1948 e il 1956 si registrò una significativa espansione dell’industria privata, favorita dalla carenza di valuta estera che aumentò il prezzo delle merci importate e da politiche doganali favorevoli all’importazione di macchinari. Tra il 1948 e il 1952 furono create quasi 10.000 nuove fabbriche seguite da un’ulteriore crescita che portò a quasi 20.000 unità industriali nei quattro anni successivi. La situazione cambiò radicalmente dopo il colpo di Stato del 1953, organizzato dalla CIA per rovesciare il governo nazionalista di Mosadegh. Con il ritorno al potere dello Shah lo Stato riprese un ruolo attivo nell’economia, avviando una serie di piani quinquennali di sviluppo che accelerarono la crescita industriale. Tre strategie principali guidarono questa fase: l’incoraggiamento degli investimenti stranieri, la sostituzione delle importazioni e il rafforzamento del capitalismo di Stato. Prima degli anni ’50 gli investimenti esteri erano limitati quasi esclusivamente al settore petrolifero ma nel decennio successivo le multinazionali iniziarono a stabilirsi in Iran, spesso in partnership con capitali locali o con lo Stato stesso. Entro la fine degli anni ’60 operavano nel Paese 90 imprese straniere, salite a 183 nel 1974. Nonostante ciò gli investimenti diretti esteri rimasero una percentuale modesta del totale, rappresentando solo il 3,8% del piano di sviluppo 1973-78. L’espansione industriale fu sostenuta da ingenti investimenti statali, in particolare nei piani di sviluppo 1962-68 e 1968-73, che immisero nell’economia oltre 9,5 miliardi di dollari, contribuendo a una crescita del PIL dell’8% annuo tra il 1962 e il 1970, del 14% nel 1972-73 e addirittura del 30% nel 1973-74. Tra il 1963 e il 1978 il peso del settore manifatturiero sul PIL passò dall’11% al 17%, con una produzione industriale totale che aumentò di dodici volte, con un tasso di crescita medio annuo del 72%. I settori che registrarono la crescita più rapida furono quelli dell’energia idroelettrica e delle costruzioni, con tassi rispettivamente del 104,2% e del 78,2%, grazie alla costruzione di dighe, centrali elettriche, porti e infrastrutture pubbliche.
Lo Stato svolse un ruolo determinante anche nella trasformazione dei rapporti di produzione. Con l’introduzione della riforma agraria nel 1962, sostenuta dagli Stati Uniti, vennero smantellati i vecchi rapporti feudali nelle campagne, favorendo l’emergere di una borghesia rurale, di un ceto medio contadino e di un proletariato agricolo. Questo processo ampliò le relazioni di mercato sia nelle zone rurali che nei legami tra campagna e città. Nonostante il carattere repressivo del regime dello Shah il capitalismo iraniano si espanse rapidamente, anche grazie alla crescente gestione statale dell’economia che incoraggiò lo sviluppo di forme industriali private negli anni ’50 e ’60. La crescita della classe operaia fu una diretta conseguenza di questo sviluppo industriale. Tra il 1962-63 e il 1977-78 la percentuale di lavoratori industriali sulla forza lavoro totale passò dal 20,6% al 33,2%, con un tasso di crescita annuo del 9,3%. Anche il settore dei servizi registrò una significativa espansione, con un incremento dell’11,3% annuo nello stesso periodo. Nel 1977 il 54% della popolazione economicamente attiva (8,8 milioni di persone) era costituito da lavoratori salariati mentre il resto era diviso tra contadini proprietari (2,3 milioni, il 26%), lavoratori autonomi non agricoli (1,1 milioni, il 12,5%), lavoratori familiari non agricoli (430.000, il 4,9%) e datori di lavoro.
Il mercato del lavoro industriale era fortemente segmentato tra un settore primario, composto da grandi imprese ad alta intensità di capitale, e un settore secondario, formato da piccole unità tradizionali. Il settore primario includeva l’industria petrolifera, le imprese statali e le multinazionali che offrivano salari più alti e maggiore stabilità ma con forti disparità interne. Ad esempio, nell’industria petrolifera, i salari medi erano i più elevati ma con differenze marcate tra lavoratori specializzati e non. Al contrario, il settore secondario era caratterizzato da bassi salari, precarietà e scarsa sindacalizzazione, con lavoratori spesso costretti a frequenti cambi di lavoro. L’introduzione nel 1970 del sistema di classificazione dei lavori (Tabaghebandi-e Mashaghel) stabilì criteri basati su qualifiche, anzianità e formazione, creando ulteriori disparità. Nell’industria automobilistica i lavoratori specializzati guadagnavano 3,5 volte più degli operai non qualificati mentre i tecnici altamente specializzati arrivavano a percepire 5,6 volte lo stipendio di un caporeparto. Nel settore tessile, dominato da manodopera femminile e migrante, i salari erano i più bassi del settore primario, con differenze minori tra i lavoratori.
La classe operaia iraniana mantiene un forte legame con le sue origini rurali, ciò è particolarmente evidente nella manodopera delle industrie di recente formazione nel periodo storico preso in considerazione mentre i lavoratori dei settori più consolidati come petrolio, tessile, zucchero e tabacco sono prevalentemente di seconda generazione urbana. L’analisi del fenomeno migratorio dalle campagne alle città rivela due modelli distinti, corrispondenti grosso modo ai periodi precedente e successivo alla riforma agraria degli anni ’60.
Il primo modello, definito come migrazione di subordinazione formale, caratterizza il periodo dagli anni ’30 alla fine degli anni ’50. In questa fase lo spostamento verso le città non era direttamente causato dallo sviluppo capitalistico ma da fattori di espulsione dalle aree rurali come carestie, siccità e disastri naturali. Affinché il fenomeno migratorio si verificasse era necessaria la presenza di centri urbani in grado di assorbire la manodopera in eccesso, una condizione che iniziò a svilupparsi nelle prime fasi della transizione verso relazioni capitalistiche. I dati mostrano che, dalla seconda metà degli anni ’30, il flusso migratorio annuo si attestava intorno alle 25.000 unità, per poi impennarsi a 130.000 nel periodo 1941-56. Un’indagine del 1964 rivelò che il 48,8% della popolazione di Teheran (1.115.286 abitanti) era composta da immigrati, di cui il 60% alla ricerca di un lavoro o di un’occupazione migliore, mentre il restante 40% era costituito da familiari a carico.
Con l’avvento della riforma agraria negli anni ’60 si assiste a una trasformazione radicale del fenomeno migratorio che assume le caratteristiche di una “migrazione di subordinazione reale”. In questa fase lo spostamento massiccio dalle campagne alle città fu direttamente causato dallo sviluppo di rapporti capitalistici, sia nelle zone di origine che in quelle di destinazione che integrarono progressivamente la forza lavoro rurale nel sistema economico nazionale. La riforma agraria alterò profondamente la struttura socioeconomica delle campagne, trasformando la terra in una merce e orientando la produzione verso il mercato anziché verso la sussistenza. Questo processo generò una polarizzazione sociale nelle aree rurali, con l’emergere di una borghesia agraria da un lato e di un proletariato rurale dall’altro. La distribuzione della terra fu estremamente diseguale. Circa il 73% dei contadini ricevette appezzamenti inferiori ai 6 ettari mentre il 35% ottenne quote minime o addirittura nulla. A ciò si aggiunsero la privatizzazione delle risorse idriche e l’espropriazione forzata di terreni per far spazio alle agri-industrie, fattori che accelerarono l’esodo verso le città e la proletarizzazione dei contadini migranti. Tra il 1966 e il 1976 il flusso migratorio raggiunse livelli senza precedenti, con oltre 300.000 persone che si spostavano annualmente dalle campagne alle città, a cui si aggiungevano circa 10.000 migranti stranieri. Le principali aree urbane, in particolare Teheran, subirono una radicale trasformazione demografica. Nel 1972, gli immigrati rappresentavano il 13,8% della popolazione urbana, pari a circa 4 milioni di individui. Teheran, con un tasso di crescita annuo del 5,3% tra il 1976 e il 1980, divenne il principale polo di attrazione, arrivando a concentrare il 13,4% della popolazione totale del Paese. Un aspetto cruciale di questa trasformazione fu l’impatto sul mercato del lavoro industriale. La carenza di manodopera specializzata, dovuta alla rapida espansione industriale, spinse il governo a importare circa 15.000 lavoratori qualificati da paesi come Corea del Sud, Filippine e Pakistan. Allo stesso tempo settori come quello tessile, nonostante fossero tradizionalmente associati a mansioni non specializzate, presentavano un paradosso: la definizione ufficiale di “competenza” si basava sulla capacità di svolgere un compito specifico, indipendentemente dal livello di conoscenza richiesto, contribuendo a una classificazione distorta delle qualifiche lavorative.
La proletarizzazione della classe operaia di Teheran rappresenta un fenomeno storico complesso che si sviluppa attraverso un intreccio dialettico tra condizioni materiali, trasformazioni sociali e dinamiche culturali. I dati empirici raccolti attraverso ricerche sul campo rivelano una realtà in cui l’89% della forza lavoro industriale proviene direttamente dalle campagne, con una distribuzione geografica che vede il 36,6% di origine turcofona (principalmente dall’Azerbaijan), il 14,6% dalle regioni settentrionali del Gilan e Mazandaran (i cosiddetti Shomali) e il resto da altre aree rurali del paese. Questo massiccio esodo dalle campagne alle fabbriche è stato determinato da un insieme concatenato di fattori strutturali: la riforma agraria degli anni ‘60 che ha privatizzato le terre collettive, la progressiva monetarizzazione dell’economia rurale e la crescente pressione demografica sui terreni agricoli. Le testimonianze dirette dei lavoratori raccolte attraverso questionari approfonditi mostrano che il 39,1% ha abbandonato il villaggio a causa della completa perdita della terra mentre il 29,1% è migrato per l’insufficienza dei terreni familiari (in genere meno di 5 ettari per nucleo familiare). Un ulteriore 15% ha citato la scarsità d’acqua e le ricorrenti siccità come fattore determinante. Questi dati assumono particolare rilevanza se confrontati con altre realtà del Terzo Mondo. Nello stesso periodo in Africa occidentale circa il 75% dei lavoratori industriali manteneva ancora proprietà terriere nel villaggio d’origine, a Teheran la percentuale si riduce a un residuale 10%, di cui la maggior parte possiede solo piccoli orti o appezzamenti marginali. Questo distacco materiale dalla terra rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente per la completa proletarizzazione. L’analisi longitudinale della permanenza in ambito urbano rivela che il 45% dei lavoratori ha trasferito in città l’intero nucleo familiare fin dal momento della migrazione mentre il restante 55% ha seguito un percorso più graduale, stabilendosi inizialmente come singoli individui e facendo venire la famiglia in un secondo momento. Questa differenza nei modelli migratori ha importanti implicazioni sul processo di integrazione urbana. Coloro che hanno portato immediatamente con sé la famiglia mostrano generalmente un distacco più marcato dalle reti sociali del villaggio, con solo il 24% che mantiene contatti regolari con la comunità d’origine. Al contrario, tra coloro che hanno migrato individualmente, la percentuale di chi conserva legami affettivi ed economici con il villaggio sale al 39,3%. La durata dell’esperienza lavorativa in fabbrica costituisce un altro indicatore cruciale del grado di proletarizzazione. I dati raccolti in tre grandi stabilimenti industriali (denominati nell’analisi come Fabbrica A, Fabbrica B e Metal Works) mostrano che il 45,3% degli operai ha accumulato oltre 15 anni di lavoro industriale continuativo mentre solo il 9,3% ha meno di 5 anni di anzianità. Queste cifre assumono particolare significato se lette alla luce delle teorie classiche sulla formazione della coscienza operaia. Lenin sosteneva che erano necessari almeno 10 anni di lavoro in una grande industria per sviluppare una mentalità pienamente proletaria mentre alcuni storici sovietici riducevano questa soglia a 5 anni. Tuttavia la semplice permanenza in fabbrica non garantisce automaticamente l’emergere di una coscienza di classe matura, come dimostrano le profonde differenze tra i vari gruppi etnici presenti nella forza lavoro.
Gli operai Shomali, ad esempio, mostrano una propensione alla militanza e all’organizzazione collettiva significativamente superiore alla media. Le statistiche sulle proteste operaie nei primi mesi successivi alla rivoluzione del 1979 rivelano che il 55,5% delle unità produttive nelle regioni settentrionali ha avanzato rivendicazioni radicali (tra cui il controllo operaio della produzione), contro una media nazionale del 38,3%. Questa particolare radicalità trova spiegazione in una combinazione di fattori storici e socio-economici. La regione caspica ha conosciuto precocemente lo sviluppo di un’agricoltura commerciale orientata al mercato, è stata protagonista di importanti esperienze rivoluzionarie (come la Repubblica Sovietica di Gilan nel 1920-21) e ha sviluppato una tradizione di relativa autonomia dalle strutture clericali dominanti nel resto del paese. Al contrario i lavoratori originari delle regioni centrali (in particolare dello Yazd) mostrano un profilo culturale più conservatore e una maggiore propensione ad accettare strutture autoritarie di gestione della forza lavoro. Queste differenze etnico-regionali sono state ulteriormente accentuate dalle modalità di reclutamento della manodopera. Il 33% degli operai è stato assunto attraverso reti di conoscenza personale e legami paesani, creando vere e proprie “enclave” etniche all’interno dei reparti produttivi. Solo il 15% della forza lavoro (prevalentemente manodopera specializzata) è entrata in fabbrica attraverso canali formali come gli annunci sui giornali. L’analisi della stratificazione generazionale offre ulteriori spunti significativi. Tra i padri degli operai indagati da Bayat solo il 7% aveva esperienza di lavoro industriale (contro il 55,8% di contadini e il 26,6% di altri lavoratori salariati), tra i figli si registra una netta proletarizzazione, con 20 su 23 che lavorano in fabbrica. Questo dato si inserisce in un più ampio quadro di riproduzione sociale. Le statistiche su 1.189 famiglie operaie di Teheran mostrano un tasso di riproduzione intergenerazionale della classe operaia del 240%, significativamente superiore a quello delle classi medie e alte. Questo processo di stabilizzazione della forza lavoro industriale non è stato accompagnato da un parallelo sviluppo di istituzioni autonome di rappresentanza operaia. La religione ha svolto in questo contesto un ruolo ambivalente. Da un lato le statistiche sul tempo libero mostrano che il 21,4% degli operai frequenta regolarmente le moschee (percentuale che sale al 40% in centri industriali minori come Arak). Dall’altro, numerose testimonianze documentano una reinterpretazione in chiave sociale e materialista dei messaggi religiosi. L’episodio citato da Bayat degli operai della fabbrica Azmayesh che contestano la celebre affermazione di Khomeini “Non abbiamo fatto la rivoluzione per i meloni a buon mercato, l’abbiamo fatta per l’Islam” rispondendo “se non l’abbiamo fatta per migliorare le nostre condizioni, allora per cosa l’abbiamo fatta? L’Islam cosa significa? Noi l’abbiamo fatta per vivere meglio”, rappresenta emblematicamente questa dialettica tra forma religiosa e contenuto materiale delle rivendicazioni.
Per quanto riguarda le dinamiche delle relazioni industriali nell’Iran pre-rivoluzionario, esisteva un sistema complesso dove forme arcaiche di sfruttamento convivevano con un capitalismo periferico integrato nel mercato globale. La società iraniana degli anni ’70 rappresentava un caso paradigmatico di sviluppo diseguale. L’economia mostrava una rapida industrializzazione (con tassi di crescita del settore manifatturiero fino al 14% annuo negli anni ’60) mentre le strutture sociali e le relazioni di produzione conservavano tratti pre-capitalisti. Questo ibrido generava forme particolarmente oppressive di controllo sul lavoro, analizzate attraverso tre modelli gestionali distinti ma spesso sovrapposti. Nelle officine semi-artigianali, che nel 1976 costituivano il 98% delle unità produttive (seppur contribuendo solo al 22.8% del valore aggiunto manifatturiero), la relazione padrone-operaio riproduceva schemi medievali. I dati mostrano come in questi micro-stabilimenti (con meno di 10 dipendenti) il proprietario, spesso un ex-artigiano o piccolo commerciante del bazar, esercitasse un controllo totale attraverso figure intermedie come il “capo officina” (ustād) che decideva arbitrariamente salari, turni e punizioni. Un rapporto del Ministero del Lavoro del 1973 documentava casi in cui operai venivano costretti a lavorare 16 ore consecutive senza giorni di riposo, con salari inferiori del 40% rispetto alla media nazionale. La natura frammentata di queste attività (36% della forza lavoro industriale) impediva qualsiasi forma di organizzazione collettiva mentre le corporazioni dei datori di lavoro (asnāf) mantenevano un potere negoziale schiacciante. Il settore a gestione tradizionale comprendente circa 4.500 unità produttive con 10-50 dipendenti, rappresentava un anacronistico ibrido tra fabbrica moderna e rapporti feudali. Qui, la nuova borghesia industriale, composta per il 62% da ex-proprietari terrieri compensati con azioni industriali dopo la riforma agraria del 1962, per il 28% da mercanti dei bazar e per il 10% da burocrati corrotti, applicava metodi di sfruttamento mutuati dall’agricoltura. Le testimonianze operaie raccolte da Bayat descrivono pratiche come la “gabbia di punizione” nell’industria tessile Sepenta (dove i disobbedienti venivano rinchiusi per ore) o il sistema di multe che in alcuni stabilimenti poteva azzerare il salario mensile. Particolarmente emblematico era il trattamento delle operaie. Un’inchiesta del 1974 della rivista Zan-e Rūz documentava che nell’87% delle fabbriche di abbigliamento di Teheran le lavoratrici subivano molestie sessuali sistematiche dai sorveglianti, con casi di licenziamenti per rifiuto di prestazioni sessuali. Le multinazionali e i grandi complessi statali (340 unità nel 1973, pari al 5% del totale ma con il 54% della produzione industriale) introducevano invece tecniche manageriali avanzate, seppur distorte dal contesto autoritario. L’analisi dei processi produttivi in stabilimenti come la Iran National (joint-venture con British Leyland) o la Arāk Petrochemical (controllata da Shell) mostra come l’introduzione di catene di montaggio e controllo qualità si accompagnasse a una militarizzazione dello spazio lavorativo. I registri aziendali della fabbrica Pars Metal rivelano che nel 1976 il 12% della forza lavoro era composto da informatori dell’Entezāmāt (polizia interna), con un rapporto di un agente ogni 8 operai. I manuali disciplinari, come quello della Tehran Auto Plant del 1977, prevedevano sanzioni per reati quali “parlare senza permesso” (3 giorni di sospensione) o “sorridere durante il turno” (ammenda di 200 rial). Il sistema di controllo sindacale rappresentava l’aspetto più paradossale. Sebbene la legge sul lavoro del 1959 formalmente riconoscesse il diritto di associazione, i 1.023 sindacati ufficiali nel 1978 erano strutture vuote. I documenti interni della SAVAK mostrano come le elezioni nelle grandi fabbriche venissero sistematicamente manipolate. Nell’Iran Cars nel 1975 su 2.400 iscritti solo 387 poterono votare, con 12 schede annullate per ogni voto all’opposizione. Le buste paga della Metal Works Plant provano che i rappresentanti sindacali ricevevano stipendi del 150% superiori alla media mentre i verbali delle riunioni (come quelli del sindacato tessile di Esfahan) rivelano come il 70% dell’attività fosse dedicato all’organizzazione di manifestazioni filo-governative. Le condizioni igienico-sanitarie completavano il quadro di sfruttamento. Nonostante le 43 normative sulla sicurezza emanate tra il 1960-75 gli archivi dell’Ispettorato del Lavoro documentano che nel 1976 solo il 7% delle fabbriche possedeva dispositivi antinfortunistici certificati. Nella raffineria di Abadan i registri medici mostrano un’incidenza di tumori professionali 8 volte superiore alla media nazionale mentre alla Textile Mill di Qom il tasso di sordità tra gli operai raggiungeva il 34% dopo 5 anni di esposizione a rumori di 110dB senza protezioni. Questa stratificazione di oppressioni, economica, politica e fisica, creava un terreno fertile per il radicalismo operaio. Come dimostrano i rapporti di polizia del 1977-78, proprio nelle fabbriche a gestione “moderna” (dove il 73% della forza lavoro aveva un’istruzione superiore alla media nazionale) si svilupparono le prime cellule rivoluzionarie, con scioperi che nell’autunno 1978 paralizzarono il 92% della produzione petrolifera. La rivoluzione del 1979 trovò dunque nel proletariato industriale un attore centrale la cui esperienza di sfruttamento multidimensionale alimentò una radicalizzazione senza precedenti.
Tra il 1968 e il 1975 il tasso di incidenti industriali in Iran crebbe in modo drammatico, come dimostrano i dati del Ministero del Lavoro che registravano un aumento del 589% nei risarcimenti per disabilità, passati da 4,8 milioni di dollari nel 1968 a 28 milioni nel 1975, mentre quelli per malattie professionali salirono del 519%, da 7,1 a 36,5 milioni di dollari. Parallelamente i risarcimenti per danni fisici aumentarono del 247%, raggiungendo i 3 milioni di dollari nel 1975. Queste cifre ufficiali nascondevano una realtà ben più grave poiché molti lavoratori non ricevettero mai i risarcimenti dovuti a causa di un sistema corrotto e fraudolento, come dimostra il caso di un operaio di un’industria automobilistica di Teheran che, affetto da un’ulcera, fu costretto a vendere i propri beni per pagare le cure mediche dopo che il sindacato, controllato dalla SAVAK, si rifiutò di aiutarlo nonostante le pressioni di un ufficiale dei servizi segreti. Le condizioni di lavoro erano talmente pericolose che gli incidenti gravi, tra cui morti, amputazioni e fratture, divennero eventi quotidiani. Secondo i documenti del Research Centre of Occupational Health and Safety (RCOHS), solo nei primi due mesi del 1980 si verificarono 277 incidenti industriali, tra cui 65 morti, 32 fratture e 36 amputazioni ma questi numeri erano ampiamente sottostimati poiché includevano solo i casi ufficialmente registrati. Fonti non ufficiali, tra cui i libri di registrazione dei centri medici aziendali, rivelavano che in una singola fabbrica potevano verificarsi fino a 330 infortuni al mese, molti dei quali non denunciati per evitare conseguenze legali o sindacali. Inoltre le statistiche non tenevano conto delle morti indirette causate da malattie professionali, come i tumori o le patologie polmonari legate all’esposizione a sostanze tossiche, e secondo stime realistiche almeno due operai morivano ogni giorno per cause legate al lavoro. L’ambiente industriale era saturo di pericoli invisibili ma letali. Nei reparti di verniciatura, ad esempio, i livelli di toluene superavano di 3-5 volte i limiti di sicurezza mentre nelle fonderie la silice, inalata quotidianamente dai lavoratori, raggiungeva concentrazioni dieci volte superiori a quelle consentite. Gli operai delle fabbriche di foam, materiale usato per i materassi, sviluppavano gravi malattie respiratorie e perdita di appetito a causa delle esalazioni tossiche e in un caso documentato su 39 lavoratori esaminati, 34 soffrivano di patologie polmonari mentre cinque erano già morti per cause legate all’esposizione professionale, sebbene i loro decessi fossero stati classificati come “naturali”. Anche il rumore rappresentava una minaccia costante, con livelli che in alcune officine superavano i 110 decibel, equivalenti al frastuono di un martello pneumatico, causando sordità professionale in oltre il 70% della forza lavoro, come emerse dagli esami condotti in una fabbrica automobilistica dove il 46% degli operai aveva perso l’udito a causa delle condizioni insostenibili. Nonostante l’evidenza di queste violazioni, le autorità e i datori di lavoro facevano di tutto per nascondere la verità. Il RCOHS che avrebbe dovuto garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro era gravemente sottofinanziato e nel 1981 disponeva di appena 14 ispettori per controllare oltre 330.000 unità produttive, rendendo impossibile un monitoraggio efficace. I rapporti degli ispettori venivano censurati o modificati per eliminare termini come “insopportabile” o “pericoloso” mentre i lavoratori erano deliberatamente tenuti all’oscuro dei rischi che correvano, come dimostra il caso degli esami del sangue che rivelavano livelli di piombo pericolosamente alti nel 60-70% degli operai di due fabbriche chimiche, risultati mai comunicati agli interessati.
La mancanza di servizi igienici e di sicurezza era un’altra piaga endemica. Molte fabbriche non disponevano di spogliatoi, costringendo le operaie a cambiarsi dietro un telo mentre le mense, quando presenti, erano a pagamento e spesso prive di riscaldamento, obbligando i lavoratori a mangiare accanto alle macchine. In alcuni casi persino l’acqua potabile era assente e i turni massacranti in ambienti privi di ventilazione adeguata aggravavano ulteriormente le condizioni già disumane.
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2. Classe operaia iraniana e rivoluzione
2. Classe operaia iraniana e rivoluzione
La Rivoluzione di Febbraio del 1979 in Iran rappresentò un sommovimento sociale senza precedenti caratterizzato da una convergenza trasversale di classi e interessi apparentemente divergenti, uniti tuttavia dall’obiettivo comune di rovesciare il regime Pahlavi. Questo processo rivoluzionario, che si sviluppò attraverso fasi distinte ma interconnesse, vide una partecipazione di massa che andava ben oltre i tradizionali attori delle rivoluzioni borghesi, configurandosi piuttosto come un fenomeno complesso in cui le dinamiche economiche, sociali e politiche si intrecciarono in modo peculiare. Il sostegno popolare alla rivoluzione includeva una sezione significativa della borghesia mercantile, in particolare i commercianti del bazaar che rappresentavano un’importante forza economica tradizionale, insieme a vari strati della piccola borghesia urbana, artigiani, piccoli produttori, impiegati statali, e alle masse proletarizzate delle periferie urbane, inclusi i migranti rurali impoveriti. Sorprendentemente anche settori del proletariato relativamente privilegiato, come i ben remunerati lavoratori del settore petrolifero, si unirono al movimento rivoluzionario, dimostrando come la crisi del regime avesse superato le tradizionali divisioni di classe.
La rivoluzione iraniana mancò di quel carattere tipicamente borghese-democratico che aveva contraddistinto altre rivoluzioni storiche, in particolare per l’assenza di una significativa mobilitazione contadina contro i residui rapporti feudali. Questo aspetto differenziava nettamente l’esperienza iraniana da rivoluzioni come quella francese del 1789 o quella russa, dove la questione agraria aveva svolto un ruolo centrale. In Iran il rapido processo di accumulazione capitalistica, accelerato dalla riforma agraria del 1962 e dall’aumento dei prezzi petroliferi, aveva già profondamente trasformato le campagne, integrandole nel circuito dell’economia capitalistica e creando un semi-proletariato rurale con rivendicazioni e aspirazioni diverse da quelle dei contadini tradizionali. La classe operaia industriale emerse come protagonista nella seconda metà del 1978, quando un’ondata di scioperi senza precedenti paralizzò progressivamente l’economia nazionale. Questa mobilitazione operaia si sviluppò in un contesto in cui altri gruppi sociali, intellettuali, studenti, professionisti, commercianti, clero e le masse urbane marginalizzate, erano già scesi in piazza da mesi, dando vita a imponenti manifestazioni che spesso sfociavano in sanguinosi scontri con le forze dell’ordine. L’episodio più drammatico di questa fase fu il cosiddetto Venerdì Nero (8 settembre 1978), quando l’intervento dell’esercito contro una manifestazione a Teheran lasciò sul terreno centinaia di vittime. Le radici profonde della rivoluzione affondavano nelle contraddizioni dello sviluppo capitalistico iraniano, esacerbate dalla crisi economica globale. La fine del boom economico della metà degli anni ‘70, la revisione del Quinto Piano di Sviluppo e l’inizio della recessione nel 1977 avevano creato le condizioni per un’impennata inflazionistica che erodeva drammaticamente il potere d’acquisto dei salari, particolarmente per i ceti più vulnerabili. Parallelamente il regime autoritario dello Shah, sempre più repressivo e corrotto, si dimostrava incapace di gestire le aspirazioni politiche delle nuove classi sociali emerse con il processo di industrializzazione, in particolare del proletariato urbano e della nuova borghesia intellettuale. La mobilitazione operaia assunse inizialmente la forma di scioperi spontanei a carattere prevalentemente economico. Già nel marzo 1978 i lavoratori della fabbrica Azmayesh a Teheran protestarono contro i piani di licenziamento mentre in aprile furono 2.000 gli operai dell’industria laterizia a Tabriz a incrociare le braccia per ottenere migliori condizioni lavorative. A partire dal settembre 1978 le rivendicazioni assunsero un carattere sempre più marcatamente politico. I dati disponibili, sebbene probabilmente sottostimati rispetto alla reale portata del fenomeno, indicano che almeno 35.000 lavoratori in diverse unità produttive parteciparono a scioperi che combinavano richieste economiche (aumenti salariali, miglioramenti welfare, applicazione delle classificazioni professionali) con rivendicazioni politiche esplicite: abolizione della legge marziale, liberazione dei prigionieri politici, scioglimento dei sindacati controllati dal regime, epurazione dei manager corrotti ed espulsione degli esperti stranieri.
L’apice della mobilitazione operaia si raggiunse tra ottobre e novembre 1978, quando scioperi massicci nei settori strategici dell’economia, petrolio, siderurgia, trasporti, determinarono una vera e propria paralisi del sistema produttivo nazionale. Il 6 ottobre vide la simultanea adesione allo sciopero di 40.000 operai siderurgici a Isfahan, dei minatori di rame di Sar Cheshmeh e Rafsanjan e dei dipendenti della Banca Shahriar. Nei giorni successivi il movimento si estese alle raffinerie, ai trasporti aerei, alle fabbriche automobilistiche (Zamyad, General Motors), fino a coinvolgere persino i dipendenti della radiotelevisione di Rezayeh. Particolarmente significativo fu lo sciopero dei lavoratori petroliferi, iniziato il 15 ottobre nella raffineria di Abadan e rapidamente estesosi a tutti i principali siti produttivi, che ridusse la produzione da 5,7 milioni di barili/giorno a livelli pressoché nulli entro novembre, con un crollo del 42% della produzione industriale nazionale e una contrazione del 21,4% delle entrate statali. Le rivendicazioni avanzate dai comitati di sciopero dei lavoratori petroliferi riflettevano questa evoluzione politica. Oltre alle tradizionali richieste salariali e di miglioramento delle condizioni lavorative, essi chiedevano esplicitamente la fine della legge marziale, la solidarietà con altri settori in sciopero (come gli insegnanti), la liberazione dei prigionieri politici, l’iranizzazione del settore petrolifero, l’eliminazione delle discriminazioni contro le lavoratrici e soprattutto lo scioglimento della SAVAK, la temuta polizia segreta del regime. Questa trasformazione delle rivendicazioni da economiche a politiche seguiva un percorso che Marx e Lenin avevano teorizzato: le lotte immediate per miglioramenti materiali possono evolversi, in particolari condizioni storiche, in una coscienza di classe più ampia che sfida direttamente le strutture del potere. Quando nel dicembre 1978 Shahpur Bakhtiar tentò di formare un governo di transizione la situazione era ormai irreversibile. L’economia nazionale era paralizzata, numerose industrie erano state nazionalizzate de facto e la fuga dei capitalisti aveva creato gravi carenze di materie prime, aggravando ulteriormente la disoccupazione. La rivoluzione iraniana dimostrò come, in un contesto di crisi sistemica, le lotte operaie potessero rapidamente trascendere le rivendicazioni economiche immediate per assumere un carattere politico rivoluzionario, contribuendo direttamente al crollo di un regime apparentemente solido.
Tuttavia il processo rivoluzionario iraniano del 1978-79 rappresenta un caso paradigmatico in cui la classe operaia, pur avendo svolto un ruolo determinante nell’abbattere il regime dello Scià, non riuscì poi a tradurre la sua forza organizzativa in un progetto politico alternativo. Nei primi mesi del movimento (maggio-luglio 1978), le richieste operaie erano quasi esclusivamente di natura economica (100% a maggio e giugno, 70% a luglio), focalizzate su aumenti salariali, miglioramenti del welfare aziendale e questioni legate all’orario di lavoro. Già in questa fase, come dimostrano i resoconti degli attivisti intervistati da Bayat, dietro a queste rivendicazioni apparentemente sindacali si nascondeva spesso un intento politico più profondo. In una fabbrica metalmeccanica, ad esempio, i lavoratori usarono strategicamente la richiesta del bonus annuale (che normalmente veniva corrisposto nel secondo semestre) come pretesto per dichiarare uno sciopero, ben consci che il vero obiettivo era destabilizzare economicamente il regime. Quando le forze della legge marziale intervennero arrestando alcuni operai, questi finsero di limitarsi a una protesta salariale mentre in realtà stavano già pianificando azioni più radicali. La svolta decisiva avvenne tra agosto e ottobre 1978, quando la percentuale di richieste politiche salì dal 36,5% di agosto al 45% di ottobre. In questo periodo emersero rivendicazioni come la fine delle discriminazioni tra operai, il controllo operaio sui fondi aziendali e la dissoluzione dei sindacati gialli legati al regime. Particolarmente significativo fu lo sciopero nel settore siderurgico di ottobre, dove i lavoratori iniziarono chiedendo miglioramenti abitativi ma finirono per avanzare richieste politiche come la fine delle regole militari nello stabilimento e il cambio della direzione. Quando l’esercito occupò la fabbrica, gli operai distribuirono volantini che denunciavano: “Venite a vedere come lavoriamo sotto la minaccia di carri armati e baionette. Entrare qui è come entrare in un campo di concentramento”. Il novembre 1978 segnò un ulteriore salto di qualità: le richieste politiche raggiunsero l’82,5% del totale, includendo ora la liberazione dei prigionieri politici, la fine della censura e lo scioglimento del SAVAK. Ma fu a gennaio 1979 che si raggiunse l’apice, con l’85,5% di rivendicazioni politiche, tra cui spiccavano la caduta del regime Pahlavi e l’abolizione dei contratti coloniali con le multinazionali straniere. In questo periodo il governo tentò una disperata strategia di contenimento, concedendo aumenti salariali medi del 25% (con picchi del 60% nei settori metalmeccanico ed edile) e miglioramenti nei benefit (case popolari, servizi medici, assegni familiari) mentre contemporaneamente emetteva decreti sempre più repressivi. L’organizzazione degli scioperi mostrava una sofisticata strutturazione orizzontale. In fabbriche come la Arj o la Caterpillar piccoli nuclei di operai con anni di esperienza nelle lotte clandestine coordinavano le azioni attraverso reti fiduciarie. Un attivista della Caterpillar raccontò come lui e i suoi compagni avessero lavorato per anni in semiclandestinità, testando la lealtà reciproca con metodi quasi da spy story: “Io e Kamali ci sospettavamo a vicenda di essere infiltrati della SAVAK. Lo misi alla prova dandogli un libro di Khomeini, visto che portava la barba e sembrava religioso. Solo dopo mesi di verifiche ci fidammo abbastanza da formare un nucleo operativo”. Questi gruppi, inizialmente segreti, con l’acutizzarsi della crisi diedero vita a comitati aperti che in molti casi assunsero il controllo totale delle fabbriche.
Il movimento presentava gravi limiti strutturali. Mancava completamente una coordinazione nazionale. In Russia nel 1917 il Soviet di Pietrogrado unificò le lotte in pochi giorni, in Iran non si riuscì a creare neppure un comitato cittadino stabile. Le esperienze più avanzate di autogestione (come i patti tra operai petroliferi e ferroviari per il trasporto di carburante saltando i canali ufficiali) rimasero episodi isolati. Particolarmente significativo fu il caso del Comitato di sciopero del settore petrolifero che per settimane gestì l’intera produzione energetica nazionale espellendo 800 tecnici stranieri, dimostrando una notevole capacità tecnica ma anche la mancanza di una visione politica alternativa. Khomeini seppe sfruttare abilmente queste debolezze. Già il 20 gennaio 1979, prima ancora della vittoria rivoluzionaria, creò il Comitato per il Coordinamento degli Scioperi (CCIS) che in dieci giorni riuscì a far riprendere il lavoro in 118 aziende strategiche. I lavoratori più radicali tentarono di resistere. I ferrovieri rifiutarono per giorni di trasportare carburante, temendo che fosse un trucco per muovere truppe, i doganieri bloccarono le merci dirette negli USA, il leader degli scioperanti petroliferi si dimise con una lettera aperta contro “il nuovo dispotismo clericale” ma ormai il movimento operaio, pur avendo dimostrato un’eccezionale capacità di lotta, aveva perso l’occasione di diventare soggetto politico autonomo. L’analisi dei 115 rapporti operai esaminati nello studio mostra come, nonostante l’enorme radicalizzazione (a febbraio 1979 il 100% delle richieste era politico), la classe lavoratrice iraniana non riuscì a sviluppare una coscienza socialista autonoma. Le lotte, pur essendo condotte in modo indipendente e spesso in contrasto con lo stesso Khomeini, rimasero prigioniere di una visione puramente negativa (abbattere lo Scià) senza elaborare un progetto alternativo di società. Questo spiega perché, nonostante il decisivo contributo operaio alla rivoluzione, il potere finì nelle mani del clero sciita piuttosto che nelle fabbriche. Una lezione storica che dimostra come la mera combattività, senza organizzazione politica e progetto egemonico, non sia sufficiente a trasformare una crisi rivoluzionaria in un cambiamento sociale duraturo.
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3. Gli Shura
3. Gli Shura
L’emergere degli shura, i comitati operai spontanei sorti nel vuoto di potere seguito alla rivoluzione iraniana del 1979, rappresenta un fenomeno complesso che riflette sia le aspirazioni radicali della classe operaia sia le contraddizioni insite nel processo rivoluzionario. Questi organismi, eletti democraticamente in ogni unità produttiva, includevano senza distinzioni operai manuali, impiegati e tecnici, unificando per la prima volta settori tradizionalmente separati della forza lavoro. La loro caratteristica distintiva era l’approccio orizzontale e assembleare, con un’impostazione che rifiutava la struttura gerarchica sia del sindacalismo tradizionale sia dei modelli leninisti di organizzazione operaia. Nei caotici mesi successivi all’insurrezione di febbraio, quando circa il 90% delle fabbriche erano paralizzate dagli scioperi, i lavoratori si trovarono improvvisamente a gestire impianti abbandonati da proprietari e dirigenti in fuga. Questo periodo di “controllo dal basso” (febbraio-agosto 1979) vide nascere forme innovative di autogestione. Nelle raffinerie di Abadan come nei complessi metalmeccanici di Teheran i comitati garantivano la continuità produttiva e ridefinivano radicalmente i rapporti di lavoro. Ad esempio, nella fabbrica Pompiran di Tabriz lo shura istituì turni di lavoro flessibili e ridistribuì gli utili secondo criteri egualitari mentre nel complesso petrolifero di Ahvaz venne abolita la distinzione tra uffici e reparti produttivi. Questa esperienza si scontrò presto con la controffensiva del governo provvisorio di Bazargan che già nel marzo 1979 cercò di reintrodurre il principio gerarchico attraverso la nomina di “manager rivoluzionari”. Le resistenze operaie furono immediate. Nella sola primavera del 1979 si registrarono 287 conflitti industriali, con picchi nelle industrie strategiche come quella petrolifera dove i lavoratori ottennero aumenti salariali del 53% rispetto all’anno precedente (dati della Banca Centrale iraniana). Parallelamente gli shura più radicali, come quello della fabbrica di trattori di Tabriz, avanzavano rivendicazioni politiche chiedendo la nazionalizzazione sotto controllo operaio di interi settori industriali.
La repressione sistematica iniziò nell’agosto 1979 quando il governo scatenò una campagna contro le organizzazioni di sinistra, accompagnata dall’intervento militare in Kurdistan. Nelle fabbriche venne introdotto gradualmente un doppio sistema di controllo, da un lato i manager nominati dall’alto, dall’altro le nascenti Associazioni Islamiche (Anjaman-i Eslami), cellule del Partito Repubblicano Islamico incaricate di sorvegliare l’ortodossia politica dei lavoratori. Questo periodo (settembre 1979-giugno 1981) vide un progressivo smantellamento degli shura indipendenti. A Gilan, dove operava un coordinamento regionale che rappresentava 300.000 lavoratori, l’intera struttura venne disciolta con la forza nell’inverno del 1980. La svolta autoritaria si consolidò dopo le Giornate di giugno del 1981, quando l’eliminazione fisica dell’opposizione liberal-nazionalista (rappresentata da Bani Sadr) e della sinistra radicale creò le condizioni per una militarizzazione totale del mondo del lavoro. I dati ufficiali mostrano un crollo verticale delle proteste. Dai 366 episodi di lotta del 1979-80 si passò a soli 89 nel 1981-82. Nelle fabbriche le Associazioni Islamiche assunsero un ruolo sempre più pervasivo controllando l’attività produttiva e la vita privata dei lavoratori, con misure come il divieto di assembramenti durante le pause e l’imposizione di codici di abbigliamento.
La resistenza operaia non si spense completamente. Tra il 1984 e il 1985, in piena guerra Iran-Iraq, si verificarono almeno 200 episodi di conflitto industriale, spesso legati al crollo del potere d’acquisto (l’inflazione aveva eroso circa il 70% del valore reale dei salari rispetto al 1979). Particolarmente significativo fu lo sciopero dei 27.000 operai edili dell’acciaieria di Esfahan nel dicembre 1984 che per quindici giorni paralizzò uno dei cantieri strategici del regime, ottenendo la revoca di un piano di licenziamenti di massa. L’analisi delle rivendicazioni avanzate nei diversi periodi mostra un’evoluzione significativa. Dalle richieste di controllo operaio totale (febbraio-luglio 1979) si passò alla difesa di conquiste parziali (agosto 1979-giugno 1981), per arrivare infine a lotte puramente difensive (dopo il 1981) concentrate su salari e condizioni di lavoro. Questa traiettoria riflette la repressione statale e le contraddizioni interne al movimento: l’assenza di coordinamento nazionale tra gli shura, le divisioni tra operai qualificati e non e la mancanza di un progetto politico alternativo al di là dell’orizzonte fabbrica. Questi organismi erano visti con grande timore da parte del clero sciita. Khomeini, appena tre giorni dopo il trionfo rivoluzionario del 14 febbraio, con un atto che dimostrava la chiara comprensione del pericolo rappresentato dall’autonomia operaia impose l’immediato ritorno al lavoro, argomentando che la fase insurrezionale era conclusa e che la ricostruzione del paese richiedeva la ripresa della produzione. Questa direttiva si scontrò con la tenace resistenza di settori cruciali della classe operaia, in particolare i lavoratori del petrolio, la cui posizione strategica nell’economia nazionale conferiva loro un potere contrattuale straordinario. Il governo rivoluzionario, in questa fase ancora fragile e bisognoso di consenso, fu costretto a ricorrere a minacce esplicite, arrivando a definire “controrivoluzionario” qualsiasi atto di disobbedienza, come documentato dal quotidiano «Ettelaat» già il 15 marzo 1979. Il ritorno alle fabbriche si configurò però come un processo estremamente differenziato che rivelò le profonde contraddizioni del nuovo ordine post-rivoluzionario. I lavoratori si trovarono ad affrontare tre scenari fondamentalmente distinti, ciascuno dei quali avrebbe plasmato in modo diverso l’evoluzione degli shura.
Nel primo caso, quello delle aziende abbandonate, i proprietari, spesso legati all’ancien régime, avevano deliberatamente smantellato le attività produttive durante le fasi più acute della crisi rivoluzionaria, trasferendo capitali all’estero e lasciando i lavoratori senza mezzi di sostentamento. Questa situazione, particolarmente diffusa nel settore delle costruzioni e nelle industrie a contratto, creò un vasto strato di disoccupati post-rivoluzionari, privi persino della possibilità di riappropriarsi dei mezzi di produzione, dato che i padroni avevano sistematicamente svuotato le fabbriche di qualsiasi valore residuale. Il secondo scenario, quello delle industrie pesantemente indebitate, presentava una dinamica più complessa. Qui i proprietari, dopo aver contratto ingenti prestiti bancari, erano semplicemente fuggiti, lasciandosi alle spalle la forza lavoro e un intricato groviglio di debiti. Il governo provvisorio, nella sua logica di stabilizzazione economica, si trovò costretto a nazionalizzare queste realtà, come dimostrano i dati della Banca Centrale iraniana che registrano l’assorbimento di almeno 483 unità produttive sotto l’egida dell’Organizzazione delle Industrie Nazionalizzate dell’Iran (ONII). Questo processo, apparentemente progressista, nascondeva però una precisa strategia di contenimento del potere operaio poiché le aziende nazionalizzate furono sottoposte a un ferreo controllo statale piuttosto che a forme di autogestione. Il terzo scenario, quello delle piccole e medie imprese a capitale indigeno i cui proprietari erano rimasti in Iran dichiarandosi sostenitori della rivoluzione, divenne il terreno più fertile per aspri conflitti di classe. In queste realtà gli shura emersero come diretta risposta alla persistenza di rapporti di produzione autoritari. È significativo notare come, secondo i resoconti dell’epoca, furono proprio queste fabbriche a sperimentare le forme più avanzate di controllo operaio, con i lavoratori che arrivavano a sequestrare dirigenti, imporre la loro firma sui contratti di vendita e assumere il controllo totale della contabilità. L’analisi di due casi concreti, la Pars Metal e la Eirfo, permette di comprendere la dialettica tra rivendicazioni immediate e radicalizzazione politica. Alla Pars Metal, lo shura si costituì inizialmente come organo di inchiesta sulle malversazioni del management e sui legami con la polizia segreta del vecchio regime per poi evolversi in una struttura di gestione operaia completa, con poteri decisionali su ogni aspetto produttivo. Particolarmente illuminante è la testimonianza di un operaio della Pars Metal che in un acceso dibattito denunciava: “Dove vanno i profitti della nostra fabbrica? Perché dobbiamo chiedere prestiti allo Stato quando siamo noi a produrre la ricchezza?”, una chiara espressione di quella coscienza di classe che andava sviluppandosi. Alla Eirfo, invece, la mobilitazione partì da richieste tradizionali (pagamento dei salari arretrati, bonus, stabilizzazione dei precari) ma si trasformò rapidamente in uno scontro frontale, con i lavoratori che ottennero aumenti salariali, il diritto di supervisionare gli affari finanziari e quello di veto sulle assunzioni/licenziamenti. I dati raccolti indicano che, nei primi cinque mesi post-rivoluzionari, almeno trenta fabbriche seguirono un percorso simile, con livelli di controllo operaio che variavano a seconda della forza relativa dei lavoratori e dell’ostilità dei datori di lavoro. La risposta statale a questo fenomeno fu duplice. In primis ci fu il tentativo di istituzionalizzazione attraverso la Legge delle Shura Islamiche (agosto 1980) che mirava a trasformare i consigli operai in organi di collaborazione di classe, secondariamente la repressione violenta attraverso le Guardie Rivoluzionarie (Pasdaran). La legge in questione, con il suo linguaggio ambiguo che mescolava retorica rivoluzionaria e controllo statale, rappresentava un tipico esempio di “cooptazione dall’alto”, simile alle esperienze europee di cogestione, ma fallì nel suo intento perché né i padroni né i lavoratori la riconobbero come legittima. La vera posta in gioco era il cosiddetto “confine del controllo” nell’organizzazione del lavoro. Gli shura più radicali, come dimostrano i rapporti dell’epoca, non si limitavano a questioni salariali ma intervenivano nell’organizzazione stessa del processo produttivo, nella determinazione degli orari, nella scelta delle tecnologie e persino nella destinazione degli investimenti. Questo spiega perché, nonostante la loro breve esistenza, rappresentarono una minaccia esistenziale per il nascente ordine teocratico, portando alla loro definitiva soppressione con la nuova Legge del Lavoro Islamica del 1982 che ripristinò pienamente i rapporti di proprietà privata sotto una copertura religiosa.
Nel contesto post-rivoluzionario iraniano del 1979, nonostante la caduta dello Scià Muhammad Reza Pahlavi e l’eliminazione del suo circolo ristretto (fratelli, sorelle e collaboratori più stretti), la struttura gerarchica e oppressiva delle fabbriche rimase sostanzialmente intatta, con manager, capisquadra e perfino agenti della SAVAK che continuavano a esercitare il loro potere in modo dispotico. I lavoratori, esasperati da condizioni disumane, come temperature di 80 gradi, ritardi nei pagamenti e metodi di controllo brutali, iniziarono a organizzarsi in assemblee generali che assunsero il ruolo di veri e propri tribunali popolari, processando e licenziando quelle figure ritenute responsabili del mantenimento di questo sistema oppressivo. Nella fabbrica Arj, per esempio, i lavoratori, resisi conto che la nuova direzione stava ripristinando gli stessi schemi di sfruttamento pre-rivoluzionari, reagirono con un’azione diretta: “i nostri ragazzi erano diventati sufficientemente coscienti da non tollerare un tale fardello. Di conseguenza i ragazzi cacciarono fuori i signori con un’azione improvvisa. Li cacciarono fuori, chiusero i magazzini e interruppero la consegna dei prodotti” (intervista di Bayat). Un caso ancora più significativo fu quello della Yamaha Motor Cycle di Ghazvin, dove lo shura inizialmente licenziò due manager (di produzione e amministrazione) e successivamente altri sette, per poi organizzare una marcia sull’ufficio centrale di Teheran. Qui i lavoratori, in un’azione dimostrativa di forza, “presero il direttore e il principale azionista dalle loro scrivanie e li cacciarono dall’ufficio”, occupando i locali per tre giorni per proteggere i documenti aziendali dall’accesso dei datori di lavoro mentre chiedevano al Consiglio Rivoluzionario, al Tribunale Rivoluzionario e al Ministero dell’Industria di riconoscere la legittimità dei licenziamenti.
Il processo di epurazione delle figure legate al vecchio regime assunse in alcuni casi forme istituzionalizzate. In diverse fabbriche, come la Tehran Auto Company e la Iran Cars, i lavoratori utilizzarono i registri del Dipartimento dei Documenti Nazionali (DND) per identificare sistematicamente i collaboratori del precedente governo. “Formammo un Comitato d’Inchiesta composto da un membro dello shura inviandoli al DND per investigare sulla lista di tutti i dipendenti. Trovammo un agente della SAVAK” (intervista di Bayat). In altri casi, come nella fabbrica Iran Cars, queste indagini portarono all’identificazione di ben undici agenti. È importante sottolineare che queste epurazioni non rispondevano solo a motivazioni politiche (l’opposizione allo Scià) ma anche a una critica strutturale della loro funzione nel sistema produttivo, considerata intrinsecamente oppressiva. Queste conquiste operaie si scontrarono presto con la resistenza dello Stato. Il Governo Provvisorio di Bazargan, rappresentante degli interessi della borghesia industriale, cercò di contenere il potere degli shura attraverso misure legislative. Verso la fine di maggio 1979 introdusse la legge delle Forze Speciali che espressamente vietava ai comitati di sciopero e agli shura di “intervenire negli affari del management e nelle nomine” (Appendice alla Legge sul Lavoro). Questa misura fu una risposta diretta al fatto che i lavoratori non si limitavano a epurare i vecchi manager ma contestavano anche le nuove nomine volute dallo Stato Rivoluzionario.
La contraddizione raggiunse il culmine quando, oltre un anno dopo, lo stesso governo islamico di Rajai (succeduto a Bazargan) fu costretto a istituire gli Heyat-i Paksazi (Organismi di Purificazione), formalmente con l’obiettivo di “purificare le unità produttive dalle cospirazioni degli agenti dell’Occidente, dell’Oriente e del deposto regime Pahlavi” ma in realtà con due scopi precisi. In primo luogo prevenire le azioni autonome dei lavoratori di base e degli shura più radicali che erano molto più determinati nelle epurazioni rispetto al governo, in secondo luogo epurare gli ex agenti della SAVAK e i lavoratori militanti, “coloro responsabili del ritardo nei piani, del rallentamento del lavoro e dei sabotaggi alla produzione”.
Parallelamente alla lotta contro le strutture autoritarie gli shura svilupparono forme avanzate di controllo operaio che andavano ben oltre le tradizionali rivendicazioni sindacali. Nella fabbrica Philips di Teheran lo statuto dello shura istituì un Comitato di Ispezione per gli Affari Amministrativi con il compito di “sorvegliare e investigare sugli affari amministrativi e del personale, inclusi assunzioni e licenziamenti” (Articolo 2B). Allo stesso modo il Comitato Finanziario e Amministrativo della Arj si proponeva di “sorvegliare la situazione finanziaria e le condizioni di lavoro della compagnia” (statuto dello shura, Articolo 2). Queste forme di controllo non rispondevano solo a esigenze immediate ma erano espressione di un principio ideologico più profondo, l’idea che che lo shura rappresentasse la “sovranità delle persone sul proprio destino” nei luoghi di lavoro (statuto dello shura dei lavoratori della Leyland).
Particolarmente significativo fu il controllo esercitato sui licenziamenti. Mentre nei paesi con sindacati forti questa funzione era esercitata per ridurre la disoccupazione, in Iran assunse un carattere più radicale. Nella fabbrica Eadem Motor Company, nel marzo 1979, lo shura decise di licenziare undici manager dopo un’indagine, classificandoli come “anti-operai”. Quando il direttore si rifiutò di eseguire l’ordine lo shura fece arrestare i due manager di grado più alto dalla sicurezza della fabbrica, li costrinse a restituire un prestito di 70.000 Rial e li cacciò fisicamente. L’aspetto più innovativo fu forse il controllo finanziario. In casi come la Fama Beton cement works di Teheran, dove prima dell’insurrezione il datore di lavoro aveva licenziato 165 operai e chiuso la fabbrica, lo shura ottenne dopo lunghe lotte: il ripristino dei salari arretrati, la settimana lavorativa di 40 ore e il diritto di monitorare “le decisioni del Consiglio di Amministrazione, i contratti, le nuove assunzioni, la determinazione di salari e stipendi”. Ancora più radicale fu l’azione nella Iran Cars dove nel marzo 1981 lo shura, dopo aver fallito le trattative sulla condivisione degli utili, prelevò direttamente i fondi necessari dalle casse aziendali per pagare i lavoratori. Questo controllo finanziario assunse in alcuni casi un carattere ideologico esplicito. Come spiegò un membro dello shura della Metal Works di Teheran: “Quando noi, 2.500 operai, lavoriamo tra queste mura, vogliamo sapere cosa succede qui; cosa otterremo in futuro, in quale direzione stiamo portando l’azienda, quanto profitto otteniamo, quanto possiamo prendere per noi stessi, quanto possiamo dare al governo per gli investimenti nazionali” (intervista di Bayat). In questa fabbrica lo shura scoprì e bloccò un assegno di 6.100.000 toman (circa 762.500 dollari) emesso a nome di vari rappresentanti dell’azienda, rivelando come solo una piccola parte fosse effettivamente destinata a pagare debiti mentre il resto sarebbe finito ai fratelli del datore di lavoro. L’apice del controllo operaio fu raggiunto nella gestione diretta della produzione e distribuzione. Nella fabbrica Eirfo foundry works di Teheran, dopo una lunga battaglia che coinvolse persino il Primo Ministro Bazargan e il Consiglio Rivoluzionario, i lavoratori ottennero che 1) un manager nominato dai proprietari fosse espulso, 2) il direttore si presentasse in fabbrica solo mezza giornata a settimana collaborando con lo shura, 3) la funzione di monitoraggio dello shura sulla fabbrica fosse suprema nella gestione responsabile dell’impianto, con qualsiasi documento aziendale non firmato dallo shura considerato invalido.
Un caso particolarmente significativo fu quello della Caterpillar plant, dove per cinque mesi lo shura controllò “tutti gli aspetti economici, sociali e politici della compagnia”, inclusi acquisti di materie prime, vendite e coordinamento del lavoro arrivando a inviare una delegazione a Ginevra per acquistare materiali. Come spiegò un leader dello shura: “Alcune persone pensavano che se questi manager ed esperti se ne fossero andati la fabbrica sarebbe stata paralizzata. Noi garantimmo, e riuscimmo in ciò, a far funzionare l’azienda”.
Il movimento degli shura non fu omogeneo. Bayat identifica almeno cinque tipologie:
1. Shura di controllo completo (come Fanoos e Caterpillar), autonomi e militanti, con una visione universalistica del potere operaio;
2. Shura sindacali (come Alvand), con funzioni principalmente difensive;
3. Shura militanti interventisti (come Metal Works e Iran Cars), che pur non gestendo direttamente la produzione, contestavano costantemente il potere manageriale;
4. Shura consultivi (come Bloom Helm), che cercavano di mediare tra lavoratori e management;
5. Shura corporativisti islamici (come Behshar Car Plant e Amazon), che combinavano retorica anti-capitalista con obbedienza allo Stato islamico.
Proprio quest’ultimi rappresentarono una contraddizione peculiare. Combattevano i manager “liberali” e professionisti ma erano fortemente anti-democratici, come dimostra la dichiarazione di un membro dello shura Amazon: “Se anche 2000 operai eleggessero un membro dei Paykar o Mojahedin continueremmo a opporci a lui perché il 99% è ignorante”.
L’ideologia di questi shura islamici si basava su una visione corporativista che rifiutava sia il capitalismo (“dove il capitale circola nelle mani di una minoranza”) che il socialismo (“dove lo Stato sfrutta le persone”), proponendo invece un’economia islamica dove “il lavoratore che lavora dovrebbe ottenere i frutti del suo lavoro” (dichiarazione del leader dello shura I.T.N.).
L’indagine di Bayat rivela come, per operai che avevano subito decenni di sorveglianza poliziesca della SAVAK, la semplice possibilità di riunirsi e discutere liberamente rappresentasse una conquista rivoluzionaria di per sé. Le testimonianze raccolte nelle fabbriche, come quella dell’operaio Caterpillar che esaltava la nuova libertà di “parlare, protestare, criticare e persino respirare”, mostrano quanto fosse radicale il cambiamento percepito dai lavoratori. Bayat però mette in luce il paradosso per cui molti intellettuali marxisti, pur teorizzando il ruolo rivoluzionario del proletariato, rimanevano sorpresi di fronte all’effettivo radicalismo operaio, rivelando quanto la lunga repressione avesse distorto persino l’immagine che la sinistra aveva della classe lavoratrice. La ricerca documenta l’eccezionale diffusione del modello consiliare che travalicò ampiamente la sfera produttiva. Nelle università shura tripartiti (studenti, docenti e personale) gestivano autonomamente gli atenei, nelle campagne i consigli contadini amministravano le terre occupate, persino nell’esercito i tecnici dell’aeronautica insorsero per ottenere il diritto di eleggere i propri ufficiali. Questo carattere universalistico dimostrava come l’idea dello shura fosse radicalmente più avanzata di qualsiasi proposta della borghesia liberale, configurandosi come autentica forma-Stato delle classi subalterne. Come abbiamo già detto, dentro il movimento c’erano profonde divisioni interne. Gli shura democratici (come quello della Fanoos che imponeva il proprio controllo su management e associazioni islamiche) difendevano il pluralismo e l’autonomia operaia, gli shura corporativisti (come quelli della Behshar Car Plant) escludevano sistematicamente ogni opposizione, giustificando l’esclusione dei dissidenti con l’argomento che “la rivoluzione è islamica, non comunista”. Questa frattura si manifestava nella vita quotidiana delle fabbriche in molti modi. Negli shura democratici tutte le comunicazioni dovevano essere controfirmate dal consiglio operaio e le assemblee generali erano frequenti, in quelli controllati dai fondamentalisti la ricerca stessa di Bayat veniva ostacolata con la scusa che avrebbe “potuto causare problemi”. Per quanto riguarda la struttura organizzativa degli shura, le assemblee generali, che in teoria dovevano essere l’organo supremo di decisione, con il potere di ratificare statuti, eleggere e revocare i comitati esecutivi, in pratica venivano spesso eluse dagli shura burocratizzati. Bayat cassa il caso della Metal Works, dove i lavoratori denunciavano che “i capitalisti hanno già fatto sciogliere sette shura con accuse pretestuose”, dimostrando come la controrivoluzione agisse anche attraverso lo smantellamento selettivo delle istituzioni operaie. Particolarmente interessante è l’analisi della composizione sociale degli shura che unificavano operai, impiegati e tecnici in una stessa struttura organizzativa. Questa caratteristica rappresentava un tentativo concreto di superare la divisione tra lavoro manuale e intellettuale ma creava anche contraddizioni acute, come nel caso della Pars Metal Works dove l’inclusione di elementi manageriali portò al collasso del consiglio.
I diversi gruppi socialisti iraniani, nonostante si proclamassero avanguardie teoriche del proletariato, si rivelarono incapaci di analizzare correttamente l’emergere spontaneo degli shura, oscillando tra due errori fondamentali, ovvero la mancata comprensione delle esperienze concrete dei lavoratori e l’applicazione meccanica di categorie teoriche astratte, completamente scollegate dalla realtà materiale delle lotte operaie. Questa inadeguatezza si manifestò in particolare nella confusione terminologica e concettuale riguardo a quattro nozioni chiave: control-i kargari (controllo operaio), edareh/modiriyat (gestione), nezarat (supervisione) e dekhalat (intervento), termini che venivano utilizzati in modo ambiguo e intercambiabile senza alcuna rigorosa definizione teorica. L’analisi comparativa rivela come il concetto di controllo operaio abbia avuto significati radicalmente diversi a seconda dei contesti storici e geografici. Nei movimenti sindacali europei del secondo dopoguerra esso si riferiva principalmente a forme di regolazione del processo lavorativo nell’ambito dei rapporti di produzione capitalistici, come dimostrano le pratiche di job control e le restrictive practices dei sindacati britannici. Al contrario, nelle situazioni rivoluzionarie che seguirono la prima guerra mondiale (Russia 1917, Germania 1918-19, Italia 1919-20) e durante i sommovimenti sociali del 1968 il controllo operaio assunse un carattere decisamente più radicale, mirando a minare alla base il dominio padronale. Particolarmente illuminante è il confronto con l’esperienza jugoslava di autogestione operaia dove Vanek aveva teorizzato un sistema in cui i lavoratori esercitavano un controllo esclusivo sull’organizzazione produttiva attraverso un sistema di voto egualitario, pur operando all’interno di un quadro di mercato e con la proprietà sociale dei mezzi di produzione. Questo modello differiva sostanzialmente sia dal controllo operaio inteso come semplice regolazione sindacale del lavoro, sia dalle forme più radicali emerse in contesti rivoluzionari. L’indagine storiografica identifica tre principali tradizioni di movimento operaio radicale con cui gli shura iraniani mostrano significative affinità: il sindacalismo rivoluzionario (nelle sue varianti francese, americana, con l’Industrial Workers of the World, e spagnola), il socialismo di gilda britannico e il movimento dei comitati di fabbrica russi del 1917. Tuttavia, mentre questi movimenti svilupparono teorie e strategie complesse (dalla filosofia soreliana dell’azione diretta alle elaborazioni di Cole sul pluralismo sociale), gli shura iraniani rimasero confinati a esperienze isolate, senza riuscire a sviluppare né una teoria organica né una strategia politica unificata. La ricerca sul campo condotta attraverso interviste approfondite in tre importanti fabbriche di Teheran (Metal Works, I.T.N. Company e Arasteh) rivela come i lavoratori svilupparono almeno tre distinte concezioni degli shura:
1. Una visione sindacalista tradizionale che vedeva gli shura come semplici organi di rappresentanza per la difesa di salari e condizioni di lavoro;
2. Una concezione universalista-populista che attribuiva agli shura una responsabilità verso l’intera società, non limitata agli interessi di classe;
3. Una visione radicale di controllo operaio totale, espressa con particolare chiarezza da un operaio della I.T.N. Company che dichiarava: “Lo shura deve intervenire in tutto: affari finanziari, assunzioni, acquisti, vendite e tutto il resto”.
Quest’ultima concezione, la più diffusa tra i lavoratori intervistati, rivelava una profonda consapevolezza della necessità di sovvertire i tradizionali rapporti di potere nella fabbrica, come dimostrano le accorate dichiarazioni di operai che si interrogavano sul destino del loro lavoro (“Dove vanno i nostri prodotti? Dove finiscono i profitti delle vendite?”). La risposta della sinistra iraniana a questo movimento spontaneo fu caratterizzata da gravi incomprensioni teoriche. Alcune organizzazioni (come il Paykar) liquidarono gli shura come semplici “sindacati radicali”, criticandoli per non essersi trasformati in organi di potere alternativo allo Stato borghese. Altri gruppi caddero in un meccanicismo storico, paragonando acriticamente gli shura iraniani ai soviet russi del 1917, senza cogliere le profonde differenze tra i due contesti. Particolarmente grave fu la tendenza a giudicare gli shura non in base alla loro effettiva capacità di esercitare controllo sulla produzione ma esclusivamente in base all’orientamento politico dei loro membri, classificandoli in “gialli” (filo-Khomeini), “reali” (eletti dai lavoratori) o “rivoluzionari” (legati alla sinistra). Questo approccio ideologico impedì di comprendere la vera natura degli shura come esperimento di democrazia operaia diretta.
Nel contesto post-rivoluzionario iraniano i lavoratori intervistati manifestavano un forte interesse per la legalizzazione degli shura considerandola una forma di riconoscimento e protezione delle loro lotte. Questo atteggiamento positivo verso la legge, tuttavia, non equivaleva a un’accettazione passiva delle norme imposte dal regime ma piuttosto a una strategia per ottenere maggiore spazio di manovra. La richiesta di legalità era diffusa non solo tra i lavoratori attivi nelle proteste ma anche nel comportamento sociale generale, indicando una tendenza a cercare legittimazione anche in un sistema oppressivo. Tra i lavoratori emergevano posizioni diverse rispetto al regime islamico. Alcuni, specialmente quelli più vicini alle istituzioni, sostenevano che gli shura dovessero operare entro i limiti fissati dalla legge, dimostrando un apparente allineamento con le politiche ufficiali. Questa adesione era spesso superficiale poiché gli stessi lavoratori criticavano le politiche economiche del governo nelle fabbriche. Il sostegno al regime si rivelava dunque ambiguo. Inizialmente, negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, molti operai avevano partecipato alle manifestazioni di regime pur contestandone le misure sul lavoro ma col tempo questa adesione confusa si era trasformata in un’opposizione più netta nella maggioranza della classe operaia. I lavoratori filo-governativi costituivano una minoranza e potevano essere divisi in tre gruppi. Il primo includeva funzionari di organizzazioni ufficiali come la Khane-i Kargar (Casa del Lavoro) o le Associazioni Islamiche che traevano vantaggi materiali dal loro ruolo. Il secondo gruppo era legato al regime da rapporti familiari, come parenti stretti di religiosi influenti o funzionari statali, mostrando una forma di lealtà quasi tribale. Il terzo gruppo, invece, sosteneva lo Stato islamico in modo più ideologico, vedendolo come un baluardo contro il capitalismo e l’oppressione ma questa convinzione era fragile e destinata a scontrarsi con la realtà delle politiche economiche repressive.
Un esempio emblematico di queste contraddizioni viene dall’intervista al lavoratore B che dichiarava di volere uno shura “islamico e riconosciuto dalla legge” ma allo stesso tempo sosteneva che dovesse opporsi al management e gestire la fabbrica in modo autonomo, in netto contrasto con la visione governativa. Questa dissonanza rifletteva la tensione tra gli interessi di classe dei lavoratori e la loro percezione dello Stato, diviso tra retorica anti-capitalista e pratiche autoritarie. Un altro tema cruciale era la richiesta di riconoscimento legale come garanzia di efficacia. Alcuni operai sostenevano che, senza un formale riconoscimento statale, gli shura sarebbero rimasti impotenti come i vecchi sindacati. Questa lotta per il riconoscimento non era necessariamente riformista ma poteva essere un passo tattico per ottenere concessioni, come dimostravano esempi internazionali (ad esempio, Solidarność in Polonia). La legalità diventava così un’arma a doppio taglio perché dava visibilità e protezione ma rischiava di imbrigliare le rivendicazioni operaie entro limiti accettabili per il regime. La repressione sistematica, unita a un clima di paura e controllo poliziesco, aveva plasmato una mentalità cauta tra i lavoratori. L’articolo 33 del codice del lavoro, che permetteva licenziamenti arbitrari, e l’alto tasso di disoccupazione aggravavano questa insicurezza. Durante le interviste alcuni operai rifiutavano di parlare apertamente, temendo ritorsioni, come dimostrava l’episodio in cui un membro di uno shura suggeriva di condurre i colloqui individualmente per evitare delazioni. Nonostante la repressione i lavoratori sviluppavano tattiche di resistenza sottili, come il legalismo strategico, cioè utilizzare le stesse leggi e simboli del regime per proteggersi e avanzare rivendicazioni. Sotto lo Scià, ad esempio, i manifestanti avevano sventolato ritratti dello Shah per evitare repressioni mentre in epoca islamica usavano slogan religiosi (“Nel nome di Khomeini!”) come copertura per proteste. Un caso emblematico avvenne nella fabbrica Iran Cars nel 1981, quando gli operai, dopo aver prelevato fondi per pagare i bonus, videro arrestati i membri dello shura e dovettero ritirare le richieste per ottenerne la liberazione. Durante una riunione con i rappresentanti del regime un operaio azero dichiarò: “Come abbiamo abbattuto lo Scià, possiamo abbattere qualsiasi regime”, per poi calmare i colleghi incitandoli a gridare “Allahu Akbar” invece di applaudire, dimostrando come la protesta assumesse forme oblique per sfuggire alla censura. Questa dinamica rifletteva una più ampia cultura di resistenza in società repressive, dove le esplosioni di dissenso potevano essere improvvise e imprevedibili, come visto nella Russia del 1905 e del 1917, nell’Iran del 1978 o nella Polonia del 1980. La soggettività operaia iraniana si rivelava dunque un intreccio di adattamento tattico, opposizione sotterranea e momenti di ribellione aperta, in un costante negoziato tra legittimazione formale e autonomia di classe.
(3/5. Continua).
(Tratto da: https://www.legauche.net/scienza-politica/politica-internazionale/medio-oriente/gli-shura-iraniani-e-la-controrivoluzione-clericale/?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExcjhWNTU0UmhkUzg5dzJsN3NydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR5EguEMNqwGEYY1qlO0N-QGl4Mtxcuow7oFPPmz55u0itC1UVJ7vnNxGyPcmQ_aem_alS2ku5cKPVwnrs4_uUisg).
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4. I limiti degli Shura
4. I limiti degli Shura
Bayat indaga le cause che portarono al collasso degli shura evidenziando sia i fattori esterni di repressione politica sia le contraddizioni interne che ne minarono la stabilità. La pressione esercitata dallo Stato e dal capitale si manifestò attraverso diverse strategie, a seconda delle fazioni al potere. Il governo provvisorio di Bazargan, di orientamento liberale-religioso, adottò un approccio apertamente ostile, istituendo una Forza Speciale composta da ispettori con il compito di monitorare e sabotare le attività degli shura mentre promuoveva sindacati controllati dall’alto. Al contrario, la fazione populista del Partito della Repubblica Islamica (IRP), la cosiddetta “Linea dell’Imam”, tentò di cooptare gli shura in un sistema corporativista di stampo islamico, dove operai, capitale “legittimo” (mashru) e Stato avrebbero dovuto collaborare per il bene della nazione. Questa strategia, però, finì per dividere il movimento operaio, creando una frattura tra shura “islamici” e “non islamici”, con quest’ultimi progressivamente emarginati e smantellati. La frangia più radicale del regime, rappresentata dalla setta Hojjatieh, arrivò a negare qualsiasi legittimità agli shura, considerandoli un’istituzione estranea all’Islam poiché, secondo la loro dottrina, il potere discende esclusivamente da Dio attraverso l’Imam o il suo rappresentante (naib Imam). Nel 1981 questa opposizione si concretizzò nel divieto di formazione di nuovi shura islamici, imposto dal ministro del Lavoro Ahmad Tavakoli, esponente di spicco della Hojjatieh. La resistenza operaia e le lotte intestine allo Stato portarono alla sua rimozione, dimostrando quanto il dibattito sugli shura fosse centrale nel conflitto politico post-rivoluzionario. Lo scontro tra Khomeini e l’ayatollah Taleghani, sostenitore degli shura prima della sua misteriosa morte nel 1979, rifletteva questa tensione. Oltre alla repressione politica gli shura dovettero affrontare un sistematico sabotaggio economico e gestionale. I manager, spesso in collusione con il Ministero dell’Industria, sfruttarono deliberatamente le carenze tecniche degli operai per paralizzare la produzione, rifiutandosi di collaborare o attuando scioperi bianchi. Alla Metal Works di Teheran, ad esempio, i dirigenti abbandonarono il posto di lavoro per 25 giorni, lasciando inattivi i forni fondamentali per la produzione mentre in altre fabbriche vennero boicottati gli approvvigionamenti di materie prime. Il controllo statale sull’economia permise di strangolare finanziariamente gli shura più indipendenti. Alla SAKA, accusata di essere controllata da comunisti, furono bloccate le transazioni commerciali mentre alla Orkideh, una fabbrica cinese, fu interrotta l’importazione di materiali dalla Germania Ovest. La repressione fisica rappresentò l’ultima ratio del regime. Già nell’agosto 1979, solo tre mesi dopo l’insurrezione, il governo Bazargan lanciò una prima ondata di arresti ed esecuzioni contro gli attivisti degli shura. La repressione si intensificò dopo il 1981 con l’intervento dei Pasdaran che irruppero in fabbriche come la Fanoos e la Iran Cars, arrestando decine di operai sulla base di liste nere fornite dalle Associazione Islamiche, organi di controllo interno al regime. Alla Iran Cars 73 lavoratori furono prelevati in un solo giorno mentre il leader dello shura, un operaio vicino ai Mujahidin, fu sequestrato all’ingresso della fabbrica e giustiziato pochi giorni dopo. Attribuire il fallimento degli shura esclusivamente alla repressione esterna sarebbe riduttivo. Le contraddizioni interne giocarono un ruolo altrettanto decisivo. Gli operai si trovarono divisi tra la volontà di mantenere il controllo sulla produzione e la necessità di avvalersi delle competenze tecniche dei manager. In fabbriche come Amazon, Teheran Auto e Behshar furono gli stessi lavoratori a chiedere al Ministero dell’Industria di reintegrare i dirigenti professionali, riconoscendo l’impossibilità di gestire autonomamente aspetti complessi come l’approvvigionamento delle materie prime o le transazioni internazionali. Un membro dello shura dell’Iran Cars ammise con rammarico che, senza i manager, la produzione era crollata al punto da non riuscire a pagare neanche un mese di salari. Questa contraddizione rifletteva la natura duale della gestione capitalistica: il coordinamento tecnico, necessario in qualsiasi sistema produttivo complesso, e il controllo autoritario, intrinseco al rapporto tra capitale e lavoro. Gli operai cercarono di separare le due funzioni, affidando ai manager solo il coordinamento, ma il potere gestionale, per sua natura, tende a riprodurre gerarchie. Come spiegò amaramente un operaio della Metal Works, anche quando lo shura nominava manager “responsabili”, il vero potere rimaneva nelle mani del capitale che poteva sempre sabotare l’esperienza autonoma dei lavoratori. Solo in settori a bassa complessità tecnica, come l’industria dei mattoni a Tabriz, Amol e Maragheh, gli shura riuscirono a esercitare un controllo duraturo, dimostrando che, senza un superamento della divisione capitalistica del lavoro, ogni tentativo di autogestione operaia era destinato a fallire. La storia degli shura iraniani rappresenta così un caso paradigmatico delle sfide che i movimenti operai devono affrontare quando cercano di conciliare democrazia diretta ed efficienza produttiva in un contesto di rapporti di produzione capitalistici. I lavoratori qualificati sono stati spesso la forza trainante di queste lotte anche se il loro ruolo ha prodotto esiti contraddittori. Nei consigli operai tedeschi del 1918-1919, ad esempio, furono i tornitori e gli strumentisti altamente specializzati a guidare il movimento. Allo stesso modo, nelle lotte difensive dei lavoratori britannici nel decennio 1910 gli artigiani qualificati furono gli agitatori principali mentre nella Russia post-rivoluzionaria del 1917 gli operai specializzati delle fabbriche Putilov furono i più attivi nel movimento dei comitati di fabbrica. In questi contesti la competenza tecnica divenne uno strumento spontaneo per dimostrare la capacità operaia di sfidare i rapporti di produzione borghesi, smantellare il feticcio dell’autorità manageriale e rivelare il carattere storicamente determinato dell’organizzazione capitalistica del lavoro. La qualifica professionale, sebbene elemento fondamentale delle capacità operaie, non sempre si traduce in coscienza di classe unitaria. Al contrario, in molti casi ha alimentato un pericoloso corporativismo, come nel caso dell’aristocrazia operaia britannica di fine Ottocento che considerava le proprie abilità come una proprietà privata, sviluppando una mentalità settaria e interessi di categoria. Questa chiusura fu una delle cause della sconfitta dei movimenti dei delegati di fabbrica britannici e tedeschi, dove i lavoratori specializzati, pur avendo un forte potere contrattuale, finirono per privilegiare le rivendicazioni di mestiere rispetto alla solidarietà di classe. Tale dinamica non è però inevitabile. Due fattori possono modificarla. In primo luogo il contesto politico. Ad esempio, i metalmeccanici russi prerivoluzionari, pur essendo un’élite operaia, svilupparono una coscienza radicalmente più avanzata rispetto all’aristocrazia operaia britannica grazie all’oppressione del regime zarista. In secondo luogo le competenze non vanno intese in astratto ma come divise lungo linee di classe. Esistono abilità manageriali, legate al controllo e all’estrazione del plusvalore, e abilità operaie, legate al lavoro concreto. La coscienza politica dipende quindi dalla collocazione nel processo produttivo. L’analisi del caso iraniano rivela un paradosso, gli ingegneri delle fabbriche metallurgiche, che avrebbero potuto guidare un movimento di controllo operaio offensivo, si mossero in direzione opposta. In Iran la figura dell’ingegnere gode di un duplice privilegio, sia nella divisione sociale che tecnica del lavoro. In un contesto produttivo arretrato come quello delle fabbriche metallurgiche iraniane, inoltre, non si verifica quel processo di “proletarizzazione della nuova classe media” teorizzato da Carchedi poiché la dequalificazione tecnica e sociale è limitata. In assenza di una gerarchia manageriale burocratizzata gli ingegneri stessi diventano figure di autorità, inserendosi direttamente nel processo di estrazione del plusvalore. Gli shura iraniani cercarono di cooptare gli ingegneri come esperti tecnici per rafforzare il proprio potere ma questa strategia si rivelò fallimentare. Nonostante la solidarietà ideologica iniziale, la divisione oggettiva del lavoro finì per prevalere, dimostrando che, senza un cambiamento strutturale, le alleanze soggettive sono destinate a frantumarsi. In situazioni di “doppio potere” nella produzione i lavoratori non specializzati possono esercitare solo un “potere economico negativo”, cioè bloccare la produzione, ma per un “potere positivo”, sostituire il capitale e riorganizzare il lavoro, è necessaria una trasformazione radicale della divisione del lavoro che a sua volta richiede la conquista del potere politico. Molti marxisti semplificano eccessivamente questa transizione, concependola come un passaggio formale di potere mentre in realtà il potere è un sistema di relazioni strutturali che ogni classe può esercitare solo in modi coerenti con la sua posizione sociale. La classe operaia non può impadronirsi degli strumenti di dominio borghesi ma deve crearne di nuovi. Per questo la presa del potere politico, sebbene necessaria, non è sufficiente. Senza una riorganizzazione radicale della divisione tecnica e sociale del lavoro ogni tentativo di controllo operaio è destinato a fallire.
(4/5. Continua).
(Tratto da: https://www.legauche.net/scienza-politica/politica-internazionale/medio-oriente/gli-shura-iraniani-e-la-controrivoluzione-clericale/?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExcjhWNTU0UmhkUzg5dzJsN3NydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR5EguEMNqwGEYY1qlO0N-QGl4Mtxcuow7oFPPmz55u0itC1UVJ7vnNxGyPcmQ_aem_alS2ku5cKPVwnrs4_uUisg).
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5. Dopo la rivoluzione
5. Dopo la rivoluzione
Il concetto di relazioni industriali, sviluppato principalmente dalla sociologia industriale anglosassone ma visto con scetticismo dagli studiosi marxisti, assume nell’analisi del caso iraniano post-rivoluzionario una complessità particolare. Richard Hyman nel 1975 aveva proposto una definizione particolarmente utile per questo contesto: le relazioni industriali come studio dei processi di controllo sulle relazioni lavorative, dove per “relazioni lavorative” si intende l’intero spettro di interazioni che avvengono nel contesto produttivo. Questa prospettiva diventa cruciale per analizzare il periodo 1979-1983 in Iran, caratterizzato da una radicale trasformazione sia del sistema politico che delle dinamiche produttive. La specificità iraniana risiede nell’emergere di uno “Stato-capitale”, un concetto chiave per comprendere le peculiarità del sistema post-rivoluzionario. Questo termine, preferito alla semplice dicitura “capitale”, riflette la particolare configurazione del potere nella Repubblica Islamica, dove il principio del velayat-e faqih (governo del giurisperito) crea una struttura statale che mantiene un certo grado di autonomia rispetto agli interessi capitalistici tradizionali. Questa autonomia relativa produce tensioni visibili proprio nel campo delle relazioni industriali, dove lo Stato si trova costantemente a mediare tra le esigenze di accumulazione capitalistica e le pressioni ideologiche derivanti dalla rivoluzione. L’analisi delle strategie di controllo manageriale in questo periodo deve necessariamente confrontarsi con il quadro teorico sviluppato da Friedman nel 1977. La sua distinzione tra strategie strutturali (orientate al profitto di lungo periodo) e strategie funzionali (focalizzate sulla massimizzazione immediata) offre una griglia interpretativa particolarmente utile per il caso iraniano. Le strategie strutturali comprendono una serie di approcci storicamente determinati. Il controllo artigianale, tipico della fase pre-monopolistica del capitalismo, rappresentava un sistema in cui i lavoratori qualificati mantenevano un elevato grado di controllo sul processo produttivo. Questo sistema, che in Iran trovava espressione in particolare nel settore dei bazar e nelle piccole imprese tradizionali, entrò in crisi quando divenne incompatibile con le esigenze di accumulazione capitalistica su larga scala. La transizione al taylorismo rappresentò una rottura significativa. Il modello taylorista, introdotto in Iran principalmente attraverso le grandi imprese moderne legate allo Shah, frammentava il lavoro in mansioni ripetitive, separando radicalmente la concezione dall’esecuzione e istituendo rigide gerarchie manageriali. Tuttavia questo sistema presentava contraddizioni intrinseche che nel contesto iraniano si manifestarono in modo particolarmente acuto. Il fordismo, sviluppatosi in Iran soprattutto nel settore petrolifero e automobilistico durante gli anni ’70, rappresentava un’evoluzione del taylorismo verso forme di controllo ancora più integrate. Come evidenziano Aglietta e Lipietz il fordismo nei paesi avanzati era caratterizzato da un circolo virtuoso tra aumento della produttività, crescita dei salari reali e espansione del consumo di massa. Nel “fordismo periferico” iraniano, invece, questo equilibrio mancava completamente. L’introduzione di tecnologie ad alta intensità di capitale non era accompagnata da un corrispondente aumento del potere d’acquisto dei lavoratori, creando quelle tensioni sociali che esplosero drammaticamente nel periodo rivoluzionario. Il periodo post-rivoluzionario vide l’affermarsi di due modelli manageriali contrapposti. La gestione liberale, associata alla breve esperienza del governo Bazargan, rappresentava un tentativo di conciliare le esigenze produttive con le nuove istanze rivoluzionarie. Questo approccio, che trovava espressione in manager formati spesso all’estero, cercava di mantenere criteri tecnocratici minimizzando le interferenze ideologiche. Come dimostrano i casi studio della Fanoos Company e della Pars Metal analizzati questo modello entrò rapidamente in crisi per tre ragioni fondamentali: l’opposizione degli shura operai che vedevano in questa gestione una continuità con il passato regime, la crescente influenza delle Associazioni Islamiche legate al Partito Repubblicano Islamico e la mancanza di un sostegno politico chiaro da parte dello Stato in transizione. La gestione maktabi che si affermò progressivamente dopo il 1981 rappresentava invece una risposta radicalmente diversa alla crisi del sistema produttivo. Questo modello, profondamente radicato nell’ideologia del velayat-e faqih, privilegiava la fedeltà politica rispetto alle competenze tecniche nella selezione dei manager. L’analisi dettagliata di diverse aziende dimostra come questo sistema si basasse su un delicato equilibrio tra repressione diretta (attraverso le squadre ideologiche delle Associazioni Islamiche e dei Pasdaran) e tentativi di cooptazione (mediante la creazione di shura corporativisti). Questo sistema presentava contraddizioni insanabili. L’islamizzazione forzata dei luoghi di lavoro, con l’introduzione di preghiere obbligatorie e sessioni di indottrinamento politico, interrompeva regolarmente i ritmi produttivi. Ancora più significativo, il potere crescente delle Associazioni Islamiche all’interno delle fabbriche finì per minare l’autorità degli stessi manager maktabi, come dimostrano i casi di aperto conflitto registrati in diverse grandi imprese tra il 1982 e il 1983. La crisi del sistema delle relazioni industriali in questo periodo va letta alla luce delle più ampie contraddizioni del fordismo periferico iraniano. Come sottolinea Lipietz, mentre nei paesi capitalistici avanzati il fordismo aveva creato un equilibrio tra produzione e consumo di massa, in Iran questa sintesi era mancata. Le grandi imprese moderne, spesso importate come “pacchetti tecnologici” completi dall’estero, operavano in un contesto sociale ed economico profondamente diverso da quello per cui erano state progettate. Il risultato fu un sistema produttivo ibrido, dove convivevano settori ipermoderni e pratiche tradizionali, generando quelle tensioni che la rivoluzione aveva esacerbato piuttosto che risolvere. L’incapacità di sviluppare strategie strutturali efficaci in un contesto di fordismo periferico e dipendenza tecnologica dall’estero condannò il sistema a una permanente instabilità. I dati produttivi del periodo 1979-1983, con il loro andamento altalenante, testimoniano l’incapacità del regime di conciliare le esigenze dell’accumulazione capitalistica con le pretese ideologiche della rivoluzione, un dilemma che avrebbe continuato a caratterizzare l’economia iraniana anche nei decenni successivi. La crisi industriale che ha colpito l’Iran nel periodo post-rivoluzionario rappresenta un caso paradigmatico in cui le dinamiche economiche sono state profondamente plasmate da fattori politici e ideologici, creando una situazione di stagnazione produttiva e conflitto sociale che travalica la semplice sfera economica per assumere connotati strutturali e sistemici. La rivoluzione del 1979, con il suo carico di trasformazioni radicali, ha infatti instaurato un sistema in cui le esigenze di riproduzione del capitale si sono scontrate frontalmente con le restrizioni imposte dallo Stato islamico, generando una crisi multidimensionale che investe tanto la sfera della produzione quanto quella del controllo sociale e della legittimazione politica. Alla base di questa crisi si può individuare una contraddizione fondamentale: il capitale, nella sua incessante ricerca di valorizzazione, richiede condizioni di stabilità e prevedibilità per poter operare mentre lo Stato post-rivoluzionario, con il suo apparato ideologico e le sue istanze di controllo totalizzante, ha finito per alterare profondamente questi meccanismi, introducendo elementi di rigidità e discrezionalità che hanno minato alla base le possibilità di accumulazione. Mentre in una crisi economica tradizionale il capitale può tentare di risolvere le proprie contraddizioni interne facendo leva su fattori esterni come l’intervento statale o il ricorso a valori tradizionali, nel caso iraniano è stato proprio l’intervento coercitivo dello Stato, con la sua pretesa di subordinare ogni aspetto della vita economica e sociale ai dettami dell’ortodossia islamica, a creare una situazione di paralisi produttiva. Uno degli aspetti più emblematici di questa crisi è stata l’incertezza strutturale dello Stato nei confronti del capitale industriale privato, dimostrata in modo lampante dall’incapacità di definire un quadro normativo chiaro in materia di accumulazione. Il dibattito sul concetto di mashrou (proprietà privata islamicamente accettabile), protrattosi per anni senza arrivare a una definizione univoca, ha creato un clima di insicurezza giuridica che ha pesantemente scoraggiato gli investimenti nel settore produttivo. I dati sono eloquenti, già nel biennio 1982-83 gli investimenti industriali ammontavano a appena un terzo rispetto ai livelli prerivoluzionari del 1977-78, segnando un crollo verticale che testimonia la fuga di capitali dal settore. Paradossalmente, mentre l’industria su larga scala versava in condizioni critiche, si è assistito a una crescita del settore delle piccole officine artigianali, favorite da una serie di politiche protezionistiche tra cui l’esonero dai contributi assicurativi e il ritorno deliberato a rapporti di produzione di tipo padrone-apprendista. Questo fenomeno, sostenuto dall’ideologia populista del “piccolo è bello” diffusa tra il clero dominante, rappresentava da un lato il tentativo di aggirare le strozzature del sistema industriale, dall’altro una regressione a forme di organizzazione produttiva precapitalistiche. Questa decentralizzazione produttiva si è rivelata incapace di compensare il collasso dell’industria su larga scala, che, dopo le massicce nazionalizzazioni, era finita sotto il controllo di un labirintico apparato burocratico comprendente almeno 15 enti statali diversi, tra cui spiccavano la Bonyad-e Mostazafin (Fondazione degli Oppressi) e l’Organizzazione delle Industrie Nazionali (ONI), che da sola controllava circa 600 stabilimenti. La gestione di questo apparato industriale statalizzato si è rivelata disastrosa, come dimostra l’ammissione dello stesso ministro competente, il quale ha riconosciuto che “un singolo stabilimento poteva essere gestito da cinque o sei organizzazioni diverse”, con una moltiplicazione di centri decisionali che ha generato inefficienze sistemiche e un crollo verticale della produttività. A questo si aggiungeva la cronica carenza di tecnici e quadri dirigenti qualificati, molti dei quali avevano lasciato il paese o si rifiutavano di collaborare con il nuovo regime, creando un vuoto di competenze che aggravava ulteriormente la situazione. La lotta di classe operaia ha rappresentato un ulteriore fattore di destabilizzazione. Gli shura erano riusciti inizialmente a imporre conquiste significative come la settimana lavorativa di 40 ore e forme di partecipazione agli utili ma queste conquiste erano state progressivamente smantellate dal regime attraverso una combinazione di repressione e cooptazione. La risposta operaia a questa controffensiva padronale è stata una crescente radicalizzazione delle forme di lotta, con un passaggio dalle iniziali occupazioni e scioperi a forme più sottili ma non meno efficaci di resistenza quotidiana, come il rallentamento produttivo, il sabotaggio e la produzione deliberatamente scadente. Le statistiche ufficiali, per quanto parziali, offrono un quadro eloquente di questa conflittualità diffusa. Tra il 1979 e il 1980 si erano verificati ben 366 incidenti industriali, scesi a 180 nel 1980-81 e 82 nel 1981-82 a causa della crescente repressione, per poi risalire a 200 nel 1984-85, tra cui spiccavano 90 scioperi illegali, il più importante dei quali era stato quello degli operai dell’acciaieria di Isfahan contro i piani di licenziamento. Questa conflittualità endemica, unita alla cattiva gestione e alla carenza di investimenti, aveva prodotto un crollo verticale della produttività. Tra il 1978 e il 1983 la produzione pro capite era diminuita a un tasso annuo del 10,6% e nel 1981 lo stesso ministro del Lavoro aveva dovuto ammettere un calo complessivo del 30% della produzione industriale a causa dei “disturbi nelle fabbriche”. Per far fronte a questa crisi multidimensionale il regime aveva sperimentato una serie di strategie contraddittorie e spesso controproducenti. Aveva tentato di aumentare lo sfruttamento attraverso l’estensione dell’orario di lavoro e tagli salariali, abolendo ad esempio i tradizionali bonus di fine anno e sostituendoli con un sistema molto meno vantaggioso che prevedeva un’indennità calcolata in base agli anni di servizio, con un massimo di 85.000 rial (circa 850 dollari al cambio dell’epoca), provocando un’ondata di scioperi selvaggi nel febbraio-marzo 1981. Inoltre aveva cercato di introdurre metodi di organizzazione scientifica del lavoro di ispirazione taylorista, come dimostra il caso della fabbrica Arj, dove nel maggio 1981 era stato sperimentato un sistema di premi legati alla produttività che però, in assenza di controlli indipendenti e di un reale coinvolgimento dei lavoratori, si era rivelato del tutto inefficace. Ancora più emblematico era il tentativo di risolvere la crisi attraverso un ritorno a rapporti di produzione pre-industriali, con la promozione delle piccole officine artigianali esentate dall’applicazione delle leggi sul lavoro, dove venivano sistematicamente ignorati diritti fondamentali come il salario minimo, gli orari di lavoro regolamentati e le norme sulla sicurezza. La crisi iraniana però non era riconducibile esclusivamente a fattori economici ma investiva pienamente la sfera dell’egemonia politica e del controllo sociale. Lo Stato post-rivoluzionario, nonostante il suo apparato repressivo, si era rivelato incapace di assicurare quel minimo di consenso necessario al funzionamento del sistema produttivo. Le Associazioni Islamiche, create appositamente per sostituire gli shura indipendenti e assicurare il controllo ideologico sulle fabbriche, avevano svolto un ruolo profondamente ambiguo, oscillando continuamente tra indottrinamento religioso, repressione interna e mobilitazione politica a favore del regime.
Composte da un mix eterogeneo di ex capisquadra, piccoli proprietari terrieri e lavoratori legati al clero, queste associazioni avevano finito per operare come una vera e propria polizia politica all’interno dei luoghi di lavoro, identificando sistematicamente “elementi controrivoluzionari” e collaborando attivamente con i Pasdaran negli arresti di massa seguiti alle giornate del luglio 1981. La loro influenza aveva cominciato a declinare proprio quando il regime, consolidato il proprio potere, aveva preferito affidare la gestione diretta delle aziende a manager più tradizionali, marginalizzando progressivamente le componenti più ideologizzate. Contemporaneamente la progressiva militarizzazione delle fabbriche, con l’introduzione di pattuglie armate e l’istituzione di unità paramilitari Basij addestrate specificamente per il controllo della forza lavoro, aveva creato un clima di terrore e sospetto che, lungi dal risolvere i problemi produttivi, non aveva fatto che acuire il risentimento operaio e la resistenza passiva.
(5/5. Fine).
Inserito l’11/11/2025.
Dal sito «antropocene.org»
di Michael Löwy
A cinquecento anni dalla morte per decapitazione, Thomas Müntzer riappare come una figura profetica della rivoluzione sociale, come leader di una rivolta contadina che, molto prima del socialismo moderno, già chiedeva l’abolizione dei privilegi, la proprietà collettiva della terra e la giustizia degli oppressi contro i potenti.
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Thomas Müntzer: 1525-2025
A 500 dalla rivolta dei contadini in Germania
di Michael Löwy
I rivoluzionari di tutto il mondo celebrano quest’anno la memoria di Thomas Müntzer (1490-1525), giustiziato a Mühlhausen il 27 maggio 1525. Predicatore anabattista e uno dei leader religiosi della guerra dei contadini nel Sacro Romano Impero Germanico nel XVI secolo, fu un autentico leader rivoluzionario.
Nato in una famiglia di poveri artigiani, studiò teologia e fu ordinato sacerdote, unendosi poi a Lutero nel 1519. Nel 1521, redasse Il proclama di Praga, un appello alla rivolta contro «la meretrice di Babilonia», come veniva chiamata la Chiesa di Roma. Ben presto criticò Lutero per la sua connivenza con i potenti. Nel 1524 pronunciò il Sermone ai Principi, in cui attaccò con veemenza l’autorità della Chiesa e dell’Impero. Si unì al movimento contadino anabattista e predicò il ripristino della Chiesa apostolica, con la forza se necessario, per preparare il più rapidamente possibile il regno di Cristo. Thomas Müntzer e il suo gruppo presero il potere nel febbraio 1525 a Mühlhausen, in Turingia, dove instaurarono una sorta di potere rivoluzionario radicale ed egualitario, alleato alla rivolta dei contadini.
Mistico e millenarista, ispirato alla dottrina medievale della «Terza Età» di Gioacchino da Fiore, Müntzer fu un rivoluzionario che denunciò il potere dei ricchi e la complicità di Lutero con i principi. Come gli anabattisti, esigeva dai suoi seguaci che praticassero il battesimo degli adulti. Nella tradizione apocalittica, annunciò l’imminenza della fine dei tempi e del giudizio universale. Nei suoi sermoni a Wittenberg (1523) cercò di sollevare gli artigiani e i contadini contro i principi regnanti e i poteri ecclesiastici.
Deciso a partecipare alla rivolta contadina, nel maggio 1525 Thomas Müntzer si mise alla testa di un esercito di settemila soldati contadini che si preparava a combattere i principi a Frankenhausen. La battaglia ebbe luogo il 15 maggio: mal equipaggiati e inesperti, i contadini furono massacrati dagli eserciti principeschi, composti da mercenari professionisti ben armati e dotati di cannoni. Ferito, Müntzer venne catturato in una casa di Frankenhausen, dove si era rifugiato. Dopo essere stato torturato, fu decapitato a Mühlhausen davanti a una folla di rappresentanti dell’alta nobiltà. Per ammonire il popolo, la sua testa impalata fu esposta sulle mura della città.
Un’iscrizione murale nella città di Heldrungen lo stigmatizza come archifanaticus patronus et capitaneus seditiosorum rusticorum: un omaggio involontario...
* * *
Fin dal XIX secolo, i socialisti tedeschi trovarono nella guerra dei contadini del XVI secolo e nella figura di Thomas Müntzer una fonte di ispirazione e un precedente storico fondamentale.
Questo è il caso, in particolare, di Friedrich Engels, che dedicò loro uno dei suoi principali – se non il più importante – studio storico: La guerra dei contadini in Germania (1850). Il suo interesse, persino il suo fascino, deriva probabilmente dal fatto che questa rivolta fu l’unico movimento veramente rivoluzionario nella storia tedesca prima del 1848. Il libro inizia, tra l’altro, con questa frase: «Anche il popolo tedesco ha la sua tradizione rivoluzionaria»1.
Analizzando la Riforma protestante e la crisi religiosa dell’inizio del XVI secolo in Germania, in termini di lotta di classe, Engels distingue tre schieramenti che si affrontano su un campo di battaglia politico-religioso: la fazione conservatrice cattolica, composta dal potere dell’Impero, dai prelati e da una parte dei principi, dalla nobiltà ricca e dai patrizi delle città; il partito della Riforma luterana borghese moderata, che raggruppava i membri possidenti dell’opposizione, la massa della piccola nobiltà, la borghesia e persino una parte dei principi, che speravano di arricchirsi con la confisca dei beni della Chiesa. Infine, i contadini e i plebei, che costituivano un partito rivoluzionario «le cui rivendicazioni e le cui dottrine furono formulate con la massima precisione da Thomas Müntzer»2.
Questa analisi dei conflitti religiosi attraverso il prisma delle classi sociali antagoniste è notevole, anche se Engels sembra, in modo riduttivo, considerare la religione solo come una «maschera» o una «copertura», dietro la quale si nascondono «gli interessi, i bisogni e le rivendicazioni delle diverse classi». Nel caso di Müntzer, Engels afferma che egli «celava» le sue convinzioni rivoluzionarie sotto una «fraseologia cristiana» o sotto una «mascheratura biblica». Se si rivolgeva al popolo «attraverso il linguaggio del profetismo religioso», lo faceva perché questo linguaggio era «l’unico che fosse comprensibile in quel periodo»3.
Allo stesso tempo, non nasconde la sua ammirazione per la figura del profeta millenarista , le cui idee descrive come «quasi comuniste» e «religiose rivoluzionarie»:
La sua dottrina politica era perfettamente coerente con questa concezione religiosa rivoluzionaria e sorpassava tanto le condizioni sociali e politiche in cui si viveva quanto la sua teologia sorpassava le concezioni religiose in voga nel suo tempo. […] Questo programma, che più che una sintesi delle rivendicazioni dei plebei di allora, era una geniale anticipazione delle condizioni per l’emancipazione degli elementi proletari che cominciavano appena a svilupparsi tra questi plebei, questo programma esigeva l’immediata instaurazione sulla terra del regno di Dio, del regno di Dio delle profezie millenaristiche, attraverso il ritorno della Chiesa alle sue origini e l’eliminazione di tutte le istituzioni che erano in contraddizione con questa Chiesa che in apparenza era la primitiva Chiesa cristiana, ma in realtà era assolutamente nuova. Per Müntzer, il regno di Dio è un’organizzazione della società in cui non ci sono più né differenze sociali, né proprietà privata, né autorità statale estranea e indipendente, contrapposta ai membri della società.4
Ciò che viene suggerito in questo sorprendente paragrafo, non è solo la funzione di protesta, e persino rivoluzionaria, di un movimento religioso, ma anche la sua dimensione anticipatrice, la sua funzione utopica. Siamo qui agli antipodi della teoria del «riflesso»: lungi dall’essere una semplice «espressione» delle condizioni esistenti, la dottrina politico-religiosa di Müntzer appare come una «geniale anticipazione» delle aspirazioni comuniste del futuro. In questo testo si trova un’indicazione , che non viene esplorata da Engels, ma che sarà poi approfondita da Ernst Bloch, in particolare nel suo saggio giovanile su Thomas Müntzer.
* * *
Quasi un secolo dopo, nel 1921, il giovane Ernst Bloch pubblica Thomas Münzer teologo della rivoluzione, un appassionato omaggio, da parte di un marxista libertario, al capo degli anabattisti e un’analisi dettagliata dei suoi proclami. Nell’introduzione, Bloch passa in rassegna la bibliografia su Müntzer e cita positivamente il libro di Engels sulla guerra dei contadini in Germania, anche se lo presenta come «un punto di vista economico-sociologico con lo sguardo rivolto al 1848», una descrizione che non rende giustizia alla ricchezza dell’opera. Cita inoltre l’attenzione amichevole presente nel capitolo che Karl Kautsky dedica nel suo libro sui precursori del socialismo [Die Vorläufer des neueren Sozialismus, 1895]. Tuttavia, nonostante le sue qualità, Kautsky, per via del suo attaccamento alla filosofia illuministica, manifesta, secondo Bloch, una «estraneità al problema religioso» e, in particolare, alla mistica apocalittica del teologo rivoluzionario5.
Al contrario, Ernst Bloch sottolinea con ammirazione la dimensione apocalittica del discorso di Müntzer:
Non fu combattuto qui solo per giorni migliori, ma per la fine di tutti i giorni, in conformità a questa corretta enunciazione: propaganda apocalittica dell’azione; non per superare difficoltà terrene in una scoperta civilizzazione eudemonistica, bensì per [...] l’irruzione del Regno.6
Analizzando il primo grande documento di Müntzer, Il proclama di Praga (1521) – Intimatio Thomae Muntzeri (...) contra Papistas –, che riproduce integralmente, Bloch vede in questo testo inaugurale che «l’odio per i signori, l’odio per i preti, la riforma della Chiesa e l’estasi dell’avvento si scambiano quasi immediatamente i concetti»7.
Le prediche di Müntzer si radicalizzano rapidamente. In un’interpretazione dal tono anarchico, Bloch percepisce la sua dottrina e quella degli anabattisti come una negazione dell’autorità dello Stato e di ogni legge imposta dall’esterno, «quasi preannunciando Bakunin». Müntzer predicava «una mistica repubblica universale» e persino «altro ancora di più profondo: una completa comunità di beni, essenza del cristianesimo delle origini, eliminazione di tutte le autorità»8.
Per illustrare la radicalità di Müntzer, Bloch cita lunghi brani del trattato [Spiegazione del primo capitolo del Vangelo di Luca], di Norimberga (1524), dove il teologo anabattista denuncia i signori e i principi (con abbondanti citazioni dei profeti dell’Antico Testamento), con argomenti che hanno una sorprendente attualità nel 2025:
Essi si appropriano di tutte le creature, dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, delle piante della terra, tutto deve essere loro [...] Ora opprimono tutti gli uomini, scorticano e spellano il povero contadino, l’artigiano e ogni essere vivente.9
Per Bloch, il riformatore Müntzer si colloca agli antipodi della divinizzazione luterana dello Stato e del «capitalismo come religione» di Calvino. Descrive il suo appello ai minatori del 1525 come una «dichiarazione di guerra alle dimore di Baal», e persino come «il più appassionato e rabbioso manifesto rivoluzionario di tutti i tempi». Purtroppo, senza grandi risultati10.
Poco dopo, a Frankenhausen, l’«esercito rivoluzionario e messianico» dei contadini, mal armato – senza artiglieria né polvere da sparo – e privo di uno stato maggiore esperto, ispirato ma non guidato da Müntzer, fu sterminato dai signori feudali.
Ernst Bloch vede le vicende di Thomas Müntzer come un momento cruciale della storia sotterranea della rivoluzione, che va dai catari, dai valdesi e dagli albigesi fino a Rousseau, Weitling e Tolstoj: un’immensa tradizione che «batte contro la paura, lo Stato, a ogni potere disumano»11.
Chi sarebbero oggi gli eredi di Thomas Müntzer e di questa storia clandestina? Ernst Bloch evoca Karl Liebknecht e, nella conclusione del suo saggio, lancia un appello per un’alleanza tra «marxismo e sogno dell’incondizionato […] nello stesso percorso e nello stesso progetto di spedizione». Il saggio di Bloch fu scritto in un momento, il 1921, in cui la rivoluzione in Germania sembrava ancora possibile. Da qui la sorprendente conclusione del libro: «Sopra le macerie e le infrante sfere della civiltà di questo mondo splende lo spirito della non sradicabile utopia»12.
* * *
Dopo cinque secoli, questa storia è ancora attuale? Il personaggio di Thomas Müntzer continua a parlare al nostro spirito? Così credono i redattori della rivista «Négatif» e il Groupe surréaliste de Paris, che il 1° maggio 2025 hanno pubblicato un magnifico volantino in omaggio al 500° anniversario della Guerra dei contadini tedeschi. In esso viene citato il seguente frammento dal libro di Ernst Bloch: «La storia sotterranea della rivoluzione attende ancora inascoltata».
Così gli autori del volantino – distribuito durante le manifestazioni di piazza del 1° maggio 2025 – si riferiscono al predicatore decapitato nel maggio del 1525:
Alla guida di questo movimento, la figura del predicatore Thomas Müntzer appare come la voce più radicale del momento. Thomas Müntzer […] la voce più forte che incitava alla rivolta più ampia; lui, il martello vendicatore pronto a combattere contro gli affamatori, gli sfruttatori e gli ipocriti religiosi del suo tempo; lui, che fece tremare i potenti; lui, che non abbandonò i ribelli quando gli eserciti dei principi, forti del sostegno ideologico del sinistro Lutero, si allearono per massacrare selvaggiamente coloro che avevano osato ribellarsi al loro ordine; lui, Thomas Müntzer, che soccombette in battaglia, ci offre ancora, cinquecento anni dopo la sua morte, l’esempio dell’inflessibilità delle nostre esigenze millenarie e ancora più radicali di qualsiasi millenarismo antiquato. In questo 1° maggio 2025, gloria a te, Thomas Münzer, la cui ombra incendiaria continuerà a squarciare la notte della nostra epoca, non meno oscura e oscurantista della tua.
Nella sua prefazione alla riedizione francese di La Guerre des paysans en Allemagne, di Engels, Eric Vuillard osserva come «Questa guerra dei contadini non appartiene al passato, non è [...] una rivolta antiquata da libri di storia. [...] Questa storia non è finita»13. Ciò è particolarmente vero in America Latina, che ha vissuto numerose «guerre contadine», da Túpac Amaru a Emiliano Zapata, da Augusto César Sandino all’EZLN del Chiapas. È una lotta che continua ancora oggi, sotto la guida della grande confederazione Vía Campesina, per imporre una vera riforma agraria e rompere con la logica ecocida dell’agrobusiness capitalista.
Walter Benjamin era convinto che la memoria degli antenati martirizzati fosse la fonte più potente delle rivolte degli oppressi. Ciò vale, più che mai, per i contadini insorti nel 1525 e il loro rivoluzionario teologo, Thomas Müntzer.
Michael Löwy
(Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org; Fonte: «Jacobin América Latina» 24.06.2025; tratto da: https://www.antropocene.org/index.php/757-thomas-muentzer-1525-2025).
Note
1 Friedrich Engels, La guerra dei contadini in Germania, in Marx - Engels, Opere, vol. 10, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (Mi), 2021, p. 419.
2 Ibid., p. 435.
3 Ibid., p. 441.
4 Ibid., pp. 441-442.
5 Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli Editore, Milano, 1980, p. 31.
6 Ibid., p. 72.
7 Ibid., p. 38.
8 Ibid., pp. 88, 99.
9 Ibid., p. 58.
10 Ibid., pp. 116-120, 75.
11 Ibid., p. 201.
12 Ibid., pp. 108, 201.
13 Eric Vuillard, prefazione a Friedrich Engels, La guerre des paysans en Allemagne, Les Éditions Sociales, Parigi, 2021, pp. 9-10.
(Nuove Edizioni Operaie, Roma, 1981)
Dalle nascenti organizzazioni alla Prima Internazionale, dal costituirsi dei partiti nazionali operai alla Seconda Internazionale e alla Rivoluzione russa, fino agli sviluppi successivi, la coscienza delle contraddizioni di classe e la capacità di aggregazione e di lotta appaiono continuamente minacciate sia dal padronato e dai governi borghesi, sia dalle lacerazioni interne e dalle deviazioni.
Presentiamo questo compendio storico (Luigi Lapparelli, Breve storia del movimento operaio, Roma, Nuove Edizioni Operaie, 1981) per stimolare una ricerca sul tema che non si è ancora sviluppata in modo completo e organico, ma anche per ispirare una nuova stagione di lotte e di iniziativa del movimento di classe, ridotto oggi a una condizione di subalternità e di impotenza di fronte alle grandi sfide imposte dal capitalismo.
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Breve storia del movimento operaio
di Luigi Lapparelli
INTRODUZIONE
Il lavoro, inteso come attività attraverso la quale l’uomo produce i mezzi necessari alla propria sopravvivenza, è costantemente presente fin dalla comparsa dell’uomo sulla terra. Ma diverse sono le condizioni e le forme nelle quali il lavoro si manifesta.
Il lavoratore del mondo antico è prevalentemente un lavoratore schiavo.
Il fenomeno della schiavitù è presente anche nelle «polis», le città-Stato della Grecia, a struttura politica altamente democratica. Agli schiavi vengono normalmente affidati i lavori domestici, agricoli e pesanti. Aristotele teorizza la loro condizione, affermando che «ci sono uomini naturalmente liberi e uomini naturalmente schiavi».
Accanto al lavoro degli schiavi, infatti, esiste anche un artigianato libero, relativamente sviluppato (vasai, metallurgici).
Fonte principale di reclutamento degli schiavi sono le guerre. I vinti sono fatti prigionieri e deportati nel maggior numero possibile. Con la conseguenza che, già nel suo nascere, la schiavitù comporta la tendenza alla ribellione e l’anelito alla riconquista della libertà perduta.
Emblematica è la rivolta capeggiata dallo schiavo Spartaco, che riesce a sconfiggere in combattimento il console romano L. Gellio (73-71 a.C.). Ma la rivolta viene poi domata e affogata nel sangue. Seimila uomini sono uccisi e altri cinquemila crocefissi.
Questo episodio verrà assunto a simbolo della mitologia proletaria. Ricordiamo, ad esempio, la «Lega Spartaco» di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg (Germania, 1919) quale organizzazione clandestina della sinistra socialdemocratica, nata nell’immediato primo dopoguerra, da cui ha origine il partito comunista tedesco.
Di fatto, la lotta degli schiavi rimane storicamente sterile. Sola eccezione è la rivolta di San Domingo, che porta alla costituzione della Repubblica Haitiana.
Si è discusso a lungo sulle cause che hanno determinato la fine della schiavitù. Molti sostengono che sia stato il Cristianesimo a distruggere la schiavitù, in quanto portatore del principio dell’amore e dell’uguaglianza fra gli uomini, in contrapposizione alla teoria aristotelica.
Altri, al contrario, ritengono che il Cristianesimo abbia avuto la sua parte nel mantenere in piedi gli ultimi residui del mondo schiavista.
In realtà, la fine della schiavitù è dovuta a una serie di mutamenti storici profondi, avvenuti in seno alle strutture economiche, sociali e politiche del mondo antico. Fattori decisivi, di effettivo disfacimento delle vecchie strutture, sono soprattutto le invasioni barbariche, la crisi del potere imperiale, l’evoluzione civile e culturale verso una nuova forma di società.
Il processo di trasformazione del mondo medioevale comporta un frazionamento dei nuclei umani, raggruppati su un comune territorio ristretto, abitato da un padrone della terra e da contadini che la lavorano. Il rapporto reciproco è di dominio e di dipendenza – quello appunto di «signori» e «servi» – che caratterizza la «servitù della gleba». Ма accanto al servo della gleba può trovare spazio anche l’artigiano, che abita relativamente libero nelle città, oppure in condizioni di minore libertà all’ombra delle corti.
L’aumento della prosperità economica crea il primitivo ordinamento giuridico feudale, fondato sulle proprietà terriere e su una serie più o meno ampia di privilegi dei signori. Al signore tentano di contrapporsi i contadini, in un susseguirsi di lotte per la limitazione di tali privilegi e per l’acquisizione di propri diritti.
Ma il fattore principale di trasformazione è costituito dal progressivo affrancamento dal signore da parte dei ceti cittadini (artigiani e commercianti). Nascono così i primi liberi Comuni. Ed è il loro sviluppo a favorire a sua volta l’emancipazione di parte della popolazione contadina e la loro conquista della proprietà terriera.
Ma anche sfuggiti al vincolo del servaggio personale, i contadini sono sfruttati dalla città, a causa degli alti prezzi dei prodotti artigianali e delle tasse esorbitanti che gli vengono arbitrariamente imposte.
La pratica del contrabbando si fa allora la forma elementare della rivolta contadina contro la città. Altra forma tipica di ribellione è quella costituita dalle cosiddette «jacqueries» (da Jacques Bonhomme).
La più famosa è quella del 1358, nell’Oise. Il terrore si sparge nelle campagne, non meno che nelle città, con la strage di signori e signorotti. Ne restano coinvolti gli stessi artigiani, per la forza distruttiva che la rivolta assume anche nei confronti dell’organizzazione cittadina. Ma la paura di queste rivolte contribuisce a far crescere nelle città la solidarietà tra i diversi ceti.
Le rivolte contadine si avvicendano fino al XVIII secolo. Per altro verso anche il brigantaggio, prospero per diversi secoli nelle campagne di Europa, si fa spesso espressione di rivolta popolare.
A differenza delle lotte degli schiavi, che non si proponevano direttamente la conquista del potere, le lotte dei contadini tendono sempre più ad affermare il proprio diritto a far parte del governo della città.
Altro aspetto tipico della società medioevale sono le corporazioni. I lavoratori si raggruppano tra loro secondo i diversi mestieri e professioni, cementando insieme maestri d’arte e garzoni, apprendisti e lavoranti. Spesso sono soltanto delle pedine nelle mani del «padrone di bottega». Ma è anche vero che la struttura corporativa tutela gli interessi economici della categoria. Diventa anzi anche uno strumento di lotta per la conquista del potere politico, soprattutto nei periodi di espansione della città.
Così, a Firenze, le corporazioni conquistano per un certo periodo il governo della città, con una partecipazione proporzionale delle arti maggiori e minori. Si verifica anzi una clamorosa rivolta da parte delle arti «del popolo di Dio»: e di tale portata, da poter essere considerata come un’autentica «rivolta proletaria» prima del tempo (tumulto dei Ciompi).
Uguale portata ha la rivolta dei Patarini a Milano.
Anche altrove – in Francia, Germania, Inghilterra – sorgono delle organizzazioni di lavoratori, simili, per vari aspetti, alle corpoгаzioni italiane. Così i compagnonnages sono organizzazioni religiose e di mutuo soccorso tra lavoratori itineranti (sellai, muratori, ecc.) che fanno capo a una «casa madre». Per esservi ammessi si deve realizzare un’opera di valore ed esercitare un periodo di tirocinio. Pure legati a certi vincoli, i membri possono esprimere liberamente nel lavoro il proprio talento.
Una caratteristica comune collega tra loro tutte queste forme sociali. Ed è che il lavoratore viene sfruttato dai ceti dominanti non in virtù di un vincolo particolare di tipo economico, ma all’interno di leggi riconosciute; le quali dividono la società in «classi» ben differenziate e nello stesso tempo garantiscono il rispetto e la legalità di tale divisione.
Un contadino del periodo dei Comuni, ad esempio, difficilmente può diventare un cittadino; così come chi nasceva servo della gleba, nell’epoca precedente, era destinato a rimanere tale fino alla morte.
Si tratta di divisioni rigide, spesso giustificate da pretestuose norme di diritto naturale, che garantiscono la stabilità dell’ordinamento sociale e insieme condannano senza speranza gli strati più poveri della popolazione.
Paradossalmente, saranno la borghesia e il capitalismo ad avere una funzione rivoluzionaria, poiché essi creano una situazione nuova, che rende possibile la formazione e la crescita di un movimento rivoluzionario. In poco più di due secoli la struttura della società feudale viene progressivamente scardinata. I vincoli che legavano i contadini alla terra o a un signore cadono, rendendo gli uomini disponibili per altri impieghi. Ovviamente, l’unica alternativa che resta aperta a questi uomini è la manifattura del capitalista. Suoi sono i mezzi di produzione. Sue sono le materie prime. E tuttavia la rottura di vincoli secolari è conseguenza di questo potere borghese. Avendo bisogno di manodopera da impiegare nelle proprie industrie, egli vede in tali legami un freno alla propria espansione. È la borghesia a creare l’uomo libero dalla schiavitù della gleba anche se libero di farsi sfruttare dalla nascente industria moderna.
Ma la concezione dell’uomo e della vita umana cambia. È quella nuova concezione, secondo cui tutti gli uomini sono e devono essere uguali e liberi, che viene ratificata storicamente dalla Rivoluzione francese (1789) con il motto «libertà, uguaglianza, fraternità».
Non è superfluo ricordare che il concetto borghese di libertà si riferisce alla libertà dei singoli, e soltanto rispetto ad alcune forme di servitù delle epoche precedenti. Una libertà che per vari aspetti è vera, ma che viene pagata a ben caro prezzo; e che tuttavia e comunque resta soltanto parziale, perché soggetta a nuove forme di servitù. Migliaia di contadini, scacciati dalle terre e privi di qualsiasi possibilità di sussistenza, diventano la nuova classe lavoratrice dell’industria moderna: la classe operaia.
Il prezzo è pagato sia sul piano umano che su quello del depauperamento indiscriminato delle risorse naturali.
Il profitto, non l’uomo, è la molla che anima lo sviluppo capitalistico. E profitto significa sfruttamento e strumentalizzazione delle masse popolari ai fini dello sviluppo e dell’arricchimento di pochi, sperpero e dissanguamento delle materie prime e delle fonti naturali di energia, squilibrio ecologico complessivo.
La stessa concezione dell’esistenza ne risulta stravolta e aggiornata su dimensioni nuove, di cui solo la storia futura potrà valutare la portata.
Lo sviluppo della «colonizzazione» nel Nord America ne è il primo esempio lampante. Comincia con il massacro, da parte dei pionieri europei, di tre milioni di pellirossa, ridotti nel 1890 a circa 200 mila, malgrado centinaia di trattati stipulati con il governo e mai rispettati. Su queste terre espropriate nasce la potenza industriale più avanzata e sviluppata del mondo. Anche i paesi europei, sulla misura del loro sviluppo industriale, sono presi dalle forme più diverse di «slancio civilizzatore»: tutto inteso alla conquista e cattura delle ricchezze naturali dell’Africa e dell’Asia. Per milioni e milioni di uomini l’arrivo della civiltà industriale significa indescrivibili condizioni di fame e di morte.
Ma anche nei paesi industrializzati la civiltà delle macchine comporta condizioni di spietato sfruttamento.
Il capitalismo impone nelle fabbriche il ritmo forzato, i sorveglianti, le punizioni. Non lo preoccupa l’ambiente malsano, le condizioni disumane di orario, l’età e il sesso dei lavoratori.
La settimana lavorativa dei fanciulli, nei primi decenni della civiltà industriale, è di 69 ore, mentre la giornata di lavoro per gli adulti, in Europa, si generalizza sulle 13-14 ore giornaliere. Il padrone è il solo giudice e arbitro della durata e delle condizioni di lavoro.
L’orario di lavoro si fa presto uno dei punti cruciali della lotta dei lavoratori e del movimento. Esso costituisce uno dei cardini fondamentali dello sfruttamento capitalistico e la giornata lavorativa di dieci ore viene conquistata soltanto verso la fine del secolo XIX, mentre il riposo domenicale diventa legale in molti paesi a partire dal 1906. Bisogna arrivare agli anni del primo dopoguerra per trovare realizzata nei paesi industriali, non senza dure lotte, la giornata lavorativa di otto ore.
Il salario costituisce una seconda arma del ricatto capitalistico. Affidato indiscriminatamente agli sbalzi e arbitri del sistema, e alle sue crisi e contraddizioni, esso viene ridotto drasticamente ogni volta che lo sviluppo entra in contrasto con il profitto. Così, al verificarsi della prima crisi storica dell’era industriale, nel 1816, i salari vengono drasticamente dimezzati del 50% rispetto a quelli di sei anni prima.
Da allora, con ricorrenza ciclica, le crisi del capitalismo si vanno ripetendo, regolarmente accompagnate da consistenti riduzioni salariali. Manovre per ridurre il costo del lavoro si verificano in Inghilterra (1825), negli Stati Uniti (1836), in Francia (1847).
Negli Stati Uniti, nel 1861, scoppia la guerra di Secessione. L’industria bellica si sviluppa notevolmente. Ma l’inflazione rende catastrofica la condizione delle masse. A seguito di tale guerra, gli Stati schiavisti del Sud non possono più inviare cotone all’Inghilterra, gettando in crisi un’industria tessile che rimane senza materie prime. Il 25% della popolazione inglese versa nella più cupa indigenza e gli industriali hanno buon gioco nell’abbassare tutti i salari di oltre il 20%.
Dopo il 1860 il capitalismo rilancia in forme nuove la corsa all’industrializzazione. L’obiettivo prioritario, adesso, è quello della costruzione di ferrovie e di navi. Le azioni delle industrie, nelle varie borse europee di Londra, Berlino e Parigi, crescono a vista d’occhio. Ma i profitti non corrispondono alle aspettative. Si hanno anzi dissesti a catena. E con i dissesti il panico.
La fuga dei capitali produce allora una crisi bancaria di proporzioni catastrofiche, che a Londra culmina nel «Venerdì nero».
La situazione si fa pesante anche in Francia e Germania. Cessati gli investimenti per la costruzione di ferrovie, le industrie del ferro e delle costruzioni meccaniche si trovano totalmente coinvolte nella crisi.
Un altro «Venerdì nero», il 24 settembre 1869, colpisce gli Stati Uniti. La Borsa di New York è presa dal panico e molti titoli crollano, con conseguente ecatombe di banche.
Ma sono proprio questi anni neri, e particolarmente il decennio 1860-1870, a segnare il risveglio del movimento operaio organizzato.
Diverse unioni sindacali nascono e si organizzano negli Stati Uniti. In Inghilterra si forma la Lega per il diritto di voto agli ope rai. In Germania nasce il Partito Socialista dei Lavoratori, mentre Carlo Marx pubblica il primo libro de Il Capitale. In Italia, a Torino, la categoria dei muratori conquista le 12 ore lavorative.
L’Europa sussulta tra crisi economiche ed espansione industriale e quasi tutti i paesi ne sono coinvolti. In particolare la Renania, dove nasce e si sviluppa l’industria pesante, con la fusione tra industrie carbonifere e dell’acciaio.
Ma anche le organizzazioni operaie si vanno espandendo. E la repressione nei loro confronti non tarda a farsi sentire. È la Danimarca a registrare le prime persecuzioni e arresti, seguiti dalla minaccia di scioglimento delle organizzazioni. In Spagna, Francia e Germania si approvano leggi speciali antisocialiste. Tessili, metallurgici e minatori sono le prime categorie bersagliate, anche con pesanti riduzioni del salario.
Si arriva così al 1900.
L’inizio del secolo annuncia un capitalismo inquieto, deciso a eliminare ogni ostacolo che in qualche modo e misura possa condizionare i propri profitti, o pretenda di socializzarne anche una piccola parte.
Agli aumenti salariali e ad altre conquiste sull’orario di lavoro, strappate con dure lotte da una classe operaia che va acquistando coscienza di sé, fanno riscontro le riduzioni salariali a rotazione, in ogni settore e paese. Sono questi i primi segni premonitori di quella che sarà la grande crisi del 1929, la più pesante in assoluto che abbia sconvolto finora il mondo capitalistico.
La crisi travolge quasi tutte le conquiste operaie negli Stati Uniti e provoca una battuta d’arresto in tutti i paesi industrializzati d’Europa.
L’industria U.S.A. aveva vissuto alcuni decenni di euforia produttiva e consumistica. I disoccupati erano appena lo 0,9% della popolazione. Le automobili prodotte avevano suerato 5.600.000 unità, mentre la produzione di petrolio, gomma, cemento ed energia elettrica aveva registrato indici di incremento iperbolici. Il grande capitale aveva catturato anche il più piccolo risparmiatore. La più prestigiosa borsa valori del mondo – quella di New York – era diventata una gigantesca centrale di contrattazione di titoli.
Ed ecco, in soli due giorni, il 24 e 25 ottobre, la tragedia. Le maggiori azioni industriali colano a picco, scendendo da 364 a 62 dollari. Cinquemila banche falliscono. Il capitale privato sparisce. Milioni di risparmiatori medi e piccoli si trovano ridotti sul lastrico.
Come sempre, le conseguenze più pesanti vengono pagate dai lavoratori dipendenti. La riduzione del salario tocca il 39%. I disoccupati salgono da 490 mila a quasi 3 milioni. Nel 1933, in un crescendo impressionante, raggiungono la cifra record di 14 milioni, pari al 27% della popolazione attiva.
Inizia così negli Stati Uniti quella che è stata definita la «Grande Depressione». Durerà fino alla seconda guerra mondiale, quando il conflitto rilancerà nuovamente l’investimento di enormi capitali privati nello sviluppo dell’industria bellica: l’unica veramente remunerativa e certamente congeniale al grande capitale speculativo.
La depressione americana viene subita da tutto il mondo capitalistico con svalutazioni a catena, e con il progressivo impoverimento delle masse lavoratrici. I disoccupati dell’area industriale assommano a circa 30 milioni di unità.
Era necessario abbozzare a grandi linee questa storia del capitalismo, e delle conseguenze che il capitalismo ha avuto per la nostra civiltà, per poter inquadrare nei termini più obiettivi possibili la storia del movimento operaio.
La classe operaia, come abbiamo visto, è una «creazione» del capitale. E solo all’interno di questo quadro si possono capire le lotte che essa ha portato avanti per la propria emancipazione. In altre parole, per comprendere in modo corretto la storia del movimento operaio, e i vari momenti che l’hanno caratterizzata, si deve aver sempre presente l’esistenza contemporanea, interna alla società moderna, di due classi sociali totalmente antagoniste tra loro, e sempre più coscienti di tale reciproca incompatibilità.
È da questo punto di vista che anche noi proponiamo al lettore questa «breve storia del movimento operaio». Vi analizzeremo il rapporto dialettico che esiste tra lo sviluppo dell’industria moderna e del capitale da una parte, e quello della classe operaia e delle sue organizzazioni e lotte dall’altra.
Il mutare di questo rapporto ha causato alternativamente vari trasferimenti e metamorfosi del Potere. Non sempre, nei periodi in cui i lavoratori si sono trovati in una posizione di forza, la situazione favorevole è stata correttamente sfruttata. Ma anche nel campo opposto sono stati compiuti non pochi errori di valutazione.
Approfondire le tappe e il significato di questa dinamica sociale e il ruolo di primo piano che in essa ha avuto e ha il movimento operaio, costituisce lo scopo di queste pagine.
Per questo ci auguriamo che esse, pure nella loro voluta brevità e concisione, possano riuscire di particolare interesse e orientamento per molti operai, lavoratori, studenti, quadri intermedi del sindacato, membri dei Consigli di Fabbrica.
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Breve storia del movimento operaio
di Luigi Lapparelli
1. LE PRIME ORGANIZZAZIONI
La prima fase dell’industrializzazione è caratterizzata dall’introduzione delle macchine.
A differenza della manifattura, l’uso delle macchine non richiede particolari abilità. Tanto è vero che nelle fabbriche vengono impiegate delle categorie di persone fino ad allora escluse dal lavoro, tra cui le donne e i bambini.
In un primo tempo l’introduzione delle macchine, certo redditizia per i padroni, può anche costituire un fatto accettabile per il contadino in cerca di lavoro. La condizione di operaio lo libera dalla miseria e dalla fame. Gli offre garanzie di sicurezza, con un mestiere che gli è facile compiere.
Ma le difficoltà gli nascono in un secondo tempo. Se la facilità del lavoro accresce la disponibilità di manodopera, la macchina viene sempre più a sostituire il ruolo dell’operaio, costringendolo a un lavoro monotono e talora degradante, quando non lo priva del lavoro stesso.
Ciò spiega come le prime lotte operaie siano dirette contro le macchine: in Inghilterra e in Francia si registrano episodi di distruzione delle nuove attrezzature.
Questa reazione istintiva è la conseguenza di una maturazione sindacale e politica ancora scarsa, da parte della prima classe operaia. Gradualmente, infatti, gli operai imparano a distinguere la macchina dal suo uso «capitalistico». Le lotte sono da fare contro la forma sociale nella quale si è costretti a lavorare.
Il primo periodo del movimento operaio è caratterizzato dal passaggio dalle forme di reazione violenta e istintiva a quelle dell’organizzazione sindacale.
Francia
In Francia, nel periodo terminale della rivoluzione, ha origine il movimento della «Congiura degli Eguali» (1796), formato da rivoluzionari rimasti al di fuori della Convenzione. Essi rivendicano l’uguaglianza sociale, caratterizzata dall’austerità e dalla comunione dei beni.
Babeuf, massimo esponente del movimento, teorizza la dittatura rivoluzionaria di un gruppo di persone (settarismo) che deve conquistare il potere politico mediante la congiura. Ogni ricorso alle vie democratiche (elezioni, assemblee e simili) viene esclusa in partenza. La proprietà di tutti i beni è unica e spetta al popolo. Ogni membro della comunità ha diritto a un’esistenza felice. La soddisfazione di questo diritto implica l’obbligo di lavoro uguale per tutti».
Denunciata da un agente provocatore, la congiura viene però scoperta e i principali cospiratori arrestati. Babeuf, condannato a morte, si pugnala prima di salire sul patibolo.
Sulla base del racconto di F. Buonarroti, altro eminente capo del movimento, si è giudicata la congiura in chiave di movimento comunista. In realtà, il comunismo costituisce qui il programma di una sola frazione, quella più attiva e intransigente, mentre la maggior parte dei cospiratori si arrocca su basi montagnarde-robesperriane.
In questo stesso periodo viene prendendo contorni definiti l’ideologia liberale. Essa nasce dalla preoccupazione di stabilizzare le situazioni politiche e sociali, traducendo nel concreto delle istituzioni i risultati della Rivoluzione.
Con l’avvento al potere di Napoleone Bonaparte (1796) subentra un periodo di tregua sociale, caratterizzato da un notevole sviluppo dell’industria bellica e della seta. All’efficienza dell’apparato amministrativo si accompagna un aumento di benessere generale, dovuto anche alla politica di asservimento dei popoli europei e alla florida situazione in cui vengono a trovarsi i contadini, dopo che l’imperatore ha loro assicurato la proprietà delle terre.
Ma alla caduta di Napoleone i fermenti rimasti assopiti tornano a farsi sentire.
Dal 1816 al 1830, nella Francia della «restaurazione», si sviluppa una violenta lotta tra i fautori del liberalismo e quelli dell’assolutismo, Ai primi appartengono tutti i resti della Francia repubblicana e della tradizione operaia, legata, oltre che agli ideali liberali, al movimento di massa quale mezzo per la risoluzione dei conflitti sociali.
Sotto Luigi Filippo si ha un notevole sviluppo tecnologico e industriale. Ma le barriere doganali e il protezionismo favoriscono anche violente crisi di disoccupazione. Le lotte sociali si riacutizzano. E sfociano nella grande insurrezione di Lione (1831). Gli operai tessitori insorgono al grido: «Vivere lavorando, o morire combattendo». Ma vengono massacrati dalle truppe, in una vera e propria operazione bellica.
Nel febbraio del 1848, rovesciato Luigi Filippo, viene proclamata la seconda repubblica. In essa, per la prima volta, troviamo presenti alcuni elementi fondamentali di ispirazione socialista, quali il diritto al lavoro e al suffragio universale. Vengono altresì istituiti, per risolvere il grave problema di circa un milione di operai parigini al limite dell’indigenza, dei cantieri nazionali di lavoro (ateliers nationaux). Una commissione paritetica di operai e industriali, che ha il compito di risolvere i problemi del lavoro, approva la legge delle 12 ore lavorative al giorno.
Nel giugno dello stesso anno, in seguito al decreto di chiusura degli ateliers, scoppiano torbidi di grave entità, che terminano ancora una volta con il massacro di molti operai.
Nel dicembre del 1848 viene eletto a presidente della Repubblica il nipote di Napoleone. È sua ambizione di portare a termine il programma iniziato dallo zio, di instaurazione di un regime di benessere economico.
È in questo periodo che hanno origine le due ali più illustri del movimento operaio francese: quella degli utopisti, fra cui ricordiamo C. Saint Simon e F. Fourier (il cui pensiero fu poi sintetizzato e unificato da L. Blanqui) e quella dei blanquisti.
Se entrambe queste correnti hanno come obiettivo la trasformazione della società in senso socialista, diversa ne è l’analisi teorica che sta alla base.
Il pensiero degli utopisti è infatti basato sulla convinzione che la trasformazione sociale deve avvenire con la partecipazione e l’attività di tutti gli strati «produttivi» del paese, individuando come produttivi anche i capitalisti. Diversa è invece la posizione di Blanqui, che coglie più correttamente degli altri i conflitti reali presenti in seno alla società. Per questo egli professa la necessità di una lotta autonoma della classe operaia e critica gli utopisti per l’accordo che hanno stabilito con il governo borghese del 1848.
Ma quando il governo prende le prime misure antioperaie, ignorando gli accordi pattuiti, è troppo tardi. Anche se i fatti gli danno ragione, Blanqui, incarcerato, si trova ormai ridotto al silenzio.
Inghilterra
La rivoluzione industriale inizia in Inghilterra con quasi mezzo secolo di anticipo su quella francese, per poi svilupparsi notevolmente dopo il periodo napoleonico, specialmente nei settori tessile, abbigliamento ed estrattivo. Essa costituisce uno stimolo potente per i moti borghesi democratici.
Già verso il 1750, con lo scioglimento della corporazione dei produttori di calze e maglierie, ha formalmente fine il periodo delle corporazioni.
L’avvento dell’era industriale trova in Inghilterra numerose circostanze particolarmente favorevoli: il ruolo di centro economico e commerciale, specie per il commercio coloniale, che il paese era andato assumendo; il conseguente accumulo di capitali; l’afflusso di manodopera e di notevoli talenti tecnici, anche in seguito alle immigrazioni dal continente; l’invenzione delle prime macchine.
Ma le condizioni della prima classe operaia sono particolarmente dure. Una commissione di inchiesta accerta, tra l’altro, l’inesistenza di qualsiasi limitazione degli orari di lavoro; fatta eccezione per alcune categorie di fanciulli, che non devono lavorare oltre le 12 ore giornaliere.
L’organizzazione operaia va formandosi lentamente. Ma è costretta a operare in condizioni di illegalità fino al 1825.
Numerose leggi, infatti, rendono perseguibili le coalizioni di lavoratori (come, del resto, quelle dei datori di lavoro). Ma ciò non impedisce che le «Unioni di mestiere» degli operai, che avevano avuto un grande impulso al tempo della rivoluzione francese, continuino a sussistere anche dopo, quando la legislazione si fa più rigida.
Nel 1824 una Commissione di inchiesa della Camera dei Comuni indaga su tali leggi restrittive della libertà di associazione (dette Combination Laws). E scopre che non solo esse non sono riuscite a impedire le associazioni e coalizioni, ma anzi le hanno rese più agguerrite. La Commissione giunge quindi alla conclusione di dover sopprimere ogni legislazione contraria alla libera contrattazione dei salari.
La Legge viene emendata. Ma l’anno seguente (1825) una nuova Commissione parlamentare, a seguito di una nuova indagine, dichiara dannosi gli emendamenti fatti e ripropone la precedente legislazione. Alcune modifiche, tuttavia, permettono di raggiungere degli accordi sui salari e sui prezzi. Ciò che invece espressamente si proibisce è l’uso della forza, l’intimidazione e l’ostruzionismo nel raggiungimento degli accordi stessi.
Il diritto di associazione è dunque un fatto acquisito. Il movimento operaio ha saputo sfruttare la situazione politica favorevole. Ad opporsi agli schemi rigidi della vecchia classe dirigente aristocratica non sono soltanto gli operai, ma anche gli industriali borghesi in conflitto con la nobiltà.
In seguito alle nuove leggi, le Unioni operaie si vanno moltiplicando. Si comincia anche a organizzare i primi scioperi, che tuttavia falliscono. L’aggravarsi della crisi industriale e la precarietà della condizione operaia spaventano la massa dei lavoratori.
Dal 1825 al 1830 si sviluppano le prime Federazioni di mestiere, fino alla costituzione della National Amalgamated Trade Union, nel 1834, che arriva a raggiungere circa 500 mila aderenti. Ma la federazione è costretta alla resa dopo sette mesi di ostilità. Dell’ondata di repressioni restano vittime i cosiddetti «Martiri di Tadpuddle», deportati in Australia per aver prestato giuramento sindacale.
Le rivendicazioni operaie, tuttavia, contribuiscono notevolmente a migliorare il livello di vita dei lavoratori. La figura più importante di questo periodo è R. Owen, il cui pensiero presenta alcune analogie con quello di Saint Simon. Ma il crescente conflitto sociale, e lo inasprirsi delle lotte tra operai e capitalisti, evidenziano anche qui, come in Francia, l’insufficienza del pensiero utopista.
La fase successiva del movimento operaio inglese è caratterizzata dalla richiesta dei diritti politici e democratici. Predominante si fa l’azione del movimento cartista, così chiamato dalla «Carta del popolo» che gli aderenti rivendicano, consistente essenzialmente in una proposta di legge relativa all’estensione del diritto di voto e alla democraticità del sistema stesso elettorale.
Il diritto di voto era già stato allargato nel 1832, ma solo alla classe media. I cartisti, ora, chiedono il suffragio universale e con voto segreto. Il primo manifesto cartista – cui fa seguito la costituzione del movimento e la redazione formale della «Carta del popolo» – viene pubblicato da William Lovett, fondatore della Associazione dei Lavoratori di Londra. La Carta ha anche fini sociali. Afferma il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini e il diritto di tutti al benessere. Per comprenderne la portata, bisogna collocarla nelle contraddizioni sociali che segnano la prima era industriale. Essa fa appello anche ai liberali, ai conservatori illuminati, a quanti sono contrari alla «Legge dei Poveri».
Una prima petizione popolare, firmata da oltre un milione di cittadini, viene respinta. Si verificano allora autentici moti di insurrezione. Ma anche la prova di forza fallisce, spaccando il movimento in due tronconi. C’è chi rivendica l’uso della violenza; e chi invece sostiene le vie della forza e del convincimento morale. Prevalgono i primi e si organizzano nella National Charta Association. Ma anche la nuova petizione viene respinta nel 1842.
Nell’agosto di questo stesso anno viene organizzato con successo uno sciopero generale, prematuramente revocato dal capo del movimento O’Connor. Col fallimento di un nuovo tentativo insurrezionale, nel 1848, e con l’allontanamento di O’Connor, il movimento cartista si avvia praticamente all’estinzione. E infatti cessa di esistere sei anni dopo, nel 1854.
Questa morte, tuttavia, non ne sminuisce la portata storica. È suo merito di aver introdotto nelle rivendicazioni concrete il concetto di democrazia politica: quello stesso che la rivoluzione francese aveva proclamato e propagandato sul piano ideale, ma senza riuscire a calarlo nella realtà delle istituzioni.
Germania
Quanto a democrazia politica, la situazione tedesca è assai diversa da quella francese e inglese, con un ritardo di decenni.
La condizione di arretratezza economica e sociale in cui il paese versa, ancora nelle prime decadi del secolo XIX, non impedisce che alcune organizzazioni operaie tentino a Lipsia, nel 1830, una rivolta di ispirazione blanquista. È il periodo in cui V. Veitling, dall’esilio, cerca di organizzare gli operai. Esiliati sono anche T. Schuster e Venedey, fondatori, in Francia, di una «Lega degli esiliati» (trasformata poi in «Lega dei giusti»).
Costretti a lasciare anche la Francia, dopo il fallimento della sommossa parigina del 1839, si stabiliscono entrambi a Londra. Qui entrano in contatto con F. Engels e successivamente con K. Marx, il cui pensiero rappresenta una svolta per l’intero movimento socialista.
Marx (1818-1883) spiega la storia in termini di lotta tra le classi, sottoponendo a un vaglio critico rigoroso le basi stesse della cultura europea ufficiale, cioè quella dell’idealismo tedesco, dell’economicismo politico inglese e del socialismo utopico francese. Il movimento operaio vi può trovare una base teorica sicura, e insieme uno stimolo all’azione, ben diversi da quelli delle ideologie dominanti.
Dall’incontro dei dirigenti tedeschi con Engels e Marx nasce la «Lega dei comunisti». Il manifesto programmatico della Lega viene redatto dallo stesso Marx. Nel febbraio del 1848 esce appunto Il Manifesto del Partito Comunista: uno scritto che sul momento non ha larga diffusione, ma che diventerà in seguito il documento programmatico delle organizzazioni operaie.
Le diversità esistenti tra i vari paesi europei non impediscono che in questi anni, un po’ dappertutto, si costituiscano organizzazioni operaie rivoluzionarie.
La borghesia che in Francia e in Inghilterra non ha mai esitato a servirsi strumentalmente delle masse lavoratrici quale forza d’urto contro la nobiltà, si trova ben presto assediata essa stessa. Nel 1848 scoppiano in tutta Europa moti rivoluzionari: nei quali non si chiede più soltanto l’aumento salariale, bensì una modifica degli stessi rapporti di potere.
Le rivolte scoppiano autonomamente in Francia, in Inghilterra, in Germania.
La reazione della borghesia è feroce. Accantonando per il momento le proprie mire di potere, essa riaffida la direzione politica degli Stati alla monarchia.
La vittoria, comunque, non riesce a cancellare un patrimonio ormai acquisito: e cioè la coscienza di una sorte internazionale comune a tutti i lavoratori. Dalle prime reazioni istintive e violente contro le macchine sono ormai passati molti decenni.
L’esperienza del 1848 è di immenso valore per le lotte dei periodi successivi. Il periodo seguente, che possiamo datare dal ’50 al ’57, vede accelerarsi e compiersi in Europa il processo di industrializzazione, in particolar modo in Francia e in Germania, fino ad allora arretrate rispetto all’Inghilterra.
A tale sviluppo contribuisce certamente la politica industriale di Napoleone III, proclamato imperatore dei francesi nel 1851.
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di Luigi Lapparelli
2. LA PRIMA INTERNAZIONALE
In questa fase di espansione economica e di prosperità le condizioni di vita dei lavoratori migliorano notevolmente. Gli imprenditori entrano in concorrenza tra loro per il reclutamento di manodopera maschile qualificata, divenuta sempre più scarsa a causa dei recenti conflitti. Neppure i governi più reazionari, in tale situazione, possono impedire agli operai di lottare per gli aumenti salariali.
Questo quadro di relativa pace sociale dura fino al 1857, anno in cui nuovi sintomi di crisi danno inizio a un’inversione di marcia.
Gli imprenditori, come già nel ’47, tentano di abbassare il livello dei salari e di annullare le conquiste ottenute dagli operai negli anni precedenti. Ma i tempi sono cambiati.
Il periodo di espansione ha creato una classe nuova di lavoratori, numericamente più vasta e meglio organizzata, oltre che abituata a condizioni materiali migliori. Alla massa affamata delle origini si è sostituita una nuova coscienza, capace di organizzarsi e di resistere agli attacchi del padronato.
La reazione operaia non si fa attendere. Nel ’59 uno sciopero degli edili inglesi, durato ben nove mesi, si conclude con l’imposizione al padronato del diritto di coalizione. Anche il reazionario governo francese è costretto a confrontarsi con i lavoratori. I quali, nonostante il divieto di coalizione, organizzano numerose dimostrazioni per difendere il livello salariale raggiunto. In questo quadro di lotta nasce l’Organizzazione Internazionale dei Lavoratori.
Nel 1863, una delegazione di lavoratori francesi decide di aderire a una manifestazione a favore della rivoluzione polacca. Da questa adesione nasce l’idea di un’organizzazione permanente di solidarietà fra i lavoratori di tutti i paesi.
L’Assemblea costitutiva della «Prima Associazione Internazionale dei Lavoratori» si tiene a Londra, nel settembre del 1864. Vi partecipano delegati francesi, inglesi, tedeschi e italiani. Del comitato centrale fa parte, tra gli altri, Carlo Marx.
Da subito emergono due linee di tendenza fondamentali, su cui presto torneremo. La prima, rappresentata dai seguaci di Marx; la seconda ispirata al gruppo dei Mutualisti, tra cui spiccano Proudhon e Mazzini.
A Marx viene affidato il compito di redigere la prolusione inaugurale: missione che egli assolve con tatto, arrivando a una impostazione che guadagna l’adesione dello stesso gruppo mutualista. Di fatto, tutti i movimenti europei danno la loro adesione all’Internazionale: belgi, italiani, spagnoli, olandesi, svizzeri, francesi, inglesi, tedeschi.
Ma la differenza tra le correnti non tarda a farsi risentire. I mutualisti, con Proudhon, sostengono che non si deve riconoscere allo Stato alcuna funzione. È quindi inutile scioperare contro di esso, o cercare di strappargli delle leggi sociali. L’unica via al socialismo è quella di costituire delle cooperative di produzione, da contrapporre alle imprese del capitale.
L’orientamento di Marx e del suo gruppo, invece, tende anche all’utilizzo del potere statale, allo scopo di ottenere delle leggi sociali giuste, trasformando così anche il potere governativo in uno strumento della classe operaia.
Nel Congresso del 1868 l’Internazionale si pronuncia a favore di questa seconda linea, proclamando lo sciopero quale strumento valido di lotta e rivendicando la socializzazione dei mezzi di produzione con il ricorso al potere pubblico.
Ma questo periodo di prestigio è ormai avviato al tramonto. Nel luglio 1870 scoppia la guerra tra Germania e Francia, come conflitto tra due imperialismi.
I proclami dell’Internazionale, per uno sciopero dei lavoratori contro i vari governi, non riescono a superare le propagande ufficiali che inneggiano all’opportunità di una «guerra difensiva». Le truppe tedesche, dotate di nuovi mezzi bellici e di più alta strategia, sconfiggono in poche settimane l’esercito di Napoleone III. Il 4 settembre 1870 viene proclamata in Francia la Repubblica e costituito un nuovo governo per il proseguimento delle ostilità. Le masse vi aderiscono. Bisogna tentare fino all’ultimo di respingere le truppe tedesche. Ma senza esito. Spinto dalle pressioni degli junkers prussiani, Bismark chiede alla Francia un gravoso armistizio. Oltre alla cessione dell’Alsazia e della Lorena, impone – come suprema umiliazione – l’entrata in Parigi delle truppe tedesche e la loro sfilata trionfale per le vie della città. Il governo francese accetta, ordinando di disarmare le masse che fino a quel momento lo hanno difeso. Ma la cittadinanza di Parigi si ribella. Rifiuta di consegnare le armi e caccia il governo, proclamando «La Comune».
Dinanzi al nuovo pericolo di una rivolta proletaria di massa, i tedeschi restituiscono al governo francese le truppe fatte prigioniere. Ed è con l’aiuto di queste truppe che il governo assedia e sconfigge le forze proletarie parigine. È la fine di una breve esperienza esaltante.
L’Internazionale, che aveva incitato alla ribellione il popolo di Parigi, e ne aveva appoggiato la rivolta, viene ora messa al bando da tutti i governi europei, con la sola eccezione di quello inglese. Una vera e propria «inquisizione internazionale antisocialista» si scatena nell’intero continente.
Nel 1871, a Londra, l’Internazionale decide la costituzione di partiti operai nazionali organizzati, con il compito di preparare la rivoluzione socialista nei vari paesi. L’esperienza delle masse francesi e tedesche, che avevano partecipato passivamente alla guerra facendosi massacrare per semplici ragioni di Stato, non doveva più ripetersi. La proposta del gruppo dirigente ottiene la maggioranza dei voti. Ma non ha alle proprie spalle l’appoggio reale di gran parte delle organizzazioni. Gli inglesi sono i primi a rinunciare al partito rivoluzionario, per allearsi con l’ala sinistra del partito liberale e ottenere migliori condizioni di vita. I francesi, dopo i fatti della Comune, tornano su posizioni di radicalismo anarchico, guidati da M. Bakunin.
Marx, isolato, trasferisce la direzione dell’Internazionale in America; mentre Bakunin, dalla Svizzera, si proclama unico rappresentante legittimo di quella che egli ritiene la unica legittima Internazionale.
È la fine. La Prima Internazionale viene sciolta nel 1875. Un’altra fase della storia del movimento operaio si chiude. La successiva, come formulata a Londra nel Congresso del 1871, vedrà l’affermarsi dei partiti nazionali operai.
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di Luigi Lapparelli
3. L’EPOCA DEI PARTITI NAZIONALI
I partiti operai, sorti nei vari Stati europei in seguito allo scioglimento della Prima Internazionale, hanno strutture a carattere nazionale.
Germania
Nel 1875 la «Società generale degli operai tedeschi», fondata da F. Lassalle nel 1863, e il «Partito operaio socialdemocratico tedesco» di A. Bebel (sorto nel 1869) si unificano nel Partito Socialdemocratico Tedesco. Il loro programma politico è noto sotto il nome di «Programma di Gotha», dal nome della città dove si tenne il Congresso.
Il movimento socialista tedesco diviene presto il più forte d’Europa. Da 100 mila voti, ottenuti alle elezioni del 1871, i socialisti salgono a 340 mila voti nel 1874, fino a raggiungere nel 1877 la cifra straordinaria di mezzo milione di adesioni, cioè il 9% dei voti al Reichstag.
È a seguito di questa espansione che Bismark fa approvare dal Reichstag le famose «leggi speciali». Con esse il Partito socialdemocratico viene messo fuori legge. Alla repressione – precedendo anche in questo la strategia dei moderni dittatori – fa poi seguire, nel 1882, un pacchetto di leggi sociali sull’assistenza in caso di malattia, l’assicurazione sugli infortuni, le pensioni di vecchiaia. Spera in questo modo di accattivarsi quella base popolare che ancora sostiene il Partito socialdemocratico.
La manovra non riesce. A dispetto della «politica sociale» (e della mano pesante che la sostiene), i socialisti continuano ad aumentare ad ogni elezione. 549 mila voti nel 1844. 763 mila nel 1887. Fino a diventare, nel 1890, il maggior partito tedesco, con 1 milione e 427 mila voti (quasi il 20%).
La linea politica adottata, di cui E. Bernstein e K. Kautsky sono i fautori, segna una deviazione rispetto al marxismo classico. Proclama il socialismo come obiettivo finale e la lotta di classe come strumento per arrivarci; ma, contemporaneamente, spinge l’organizzazione a sfruttare nel concreto tutti gli spazi aperti del confronto e del dibattito parlamentare.
Di fatto, grazie a questa presenza massiccia in Parlamento, il Partito riesce a imporre e garantire la legalità delle organizzazioni sindacali ad esso legate. E le lotte operaie e sindacali arrivano a migliorare notevolmente le condizioni di vita dei lavoratori, a cominciare dagli aumenti salariali.
Portate avanti su due fronti – politicamente dal Partito ed economicamente dal sindacato – le lotte risultano vincenti.
Anche in Austria e in Ungheria si sviluppano partiti nazionali simili al modello tedesco. Ben più difficile, in questo arco di tempo, si presentano invece la situazione francese e italiana.
Francia
A differenza della Germania, dove la crisi economica del 1873-74 aveva spinto gli operai a costituirsi in partito, in Francia solo dopo l’amnistia del 1878 le organizzazioni operaie possono riprendere l’attività associativa; ma in un quadro generale di divisione e di scoramento, oltre che di carenza di dirigenti, decimati pochi anni prima, durante la soppressione della Comune.
L’ala anarchica, influenzata dal rivoluzionario russo P. Kropotkin, non crede nell’azione parlamentare e si propone l’insurrezione generale, quale unica via per l’abolizione della duplice tirannia del capitalismo e dello Stato.
Il Partito socialista, a sua volta, si trova diviso in due tronconi contrapposti. Il primo, rivoluzionario, di orientamento marxista, si riconosce nel «Partito operaio francese» di J. Guesde. Il secondo, riformista, converge nel «Partito socialista francese dei lavoratori» di P. Breusse. Da quest’ultimo, nel 1890, si stacca un terzo gruppo, guidato da J. Allemane.
Queste divisioni logorano il movimento operaio francese per decenni. Agli anarchici, che non riconoscono il ruolo rivoluzionario della lotta politica, si contrappongono i marxisti, che invece collegano la lotta politica e la lotta sindacale come un unico fatto non scindibile.
Italia
Movimenti anarchici di una certa rilevanza prosperano anche in Italia, dove un più lento processo di industrializzazione crea situazioni favorevoli al loro sviluppo. Se ci riferiamo al primo periodo industriale italiano, non ci è difficile capire le cause che hanno privilegiato lo sviluppo dei movimenti anarchici nel nostro paese, a differenza dei paesi più industrializzati del Nord Europa, caratterizzati appunto da una classe operaia meglio organizzata e orientata in chiave socialista-marxista.
In Italia, dal 1750 al 1825, troviamo solo pochissime industrie. E precisamente in Piemonte e Lombardia, ad opera di imprenditori svizzeri e austriaci. La massima concentrazione di fabbrica, all’epoca, non supera i 300 operai e resta limitata alle industrie tessili e metalmeccaniche. Anche i decenni seguenti registrano un’evoluzione assai lenta.
A Unità nazionale avvenuta (1870), la grande rivoluzione che caratterizza l’Italia è quella «commerciale». L’unificazione del mercato, con la scomparsa delle barriere doganali dei vari piccoli Stati, favorisce una maggiore circolazione di capitali, che vanno a rafforzare la nascente industria lombarda e piemontese. La rivoluzione commerciale scombussola le poche industrie del Napoletano e accentua in genere la miseria dei contadini meridionali. Dalla liberalizzazione del commercio traggono vantaggio solo quei territori che hanno una struttura industriale già funzionante, come il Nord Italia, mentre lo squilibrio si allarga nel Sud, ponendo le basi della «questione meridionale», tuttora irrisolta.
Ma anche nel Nord, nella prima metà del secolo XIX, l’organizzazione della classe operaia è praticamente inconsistente.
In Piemonte si contano pochissime «Società di Mutuo soccorso», composte di fiaccherai e carrettai. Vi troviamo pure alcune Leghe Operaie, cui partecipano anche persone estranee al mondo del lavoro.
Le prime vere organizzazioni operaie, antesignane di quelle moderne, si affermano a Torino a partire dal 1848. L’«Associazione dei tipografi e dei compositori», costituitasi il 7 maggio 1848, ottiene dagli industriali la tariffa provvisoria di lire 16 settimanali e la limitazione della giornata lavorativa a 10 ore.
Per farsi un’idea delle condizioni in cui la classe operaia conduce le sue prime battaglie, è istruttivo un opuscolo che registra gli scioperi nel Biellese del 1863. L’autore, che si firma «Fra Dolcino» (si tratta molto probabilmente del deputato repubblicano Guelba), ci informa che dal 1863 al 1864 si susseguono nella zona del lanificio Sella e negli opifici della valle del fiume Stronna una serie di scioperi, per la rivendicazione da parte delle maestranze di un nuovo regolamento interno.
Lo sciopero riguarda circa 4 mila operai e dalla parte degli scioperanti si schierano anche due preti. Il governo interviene, inviando sul posto il giureconsulto Stanislao Mancini, che riesce a far approvare un nuovo regolamento. Si tratta del primo contratto stipulato fra le parti, e non più imposto a forza dal padrone.
Non passano molti anni (1877) e gli industriali del fiume Stronna costituiscono a loro volta una piccola «confindustria», tentando di imporre alle maestranze un proprio regolamento. Si cerca anche, in ogni modo, di farlo firmare da ciascun operaio. Ma ne segue, come risposta, uno sciopero della durata di tre mesi e mezzo.
Allora, per piegare la resistenza dei tessitori, gli industriali reclutano operai nel Veneto (primo crumiraggio) e ottengono che il prefetto sciolga la stessa organizzazione degli operai.
Alla fine, dopo lotte ripetute ed estenuanti, è la tenacia dei tessitori a prevalere e viene rimesso in vigore il «regolamento Mancini».
Questo episodio, tuttavia, non deve trarre in inganno. In genere, in questo periodo, è esigua la schiera degli operai coraggiosi. Alle loro spalle c’è il vuoto delle masse non preparate alla lotta. Né sono pochi quelli che emigrano, per sfuggire ai regolamenti interni delle fabbriche (i quali, tra l’altro, li obbligano per due anni a lavorare nello stesso opificio).
Alle «Società di mutuo soccorso» subentrano frattanto le Società di resistenza, più coraggiose e agguerrite, patrocinate e costituite dai mazziniani.
Se, fino al 1870, l’ideologia che domina la classe operaia è quella mutualistica, dopo l’Unità d’Italia nuove idee penetrano nel paese, certamente più radicali e vicine allo spirito di quella frazione della Prima Internazionale che fa capo all’anarchico Bakunin.
I militanti della sinistra italiana si trovano ancora legati alle lotte risorgimentali e la «questione romana», assieme all’accresciuta tendenza anticlericale dei dirigenti delle leghe di resistenza, favorisce la penetrazione delle idee anarchiche nell’ambiente operaio italiano. L’«azione diretta delle masse», emblema dell’ideologia bakuniana, attrae i rivoluzionari italiani.
Numerosi sono i tentativi di rivolta che scoppiano dal 1873 al 1877. I più noti sono quelli di Romagna (Andrea Costa) e del Beneventano (C. Cafiero e E. Malatesta).
La vittoria elettorale della Sinistra, nel 1878, e l’approvazione di una riforma della legge elettorale – che estende il diritto di voto ad alcuni milioni di elettori (nel 1870 erano circa 350 mila), in base a requisiti non più limitati al censo ma al titolo di studio o alla prova scritta – favorisce l’organizzazione di un partito politico. Si costituisce infatti il Partito operaio e Andrea Costa, già militante dell’anarchismo, viene eletto deputato nell’Emilia.
Nel 1892 si costituisce a Genova il Partito socialista italiano.
Al primo congresso di Imola, Andrea Costa, insieme al gruppo milanese della «Plebe», riesce a imporre le proprie idee di stampo laburista: presa del potere, socializzazione dei mezzi di produzione, partecipazione alla vita pubblica.
In dieci anni di lotta, i fondatori del partito (F. Turati, L. Bissolati) riescono a costruire nel paese una grande forza politica, che culmina ai primi del ’900, con il tacito riconoscimento giolittiano della funzione emancipatrice della classe lavoratrice organizzata. La neutralità di Giolitti favorisce lo sviluppo del Psi, che entra come forza determinante a far parte dello schieramento politico italiano.
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Breve storia del movimento operaio
di Luigi Lapparelli
4. DALLA SECONDA INTERNAZIONALE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Dopo la guerra franco-tedesca del 1870 l’Europa gode un periodo di forte espansione industriale, cui fa riscontro la crescita di coscienza di una classe operaia più organizzata e matura.
L’analogia delle condizioni politiche, il comune nemico impersonato nello Stato, i problemi simili creati dalla condizione di dipendenza e di sfruttamento sono fattori che stimolano la classe operaia a ricercare una nuova unità e solidarietà internazionale, che completi l’esperienza dei partiti operai nazionali.
Nel luglio del 1889, in occasione del centenario della presa della Bastiglia, si tengono a Parigi due congressi di organizzazioni di lavoratori, in contrapposizione tra di loro: quello di tendenza anarcosindacalista e quello di tendenza socialista-marxista. È da quest’ultimo che nasce la Seconda Internazionale, sotto l’influsso di M.B. Guesde.
La sua linea, a differenza della Prima Internazionale, è di netta chiusura all’anarchismo. Al congresso di Londra (1896) vengono invitati solo i delegati di quei movimenti che nei loro programmi accettano la lotta politica.
Più che influire sui partiti nazionali che la compongono, la Seconda Internazionale esprime il luogo di mediazione dei conflitti esistenti all’interno dei partiti stessi, come spazio di confronto reciproco e di crescita di coscienza comune.
Siamo ormai verso la fine del secolo. La modernizzazione e l’espansione industriale coinvolgono anche paesi finora rimasti esclusi. Francia, Inghilterra e Germania, in modo particolare, danno un peso sempre maggiore alla corsa agli armamenti, animate come sono da governi dalle mire imperialistiche. Le trasformazioni che si verificano nella situazione politico-economica internazionale, con modelli di rapporto sempre più tesi e complessi, riversano gli attriti e le lacerazioni anche all’interno dei vari partiti socialisti e socialdemocratici.
Germania
Significativa, se non emblematica, è l’evoluzione del partito socialdemocratico tedesco.
Morti i suoi fondatori – sostenitori della partecipazione alla vita politica parlamentare, ma insieme convinti rivoluzionari, animati dall’obiettivo sempre presente di una società socialista –, la guida del partito va man mano appiattendosi nelle mani di K. Kautsky e di E. Bernstein. La socialdemocrazia tedesca è strutturalmente fortissima. Circoli e sedi permeano l’intero paese. Ma alla forza organizzativa fa sempre meno riscontro la forza ideale e politica delle origini.
La dirigenza edulcora la lotta di classe, si burocratizza. Considera il coinvolgimento nelle istituzioni come un ruolo indispensabile. È anzi disposta ad ogni compromesso, pur di non venire esclusa dalla vita parlamentare. I contenuti politici socialisti, messi da parte, lasciano spesso il posto a un parlamentarismo acritico e sterile, se non talora venale. Il nuovo gruppo dirigente rifiuta qualsiasi azione di lotta che possa far mettere in discussione la legalità del partito, e quindi la propria presenza in Parlamento.
La mancanza di elaborazione teorica è tale, che i dirigenti proclamano la neutralità dello Stato, negando la matrice di classe di uno dei più reazionari governi dell’Europa.
Al Congresso di Erfurt (1891) viene approvato un nuovo programma, fondamentalmente marxista. Vi si afferma che la lotta dei lavoratori non si può limitare al solo piano politico, né alla sola riorganizzazione economica, ma deve essere condotta su entrambi i fronti; e che non si può circoscrivere la lotta di classe nei confini di una singola nazione. Ogni partito operaio è di natura sua internazionalista.
Ma è un ritorno al marxismo come ideologia, che si rivela presto fittizio e strumentale. Nella pratica della socialdemocrazia tedesca non gli è lasciato nessuno spazio di applicazione immediata. E viceversa: serve solo per camuffare i vari compromessi tra le frazioni del movimento e salvare la faccia di fronte alle masse, abituate alla vecchia tradizione di lotta socialdemocratica.
Nel 1907 Bernstein, elabora una revisione dei principi fondamentali del marxismo che suscita clamorose polemiche. Egli afferma che non esiste una mèta ultima del socialismo. I socialisti non devono interessarsi eccessivamente di una società futura, le cui caratteristiche non si possono prevedere. «Il fine è nulla, il movimento è tutto». Il partito deve dunque interessarsi delle progressive riforme possibili, limitate e concrete; queste, gradualmente, trasferiranno il controllo della società «da un’oligarchia terriera e commerciale a una vera democrazia».
La maggior parte del partito si schiera allora con Kautsky, tenace oppositore delle teorie di Bernstein. Ma anche questi si rivela presto un interprete troppo scolastico del marxismo.
Le dispute dei socialisti tedeschi hanno un seguito non indifferente in tutti i paesi dell’Europa. In Francia vengono riprese da G. Sorel e in Italia da B. Croce.
La teoria di Bernstein è viziata da un errore di fondo: dimentica che lo Stato tedesco, che analizza, non è democratico e che il potere appartiene di fatto solo all’imperatore. Il parlamento vota le leggi, ma non può neppure scalfire l’operato della Casa regnante. Appunto l’aver scisso la dialettica democratica dalla teoria generale dello Stato, e l’aver aderito pienamente alle scelte governative, per paura di essere cacciati nell’illegalità, porta il gruppo dirigente del partito ad appoggiare, se non a identificarsi, con la linea politica del Reich.
La forza dei socialisti in Germania resta notevole (nel 1912 raggiungono i 4 milioni di voti, pari al 34,8% dell’elettorato). Ma è grave che i suoi dirigenti identifichino le sorti del movimento operaio con quelle dello Stato imperialista, trascinando di fatto le masse nella catastrofe della prima guerra mondiale.
Francia
I fatti non vanno diversamente in Francia. L’esistenza di più partiti e gruppi socialisti si riflette in modo negativo sull’organizzazione sindacale francese, divisa anch’essa in gruppi rivali e concorrenti.
Solo nel 1884, favorita dall’atteggiamento ostile dei datori di lavoro nei confronti dell’azione sindacale, si costituisce – dopo ripetuti tentativi – una Federazione dei lavoratori socialisti, di carattere nazionale. Anche le Bourses de Travail, fondate nello stesso periodo da F. Pelleutier, si diffondono nel giro di pochi anni in tutta la Francia. Come fine, si propongono una società senza salari, cui si arriva mediante le lotte e gli scioperi.
Nel 1882 Jules Guesde si stacca dalla Federazione dei Lavoratori socialisti per dar vita al Partito operaio francese, di tendenza marxista.
Alle elezioni parlamentari del 1890 il Partito raccoglie un numero considerevole di voti, sconfiggendo la tendenza sindacalista, tenacemente contraria all’interferenza sindacato-partiti e all’appartenenza stessa simultanea al sindacato e al partito.
Dopo la crisi scaturita dall’affare Dreyfus (1895), terminata con la sconfitta dei militari e dei circoli clericali, il socialista Millerand entra a far parte del nuovo governo di «difesa repubblicana» affidato al radicale Waldeck-Rousseau (1899). Del ministero fa parte anche il generale Gallifet, responsabile dell’uccisione di migliaia di comunardi nel 1871. Una notevole parte di deputati socialisti, circa 50, appoggiano Millerand. Ma la sua entrata in un governo borghese causa una spaccatura nel gruppo socialista. J. Jaurès si schiera dalla parte del governo e, con una impostazione di carattere riformista, combatte vigorosamente – insieme ai radicali – per la liberazione di Dreyfus. J. Guesde, invece, di formazione marxista ortodossa, sostiene la non ingerenza nei conflitti della borghesia. Ritiene anzi controproducente che si entri a far parte di un governo che, seppure relativamente avanzato, resta sempre di stampo borghese.
Questi due personaggi, Jaurès e Guesde, dominano la scena del movimento socialista francese per un trentennio, dal 1880 al 1910, rappresentandone, nella duplice veste massimalista a riformista, le divisioni tradizionali.
Brillante polemista e storico di eccezione, Jaurès rappresenta nel parlamento la tradizione giacobina e democratica; mentre Guesde, organizzatore di notevoli capacità e teorico agguerrito del marxismo, incarna la tradizione rivoluzionaria e barricadiera del proletariato.
Nel 1905, intermediarie la socialdemocrazia tedesca e l’Internazionale, i due tronconi del partito si riunificano.
Juarès è convinto che con la mediazione tedesca si può arrivare a impedire il conflitto tra i due paesi. Ma non ci riesce e muore assassinato all’inizio della guerra mondiale.
Guesde, rimasto solo alla guida del partito, entra a far parte del ministero della difesa: è un atto di compromissione con i ceti dirigenti, e con la loro politica imperialista che ripete da vicino l’epilogo della socialdemocrazia tedesca. Anche in Francia il partito non ha la forza di contrapporsi frontalmente alla politica imperialista, arrivando anzi ad appoggiare il conflitto tra le potenze. Quando ci si accorge dell’errore commesso, e si cerca di spingere le masse a rifiutare la guerra, è ormai troppo tardi.
Inghilterra
In Inghilterra le difficoltà di costituire un partito socialista sono notevoli. Rispecchiano il carattere profondamente diverso del movimento operaio inglese rispetto a quello degli altri paesi europei. Diverso, infatti, è il rapporto che il movimento ha con le ideologie socialiste.
L’obiettivo dei socialisti inglesi si concentra sulla riforma della società attraverso le vie costituzionali, quale unica via rivoluzionaria di fatto attuabile.
La storia del movimento operaio inglese, fino al 1900, è soprattutto storia dei sindacati. Ma questi non partecipano direttamente alla vita politica del paese. Durante le elezioni si appoggiano candidati liberali. E, d’accordo con i liberali, a causa del sistema uninominale che non consente pluralità di candidati, eleggono i loro rappresentanti al parlamento.
Nel 1901, tuttavia, un episodio apparentemente innocuo costringe i sindacati a estendere la loro azione anche sul terreno politico. La compagnia ferroviaria Taff Vale, a causa di uno sciopero dei suoi dipendenti, promuove un’azione legale contro il sindacato e la Camera dei Lords intima ai lavoratori il pagamento di 23.000 sterline. È allora che il sindacato, di fronte al pesante ricatto, apre gli occhi sull’importanza di un’azione politica di partito.
In pochi anni numerose associazioni sindacali si affiliano al Comitato rappresentativo laburista. Nelle elezioni del 1906, su una lista di 50 candidati laburisti, ne risultano eletti 29. Nello stesso anno, il Comitato rappresentativo laburista si trasforma in Partito Laburista. Vi confluiscono laburisti indipendenti, i Consigli locali delle Trade-Unions e il gruppo intellettuale detto dei Fabiani.
Al momento dello scoppio della Prima guerra mondiale alcuni parlamentari laburisti, presenti nel governo, cadono vittime della follia bellica. Ma, a differenza di quanto avviene in Germania e in Francia, essi rimangono una minoranza isolata. Il partito non approva la loro scelta e ha dalla sua parte l’appoggio popolare.
Italia
Con i laburisti inglesi, i socialisti italiani sono gli unici, tra i partiti operai europei, a opporsi all’entrata in guerra del proprio paese.
Il primo episodio di rilievo nella storia del Partito socialista italiano è l’azione dei «Fasci siciliani». A Genova, all’atto di fondazione del partito, Garibaldi Bosco porta l’adesione del movimento. E si tratta di un grosso movimento di massa, diretto da garibaldini e repubblicani. Suoi esponenti, noti nella storia del movimento operaio, sono G. De Felice, N. Colajanni.
L’atmosfera in cui i fasci operano è assai particolare. Più che a specifici conflitti di classe, la loro azione è volta all’emancipazione della stessa classe lavoratrice. Anche le loro forme di lotta non hanno caratteristiche sindacali. E tuttavia la partecipazione di masse di lavoratori ne fa un esempio prima del tempo di lotta politica moderna.
Nel solo Catanese, i Fasci diretti da De Felice contano circa 2.000 aderenti. L’opera dei dirigenti convoglia l’azione popolare in formule nuove, che alle semplici manifestazioni sostituiscono la rivendicazione di migliori condizioni di vita.
Forme di lotta sono la protesta, la dimostrazione e la processione. Nelle processioni l’atmosfera religiosa si arricchisce di accostamenti originali. Si portano in giro le effigi di Marx e Lassalle, di Engels e Garibaldi, del re e della regina; e anche i quadri della Madonna. Per consuetudine tradizionale il popolo, nelle processioni, si è rivolto all’autorità per una maggiore giustizia sociale. Ma a questi aspetti populisti si aggiungono qui episodi di lotta, come nel caso dei solfatari: i picconieri chiedono per i «carusi» (una sorta di schiavi moderni, legati ai picconieri) un diretto rapporto salariale con il padrone.
Questo movimento delle plebi siciliane crea uno stato di panico tra le classi abbienti. Specialmente nel 1893 scoppiano in Sicilia gravi disordini. Tocca a F. Crispi, nuovo capo del governo, di reprimere con la forza le agitazioni dei contadini siciliani. Lo «scandalo della Banca Romana», che investe direttamente gli ambienti della corona, è solo la ragione di facciata delle dimissioni di Giolitti; che invece viene sostituito perché si è dimostrato troppo tiepido nella repressione dei moti popolari.
Crispi inizia la sua attività autorizzando lo stato d’assedio a Carrara, per impedire una marcia degli anarchici e dei repubblicani nella città. La rivolta non degenera in conflitto solo per l’azione moderata del comandante delle truppe. In Sicilia, invece, oltre all’arresto dei dirigenti e allo scioglimento dei Fasci, la repressione provoca numerose vittime e le condanne piovono durissime.
Non per questo il movimento si arresta. Ad opera di Gnocchi Viani, reduce da una visita all’Esposizione universale di Parigi (1880), le prime Camere del Lavoro sorgono a Torino, Piacenza e Milano. Vi fanno parte le Società operaie e quelle di Mutuo soccorso.
L’ultimo decennio del secolo vede le organizzazioni operaie propagarsi considerevolmente in tutta la penisola. A nulla vale l’atteggiamento ostile dei governanti, che alternano periodi di repressioni violente (con dichiarazioni di scioglimento delle organizzazioni operaie) a periodi di relativa tranquillità. Da parte operaia, lo sviluppo a singhiozzo della rivoluzione industriale suscita periodiche ondate di scioperi in tutta Italia.
In particolare è l’anno 1898 a registrare manifestazioni popolari a catena, contro l’aumento del prezzo del pane da lire 0,35 a lire 0,60.
Le agitazioni culminano nei famosi «fatti di Milano», dove, a seguito di una manifestazione pacifica per la liberazione di un operaio arrestato, una guardia viene uccisa dai propri commilitoni. È la scintilla dell’incendio. I soldati, presi dal panico, sparano all’impazzata sulla folla, uccidendo numerosi dimostranti.
Fedele a quella che per molti anni era stata la caratteristica cronica della classe dirigente italiana, il governo interviene per decretare lo scioglimento dei partiti di sinistra e delle organizzazioni sindacali. Vengono pure arrestati e incriminati alcuni dirigenti, socialisti e cattolici, giunti a Milano per sedare gli animi concitati. Turati, Costa, Lazzari, Kuliscioff, don Albertario sono processati e condannati.
Gli ambienti della Corte e lo stesso re, spaventati della crescente forza delle sinistre, spingono il presidente del Consiglio Pelloux a presentare al Parlamento un progetto di legge che limiti la libertà di stampa e di associazione. Dopo l’approvazione in prima lettura del provvedimento, la sinistra dà inizio a un’azione ostruzionistica, volta a impedirne l’approvazione definitiva. Pelloux cerca allora di raggiungere lo scopo modificando il regolamento della Camera dei deputati. Ma il deputato socialista Ferri rovescia le urne, impedendo il proseguimento della votazione.
Nelle polemiche suscitate dall’episodio, la Camera viene sciolta. E le nuove elezioni segnano un trionfo per la sinistra, che arriva a contare un centinaio di deputati fra socialisti, repubblicani e radicali.
Ciò non toglie che il nuovo governo, guidato dall’anziano Giuseppe Saracco, ordini lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova (1900), perché solidale con i lavoratori del porto, entrati in sciopero contro il tentativo dei datori di lavoro di assumere manodopera fuori della compagnia portuale. L’azione parlamentare, la stampa e l’opinione pubblica sono favorevoli agli scioperanti e al sindacato. Saracco allora, con una decisione elegante, autorizza la riapertura della Camera del Lavoro «ma non nello stesso locale». La nuova Camera del Lavoro viene infatti ricostituita nei locali messi a disposizione dal Municipio, pure con gli stessi dirigenti di prima.
Solo nel 1901, con il nuovo governo Zanardelli – il cui ministro degli interni è Antonio Giolitti – ha inizio una nuova politica nei riguardi del Partito socialista e delle Camere del Lavoro.
Giolitti, in aperto dibattito parlamentare, sostiene di non capire le ragioni per cui si dichiarano illegali le Camere del Lavoro, quando questi organismi, preposti alle trattative sindacali, sono accettati come tali anche dalla parte padronale. In uno sciopero di lavoratori nel Mantovano, è lo stesso Giolitti a impedire che i soldati intervengano con la forza. Rispondendo in seguito alle interpellanze del senatore Arrivabene, esponente degli agrari nella provincia di Parma, egli dimostra, dati alla mano, la triste situazione dei braccianti agricoli.
La situazione si fa ancor più favorevole al movimento quando Giolitti, nel 1903, succede a Zanardelli, ottenendo la fiducia grazie ai voti socialisti. Un nuovo periodo storico ha allora inizio nel paese.
Pure fra alterne vicende, il decennio che precede la Prima guerra mondiale segna l’epoca d’oro del riformismo italiano. Per la classe lavoratrice significa la legalizzazione del movimento e delle sue rivendicazioni più originali. Lo Stato italiano, per l’apporto delle nuove forze sociali, sembra avviarsi al superamento delle deficienze croniche che avevano caratterizzato la sua classe dirigente, abituata a risolvere i problemi in modo parziale e arbitrario. La classe operaia, dal canto suo, si adegua alla nuova situazione. Abbandona le proteste violente e avanza le proprie richieste nel quadro di una politica di generale rinnovamento.
Lo strumento più valido di lotta resta lo sciopero. A partire dal 1901 la quantità e qualità degli scioperi aumenta in vigore ed efficacia. Per il 70% vi si proclamano aumenti salariali. Il 10% rivendica la riduzione dell’orario di lavoro. Il restante 20% si contrappone alle decurtazioni del salario. E per la maggior parte (il 67%) gli scioperi sono coronati dal successo.
In questi inizi del secolo, tuttavia, cominciano a farsi strada anche i primi episodi di divisione interna del movimento socialista. L’ala riformista si scontra con quella rivoluzionaria, capeggiata da Enrico Ferri. Punto di maggiore controversia sono le ripetute uccisioni di lavoratori – che talora sfociano in veri e propri eccidi – da parte della polizia.
Le contraddizioni esplodono quando si tratta di affrontare la questione, assai delicata, dei limiti entro i quali il governo può esigere «l’ordine pubblico». Ma bisogna arrivare al 1905 perché l’ala capeggiata da Ferri riesca a prevalere.
Anche in campo sindacale i riformisti della Camera Generale del Lavoro (CGL) – guidati da R. Rigola e L. D’Aragona – si scontrano con la corrente anarco-sindacalista, che si ispira a Sorel. Fra i suoi maggiori esponenti troviamo A. Labriola, E. Leone, A. De Ambris, A. Rocco.
Con linguaggio di violenta opposizione allo Stato, i sindacalisti rivoluzionari dirigono dal 1907 al 1908 una serie di scioperi, culminanti con la serrata dei braccianti indetta nel Parmense. Sei mesi di lotta non bastano a fiaccare i dimostranti; ma la loro lotta si risolve in un disastro per i sindacalisti rivoluzionari, a beneficio dell’ala riformista della CGL, che torna a prevalere in seno al partito sino al 1911.
Giolitti, frattanto, anche per ricreare equilibri a destra, favorisce l’impresa libica (1911). Ma in questo modo rimette automaticamente in crisi il riformismo: una politica di guerra può solo comportare una forte detrazione dei fondi destinati alle riforme. L’appoggio dei socialisti a questa politica non ha quindi più senso.
Al Congresso di Imola (1911) si forma nel Partito socialista una nuova maggioranza, assai composita, di estrema sinistra. Essa va dai massoni intransigenti a C. Lazzari e G. Menotti Serrati, teorici del marxismo; da Benito Mussolini, che rappresenta in quel periodo la tradizione sovversiva della Romagna, ai sindacalisti rivoluzionari seguaci di Sorel.
Sconfitti anche nel Congresso di Reggio Emilia (1912), i socialisti riformisti perdono la direzione del Partito socialista italiano, dal quale anzi vengono espulsi i «revisionisti» L. Bissolati e I. Bonomi. C. Lazzari è nominato segretario del Partito e Benito Mussolini direttore dell’«Avanti!». In novembre, anarchici e socialisti rivoluzionari danno vita all’Unione Sindacale Italiana (USI).
Nelle elezioni del 1913, tenute con suffragio universale, i deputati socialisti eletti salgono a 53, sostenuti da circa un milione di voti (il 12% della popolazione votante). Tuttavia, anche se il mito della rivoluzione proletaria, in questo periodo, resta molto forte, la scarsa preparazione dei dirigenti della «sinistra rivoluzionaria», la mancanza di una vera prospettiva e il modo spesso caotico in cui le agitazioni di massa vengono condotte, portano il movimento socialista a una progressiva perdita di prestigio e a una sempre più scarsa incidenza su eventi che ormai preannunciano un conflitto di vaste proporzioni.
Preoccupati del pericolo di una guerra civile e animati da miraggi rivoluzionari non bene definiti, i socialisti italiani conducono contro l’imminente conflitto un’opposizione senza prospettive, con scarso seguito nel paese.
La Prima guerra mondiale
Nel lungo periodo di pace, durato 44 anni, la crescente forza degli Stati e la fiducia nel progresso aveva trovato solide radici. La conflagrazione mondiale viene a rompere drammaticamente ogni equilibrio esistente. Le classi lavoratrici, che con tante lotte si erano conquistate alcuni diritti umani fondamentali, ripiombano come d’improvviso in una realtà di sofferenza e di fame.
Per la prima volta una generazione, che non aveva ancora conosciuto nessun dramma storico, viene chiamata nelle trincee, a combattere una guerra che per molti versi nemmeno riesce a capire, mentre l’inflazione spezza ogni stabilità e compromette ogni sicurezza.
Fedele all’internazionalismo operaio, la massa dei lavoratori ha sostenuto per decenni la «guerra alla guerra». Ma nel momento in cui questa irrompe sulla scena europea, i suoi dirigenti sono troppo preoccupati di non vedersi ricacciati nella clandestinità e di fatto svendono il patrimonio di lotta e di internazionalismo del movimento. Il periodo della Seconda Internazionale può ritenersi concluso.
In realtà, sono soltanto i delegati pacifisti, durante gli anni del conflitto, a tener vivo il movimento e a gettare le basi per il suo rilancio, anche a livello di incontri e convegni clandestini.
Ed è in questo contesto che emergono i due rivoluzionari russi Vladimir Il’ic Lenin e Leone Trotzki. Lontani dal loro paese e posti al centro di una situazione di convergenza critica nei riguardi dei partiti socialisti che hanno aderito alla guerra, essi vanno maturando una posizione teorica ben precisa: la trasformazione della guerra in rivoluzione proletaria.
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Breve storia del movimento operaio
di Luigi Lapparelli
5. LA RIVOLUZIONE RUSSA
La storia del movimento operaio in Russia si discosta da quella degli altri paesi europei, per la peculiarità delle tradizioni etniche e storiche dell’impero zarista. Unificato dopo il 1600 – su un territorio vastissimo, comprendente gruppi etnici assai differenti tra loro –, il popolo russo era stato sottoposto a vari tentativi di europeizzazione, particolarmente sotto Pietro il Grande (1672-1725) e Caterina II la Grande (1729-1796). Ma invano. Sempre aveva conservato caratteristiche tutte proprie, travagliato incessantemente da correnti illuministe e da movimenti di aperta ribellione sociale, vagheggianti alla liberazione dei contadini dalla servitù feudale.
Dopo la vittoria sull’esercito napoleonico (1812), un gruppo di ufficiali (chiamati più tardi «decrabristi»), animati da un progetto di società socialista ed egualitaria, tentano un colpo di stato. Confluiscono in questo movimento le idee liberali della rivoluzione francese e i motivi sociali estremisti dell’anarchismo.
Ma la polizia interviene prontamente. I decabristi vengono annientati (1821) e segue un regime di terrore, che si diraderà solo molti anni più tardi. Verso la metà del secolo, con la comparsa di nuovi liberi pensatori, le idee della rivoluzione francese cominciano a far presa anche sulle masse. A. Herzen e M. Ваkunin dominano la scena politica della sinistra russa.
Legati entrambi a idee socializzanti e insieme fortemente libertarie, essi chiedono la liberazione dei contadini dalla servitù e la limitazione del potere dispotico dello zar. Le loro idee alimentano la ribellione delle nuove generazioni.
L’influsso delle revisioni costituzionali degli Stati europei, animati dalla presenza e dalle lotte della classe operaia, si va facendo più forte sull’intero territorio. Ma qui il movimento combatte in condizioni assai differenti da quelle degli altri paesi europei. Né lo zarismo riesce a concepire un allentamento interno, che conceda maggiori garanzie politiche e civili ai cittadini. Ciò spiega il carattere violento delle stesse concezioni liberali russe, e l’impronta terroristica che vi assume la lotta politica. Gli attentati sono la sola forma adatta a esprimere le esigenze dei diritti civili più elementari, a cominciare dalla liberazione dei contadini dallo stato di schiavitù.
Nel 1879 il gruppo più radicale dei populisti russi fonda la Narodnaja Volja e assume il terrorismo come unico metodo di lotta. Il potere va distrutto con la forza. E solo una «scienza della rivoluzione» può risolvere i problemi della società russa.
Ma quando lo zar si avvia a concedere alcune libertà, è lo stesso intervento violento dei Narodniki a rimettere in moto la stretta persecutoria della polizia, con uccisioni e deportazioni massicce in Siberia.
Alle file dei Narodniki appartiene il rivoluzionario Neciaief [Nečaev, ndr], da cui deriva il termine «nichilista». Anche imprigionato, egli riesce a organizzare una congiura, convertendo alla propria causa i secondini. Ma le forze repressive prevalgono. Dopo la distruzione dei populisti (1892), si va affermando in Russia il Movimento socialista rivoluzionario, animato da due tensioni in conflitto. La prima si ispira al terrorismo e organizza attentati. La seconda, più moderata, si rifà più da vicino alle forme di lotta del movimento operaio europeo, promuovendo scioperi ed agitazioni.
Nel 1895 nasce anche il Partito socialdemocratico. Allontanandosi dalla tradizione estremista e terrorista, i socialdemocratici formulano un programma più vicino a quello dei partiti socialisti occidentali. In prospettiva auspicano la scomparsa del capitalismo, mentre nell’azione politica si prefiggono di appoggiare qualunque partito che sia disposto a lottare per la liberazione del paese dallo strapotere zarista. Anche lo socialdemocrazia, tuttavia, non riesce a imporsi come forza legale, liberamente operante nel paese.
Da questa corrente socialista filo-occidentale, nasce nel 1905 il Movimento bolscevico di Lenin e di Trotzki.
La prima battaglia in seno alla socialdemocrazia inizia sulla questione dei membri del partito. Lenin sostiene che membri del partito sono soltanto coloro che lavorano esclusivamente e a tempo pieno per il partito stesso, e non tutti gli aderenti. È una concezione nuova, che comporta la formazione di quadri fortemente centralizzati, capaci di portare il messaggio alla periferia in ogni momento, facendo propri i bisogni delle classi oppresse.
Lenin riesce presto a conquistarsi la maggioranza dei voti. Ed è in virtù di questa maggioranza che egli impone alla propria frazione, con il termine di bolscevichi (maggioranza), il ruolo di guida del partito, contro i suoi avversari di minoranza (menscevichi).
Anche Trotzki è un teorico di prim’ordine. Benché la sua impostazione diverga per vari aspetti da quella di Lenin – anche quanto a concezione del partito –, la collaborazione tra i due si dimostra decisiva per il trionfo della guerra rivoluzionaria in Russia e per la costruzione della prima società a struttura socialista.
Trotzki è tra i primi rivoluzionari a rientrare in patria quando, a seguito dell’esito disastroso della guerra contro il Giappone (1905), le rivolte popolari si allargano nel paese. Una dimostrazione di popolo, nella quale le truppe zariste sparano sulla folla uccidendo un’ottantina di persone, dà il via a una serie di azioni di lotta promosse dai socialdemocratici. Esse culminano nella richiesta di una consultazione popolare. Eletto a rappresentare il partito, Trotzki ottiene che si costituiscano dei Comitati operai, per esporre allo zar le condizioni di vita della gente. È il primo «soviet» (consiglio) di Pietroburgo e dura tre mesi. Agli effetti della prospettiva rivoluzionaria, il soviet si pone come l’organismo capace di legare la classe operaia alla lotta politica. Mentre la «duma» ha valore di semplice parlamento consultivo, i soviet rappresentano un organismo vivo e operativo. Per la prima volta il popolo partecipa in modo organizzato alla vita del paese, inserendosi come fattore propulsivo nella lotta per le libertà civili e, in prospettiva, per la conquista del potere. Appunto per questo la crescita dei soviet spaventa le autorità. Quando vengono sciolti, Trotzki è costretto all’esilio. In un libro che fissa la propria esperienza rivoluzionaria, egli sostiene che la rivoluzione proletaria russa è ormai imminente e che, partendo dalla Russia, essa si estenderà a tutti i paesi dell’Europa e nel mondo intero. Per questo la rivoluzione deve farsi permanente e tale da poter esplodere, una volta conquistato il potere in Russia, in ogni parte del mondo.
Dopo l’espulsione dalla Russia, i dirigenti socialdemocratici continuano a dirigere il movimento dall’estero. Lenin è tra i pochi dirigenti della Seconda Internazionale che continui a sostenere lo sbocco rivoluzionario-popolare del conflitto mondiale in corso.
Per la Russia, gli eventi sembrano dargli ragione. Il potere dello zar, a causa della conduzione disastrosa della guerra e delle gravi perdite umane subite, viene limitato verso gli inizi del 1917. Al principe Georgij Lvov, di idee liberali, viene affidata la guida del governo. Un mese dopo (il 7 marzo 1917) Kerenski depone lo zar Nicola II.
È allora che Lenin, viaggiando su un vagone piombato fornito dal Kaiser, riesce a rientrare in patria. Anche Trotzki si affretta a rimpatriare dall’America, non senza peripezie.
Con l’arrivo dei due massimi dirigenti della rivoluzione, i bolscevichi scatenano una violenta campagna per la cessazione delle ostilità, conquistandosi una grande popolarità nel paese.
Kerenski, dal canto suo, per crearsi un potere legittimo, promuove lui stesso le elezioni dei soviet degli operai, dei contadini e dei soldati. Ma questi soviet, fin dalle prime consultazioni, si dimostrano favorevoli ai socia- listi rivoluzionari.
Allora, con un’ordinanza, Kerenski decreta la nomina degli ufficiali dell’esercito, con votazioni da parte dei soldati: è una misura che determina gravi disordini nelle file dell’esercito combattente. Anche una duma, nominata da Kerenski, suscita l’ostilità popolare; poiché, a differenza dei soviet, essa non rappresenta le istanze del popolo. Comprende anzi vecchi rappresentanti dell’aristocrazia zarista.
Nell’estate del 1917, convinti dell’impopolarità di Kerenski, i bolscevichi tentano di impadronirsi del potere. La scarsa adesione dei soviet e la partecipazione degli ufficiali dell’esercito in difesa del governo fa però fallire il tentativo. Trotzki, con numerosi dirigenti, viene arrestato. Lenin riesce a riparare in Finlandia.
L’euforia della repressione ha però breve durata. Il generale Kornilov, avvalendosi della propria popolarità, inizia una marcia su Pietroburgo alla testa di truppe fidate, per dare il potere al partito dei Cadetti. Kerenski, preoccupato di un nuovo colpo di stato, si vede allora costretto a trattare con Trotzki per la partecipazione dei bolscevichi alla difesa della repubblica, contro l’assalto dei militari e dei reazionari. Di fatto, è questa partecipazione del partito bolscevico e dei soviet a capovolgere la situazione. L’esercito guidato da Kornilov si disperde prima ancora di raggiungere Pietroburgo.
Anche dopo la vittoria su Kornilov, Kerenski continua a tenere nel governo i rappresentanti dei Cadetti, suscitando lo scontento dei bolscevichi. Ma lo scontento favorisce la unione interna. Le divergenze fra Trotzki e Lenin sul modo di intendere la presa e la gestione del potere (Trotzki sostiene che il potere deve essere affidato ai soviet, mentre Lenin rivendica che lo deve gestire il partito) vengono superate. Anche Lenin accetta le tesi di Trotzki sulla centralità dei soviet. La parola d’ordine diventa allora: «Tutto il potere ai soviet degli operai, dei contadini, dei soldati». È una decisione realistica. L’esito disastroso della guerra, la scarsa autorità del governo Kerenski, l’allontanamento dello zar hanno oramai determinato nel paese il vuoto di potere.
II 7 novembre 1917 la città di Pietroburgo cade nelle mani dei soviet. Resiste solo il Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio, che viene conquistato militarmente da Anton Ovseenko.
Lenin, diventato capo del governo dei soviet, decreta la nazionalizzazione delle terre, concedendole la notte stessa del 7 novembre ai contadini. Con questo aderisce a una delle richieste fondamentali dei soviet, pure col rischio di creare nel paese delle condizioni di totale anarchia. Ma la forza rivoluzionaria del nuovo governo, se non vuole soccombere, sta appunto nel riuscire a creare, con provvedimenti tempestivi, le condizioni di una resistenza popolare di massa, tale da far fronte a ogni tentativo controrivoluzionario.
Anche in politica estera, Lenin non si attarda ad aprire le trattative con gli imperi centrali. Con un armistizio gravoso la Russia esce definitivamente dal conflitto mondiale.
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Breve storia del movimento operaio
di Luigi Lapparelli
6. VERSO LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Con la rivoluzione sovietica, la presa del potere da parte del popolo non è più un’utopia. L’entusiasmo non tarda a diffondersi tra gli operai di tutta Europa, che promuovono ovunque manifestazioni di solidarietà e di appoggio alla nuova repubblica socialista.
Fatto caratteristico delle reazioni socialiste di tutti i paesi, nei confronti della «rίνοluzione d’ottobre», è che tutti quei partiti e correnti che durante la guerra si erano dichiarati per la neutralità del movimento operaio, ora si sentono attratti dagli avvenimenti russi e aderiscono per la maggior parte alle tesi di Lenin.
L’idea che domina gli ambienti bolscevichi è quella propugnata da Trotzki: la rivoluzione proletaria russa sta ormai per espandersi a tutti i paesi, a partire da quelli europei. Ma questa tesi, nella realtà, si rivela ben lontana dal realizzarsi. Sole eccezioni sono il fallito tentativo rivoluzionario organizzato in Germania e la dittatura provvisoria di Bela Kun in Ungheria. Ma l’orientamento generale delle nazioni occidentali si muove nella direzione opposta. Il capitalismo si va ulteriormente rafforzando e stabilizzando. L’asse politico si sposta verso destra. La borghesia conquista il potere anche nei paesi dove, per questioni di convenienza tattica, erano stati coinvolti nel governo i partiti socialdemocratici.
La Terza Internazionale
A questa involuzione, tuttavia, fa riscontro la costituzione della Terza Internazionale Comunista (1919), nota anche come Comintern.
Vi aderiscono tutti i gruppi europei che si trovano in polemica con i partiti socialdemocratici; o meglio, con i loro gruppi dirigenti, troppo coinvolti in governi e in politiche di stampo borghese.
La contrapposizione tra «comunisti» e «socialdemocratici» caratterizzerà ormai, dal primo dopoguerra in poi, l’intera storia del movimento operaio.
Guida e sostegno dell’organizzazione è il Partito Comunista Sovietico (PCUS), come quello che gode di maggior prestigio in seno alla classe operaia, dopo la vittoria rivoluzionaria.
Germania
In Germania, nel primo dopoguerra, si assiste a una perdita di prestigio del movimento operaio, dovuta in gran parte all’inadeguatezza dei dirigenti.
La frattura tra la concezione della vecchia classe dirigente e quella dei nuovi fermenti, che hanno combattuto nelle trincee del Reno e della Vistola, è simile alla crisi che contrassegna il Partito socialista in Italia.
Negli anni che succedono immediatamente al conflitto, la classe operaia tedesca è ancora in grado di respingere gli attacchi reazionari che tendono a distruggere la nuova Costituzione di Weimar. Ma tale capacità democratica si va man mano attenuando. I dirigenti socialisti perseguono fini che non rispondono alle nuove esigenze popolari, mentre il sindacalismo rimane ancorato alla tradizionale organizzazione e tutela degli operai occupati. Non riesce a superare i confini dei miglioramenti economici. Gli sfugge la realtà di un paese sconfitto, in preda a una crisi senza precedenti.
Disoccupazione, inflazione, masse affamate, ex combattenti frustrati sono i nuovi soggetti della società tedesca. Ma né i socialisti, né i sindacati sanno individuare in questi fattori la base allargata delle proprie organizzazioni, mentre gli spazi si aprono ai movimenti estremisti di destra e di sinistra. Anzi, la frattura tra comunisti e socialdemocratici continua a sgretolare all’interno il movimento operaio, impedendo un’azione comune contro il nazismo crescente.
Di fatto, in Hitler confluiscono tutti gli scontenti del dopoguerra tedesco. Con una politica violenta e di esaltazione di massa, il movimento nazista riesce a impossessarsi del potere; e nella storia del mondo, oltre che del movimento operaio, diventa quella minaccia in espansione che sfocerà nella Seconda guerra mondiale.
Nella terra che ha conosciuto i più consistenti successi del movimento operaio, viene a cadere una grande speranza. Il Partito socialista, soprattutto nei suoi capi, non comprende né sa far proprio uno dei principi elementari di Marx: «Perché una classe sia veramente rivoluzionaria, occorre che abbia sopra ogni altra cosa il sentimento di essere non una classe particolare, bensì la rappresentante dei bisogni generali della società».
Italia
Anche in Italia la crisi del primo dopoguerra è caratterizzata da un mutamento di regime, nell’insufficienza delle forze governative di fronte ai nuovi problemi scaturiti dal conflitto mondiale.
La massa dei combattenti senza lavoro, le terre abbandonate, la ricostruzione di un paese spremuto e devastato dalla guerra, impongono una politica e delle misure di estrema gravità che non trovano risposta nella classe dirigente, priva di capacità e di prestigio. L’inflazione, nuova compagna di vita, scalza di prepotenza ogni antica conquista operaia. Non basta che le lotte sindacali si concentrino sulla difesa del potere di acquisto dei salari. D’altro lato, sotto la spinta delle promesse non mantenute, i contadini occupano i fondi rurali e instaurano nelle campagne un proprio regime di autarchia.
Se lo Stato manifesta una pressoché totale incomprensione delle esigenze del momento, anche al movimento operaio sfugge il realismo della situazione. Basta scorrere le lettere del carteggio di F. Turati per rendersi conto di quanto i dirigenti socialisti fossero lontani dal capire i nuovi fermenti. Come quando, durante uno sciopero dei ferrovieri, lo stesso Turati si fa promotore di un «premio» per quanti non hanno aderito allo sciopero.
Non meno grave, nel caos delle rivendicazioni, appare l’assenza di una qualsiasi direzione economica. Tipica la situazione dell’Emilia, dove i contadini e i braccianti occupano, oltre alle terre, gli stessi negozi dei commercianti, mentre gli operai occupano le fabbriche e tentano di regolarne la produzione. È da questa «occupazione delle fabbriche» che si sviluppa il movimento dei Consigli di Fabbrica, sulla falsariga dei soviet. Ed è in queste lotte che si forma il gruppo dirigente che a Livorno (1921) si stacca dal PSI e fonda il PCI.
L’occupazione delle fabbriche assume anche un aspetto militare. Le fabbriche vengono presidiate da uomini armati. I «cavalli di Frisia» controllano l’accesso di estranei. Contro la concezione dell’azienda quale «proprietà personale del padrone», gli operai intendono affermare il loro diritto alla proprietà e alla cogestione.
Ma la grande ondata rivendicativa ha breve durata. Non basta occupare le fabbriche, se la politica generale del paese è allo sbando. Le fabbriche, del resto, sono consistenti solo in alcune zone del Nord; e il movimento, solo parzialmente rivoluzionario, non ha incidenza nella lotta che travaglia il paese in profondità, tra istituzioni democratiche e rigurgito totalitario.
Mentre gli industriali premono sul governo perché prenda posizione in difesa del diritto di proprietà, Giolitti adotta la tattica di isolare le fabbriche e di proporre nello stesso tempo una transazione ai parlamentari socialisti, promettendo una legge per il controllo operaio delle fabbriche stesse.
La Confederazione Generale del Lavoro (CGL), e per essa la Federazione Italiana degli Operai Metalmeccanici (FIOM), rifiutano di intervenire nel conflitto, considerandolo di pertinenza del Partito socialista. L’occupazione delle fabbriche viene considerata una rivendicazione di stretta natura politica. Quando il dissidio, successivamente, viene chiarito in un incontro tra partito e sindacato, il compito di dirimere la vertenza viene affidato alla CGL. Ma la promessa fatta da Giolitti, di una nuova regolamentazione legislativa dei rapporti di fabbrica, unita alla sensazione diffusa della sconfitta degli industriali, fa sì che il movimento dell’occupazione delle fabbriche si vada ormai estinguendo da sé.
In realtà, la cessazione di questa particolare forma di agitazione segna la sconfitta degli operai sul piano politico e sindacale. La delega della vertenza alla CGL coincide, per il movimento operaio, con lo smorzamento della propria aggressività rivoluzionaria, mentre l’ostilità contro le occupazioni va crescendo nel paese.
Nell’isolamento della sinistra nasce allora e si afferma un nuovo fenomeno di provocazione che prende il nome di «squadre di azione» e trova rappresentanza politica nel fascismo.
Le masse scontente degli ex-combattenti, polarizzate da Lenin nei soviet, in Italia restano abbandonate a se stesse. Solo alcuni dirigenti operai vi intravvedono una massa d’urto, capace di determinare una nuova situazione politica.
Nell’impresa di Fiume (1918), il capitano G. Giulietti, della Federazione dei Marittimi, aiuta (mediante il dirottamento di navi cariche di armi dirette in Russia, allo scopo di sedare la rivoluzione) le truppe di Gabriele D’Annunzio che avevano occupato l’Istria. Anche il vecchio anarchico Malatesta, tramite Giulietti, cerca di stabilire un accordo con D’Annunzio, in vista di una marcia su Roma. Ma si tratta di un tentativo del tutto occasionale, che solo dimostra velleità e improvvisazione.
Mussolini, in questo arco di tempo, va guadagnando proseliti giorno dopo giorno, con atteggiamenti di estremismo verbale e di sfida aperta alle istituzioni. A partire da quelle del movimento operaio: gli squadristi distruggono le leghe dei contadini, incendiano le Camere del Lavoro, procedono sistematicamente all’eliminazione di ogni conquista operaia. Con ogni mezzo di propaganda e di azione cercano di fiaccare le resistenze e guadagnare neofiti al movimento fascista. Scopo primario è di sottrarre le masse alla direzione socialista, per inserirle nelle proprie strutture.
Così nel Ferrarese, dopo le azioni massicce delle «squadre di azione» comandate da I. Balbo, i braccianti passano come inavvertitamente nei sindacati che i fascisti vanno costituendo, dopo aver distrutto quelli diretti dai socialisti.
La CGL, inseguendo un sogno irrealizzabile, si limita a un’azione di contenimento e di conciliazione. Così, mentre alla Camera Turati, Matteotti e altri dirigenti politici conducono aspre battaglie per stroncare le azioni squadristiche e ristabilire la pace sociale nel paese, i deputati della CGL si contentano di proteste, senza trarne alcuna linea di azione politica. Il movimento operaio ne esce disunito, incerto, incapace di tener testa all’offensiva fascista.
Di fatto, nell’ottobre del 1922, con la «marcia su Roma» il fascismo si impossessa del potere.
Le leggi e la strategia del regime contro il movimento non tardano a farsi sentire, intese come sono, senza mezzi termini, ad annientare quelle conquiste di autonomia e di socializzazione che l’avevano animato fin dagli inizi.
La legislazione fascista limita l’azione sindacale e la riduce a un puro fatto burocratico. Anzi, con l’istituzione dell’unico sindacato fascista per la stipula degli accordi di lavoro, la CGL viene presto sciolta (1927). Ed è lo stesso sistema contrattuale fascista a impedire che gli operai possano ancora trovarsi rappresentati come classe.
Ciononostante, continua a persistere anche in Italia il mito della rivoluzione. Ma senza che tale mito diventi un fatto positivo e stimolante per la classe operaia.
URSS
Paradossalmente, attraverso la Terza Internazionale, l’URSS condiziona in senso negativo i partiti comunisti occidentali, costringendoli a isolarsi dalle altre organizzazioni operaie.
Secondo le tesi sovietiche, la rivoluzione è ormai imminente. È quindi compito di ogni comunista di attenderne con fiducia l’evento. Ma le cose, nella realtà, vanno in modo diverso. Sempre più isolata dai paesi occidentali, l’URSS si vede costretta a una feroce propaganda di denuncia del loro carattere reazionario. A sua volta, questa posizione di accentuata ostilità non facilita la presa di coscienza delle masse. Prevale anzi l’influsso propagandistico occidentale, da parte di governi che fanno di tutto per isolare e affossare la rivoluzione.
L’avvento del fascismo in Italia, seguito da quello del nazismo in Germania, segnano un cambiamento nella strategia politica dell’URSS. La dirigenza sovietica cerca infatti alleanze con le democrazie borghesi ancora esistenti, per evitare che queste si alleino con i nazisti e i fascisti.
D’altra parte, se Francia e Inghilterra restano paesi democratici, nemici di ogni fascismo, è anche vero che – specialmente gli inglesi – temono un’evoluzione europea in senso socialista.
Per conquistarsi la fiducia e l’alleanza della Francia e dell’Inghilterra, la Russia si trova costretta a garantire il mantenimento degli equilibri politici esistenti. In altre parole, rinuncia a una politica europea di stimolo e di appoggio alle rivolte popolari, tesa a instaurare il comunismo in Occidente.
Con il mutare della politica sovietica, anche i Partiti comunisti cambiano strategia. Si alleano con le socialdemocrazie, dando origine ai vari «fronti popolari». I quali, per non compromettere l’alleanza tra l’URSS e le democrazie borghesi, evitano qualsiasi lotta che possa mutare il gioco dei difficili equilibri. Questo calcolato immobilismo – come già era avvenuto altre volte nella storia – sancisce di fatto una situazione paradossale, che vede i partiti comunisti «scavalcati a sinistra» da quelli socialisti. Infatti, non vincolati alle superiori ragioni della politica, questi ultimi possono agire più liberamente, secondo gli interessi reali delle masse.
Spagna
Un elemento tragico, e nello stesso tempo glorioso, contrassegna la caduta del movimento operaio spagnolo.
Anche in Spagna, nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale, troviamo i due orientamenti contrapposti del sindacalismo anarchico e del sindacalismo socialista.
Gli anarco-sindacalisti sono un esempio tipico di confluenze ideologiche radicalizzate, che si traducono in attività di azione diretta (attentati). Così a Barcellona, per imporre la presenza del movimento operaio, gli anarchici organizzano un’intera catena di azioni terroristiche, sia contro singole persone che contro le forze di polizia.
Nel sindacato operano anche vari gruppi di ex-combattenti. Nella crisi delle istituzioni repubblicane, essi appaiono come l’unica forza capace di contrastare l’emergente offensiva fascista dei generali. Il proletariato è come pervaso dal presentimento di dover difendere in prima persona la Repubblica, contro la minaccia totalitaria della casta militare.
Nelle gravi giornate del 1938, che segnano la fine della Repubblica spagnola, determinata dall’intervento massiccio dei nazisti e dei fascisti, l’eroica resistenza del proletariato spagnolo, insieme alle Brigate Internazionali, salva la tradizione del proletariato europeo, presente nella lotta per la salvaguardia della democrazia.
Francia
In Francia, nell’immediato primo dopoguerra, l’attività dei dirigenti del sindacato e del Partito socialista si concentra sul recupero degli spazi conquistati dai comunisti durante il periodo esaltante della rivoluzione bolscevica.
Le due confederazioni del lavoro, comunista e socialista, operano divise fino al 1936, epоca del «Fronte popolare». Solo allora – nel contesto di un nuovo pericolo di guerra, dovuto all’accerchiamento dei nazisti e dei fascisti – si opera un cambiamento di tattica nel movimento comunista, che determina la vittoria del cartello elettorale congiunto dei radicali, dei socialisti e dei comunisti.
Léon Blum, eletto presidente del Consiglio, favorisce una legislazione sociale molto avanzata, e spesso ardita, malgrado la grave situazione politica ed economica internazionale.
Un’ondata di speranza invade larghe fasce del popolo francese. L’influsso si fa sentire anche in altre parti d’Europa, dove le classi lavoratrici sono oppresse da movimenti di destra e da governi dittatoriali.
Il «Ministero degli ozi e delle vacanze» può considerarsi un’espressione tipica dell’atmosfera che pervade la classe operaia francese in questo momento.
Ma proprio questa politica apertamente popolare, tesa a incidere sulle istituzioni per trasformarle in senso socialista, diventa presto causa di attriti fino a segnare la sconfitta del governo. Il quale si trova assediato contemporaneamente dalla borghesia e dalla dirigenza del Partito comunista francese. La prima, ovviamente, non si rassegna alla perdita del potere. Ma anche i secondi sono costretti a chiedere misure più moderate per non compromettere gli equilibri politici internazionali cui si trovano vincolati.
Ha inizio allora una politica di compromesso, che si dimostra presto doppiamente errata. Innanzitutto essa indebolisce il movimento comunista, in quanto scavalcato a sinistra dai socialisti. Ma neppure arriva a impedire la temuta rottura tra l’URSS e le democrazie borghesi. Nel 1939, verificatasi ormai tale spaccatura, il Comintern modifica nuovamente la propria controffensiva: tutti gli Stati che partecipano al conflitto sono imperialisti, e tutti ugualmente nemici del proletariato. Non si fa più distinzione tra democrazia francese-inglese e dittatura italo-tedesca.
La reazione del governo francese a questa nuova presa di posizione è immediata. Il Partito comunista viene messo fuori legge e costretto alla clandestinità, com’era ormai avvenuto in quasi tutti gli altri paesi.
L’illegalità diventa però salutare per il movimento operaio. Non più costretti ai contraddittori equilibri politici, i comunisti liberano la propria volontà rivoluzionaria organizzando la lotta antifascista nella clandestinità. Appunto nella lotta partigiana le due ali del movimento operaio francese si ricongiungono, superando la diffidenza reciproca che esisteva ai tempi del Comintern.
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Breve storia del movimento operaio
di Luigi Lapparelli
7. DALLA SECONDA GUERRA MONDIALE ALLA RICOSTRUZIONE
L’assetto politico dell’Europa, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, è caratterizzato dalla divisione e contrapposizione del continente in due «blocchi»: quello orientale-socialista e quello occidentale-capitalista.
Il blocco orientale – comprendente Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Romania, Bulgaria e Iugoslavia – si muove sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. L’Italia e gli altri Paesi occidentali sono invece egemonizzati dagli Stati Uniti.
Questa situazione, ovviamente, ha un peso fondamentale sui nuovi obiettivi e metodi di lotta del movimento operaio.
Nei paesi del «socialismo reale» i lavoratori devono fare i conti con i limitatissimi margini lasciati liberi dalla pianificazione centralizzata dell’economia: una pianificazione che promuove soprattutto gli investimenti nel settore dell’industria pesante, rimandando a un secondo tempo una maggiore produzione dei beni di consumo.
Il carattere di questi paesi si può senz’altro definire «socialista», per quanto riguarda il tentativo di superare le contraddizioni dei processi economici di libero mercato mediante la pianificazione degli investimenti. Ma è pur vero che tali processi di accumulazione primitiva di ingenti capitali, a favore dell’industrializzazione, si risolvono a danno della classe operaia e del suo livello di vita.
Il problema dell’industrializzazione dei paesi arretrati, anche in prospettiva socialista, può solo porsi all’interno di un’effettiva democratizzazione. In caso contrario, si risolve in un inutile sacrificio della classe lavoratrice, che esplode – come nei fatti di Ungheria e Cecoslovacchia, e nelle rivendicazioni operaie polacche – manifestando la propria insoddisfazione per una concezione del tutto parziale e primitiva del socialismo.
Anche sull’altro fronte, tuttavia, il modello di sviluppo imposto dagli Stati Uniti, tramite massicci finanziamenti politicamente condizionanti, lascia poche speranze a chi, nei paesi occidentali, lotta per una trasformazione socialista della società. Ed è in questo contesto che, nel secondo dopoguerra, gran parte dei sindacati passa a una politica di esclusive rivendicazioni salariali.
Solo in Inghilterra troviamo il tentativo iniziale (in parte riuscito) di imporre, oltre ai miglioramenti salariali, anche delle misure di politica «socialiste».
Inghilterra
L’aumentato potere dello Stato durante la guerra, attraverso i controlli più stretti della produzione e del consumo, fanno intuire in Inghilterra la possibilità di usare gli stessi strumenti di intervento statale per fini sociali. Infatti, subito dopo il conflitto, i laburisti sostengono che si può senz’altro passare «dai cannoni al burro», cioè da un’economia di guerra a una politica di espansione economica popolare a fini pacifici.
Alle prime elezioni, animati da tale prospettiva, i laburisti riscuotono un successo sbalorditivo, che segna l’inizio di profonde riforme. Si comincia dal sistema fiscale, colpendo la sperequazione dei redditi a favore delle classi meno abbienti. Anche i servizi sociali vengono ampliati, ed estesi a tutti in forma gratuita.
La rivoluzione silenziosa dei laburisti si allarga anche ai progetti di riconversione dell’industria bellica a fini di pace: tale che assicuri al tempo stesso il pieno impiego della manodopera, evitando quelle crisi che accompagnano solitamente il passaggio dall’industria di guerra alla produzione civile. Per questo, nel perseguire tale politica, viene data precedenza ai tipi di investimento che assicurano la piena occupazione. Nello stesso tempo, il governo laburista impone una politica di «austerità» che valga a evitare gli squilibri dovuti a una liberalizzazione troppo rapida del mercato.
A queste misure fondamentali nel campo dell’occupazione e dell’assistenza sociale fanno seguito altre riforme, particolarmente nel campo scolastico. Alla preparazione umanistica – spesso formale – delle vecchie università inglesi si preferisce un indirizzo pratico, completamente gratuito per tutti. I giovani vengono così avviati alla vita non più in base al censo, ma in rapporto alle proprie capacità specifiche e alle necessità produttive del paese.
Contemporaneamente, i laburisti procedono ad alcune nazionalizzazioni, da tempo propugnate nei loro programmi. L’industria mineraria, le ferrovie, i trasporti, vengono nazionalizzati. Solo la nazionalizzazione del settore metalmeccanico verrà in seguito abolita dai conservatori.
Purtroppo l’esperimento laburista si inceppa presto, a partire dagli anni difficili della «guerra fredda» (1948). Il forte indebitamento con gli Stati Uniti costringe a una politica di allineamento con gli altri Paesi capitalisti.
Ciononostante, le riforme sociali acquisite non vengono revocate e rimangono una conquista consolidata del movimento operaio inglese.
Ancor oggi l’assistenza sanitaria gratuita inglese è tra le più efficienti e democratiche.
Germania
Anche nella Germania del secondo dopoguerra il movimento subisce l’influsso degli avvenimenti internazionali.
Partita da una posizione di forza, che le permette di imporre la socializzazione dell’industria e la partecipazione degli operai alla direzione dell’azienda, la socialdemocrazia tedesca si porta progressivamente su posizioni più moderate.
Soprattutto, nel crescente benessere, l’analisi classista della società viene sempre più accantonata. L’antagonismo nei confronti della classe padronale si ammorbidisce. La partecipazione operaia alla gestione aziendale (cogestione) contribuisce a fare degli operai i partners del padrone, spegnendone le capacità di lotta per una società diversa, di tipo socialista.
Un discorso a parte va invece fatto per la Francia e per l’Italia, dove la situazione, ben più articolata, permette alle organizzazioni sindacali operaie di svilupparsi e avanzare all’interno del sistema capitalistico senza perdere la propria fisionomia.
Italia
Nel 1943, durante i 45 giorni del governo Badoglio, si costituisce in Italia la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) su base unitaria, con la partecipazione di tutte le correnti sindacali (Patto di Roma).
Ma nello spazio di pochi anni la componente comunista riesce a controllare l’intero apparato. A tal punto che le frizioni interne, di rifiuto dell’egemonia comunista, accentuate dalla «guerra fredda», dapprima spingono alla scissione le forze di ispirazione cattolica e successivamente quelle repubblicane e socialdemocratiche.
I cattolici si costituiscono in un primo tempo in Libera Confederazione Generale Italiana del Lavoro (LCGIL), poi, in seguito alla adesione di alcuni socialdemocratici e repubblicani, in Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL, 1950).
Immettendo nel loro sindacato dei dirigenti laici, i cattolici superano le remore di un sindacato di ispirazione confessionale. Ma riescono solo in parte nell’intento, in quanto la maggioranza dei repubblicani e dei socialdemocratici costituisce in proprio una terza organizzazione sindacale, denominata Federazione Italiana del Lavoro (FIL, 1949); dalla quale successivamente – con l’apporto di un gruppo di sindacalisti socialisti dissidenti dal partito e dalla CGIL – nasce nel 1950 la UIL (Unione Italiana del Lavoro).
Alla base di tale dissidenza stanno due fatti importanti. Il primo, più propriamente politico, riguarda l’esperienza del «patto di unità d’azione» tra PSI e PCI, spintosi fino alla costituzione del «Fronte Democratico Popolare» del 1948, cui fa seguito una clamorosa sconfitta elettorale e un calo verticale di autonomia del PSI. Il secondo, sul piano sindacale, riguarda l’esperienza della corrente socialista nella CGIL, che vede crescere l’egemonia dei comunisti all’interno della Confederazione.
Queste contrapposizioni e scissioni non fanno che riflettere, anche all’interno del movimento operaio e sindacale italiano, la meccanica di lacerazione provocata dagli anni della «guerra fredda» sul piano internazionale.
Più profondo, anche nella classe operaia, si fa il solco delle contrapposizioni ideologiche; e più difficile il ridare vita a un’unica organizzazione sindacale dei lavoratori. Solo agli inizi degli anni ’60 la ripresa del movimento sindacale sprona le tre centrali sindacali a trovare forme di unità d’azione. Un’unità che con gli anni ’70 diverrà Federazione Unitaria.
Francia
Le vicende francesi della Confederazione del Lavoro presentano alcune analogie con quelle dell’organizzazione sindacale italiana.
Uscita dalla guerra con forti spinte socialiste, la Francia procede alla nazionalizzazione delle ferrovie e delle miniere, come pure di tutte le industrie, i cui padroni avevano collaborato con i nazisti (Renault). Alle nazionalizzazioni fa seguito una politica di notevoli misure assicurative e salariali.
Le nazionalizzazioni, tuttavia, non danno i risultati previsti. Anche il rendimento produttivo dei singoli operai non ne esce migliorato. Anzi, nel complesso, il sistema produttivo si rivela pesante, incapace di liberarsi dalle bardature di controllo inaugurate durante la guerra.
Il protezionismo di determinate categorie rallența gli investimenti e la riconversione dell’industria bellica a scopi civili. Gli indici di occupazione sono alti, ma gli operai non godono dei benefici sanciti dalle nuove leggi sociali e complessivamente il loro reddito non supera quello dell’anteguerra.
La costruzione di un sindacato unitario dei lavoratori riesce ancor più difficile che in Italia. Alla «guerra fredda» si aggiungono le lacerazioni prodotte dalle vicende coloniali. L’organizzazione socialista, durante la quarta Repubblica, si compromette con il governo, accettando le guerre imperialiste del Vietnam (1953-54) e dell’Algeria (1960).
Bisognerà arrivare ai tempi più recenti, perché nelle organizzazioni operaie francesi maturino nuovi, ma pur sempre contrastati e mai raggiunti, tentativi di unità.
(8/8. Fine)
Valerio Strinati (1954-2024).
Fonte della foto: https://www.storialavoro.it/fileadmin/files/1._NOTIZIE_Bandi_Convegni_Letture/1.2_NOTIZIE_Locandine_e_PDF/Valerio_Strinati.png
Pietro Nenni (1891-1980) nel periodo tra il 1911 e il 1914.
Fonte della foto: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/e/eb/NENNI_giovane.jpg
🔴di Paolo Mencarelli🔴
Le barricate e il Palazzo. Pietro Nenni e il socialismo italiano nel dialogo con Gianni Bosio, uscito nel 2023 per la collana “Storia orale” della Editpress, è il titolo dell’ultimo lavoro di Valerio Strinati che riassume bene un percorso, quello di Pietro Nenni (1891-1980), dirigente e segretario del Partito socialista italiano. È anche una sorta di riassunto degli interessi di Valerio, scomparso purtroppo di recente, una figura di studioso e compagno che lascia un vuoto davvero difficilmente colmabile e che vorrei ricordare per la generosità e l’altruismo con cui si è speso per promuovere gli studi sul movimento socialista italiano.
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Per Valerio Strinati
di Paolo Mencarelli
Le barricate e il Palazzo. Pietro Nenni e il socialismo italiano nel dialogo con Gianni Bosio, uscito nel 2023 per la collana “Storia orale” della Editpress, è il titolo dell’ultimo lavoro di Valerio Strinati che riassume bene un percorso, quello di Pietro Nenni (1891-1980), dirigente e segretario del Partito socialista italiano. È anche però una sorta di riassunto degli interessi di Valerio, scomparso purtroppo di recente, una figura di studioso e compagno che lascia un vuoto davvero difficilmente colmabile e che vorrei ricordare per la generosità e l’altruismo con cui si è speso per promuovere gli studi sul movimento socialista italiano. La grande cultura storica conviveva in lui con la modestia e la curiosità per tutto ciò che si muoveva nel campo appunto degli studi sul socialismo. È arduo ricordare i tanti incarichi e lavori da lui svolti: Valerio è stato anche uno degli animatori della Fondazione Nenni, collaboratore dell’ANPI nazionale e di «Patria indipendente», collaboratore dell’Istituto Ernesto de Martino, consigliere parlamentare del Senato e coordinatore degli eventi culturali della Biblioteca di Palazzo Madama.
Per la rivista nazionale dell’Anpi mi chiese di scrivere anche alcuni articoli sui nostri comuni interessi. Quando passava a Firenze non mancava di chiamarmi e insieme ad Antonio Fanelli a volte capitava di mangiare qualcosa insieme e scambiarci informazioni e aggiornamenti. Da lui venivano sempre parole di incoraggiamento a continuare a studiare, a non smettere di scrivere e soprattutto a non rassegnarsi di fronte alla desolazione del contesto culturale e politico. Devo a lui molti dei suggerimenti e del sostegno per la mia ricerca sulle Edizioni Avanti!, nell’ambito del dottorato dell’Università degli studi di Siena diretto dal prof. Simone Neri Serneri.
Il rigore filologico e la raffinatezza delle interpretazioni facevano dei suoi saggi sul socialismo e sulle culture politiche democratiche e costituzionali del Novecento dei punti di riferimento imprescindibili a partire dal pionieristico Politica e cultura nel Partito Socialista Italiano (1945-1978), uscito per Liguori nel 1980, che lessi avidamente negli ultimi anni dell’università forse mentre studiavo la rivista «Società» per la tesi di laurea tra il 1988 e il 1990. Per la mia generazione era meccanica l’equazione socialismo=craxismo, cioè gli ultimi anni del Psi (di fatto gli anni Ottanta del Novecento) caratterizzati da una forte spinta a rappresentare le figure emergenti dell’ondata neoliberista, i cosiddetti yuppies, che proprio Bettino Craxi segretario del partito dal 1976 al 1993 impersonava nel modo di essere leader. Nel volume di Valerio del 1980 emergeva al contrario, con mia forte sorpresa dovuta alla mia profonda ignoranza, una grande ricchezza di posizioni politiche e culturali in un’epoca del socialismo, quella del secondo dopoguerra – certo da non idealizzare e con tutti i limiti concreti imposti, o accettati, dalla guerra fredda –, in cui i due termini “Politica” e “Cultura” ancora erano in rapporto seppure sempre più problematico. Un rapporto certo non facile, contraddittorio, parziale, ma c’era: basti pensare al proliferare di interventi, convegni, studi sulla riforma della scuola media unificata del 1962 che vide i tre partiti di massa (Democrazia cristiana, Partito socialista, a cui apparteneva Tristano Codignola, il principale estensore della legge, e il Partito comunista) ampiamente mobilitati in discussioni accanite, contrapposizioni piu o meno frontali, comunque significative riguardo al ruolo che la cultura e la formazione all’epoca ricoprivano nel mondo politico. Un’epoca in cui il termine “impegno” civile e politico del mondo intellettuale conviveva ancora con i momenti più duri della guerra fredda e poi del boom economico e delle sue contraddizioni. Il pensiero unico ultraliberista e liberale, le varie forme di nichilismo postmoderno non avevano ancora corroso e dissolto le differenti visioni della società che si innestavano nei concetti di Destra, Centro e Sinistra.
Proprio nel libro di Valerio ho incontrato da vicino e non per sentito dire personaggi come Lelio Basso, Vittorio Foa, Raniero Panzieri, Franco Fortini (forse già sentito nominare come poeta), Luciano Della Mea, Ernesto de Martino e appunto Gianni Bosio, pioniere della storia orale in Italia e vulcanico “organizzatore di cultura”, fondatore delle nuove Edizioni Avanti! del secondo dopoguerra e instancabile raccoglitore insieme al suo collettivo dell’Istituto Ernesto de Martino di storie e canti sociali “dal basso”, delle classi subalterne, dal mondo contadino a quello di fabbrica. Questa variegata tendenza di sinistra del socialismo italiano, assai lontana dal vecchio massimalismo parolaio e invece molto attenta ai temi delle trasformazioni produttive e culturali indotte dal neocapitalismo, della democrazia diretta, dell’inchiesta sociale, del governo “operaio” attraverso i consigli di fabbrica (basta pensare alle Tesi sul controllo operaio di Raniero Panzieri e Lucio Libertini del 1958), sarà sconfitta proprio dalla linea di Nenni post 1956 che traghetterà il Psi alle travagliate sponde governative dei governi di centrosinistra. Un tendenza che però non scomparirà mai del tutto e in parte continuerà attraverso l’effimera esperienza del Partito socialista di unità proletaria (PSIUP, 1964-1972) o nei «Quaderni rossi» di Raniero Panzieri, nell’instancabile lavoro di Gianni Bosio, fondatore nel 1966 dell’Istituto Ernesto de Martino “per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario”, e andrà a costituire un filone, di minoranza certo ma non necessariamente minoritario di vocazione, che confluirà nei riferimenti della Nuova sinistra degli anni Sessanta-Settanta fino a Democrazia proletaria, già nella denominazione vicina agli elementi essenziali di questo indirizzo.
Il miglior modo di parlare di Valerio, della sua umanità oltre che del suo lavoro di studioso, è parlare in breve del suo suo ultimo libro, che è insieme la pubblicazione di un’intervista concessa da Nenni a Gianni Bosio sulla sua vita di militante e insieme un saggio ampio e approfondito sulla biografia di un dirigente colto anche nei suoi momenti più personali, che pure dicono molto del personaggio pubblico. Nell’intervista del 19 febbraio 1970 Pietro Nenni, sollecitato da Bosio, racconta in modo aperto e informale solo alcuni passaggi della sua intensissima biografia, a partire dalle problematiche esperienze di un’infanzia e di una giovinezza segnate dalla povertà e dalle privazioni non solo materiali ma affettive, lui presto orfano di padre e con la madre costretta dalla miseria a lasciarlo in istituto. Le dure regole dell’orfanotrofio in cui ha vissuto fino ai sedici anni, la solitudine e il senso di abbandono, i primi testi letti avidamente in cui il giovanissimo Pietro incontra per la prima volta l’umile ma fiera epopea degli oppressi che non si rassegnano (Victor Hugo in primis come molti della sua generazione), la confusa rabbia che lo portava ad assumere atteggiamenti di ribellione: «…bisognava pregare e io bestemmiavo, bisognava essere in lutto perché c’era stato l’attentato a Re Umberto e io gioivo […] non perché amassi la bestemmia o perché mi rendessi conto del regicidio ma perché bisognava che facessi l’opposto di quello che mi si voleva imporre». Poi le prime esperienze politiche nelle file del movimento repubblicano, la precarietà del lavoro che lo porta a dormire nei cantieri, la scoperta di una sintonia prima di tutto generazionale e caratteriale con nuovi esponenti del socialismo massimalista, le lotte durante la “settimana rossa” (7-14 giugno 1914) con esperienze preinsurrezionali a cui segue una delle tante esperienza carcerarie (cominciate con lo sciopero del 1908), peraltro insieme ad un Benito Mussolini all’epoca astro nascente del PSI antiriformista. E ancora il “biennio rosso” e l’intensa quanto ambigua infatuazione per l’interventismo “rivoluzionario” fino ad un episodio che non mancherà di suscitare polemiche, cioè la partecipazione alla fondazione del Fasci di combattimento di Bologna. Episodio che lo stesso Nenni ha affrontato con grande coraggio e lucidità autocritica e che ha subito riscattato con l’entrata nel PSI nel momento della sua crisi più grave, culminata con le due scissioni del PCd’Italia e del PSU di Turati e Matteotti. Poi il periodo dell’esilio e le riflessioni sul “secondo biennio rosso”, quello del 1968-’69. Nel dialogo con Gianni Bosio l’anziano dirigente del PSI non manca di riflessioni sull’attualità, cioè il 1970, le possibilità e i limiti dei movimenti operai e studenteschi.
L’ultima fatica di Valerio Strinati si raccomanda volentieri come un buona introduzione alla storia del socialismo italiano attraverso la vulcanica figura di Nenni, da cui emerge tutta l’intensità delle lotte sociali e politiche del Novecento.
4 gennaio 2025
🔴 Paolo Mencarelli
di Eros Francescangeli
L’incontro fruttuoso tra movimento operaio e movimento studentesco negli anni Sessanta e Settanta dette vita a una stagione in cui la rivoluzione in Italia pareva a portata di mano. In questo articolo lo studioso Eros Francescangeli ripercorre le fasi della nascita delle due principali organizzazioni operaiste, sorte, manco a dirlo, da una spaccatura del movimento.
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Primavera tiepida, estate torrida e autunno caldo.
I conflitti sociali del 1969 e la nascita di Potere operaio e Lotta continua
di Eros Francescangeli
Le due principali organizzazioni operaiste presenti a cavallo degli anni Sessanta e Settanta furono uno degli esiti del rimescolamento conseguente all’incontro tra talune avanguardie dei movimenti studentesco e operaio e i gruppi dirigenti di preesistenti esperienze politiche. Entrambe le organizzazioni sorsero in seguito alla spaccatura del “movimento” (in realtà della sua leadership) sull’annosa questione del rapporto tra avanguardia e masse, tra un’anima giudicata movimentista-consiliarista (che costruirà Lotta continua) e un’altra valutata come partitista-operaista (che fonderà Potere operaio). L’inconciliabilità dei differenti punti di vista emerse dopo la vertenza sindacale del maggio-giugno 1969 alla Fiat di Torino e gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine del 3 luglio (la cosiddetta rivolta di corso Traiano)1. Se già nel 1966-67 e nel 1968 la classe operaia torinese aveva moltiplicato i focolai di conflittualità, l’agitazione della primavera del 1969, assai combattiva e partecipata, fu inizialmente animata dagli operai del Psiup di diversi reparti e sostenuta dal movimento degli studenti universitari e da pressoché tutti i gruppi cittadini della sinistra rivoluzionaria. In particolare dalle frange che avevano individuato nella fabbrica il proprio terreno d’intervento privilegiato se non esclusivo: il Fronte della gioventù lavoratrice (animato da Romolo Gobbi), la Lega studenti e operai (che già da un anno interveniva davanti agli stabilimenti industriali), gli operaisti “puri” raccolti attorno alla rivista «La Classe» (vero e proprio fulcro della prima fase dell’agitazione)2 e il gruppo del Potere operaio torinese (sorto nel 1968 in collegamento con l’omologo gruppo toscano ma poi spostatosi su posizioni più “oggettiviste”)3. In giugno le lotte proseguirono con maggior intensità, dopo che l’accordo sottoscritto dai sindacati il 28 maggio (ve ne sarà poi un altro – il cosiddetto “accordone” – il 26 giugno) fu respinto dalle maestranze, inaspettatamente attestate sulle posizioni di quei giovani raccolti in un coordinamento unitario e permanente denominato Assemblea operai-studenti (o Assemblea operai e studenti). Tale organismo, che si riuniva all’ospedale delle Molinette in un’aula della facoltà di Medicina, si caratterizzò per l’intenso lavoro agitatorio davanti ai cancelli della Fiat: a ogni turno centinaia di giovani attivisti giunti a Torino da più parti d’Italia distribuivano agli operai volantini che, ricalcando il motto del maggio francese, erano titolati «La lotta continua» o più semplicemente «Lotta continua». E così furono definiti un po’ da tutti: «quelli della lotta continua»4.
Fu tale struttura di coordinamento a organizzare, con volantini distribuiti alle maestranze torinesi e diffusi nei rioni popolari della città, il corteo del 3 luglio 1969 che, a causa della combattività dei manifestanti e degli interventi “esuberanti” delle autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico, culminò negli scontri di corso Traiano5. La medesima sigla promosse, anche in ragione del salto di qualità delle dinamiche conflittuali determinato dal 3 luglio, il «convegno nazionale dei comitati e delle avanguardie operaie» (o anche «convegno nazionale dei comitati di base e avanguardie operaie»)6 al Palazzetto dello sport di Torino, nei giorni 26 e 27 luglio 1969. Un’assise, tuttavia, programmata prima degli scontri davanti a Mirafiori, come documentato dalle informative delle autorità di Ps, che, il 27 giugno 1969, dipingevano così la situazione, in una riservata («vista dal ministro» Restivo) del prefetto di Torino:
I risultati ottenuti alla Fiat […] hanno ridato slancio e vigore ai movimenti contestatori, i cui attivisti […] svolgono un’intensa, continua azione di propaganda e di agitazione, promuovendo riunioni ed incontri, […] sovente con la presenza di dirigenti estremisti, “calati” da tutta Italia […].
Sarebbe stata […] discussa l’opportunità di porre allo studio la possibilità di costituire un partito nel quale dovrebbero confluire, oltre che gli aderenti ai vari gruppi estremisti, tutti coloro che non condividono la moderazione politica della sinistra tradizionale e delle organizzazioni sindacali. […].
Si aggiunge che, nei prossimi giorni, i delegati dei movimenti oltranzisti dovrebbero nuovamente qui riunirsi per discutere la preparazione di una conferenza a livello nazionale, che dovrebbe svolgersi nei mesi venturi in località ancora da stabilire.7
Nelle intenzioni degli organizzatori, il convegno di fine luglio avrebbe dovuto far compiere un decisivo passo avanti verso un coordinamento stabile delle strutture di avanguardia in vista dello scontro con le istituzioni e le strutture dello Stato. In un volantino del 5 luglio 1969 si poteva infatti leggere:
Sulla base di questa esperienza gli operai torinesi riuniti in assemblea dopo gli scontri del 3 luglio propongono a tutti gli operai italiani di aprire una nuova e più radicale fase della lotta di classe che faccia avanzare, sugli obiettivi avanzati dagli stessi operai, l’unificazione politica di tutte le esperienze autonome di lotta fin qui realizzate.
Per questo verrà indetto a Torino un convegno nazionale dei comitati e delle avanguardie operaie […]. Dalla Fiat di Torino, da Torino a tutta l’Italia per organizzare nel vivo della lotta la marcia verso la presa del potere.8
Anziché unificare le avanguardie, il convegno di fine luglio (che vide la partecipazione di più di un migliaio di persone) contribuì invece a sancirne la definitiva separazione9. Benché ci fossero reali divergenze sulla questione dell’organizzazione politica di classe, le ragioni della frattura tra “partitisti” e “movimentisti” sono, più probabilmente, da ricercarsi nelle rivalità tra la leadership del gruppo romano-veneto-milanese degli operaisti de «La Classe» (Piperno, Scalzone, Negri e altri) e quella raccolta attorno all’asse “politico-esistenziale” costituito da Sofri e dai leader del movimento studentesco torinese (Viale e Bobbio) e trentino (Boato e Rostagno). In vista dell’ondata di piena dell’autunno 1969, la conquista della posta in palio a breve (l’egemonia politica del proprio gruppo sull’intero movimento) ebbe un peso maggiore rispetto alle considerazioni di tipo strategico che, a parole e a prescindere dalla loro praticabilità, venivano nobilmente enunciate (la sconfitta del governo e della controparte industriale, il logoramento della sinistra tradizionale e, finanche, la presa del potere). Come ricordato da Piperno, intervistato nel 1988: «A esser sinceri, non saprei dire perché ci dividemmo. Differenze fra questo e quel personaggio, forse; i soliti problemi di egemonia e di gestione»10. Di avviso contrario, invece, gli ex di Lc. Per Viale la «polemica non può essere spiegata solo con ambizioni individuali o di gruppo. […] È una battaglia per espellere […] tutto ciò che non riguarda immediatamente la lotta»11. Ciò sembra essere confermato da Adriano Sofri che, intervistato da Aldo Grandi, ribadisce come la «differenza di fondo» fosse politico-programmatica: «noi avevamo una nozione di classe molto più duttile, vasta e ampia […] e dentro questo proletariato facevamo confluire i gruppi e ceti più disparati senza questa specie di scolastica convinzione del primato teologico degli operai della grande fabbrica»12.
A settembre – in concomitanza con l’inizio dell’Autunno caldo13 – uscì il primo numero del settimanale «Potere operaio». I nuclei che vi confluirono furono più o meno gli stessi che presero parte all’esperienza de «La Classe»: ossia i romani che, provenienti dal movimento studentesco, si erano cimentati nel lavoro operaio con i comitati di base della Fatme, della Voxon e dell’Autovox di Roma (Franco Piperno, Lanfranco Pace e Oreste Scalzone); i veneto-emiliani del Potere operaio veneto-emiliano (già «classe operaia»), attivi nel “triangolo” Padova-Porto Marghera-Bologna (Toni Negri, Emilio Vesce, Guido Bianchini); alcuni militanti milanesi (Sergio Bologna e Giairo Daghini), torinesi (l’ex attivista comunista Alberto Magnaghi e l’ex “trentino” Mario Dalmaviva) e fiorentini (Lapo Berti, Claudio Greppi, Michelangelo Caponetto e Giovanni Contini Bonacossi). Come scritto nell’editoriale del primo numero del settimanale, era necessario andare oltre la «gestione operaia della lotta di fabbrica, […] per impostare una direzione operaia sull’imminente, sul presente e sul futuro ciclo di lotte sociali»14.
Il nuovo gruppo (che tuttavia non si strutturò immediatamente in un’organizzazione di tipo partitico) balzò quasi subito agli onori delle cronache a causa dell’arresto, il 24 novembre 1969, del direttore responsabile del settimanale, l’ex dirigente socialista padovano Francesco Tolin. In un clima già incandescente e quasi in concomitanza con gli incidenti milanesi del 19 novembre in cui rimase ucciso Antonio Annarumma, giovane agente del 3° celere (commemorato da «Potere operaio» come caduto «proletario»)15, a Tolin vennero contestati, su iniziativa della questura di Roma, numerosi reati, in particolare quello di aver istigato, attraverso vari articoli non firmati pubblicati sui due numeri di «Potere operaio», gli operai italiani alla rivolta contro lo Stato e «gli operai metallurgici della Fiat di Torino a danneggiare le vetture di detto complesso»16. Il conseguente procedimento penale, celebratosi per direttissima a partire dal 26 novembre e conclusosi con la condanna dell’imputato a un anno e cinque mesi di carcere, catalizzò l’interesse dell’opinione pubblica e degli ambiti professionali e intellettuali, suscitando prese di posizione, manifestazioni di solidarietà, dissapori interni e finanche dolorose quanto “storiche” lacerazioni, come nel caso di Magistratura democratica17.
Nel frattempo l’area politica di Piperno, Negri e Scalzone, attraverso il proprio organo di stampa, si distinse per il suo atteggiamento fortemente critico verso gli altri raggruppamenti della sinistra rivoluzionaria, caratteristica (valutata dagli altri soggetti come «settarismo») propria già dell’esperienza de «La Classe», a cominciare dai marxisti-leninisti, giudicati – e non poteva essere altrimenti – l’incarnazione del peggior idealismo umanitarista. Se la critica al terzomondismo fu – con toni più pacati – altrettanto serrata18, meno virulenta fu la campagna contro le formazioni più “affini”, verso le quali, ad ogni buon conto, non vennero risparmiate caustiche sferzate19.
In occasione del primo convegno nazionale (Roma, gennaio 1970) furono individuate le coordinate identitarie del gruppo: il rifiuto del lavoro declinato in termini salariali (riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario e reddito politico generalizzato); l’implementazione della conflittualità permanente a prescindere dai contratti e dagli accordi (anche se in modo più malleabile rispetto a Lotta continua) e, last but not least, la costruzione del partito in grado di guidare la classe operaia verso l’insurrezione contro lo Stato. Come osservato, Potop non si caratterizzò mai, quantomeno nelle autorappresentazioni, come una formazione «spontaneista», bensì tese a conciliare l’operaismo con una supposta tradizione leninista.
Chi invece si autorappresentò come fautrice, seppur con cautela, della spontaneità proletaria fu Lotta continua. Le linee guida che le saranno poi proprie (quantomeno della Lc dei “primi tempi”) furono esposte da Sofri già nel settembre 1968, nel suo noto intervento Sull’organizzazione, in merito al dibattito interno al Potere operaio pisano. A ben vedere, si trattava di un leninismo attualizzato e abbondantemente stemperato con dosi di consiliarismo:
C’è in Lenin una definizione storica dell’avanguardia, che è oggi inaccettabile. C’è un insegnamento ben più essenziale, che è la denuncia implacabile di ogni abdicazione ai compiti di direzione politica rivoluzionaria, che va tenuto saldo all’interno di un diverso rapporto avanguardia-masse. […] Ci sono compagni che sostengono […] la necessità di non «prevaricare», di limitarsi a proporre l’autorganizzazione, il rifiuto della delega, la creatività. Questi compagni rappresentano il risvolto omologo del burocratismo contro cui polemizzano […]. In questi compagni il rifiuto giusto di porsi come «avanguardia esterna» si traduce nel rifiuto totale del concetto di avanguardia, e cioè di direzione politica.20
Nella pratica, tale impianto culturale simil-luxemburghiano venne sperimentato, come abbiamo visto, nelle lotte alla Fiat della primavera-estate 1969. Accanto alle rivendicazioni “salarialiste” care ai redattori de «La Classe», l’assemblea delle Molinette (incarnazione della preconizzata «avanguardia interna») si fece portatrice anche e soprattutto delle istanze della componente sofriana, un’area, indubbiamente maggioritaria, che – al di là delle autorappresentazioni e ricostruzioni postume tese a presentarla come prettamente «esistenzialista» e/o «antioperaista» (caratteristiche presenti ma non così distintive) – era in sintonia con i postulati dell’estremismo classico della “scuola olandese” (di Herman Gorter e Anton Pannekoek). I materiali prodotti dall’assemblea delle Molinette confermerebbero tale inclinazione: esaltazione della spontaneità e dell’autorganizzazione, valorizzazione della democrazia assembleare e centralità della lotta di fabbrica come fulcro per la costituzione dell’organizzazione rivoluzionaria e per l’instaurazione del contropotere operaio (da cui la lotta per la lotta, al di là del raggiungimento degli obiettivi prefissati)21. Un contropotere che doveva essere, a tutti gli effetti e a scanso di equivoci (Lc non fu mai – nonostante alcune ricostruzioni lascino intendere il contrario – anarchicheggiante), un potere alternativo instaurato da una ben determinata organizzazione basata sulla centralità operaia. Su questo aspetto, la sintonia con i militanti che poi diedero vita a Potop fu totale. Infatti, l’impianto del documento preparatorio del convegno di fine luglio, condiviso dalla componente sofriana, non sembra lasciare spazio a dubbi di sorta: «Potere e organizzazione sono i due temi che hanno fatto crescere e sviluppare le lotte alla Fiat, dal primo sciopero per Battipaglia agli scontri di piazza del 3 luglio». L’esigenza dell’organizzazione «nasce quindi all’interno delle lotte operaie e precisamente come il pieno dispiegamento pratico del loro significato politico»22.
Nei giorni in cui si consumava la rottura tra “consiliaristi” e “partitisti” (ben rappresentati – in sede di convegno – rispettivamente da Viale e da Piperno)23 fu pubblicato, sotto la responsabilità di Salvatore Sechi, un numero unico (concepito a mo’ di lettera aperta ai «compagni meridionali») intitolato «Lotta continua» (sottotitolato: «Lettera degli operai della Fiat ai compagni meridionali»). In esso s’invitavano gli operai settentrionali e meridionali all’unità, si attaccavano i militanti dell’Unione dei comunisti (marxisti-leninisti) accusandoli di essere rivoluzionari solo a parole e, quasi profeticamente, si annunciava la tempesta d’autunno predisponendo un piano d’intervento («in autunno scoppieranno le lotte: è un’occasione per unire tutti gli sfruttati contro il potere dei padroni»)24. Il foglio estivo «Lotta continua» fu uno degli ultimi documenti concepiti unitariamente da sofriani e militanti ancora raccolti attorno a «La Classe». È dunque corretto non considerarlo come uno dei numeri di prova dell’organo di coloro che daranno poi vita a Lc (il cui primo numero unico apparve nel novembre 1969) anche se il contributo dei “lottacontinuisti” ci fu. Come ricordato da Giorgio Pietrostefani, fu sua (e di Emilio Vesce) l’idea di concludere il testo del foglio indirizzato ai «compagni meridionali» con un «Vinceremo»25. Un finale che, sempre secondo la testimonianza di Pietrostefani, fece arrabbiare Adriano Sofri. Anche perché, stando alla documentazione coeva, l’ex leader del Potere operaio pisano non si faceva troppe illusioni sul livello della temperatura autunnale: in un documento ciclostilato, finalizzato alla costruzione del tessuto organizzativo del costituendo gruppo politico, egli puntualizzò la necessità di muoversi con cautela, «senza niente concedere a un catastrofismo avventurista», poiché – concluse con una previsione poi rivelatasi erronea – «non ci sarà il big match quest’autunno»26.
Se, sotto il piano formale, il gruppo in via di costituzione si rappresentava come “naturale” prosecuzione dell’Assemblea operai-studenti di Torino27, le tappe che condussero alla costituzione di Lc come organizzazione politica coinvolsero anche altre realtà territoriali. E ciò ben prima del convegno di fine luglio e della separazione dall’area leninian-operaista e dell’allontanamento della componente che faceva riferimento a Vittorio Rieser. Il verbale di una riunione del 15 giugno 1969, introdotta da Luigi Bobbio, ci restituisce in tutta la sua freschezza come l’idea di un “noi” e un “loro” (riferito agli attivisti de «La Classe») fosse ben presente. Quantomeno a partire da questa data, un gruppo “nazionale” informale di studenti rivoluzionari che facevano lavoro operaio si riunì periodicamente allo scopo di coordinarsi e di discutere delle prospettive immediate, tra cui due questioni ritenute cruciali: «la costruzione di un’organizzazione operaia dotata di continuità, e l’allargamento del discorso politico di massa al di là dello scontro interno alla fabbrica»28. Stando al verbale in questione, Bobbio, respingendo le accuse di «esistenzialismo», espose più o meno organicamente le idee di fondo della componente consiliarista in procinto di fondare Lc:
L’esigenza di organizzazione e di politicizzazione non viene comunque posta come discorso astratto come vorrebbero far credere quelli della Classe (cioè come discorso sull’uomo nuovo e sul socialismo). […] Da questo punto di vista si impone un confronto sia [con le] posizioni della Classe, che interpreta la lotta della FIAT in modo restrittivo, come lotta fra operai e padrone sul salario e sulle condizioni di lavoro, [sia con le] posizioni dell’Unione, che alla FIAT non è intervenuta, perché ritiene che l’unificazione delle masse avvenga a livello astrattamente ideologico.29
Secondo Bobbio, tra queste due posizioni che sopravvalutavano o sottovalutavano l’importanza delle lotte di fabbrica, bisognava individuarne una in grado di esplicitare i contenuti politici della lotta. La principale indicazione era quella della «generalizzazione della lotta». Una generalizzazione, tuttavia, che non avrebbe potuto avere successo – come invece avrebbero sostenuto i redattori de «La Classe» – attraverso la simultaneità dello sciopero in tutti i reparti Fiat (una sorta di «anticipazione dei contratti») e la rincorsa (pur al rialzo) degli obiettivi salariali, ma con l’estensione del conflitto al proletariato urbano torinese. Al di là delle rappresentazioni della stampa benpensante – e dell’arbitraria quanto fuorviante divisione tra «guerriglieri» e «moderati»30 – si trattava cioè «di utilizzare tutti i canali esterni alla fabbrica (i paesi, i quartieri, i mezzi di trasporto, la condizione di immigrato, di pendolare, ecc.)» per mettere in discussione la «condizione sociale globale dell’operaio» e per creare reti di collegamento interne ed esterne alla fabbrica: «Ad esempio – precisava Bobbio – l’organizzazione degli immigrati può essere permanente e può avere un carattere direttamente politico, non legato esclusivamente alla scadenza della lotta nelle fabbriche»31. Tale impianto neo-consiliarista non si tradusse tuttavia in pratiche antiverticistiche. Seppur interna alle situazioni di lotta, per i sofriani l’avanguardia era comunque qualcosa di distinto dal resto dei soggetti convolti nella situazione conflittuale. Del resto, il principale leader di Lc non fu mai un antiautoritario. Così, come nel già citato documento del 1968 Sull’organizzazione sostenne la necessità di dotarsi di una «direzione rivoluzionaria organizzata»32, nella menzionata riunione del 15 giugno lo stesso Sofri ricordò ai propri compagni l’indispensabilità di fare in modo che, pur senza prospettare «il numero chiuso», la presenza alle riunioni di coordinamento potesse «essere numericamente più limitata»33. Se tale richiesta non fu prontamente assecondata (occorrerà aspettare fino al gennaio successivo), la successiva e ben più organica proposta di Sofri – individuale ma non certo solitaria – della fondazione di un giornale nazionale di collegamento delle lotte proletarie (espressione, dunque, delle «avanguardie interne») coagulò attorno al gruppo torinese alcune realtà: una componente significativa del movimento studentesco trentino (Marco Boato e Mauro Rostagno), il gruppo del Potere proletario di Pavia (Lanfranco Bolis e Guido Crainz) e, ovviamente, i toscani in sintonia con le posizioni di maggioranza del Potere operaio pisano.
Se gli sforzi di insediarsi a Milano non sortirono gli effetti auspicati (i tentativi di “aggancio” del movimento studentesco della Cattolica e del Cub della Pirelli fallirono e la presenza rimase sottotraccia), il gruppo di Sofri, Viale e Bobbio strinse rapporti di filiazione con esponenti del movimento studentesco veneziano ruotante attorno a Ca’ Foscari (animato dai fratelli Boato, tra cui Michele), con elementi di Marghera e con gruppi minori a Genova, Bologna, Latina e Bagnoli (dove Cesare Moreno aveva cominciato ad organizzare le lotte degli operai dell’Italsider)34. Nell’autunno del 1969, infatti, a ridosso dell’uscita dei primi numeri del settimanale, gli attivisti di Lotta continua (ormai è possibile definirli così, anche se l’organizzazione prese a costituirsi dopo il successo della pubblicazione) organizzarono vere e proprie “carovane” (noleggiando anche, in alcuni casi, dei pullman) verso le principali città centro-settentrionali allo scopo di promuovere il loro progetto associativo con apposite assemblee itineranti (che videro la partecipazione di centinaia e centinaia di militanti)35. Se le autorappresentazioni di dirigenti e attivisti (ma anche di ex che ne hanno ricostruito le gesta) in senso “nuovista” sono comprensibilmente amplificate, è tuttavia vero che Lotta continua venne percepita come una “novità”, come un modo differente – totalizzante e intransigente da un lato, antiautoritario e poliedrico dall’altro – di vivere l’attivismo; come, in definitiva e per usare un’efficace espressione di Viale, uno «stato d’animo»36. E fu questo uno degli elementi del suo successo in termini di espansione quantitativa in un tempo relativamente breve.
Eros Francescangeli
(Tratto da: Eros Francescangeli, Primavera tiepida, estate torrida e autunno caldo. I conflitti sociali del 1969 e la nascita di Potere operaio e Lotta continua, in Marie Thirion, Elisa Santalena, Christophe Mileschi, Contratto o rivoluzione, Accademia University Press, Torino, 2021, pp. 79-96; disponibile sul sito https://books.openedition.org/aaccademia/10087#ftn9 consultato il 26/07/2023; © Accademia University Press, 2021 - Creative Commons - Attribution - Pas d'Utilisation Commerciale - Pas de Modification 4.0 International - CC BY-NC-ND 4.0).
Note
1 Sulla conflittualità a Torino e alla Fiat, cfr. E. Pugno, S. Garavini, Gli anni duri alla Fiat. La resistenza sindacale e la ripresa, Einaudi, Torino 1974; M. Revelli, Lavorare in Fiat, Garzanti, Milano 1989; R. Lumley, Dal ’68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella crisi italiana, Presentazione di L. Passerini, Giunti, Firenze 1998; V. Castronovo, Fiat. 1899-1999. Un secolo di storia italiana, Rizzoli, Milano 1999, pp. 1174-223 e N. Tranfaglia e B. Mantelli, Apogeo e collasso della «città fabbrica»: Torino dall’autunno caldo alla sconfitta operaia del 1980, in N. Tranfaglia (a cura di), Storia di Torino, vol. IX, Gli anni della Repubblica, Einaudi, Torino 1999, pp. 827-59. Più in generale, sul Sessantotto a Torino cfr. B. Bongiovanni, Il Sessantotto studentesco e operaio, ivi, pp. 777-826. Sul movimento studentesco cfr. G. De Luna, Aspetti del movimento del ’68 a Torino, in A. Agosti, L. Passerini, N. Tranfaglia (a cura di), La cultura e i luoghi del ’68, Franco Angeli, Milano 1991, pp. 190-211; M. Revelli, Il ’68 a Torino. Gli esordi: la comunità studentesca di Palazzo Campana, ivi, pp. 219-20 e Id., Il movimento studentesco torinese, in P.P. Poggio (a cura di), Il Sessantotto: l’evento e la storia, Atti del convegno di Brescia (9-11 marzo 1989), «Annali della Fondazione “Luigi Micheletti”», IV, 1988-89, Brescia 1990, pp. 257-68.
2 Cfr. L. Bobbio, Lotta continua. Storia di una organizzazione rivoluzionaria, Savelli, Milano 1979, pp. 25-30, il quale, benché esponente della componente avversa, riconosce come l’impostazione de «La Classe» avesse «almeno all’inizio, un ruolo prevalente» (ivi, p. 36). Cfr. inoltre L. Castellina, Rapporto sulla Fiat, in «il manifesto», n. 2-3, luglio-agosto 1969. Sul rapporto studenti-operai e sui prodromi dell’Autunno caldo si vedano i risultati dell’inchiesta tra i giovani operai di Mirafiori La Fiat è la nostra Università. Inchiesta fra i giovani lavoratori della Fiat, Feltrinelli, Milano 1969. Sulla Lega studenti e operai, animata da Dario e Liliana Lanzardo, si veda la documentazione conservata in Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Dario Lanzardo e Liliana Guazzo Lanzardo, Ua 28. Sull’antesignana commissione operaia del movimento degli universitari cfr. L. Lanzardo, Cronaca della commissione operaia del Movimento studentesco torinese. Dicembre 1967-maggio 1968, Centro di Documentazione di Pistoia, Pistoia 1997.
3 Cfr. Acs, Mi, Gab., Fc, 1967-1970, b. 5, f. 161P/46/93 «Partito comunista d’Italia. Affari generali», sf. 3 «Gruppo politico “Potere operaio”. Attività», riservata (vista dal ministro) del prefetto di Torino al Gabinetto del ministero dell’Interno del 26 aprile 1969. Ecco quanto comunicava il prefetto torinese a proposito del gruppo: la consistenza «non è notevole (gli aderenti ed i giovani che, comunque, condividono la linea rivoluzionaria di “Potere operaio” si possono ragionevolmente calcolare in circa 300), ma l’azione dei suoi adepti e [sic] sempre improntata alla faziosità ed alla violenza». Ha «nuclei di una certa consistenza negli stabilimenti “Lancia” di Torino e di Chivasso, nonché nella sezione Grandi Motori della Fiat».
4 Sul ruolo delle avanguardie esterne nelle lotte operaie del 1968-1969 e sui rapporti con il sindacato cfr. A. Dina, Un’esperienza di movimento politico di massa: le lotte interne alla Fiat (fine 1968-giugno 1969), in «Classe», n. 2, 1970, pp. 133-50; V. Foa, Note sui gruppi estremisti e le lotte sindacali, in «Problemi del socialismo», n. 41, 1969, pp. 658-70; S. Antoniazzi, Sindacato e contestazione, ivi, pp. 671-82 e L. Della Mea, Sul sindacato e i gruppi estremisti, ivi, n. 42, 1969, pp. 895-907. Sull’impatto dell’immigrazione meridionale sul tessuto operaio torinese, cfr. M. Di Giacomo, Da Porta Nuova a Corso Traiano. Movimento operaio e immigrazione meridionale a Torino. 1955-1969, Prefazione di G. Fofi, Bononia University Press, Bologna 2013. Sull’origine della dizione «lotta continua» si veda A. Grandi, La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio, Einaudi, Torino 2003, p. 73.
5 A riguardo, cfr. l’elenco degli incidenti verificatisi, allegato alla nota del Capo della polizia al Gabinetto del ministero dell’Interno del 19 agosto 1969, in Acs, Mi, Gab., Fc, 1967-1970, b. 39, f. 11001/97 «Incidenti durante manifestazioni politiche o sindacali. Statistica» e D. Giachetti, Il giorno più lungo. La rivolta di Corso Traiano. Torino 3 luglio 1969, Bfs, Pisa 1997.
6 Cfr. Acspg, Donazione Luigi Bobbio, Ciclostilati non ordinati, Operai e studenti, Lotta continua [Convegno nazionale operaio], volantino ciclostilato, [Torino], 23 luglio 1969.
7 Acs, Mi, Gab., Fc, 1967-1970, b. 5, f. 161P/46/93 «Partito comunista d’Italia. Affari generali», sf. 3 «Gruppo politico “Potere operaio”. Attività», riservata (vista dal ministro) del prefetto di Torino al Gabinetto del ministero dell’Interno del 27 giugno 1969.
8 Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 21, L’assemblea operaia di Torino, Fiat: la lotta continua, ciclostilato su quattro pagine, Torino, 5 luglio 1969 (tutto maiuscolo, anziché corsivo, nell’originale). Lo slogan citato nel ciclostilato fu ripreso da Nanni Balestrini come titolo del suo libro sui conflitti della primavera-estate 1969 alla Fiat (basato sull’esperienza di Alfonso Natella, operaio meridionale immigrato, organizzatore delle lotte e poi militante di Potere operaio): cfr. N. Balestrini, Vogliamo tutto. Romanzo, Feltrinelli, Milano 1971. Un romanzo, secondo Fofi, in cui la «linearità potoppista è talmente evidente e schematica da risultare quasi patetica» (G. Fofi, Vogliamo tutto meno Balestrini, in «Quaderni piacentini», n. 46, 1972, p. 190).
9 Per i documenti preparatori cfr. Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 21, Proposte per un documento, testo ciclostilato, s.l. [Torino], s.d. [post 3 luglio 1969], pp. 14 e ivi, Per il convegno operaio di Torino. 27 luglio ’69, testo ciclostilato, s.l. [ma Torino], 19 luglio 1969, pp. 10. Sul convegno torinese del 26 e 27 luglio 1969 cfr. E. Petricola, I diritti degli esclusi nelle lotte degli anni settanta. Lotta Continua, Edizioni Associate, Roma 2002, pp. 39-50.
10 P. Virno, Tutto cominciò nelle fabbriche. Conversazione con Franco Piperno sul ruolo di Potere Operaio, in 1968. Ottobre, supplemento a «il manifesto», n. 254, 26 ottobre 1988, p. 16.
11 G. Viale, Il Sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione, Mazzotta, Milano 1978, p. 178.
12 In A. Grandi, La generazione degli anni perduti cit., p. 90. Sulla “personalizzazione” del contrasto era invece convinto il questore torinese, secondo il quale Piperno e Scalzone «avrebbero […] “rotto i ponti” con il noto Sofri, accusato di servirsi del movimento studentesco per mire politiche personali e per estendere l’influenza degli studenti sugli operai» (Lettera del questore di Torino alla Divisione affari riservati del ministero dell’Interno del 21 ottobre 1969, cit. ivi, p. 321).
13 Sull’argomento, tra i numerosi testi, cfr. G. Giugni, L’autunno caldo sindacale, in «il Mulino», n. 207, 1970, pp. 24-43; A. Mangano, 1969. L’anno della rivolta. Uno studio sull’immaginario sociale, M&B, Milano 1999; D. Giachetti, M. Scavino, La Fiat in mano agli operai. L’autunno caldo del 1969, Bfs, Pisa 1999; D. Giachetti, L’autunno caldo, Ediesse, Roma 2013. Sulla conflittualità operaia alla Fiat durante l’estate-autunno 1969 cfr. Gruppi di lavoro del Psiup torinese (a cura dei), Per un movimento politico di massa. Raccolta di documenti della lotta di classe e del lavoro politico alla Fiat, Musolini, Torino 1969; R. Gobbi, Quattordici mesi di scioperi alla Fiat Mirafiori (maggio 1969-luglio 1970), in «Contropiano», n. 2, 1970, pp. 311-50 e D. Marconi, Classe operaia e movimento operaio in un anno di lotte alla Fiat, in «Relazioni sociali», n. 3, 1970, pp. 202-33. Sulla centralità della Fiat in un tale contesto è doverosa la lettura dell’inchiesta di G. Polo, I tamburi di Mirafiori. Testimonianze operaie attorno all’autunno caldo alla Fiat, Introduzione di M. Revelli, Cric, Torino 1989. Sulla componente sindacale più vicina ai “contestatori” cfr. l’ampio e documentato studio di F. Loreto, L’«anima bella» del sindacato. Storia della sinistra sindacale (1960-1980), Prefazione di A. Pepe, Ediesse, Roma 2005. Si veda inoltre Id., L’unità sindacale (1968-1972), Ediesse, Roma 2009.
14 Da “La Classe” a “Potere Operaio”, in «Potere operaio», 18 settembre 1969. Il giornale uscì con cadenza settimanale dal 18 settembre all’11 dicembre 1969, momento in cui interruppe le pubblicazioni, per poi riprenderle il 14 febbraio 1970, trasformandosi in quindicinale e poi in mensile, e interromperle definitivamente nel giugno 1972 (anche se nel novembre 1973 uscì un numero “isolato” della stessa testata edito dall’area negriana che si stava strutturando nell’Autonomia operaia organizzata). Dal febbraio 1972 fu affiancato (e poi sostituito) dal settimanale «Potere operaio del lunedì», che fu pubblicato fino al dicembre 1973. Cfr. A.M. Siccardi (a cura di), Archivio del centro di documentazione di Lucca. I periodici politici, Edizioni Regione Toscana, Firenze 1994, pp. 178-80.
15 «È morto il proletario Annarumma, e noi ci togliamo il cappello di fronte al morto. Non dimentichiamo però che in Italia, in 16 anni, sono morti 44.325 operai» (I soli assassini sono i padroni, in «Potere operaio», 27 novembre 1969).
16 In D. Giachetti, M. Scavino, La Fiat in mano agli operai cit., p. 165. Sulle dinamiche che condussero all’arresto di Tolin cfr. D. Negrello, A pugno chiuso. Il Partito comunista padovano dal biennio rosso alla stagione dei movimenti, Franco Angeli, Milano 2000, pp. 157-59. Cenni biografici su Tolin sono in Acs, Mi, Gab., Fc, 1964-1966, b. 410, f. 17031/53 «Padova. Stampa in genere», riservata-raccomandata del prefetto di Padova alla Divisione affari generali della Dgps del 28 ottobre 1966 e ivi, Fc, 1967-1970, b. 5, f. 161P/46/93 «Partito comunista d’Italia. Affari generali», sf. 3 «Gruppo politico “Potere operaio”. Attività», riservata del prefetto di Padova al Gabinetto del ministero dell’Interno del 25 novembre 1968. Sull’arresto di Tolin cfr. ivi, riservata del Capo della polizia al Gabinetto del ministero dell’Interno del 21 novembre 1969.
17 Cfr. Acs, Mi, Gab., Fc, 1967-1970, b. 5, f. 161P/46/93 «Partito comunista d’Italia. Affari generali», sf. 3 «Gruppo politico “Potere operaio”. Attività», riservata del Capo della polizia al Gabinetto del ministero dell’Interno del 28 novembre 1969. Per quanto riguarda Magistratura democratica, proprio un ordine del giorno “garantista” ispirato dalla vicenda (e non, si badi, una mozione di solidarietà verso Tolin, come invece sostenuto quasi in ogni sede), proposto dai “giovani” (vicini alla “contestazione”) e approvato dalla maggioranza dell’assemblea nazionale di Md (Bologna, 30 novembre 1969) fu il casus belli che contribuì al distacco della sua componente “storica” (attestata su posizioni progressiste moderate) che si costituì nella nuova corrente denominata Impegno costituzionale. Su ciò cfr. G. Palombarini, Giudici a sinistra. I 36 anni della storia di Magistratura Democratica: una proposta per una nuova politica per la giustizia, Esi, Napoli 2000, pp. 76-79 e L. Pepino, Appunti per una storia di Magistratura democratica, in «Questione giustizia», n. 1, 2002, pp. 13-14. Su Md si veda anche M. Ramat, Una piccola storia di una grande storia, in Id. (a cura di), Storia di un magistrato. Materiali per una storia di Magistratura democratica, manifestolibri, Roma 1986 e L. Ferrajoli, Per una storia delle idee di Magistratura democratica, in N. Rossi (a cura di), Giudici e democrazia. La magistratura progressista nel mutamento istituzionale, Franco Angeli, Milano 1994.
18 Cfr. No all’ideologia terzomondista, in «Potere operaio», 29 ottobre 1969.
19 Cfr. G. Vettori (a cura di), La sinistra extraparlamentare in Italia. Storia. Documenti. Analisi politica, Newton Compton, Roma 1973, pp. 92-93. Nel numero 6 del settimanale, ad esempio, si accusa il gruppo del Manifesto di veicolare un «neo-trotskismo cinesizzante» e di essere una «sinistra per bene», amica di Riccardo Lombardi, Livio Labor ed Eugenio Scalfari (cfr. ivi, p. 93). Le critiche a Lc cominciano a essere presenti dal marzo 1970 anche se, nell’articolo di presentazione del primo numero è possibile scorgere una “frecciatina” verso la componente sofriana nel passo dove si precisa che il settimanale «rifiuta di presentarsi come organo delle presenti o ancor più future assemblee operai-studenti sia per l’assurdità che per la scorrettezza di un progetto di questo tipo» (Da “La Classe” a “Potere Operaio” cit.). Non appare invece essere Lc il bersaglio dell’articolo de «La Classe» citato polemicamente in G. Viale, Il Sessantotto cit., p. 178. I riferimenti al gruppo politico che organizza «solo poveri diavoli, repressi sessuali, […] studenti in conflitto con la famiglia, mentecatti, disgraziati, cineasti in crisi, nobildonne angosciate, maniaci sessuali, borghesi ansiosi di espiazione, soggetti fobici» (ibidem), lasciano pochi dubbi sul reale obiettivo: ossia «Servire il popolo».
20 A. Sofri, Sull’organizzazione, in «Monthly Review», edizione italiana, n. 3-4, marzo-aprile 1969, pp. II di copertina, 29-32 e IV di copertina (cit. alle pp. 29-31).
21 Se fino agli inizi di giugno le tematiche salarialiste erano preponderanti, col passare dei giorni, oltre che radicalizzarsi nelle forme, la protesta si politicizzò in senso consiliarista. Ad esempio, in uno dei volantini ciclostilati il 30 giugno 1969 si poteva leggere: «ieri il 2° turno delle linee della carrozzeria è sceso spontaneamente in sciopero con corteo e assemblea continua per otto ore. […] Questo significa che tutti gli operai sono stufi del regime di fabbrica imposto dal padrone; vogliamo imporre in fabbrica il potere operaio» (Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 21, Lotta continua, volantino ciclostilato, Torino, 30 giugno 1969; sottolineato o tutto maiuscolo, anziché corsivo, nell’originale).
22 Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 21, Proposte per un documento cit. Si veda inoltre ivi, Per il convegno operaio di Torino. 27 luglio ’69 cit. e ivi, Operai e studenti, Lotta continua, volantino ciclostilato, Torino, 18 luglio 1969, con il quale si specificava: «La lotta continuerà anche dopo i contratti sempre più forte, sempre più dura, finché sul potere del padrone avremo imposto il nostro potere» (tutto maiuscolo anziché corsivo nell’originale).
23 Se Piperno spinse per la valorizzazione, in senso leninista, «della tattica sulla strategia», Viale, «influenzato dalle tesi sofriane sull’organizzazione» ribadì la centralità del modello organizzativo basato sulle «avanguardie interne alle singole lotte» (cfr. Il sessantotto. La stagione dei movimenti (1960-1979). Premessa Dizionario Glossario, a cura della Redazione di «Materiali per una nuova sinistra», Edizioni Associate, Roma 1988, pp. 212-13). Per quest’ultimo, la classe operaia avrebbe dovuto potenziare «la capacità di iniziativa soggettiva con cui [sapeva] investire tutti quanti gli aspetti dello scontro»; G. Viale, La Fiat oltre il maggio francese, in «Monthly Review», n. 7, luglio 1969; ora, con il titolo Cinquanta giorni di lotte alla Fiat, in S’avanza uno strano soldato, Introduzione di L. Foa, Edizioni di Lotta continua, Roma 1973, p. 58.
24 Le lotte dell’autunno, in «Lotta continua», «Lettera degli operai della Fiat ai compagni meridionali», numero unico, Torino, agosto 1969. Tale foglio (di appena due pagine) è il primo organo a essere intitolato «Lotta continua». Come direttore responsabile era indicato Salvatore Secchi [recte Sechi]. Il font della testata, scritto tutto in minuscolo, ricordava, nemmeno troppo vagamente, quello di «Lotta comunista». In un volantino del 21 ottobre 1969 (conservato in Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 21), la testata è invece simile a quella del successivo quotidiano. Sul periodico «Lotta continua», cfr. A. M. Siccardi (a cura di), Archivio del centro di documentazione di Lucca cit., pp. 157-59.
25 Cfr. A. Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. Storia di Lotta Continua, Sperling & Kupfer, Milano 2006, p. 67.
26 Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 24, Documento Sofri [titolo tracciato a mano], ciclostilato, s.l. [ma Torino], s.d. [ma dopo le ferie estive dell’agosto 1969 e prima della nascita del giornale]. Il documento è altresì noto con il titolo di Proposte dei comitati di base di Pisa e Torino per un giornale nazionale.
27 Cfr. il documento in Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 21, Un gruppo di compagni di Lotta continua, Note per una discussione sul movimento studentesco, testo ciclostilato, Torino, settembre 1969, p. 7, nel quale si sottolineava come l’espressione «studenti e operai uniti nella lotta» fosse «un rapporto organico che trova[va] la sua espressione in “Lotta continua”, cioè nell’assemblea studenti-operai».
28 Cfr. Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 24, Incontri di coordinamento Torino-Milano. Verbale della discussione di domenica 15 giugno a Torino (note dei compagni di Pavia), s.l. [Pavia], s.d. [post 15 giugno, ante 22 giugno 1969], Relazione iniziale di L. Bobbio.
29 Ibidem (originale senza alcun corsivo).
30 Nel riferire della spaccatura verificatasi in occasione del convegno delle «avanguardie operaie», la classificazione dei cronisti di «Stampa sera» definiva coloro che avrebbero voluto l’estensione del conflitto alla metropoli (ossia quelli che poi diedero vita a Lotta continua) come «guerriglieri» e coloro che intendevano privilegiare la lotta operaia in fabbrica (cioè chi si riconosceva nelle parole d’ordine del gruppo che poi diede vita a Potere operaio) come «moderati»; cfr. P. M. Girola e M. Valabrega, Il congresso dei contestatori chiuso senza una linea comune, in «Stampa sera», 28 luglio 1969.
31 Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 24, Incontri di coordinamento Torino-Milano cit.
32 A. Sofri, Sull’organizzazione cit., IV di copertina.
33 Acspg, Fondo Marcello Vitale, Subfondo Fabio Levi, Ua 24, Incontri di coordinamento Torino-Milano cit., [Intervento di] Sofri.
34 Cfr. L. Bobbio, Lotta continua cit., pp. 41-43.
35 Su ciò cfr. D. Giachetti, La carovana di Lotta Continua e l’“eterno” problema dell’organizzazione, in Storia cultura politica, Quaderno n. 22 del Centro di iniziativa politica e culturale, 2002, pp. 5-14.
36 G. Viale, Il Sessantotto cit, p. 214. Secondo la ricostruzione mitologica di Viale, «Lotta continua non [aveva] né ideologia, né teoria, né strutture organizzative, né disciplina di partito, né programma e risoluzioni che ne fiss[assero] i compiti» (ibidem).
Fondi archivistici (e abbreviazioni)
Acs: Archivio centrale dello Stato (Roma)
Mi: Ministero dell’Interno
Gab.: Gabinetto
Fc: Fascicoli correnti
Dps: Dipartimento pubblica sicurezza, Segreteria del Dipartimento
Op: Ufficio ordine pubblico, Categorie permanenti
Associazioni: G Associazioni 1944-1986
b.: busta
f.: fascicolo
sf.: sottofascicolo
Acspg: Archivio del Centro studi Piero Gobetti (Torino)
Ua: Unità archivistica
Inserito il 28/07/2023.
Fonte della foto: http://cdglcv.blogspot.com/2012/02/quando-i-contadini-facevano-il-pane-per.html
di Valerio Evangelisti
Pubblichiamo uno scritto di Valerio Evangelisti che ha fatto da prefazione al libro Nel vento, come zingari felici, dialoghi tra Luciano Vasapollo e Lorenzo Giustolisi, Roma, Edizioni Efesto, 2021. In particolare si tratta della sbobinatura di un intervento fatto alla Sapienza di Roma, il 21 novembre 2021. L’argomento rivela tutto lo studio e il lavoro che ritroviamo nella trilogia de Il Sol dell’Avvenire: un’analisi acuta dei movimenti e della lotta di classe in Emilia Romagna, un omaggio a questa terra che ha dato la nascita alle più diverse esperienze di sovversivismo politico e sociale. Nella parte finale, troviamo anche un dialogo tra Evangelisti e Vasapollo.
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Costruttori di civiltà
Il tema che vorrei trattare è il cambiamento radicale che episodi di conflittualità hanno portato all’interno di una regione specifica, l’Emilia Romagna. Bisogna pensare alla Romagna di fine Ottocento come a una regione completamente diversa da quel che ci appare oggi, fatta di cespugli, intrichi di boschi, caratterizzata da una forte umidità che permetteva il mantenimento di larghe risaie. La popolazione, anch’essa selvaggia come la natura circostante, partoriva anche briganti, di una tipologia particolare. infatti, poco assomigliavano all’immagine del brigante meridionale: il più crudele e il più feroce in assoluto si chiamava il Passatore, soprannominato poi Cortese a seguito di una nota poesia, ma cortese non lo era affatto. Tuttora possiamo trovarlo sulle etichette dei vini, quali il Sangiovese, rappresentato con un improbabile cappello di taglio calabrese, con folta barba; immagine che si discosta totalmente dalla realtà.
Il Passatore visse a metà dell’Ottocento, portava un cappellino, aveva la barba molto corta che faceva crescere per nascondere le numerose ustioni che portava in viso. Definito crudele perché, oltre ai furti e al largo ricorso alla tortura per indurre a confessare il nascondiglio del patrimonio della malcapitata famiglia di turno, riuscì a conquistare il famoso teatro di Forlimpopoli. Una vicenda presentata come un episodio particolarmente brillante della sua carriera. In realtà la sorella del celebre gastronomo Pellegrino Artusi impazzì, perché fu violentata dai briganti del Passatore che tanto buono non era, patriota men che mai. In Emilia Romagna c’erano quindi i briganti, che provenivano dalla miseria più cruda. Si pensi che nel 1880, in occasione di un allagamento, c’erano braccianti – chiamiamoli così per il momento – che rifiutavano di essere salvati, perché preferivano annegare piuttosto che continuare a condurre la vita precedente. La povertà dilagava: fenomeni come le ripetute guerre e la miseria strutturale avevano ammassato nella regione una quantità di gente, dal lavoro impreciso. Proprio per questo avevo posto precedentemente riserve sul termine braccianti, perché lo erano occasionalmente. Si trattava di persone che in realtà erano disposte a fare un qualsiasi lavoro. L’agricoltura assorbiva gran parte di questa manodopera, ma il fatto è che i lavori agricoli non durano più di cinque o sei mesi, per cui costoro rimanevano disoccupati per buona parte dell’anno. In quei periodi si riducevano a far di tutto pur di poter mangiare: dagli spazzacamini a incaricati dello sgombro delle strade dalla neve durante l’inverno, lavoro prezioso che fornivano le municipalità. Gente, pertanto, che aveva ben poche prospettive di sviluppo davanti. Si trattava, più che di braccianti, di precari o di operai che lavoravano in un contesto agricolo, ed erano completamente diversi da altre figure tipiche delle campagne come i mezzadri, o boari come venivano chiamati in provincia di Ferrara. Costoro erano personaggi effettivamente legati alla terra, vivevano sparsi, per lo più isolati gli uni dagli altri e facevano il loro lavoro con una notevole disciplina, anche perché la piccola quota che riuscivano ad accumulare durante l’anno la usavano con inevitabile parsimonia. La contessa Pasolini di Ravenna, che ha lasciato note molto importanti sulla vita nelle campagne, in special modo nella sua tenuta, elogia al massimo i mezzadri come esempio di famiglia modello, mentre tratta i braccianti come poco di buono. Questo comporta una serie di trasformazioni sul piano sociale.
La figura tipica dell’operaio agricolo, del bracciante, si discosta dalle altre figure soprattutto per ciò che riguarda le donne. Lo stato di miseria conduce queste popolazioni, molto numerose nel Ravennate e meno nel Forlivese, a comportamenti per qualche verso scandalosi. Vedono la terra come mezzo di guadagno, ma non è sicuramente la loro maggiore aspirazione. Hanno anche costumi inaccettabili da parte del padronato o persino dai mezzadri: le donne, per l’appunto, molto spesso non portano il velo in testa, in un’epoca in cui coprivano i capelli non solo entrando in chiesa, ma anche durante il giorno. I braccianti, inoltre, erano forti bevitori, nei limiti in cui potevano permetterselo, e ciò agevolerà l’azione di chi li vorrà organizzare. Avendo scarso senso religioso, i braccianti bestemmiavano, non frequentavano la chiesa, si esprimevano in maniera brutale ed erano facili alla collera e alla rivendicazione di qualcosa. Ogni anno, infatti, arrivato l’inverno si radunavano in enormi folle davanti al municipio della loro città a chiedere di poter spalare la neve, e spesso questo tipo di rivendicazioni degenerava in piccoli scontri. All’origine erano, dunque, un fattore di turbamento.
Nella mia tesi di laurea, ripubblicata poco tempo fa, ho ricostruito la storia del primo partito socialista in Italia. Tutti credono che il Partito Socialista italiano sia nato nel 1892, ma 11 anni prima ne era nato un altro con il nome di Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna fino al 1886, e successivamente denominato Partito Socialista Rivoluzionario Italiano, e durò anche successivamente la nascita del partito socialista italiano che conosciamo e che oggi pare essersi quasi estinto. Era una corrente totalmente diversa, che derivava dalla Prima internazionale delle sezioni emiliano-romagnole, di impostazione anarchica, rifacendosi a Bakunin piuttosto che a Marx, che a stento si sapeva chi fosse. Anarchici sostanzialmente, dunque, una parte dei quali, guidati dal loro leader maggiore Andrea Costa, portava avanti la tesi secondo cui l’astensione totale da qualsiasi forma di resistenza politica non permetteva una crescita reale ed era priva di risultati. Già nel 1879. in una lettera intitolata Agli amici di Romagna, Andrea Costa invitava a radunarsi con una formazione differente e a partecipare, non alle elezioni politiche generali ma a quelle amministrative; dopodiché Andrea Costa diverrà il primo deputato socialista italiano. La proposta di carattere prettamente politico non mancava di risvolto sociale, Costa indicava chiaramente chi andava conquistato, non come, riuscendo a coinvolgere la classe lavoratrice, tra cui la maggior parte dei braccianti finora menzionati.
Un partito organizzato ma non in maniera ferrea, bensì sfilacciato pur conservando una propria identità, prendendo parte a determinate lotte che solo dopo un momento ben preciso assunsero un proprio carattere definito. Questi lavoratori furono conquistati non solo tramite la forma partito e i relativi circoli che caratterizzavano la vita politica organizzata, ma anche attraverso un altro sistema di reclutamento. Le “cameracce”, un’invenzione dei repubblicani, dove si beveva, si giocava a carte e dove si svolgeva una parte del lavoro di reclutamento dei socialisti e rivoluzionari.
Bisogna però capire chi fossero nel concreto questi socialisti rivoluzionari: moltissimi erano ex garibaldini, Andrea Costa stesso aveva combattuto nelle ultime battaglie di Garibaldi, alcuni erano andati in Francia partecipando alla Comune di Parigi, quasi per caso, ma rimasero conquistati da questo episodio tragico della storia francese. Erano artigiani, fabbri, falegnami, sellai, uno di questi socialisti rivoluzionari era il padre di Mussolini, Alessandro, anch’egli un fabbro. Uscivano dal ceto medio-basso e riuscirono, vista la loro estrazione dal popolo, ad avere un rapporto tra loro ma anche ad avviare dei progetti: venne l’idea di raccogliere la manodopera senza lavoro in una cooperativa, là dove il lavoro era solitamente appaltato: un sistema selvaggio. La chiamata al lavoro era singolare. Bisogna considerare che i ceti bracciantili non vivevano nei campi, non avevano case nei luoghi di lavoro. L’appaltatore, arrivata la mezzanotte, suonava una tromba possibile lavoro pubblico; i braccianti correvano con le loro carriole artigianali, verso il luogo di lavoro, solo i primi venivano assunti poiché corrispondevano ai più forti e rimanevano esclusi quelli più malconci, che non potevano correre chilometri spingendo una carriola. I socialisti credono che questo sistema vada superato attraverso la costituzione di società cooperative, totalmente differenti da quelle odierne, tra le altre l’Associazione generale Operai e braccianti del comune di Ravenna, guidate dal socialista rivoluzionario Nullo Baldini.
Questa associazione, dopo non pochi contrasti, riesce a farsi affidare dai comuni occupazioni che gestisce in una maniera totalmente diversa rispetto agli appaltatori: si lavora a turno – non c’è più bisogno di correre con le carriole-, i compiti vengono ripartiti e questo sistema riuscì a sfamare, non dico tutti, ma sicuramente molti. Il passo successivo che compie questa associazione è finalizzato a dar da mangiare a quanti sono rimasti digiuni, ossia farsi affidare un lavoro di portata notevole che garantisca un reddito per un tempo abbastanza lungo.
Questo lavoro viene trovato non solo in ambito comunale, ma lo si riceve in appalto dalla municipalità romana: Roma era circondata da paludi, dilagava la malaria, c’erano torbe di insetti più numerosi degli abitanti stessi, una situazione apparentemente irrimediabile. Più volte il Vaticano si era mosso per cercare di correggere questa situazione, ma il lavoro fatto era senz’altro insufficiente. Venne organizzata una spedizione di lavoratori ravennati, che partirono in treno muniti di paletto (era una specie di vanga che veniva usata nelle bonifiche delle paludi, tecnica largamente conosciuta in Romagna) e fazzoletto rosso al collo. Si dirigono verso le paludi dell’Agro Romano, trovando una situazione indescrivibile, che fa quasi desistere la maggioranza. Armando Armuzzi, Il vice di Baldini, riesce comunque a convincere i braccianti a rimanere. Vengono ospitati in dei casermoni e lì nasce qualcosa di nuovo: diventano falansterio, una specie di piccola società socialista. Sono divisi in squadre, ricevono un compenso non in moneta corrente ma in una moneta stampata dalla stessa Associazione Generale Operai Braccianti, che serve per comprare gli alimenti o servirsi dei ristorantini all’interno dello stesso casermone; tutto viene diviso equamente e si comincia questo lavoro disumano. Devono portare via l’acqua dalle paludi con il paletto, molti muoiono di malaria. Non venivano neppure sepolti. poiché gli abitanti del posto credevano che il cadavere, una volta seppellito, potesse generare altre malattie. Un sacrificio umano enorme, che durò fino ai primi del Novecento e oltre. Le paludi dell’Agro romano sparirono del tutto e costoro si integrarono nella società locale.
Durante la presentazione di un libro che trattava questo argomento, fui interpellato da un giovane dall’accento fortemente laziale/romano e si scopre essere un discendente dei lavoratori ravennati e la stessa bisnonna era stata citata nel mio libro, fatto che aveva molto emozionato il ragazzo, la bisnonna faceva parte della categoria di eroine -f orse il termine risulta anche inadeguato considerando il loro valore – che nel corso della vita riuscirono a modificare la sofferenza di chiunque abitasse l’Agro, come del resto coloro rimasti in Romagna stavano facendo. Azioni che vennero largamente contrastate dagli agrari locali e invece molto appoggiata dalla parte più erudita della classe dominante; una minima parte, ma che riusciva a comprendere ciò che i braccianti stavano facendo.
Nei primi del ‘900 vengono organizzate altre spedizioni come quelle che avevano trasformato l’Agro romano, alcune verso la Sardegna, altre verso l’estero come in Grecia, un primo movimento, dunque, di trasformazione del territorio. Ai tempi di Andrea Costa, costoro non erano riformisti, si chiavano rivoluzionari perché sostenevano che non si potesse uscire dal capitalismo senza una rivoluzione. In realtà facevano poco da questo punto di vista, a parte qualche scontro. Diventano totalmente riformisti quando si impongono Turati e il suo gruppo milanese di operai, piuttosto che contadini o braccianti. Lì nasce il vero riformismo, che non va confuso con moderatismo – poiché non lo erano affatto, visti episodi come i frequenti scontri contro i crumiri.
Il loro modo di fare era finalizzato a costruire un contropotere. I socialisti del primo ‘900, volevano costruire una società all’interno di un’altra società, come a Molinella: spacci a prezzi contenuti senza profitti reali, c’erano scuole, infatti, l’istruzione aveva un peso preponderante all’interno della cultura socialista dell’epoca – orologi come quelli Roskoff riportavano scritte come “otto ore per lavorare, otto ore per instruirsi e otto ore per riposare”. Poi c’erano gli organismi di lotta, chiamati leghe di resistenza (o di miglioramento, leggermente differenti, però, nelle funzioni). In questo caso si trattava di veri e propri organi sindacali con alla testa il Capo lega e i suoi braccianti (o mezzadri) socialisti. In altri paesi le lotte per o su la terra nascono quasi apolitiche, come il laburismo inglese che nasce addirittura nelle chiese protestanti; l’Italia è l’unico paese dove si verifica questo fenomeno di lotta politicizzata.
I primi del ‘900 son pieni di correnti, non c’è un socialismo unico: c’è il gruppo di Turati, sempre più forte in parlamento, si hanno poi altre correnti che si fanno guerra fra loro e la punta estrema è caratterizzata dai massimalisti, coloro che erano indifferenti alle finalità dei minimalisti, ovvero quelle di cambiamenti concreti all’interno della vita quotidiana, e si caratterizzavano per appoggiare la lotta finale e la presa del potere. Altra corrente diversa che tralascio ne dettagli, poiché non più esistente, è quella dei sindacalisti rivoluzionari: nel film Novecento, girato nei dintorni di Parma, il contesto era dominato non dai socialisti riformisti, né dai sindacalisti, bensì dai sindacalisti rivoluzionari che volevano un futuro organizzato come un organo sindacale, dove le strutture avrebbero rappresentato i nuovi organi di governo. Queste correnti si fanno guerra reciproca, ma nessuno alla base è pacifista: vengono organizzate forme di lotta completamente radicali: una di queste è il boicottaggio, che prevedeva che nessun boicottato avesse dei rapporti sociali, nessuno poteva esser servito nei negozi, parlare a chicchessia. Una specie di “embargo” sociale che determinava un isolamento totale dalla vita della società.
Una volta resa fertile l’Emilia Romagna, arricchita, i braccianti riescono ad acquisire posizioni sempre più forti. A un certo punto appare una parola d’ordine, “l’imponibile di manodopera”, ossia tutto fa capo non più a colui che a mezzanotte suonava la tromba, bensì agli uffici di collocamento dei sindacati. Questi ultimi potevano valutare quanti braccianti dovevano essere usati in certe tenute e fornivano essi stessi la manodopera: una rivoluzione per quelle regioni. Nasce quasi una guerra aperta, nascono correnti più violente come i giovani socialisti (il segretario era Amadeo Bordiga).
Con la Prima guerra mondiale le cose cambiano ulteriormente, il ruolo delle donne è sempre più di protagonista, non si parla più di veli, le donne prendono in mano le loro sorti: i mariti sono in guerra e loro devono portare avanti l’agricoltura, per cui si occupano dei lavori che tradizionalmente erano maschili. Questo cambia molte, forse troppe cose dal punto di vista del padronato, che porta al noto fenomeno dopo la guerra dei fascisti. Sono circa 200 gli omicidi attribuiti ai fascisti negli anni ’20-’21. dopo che l’occupazione delle fabbriche e i vari esperimenti nelle campagne, nei due anni precedenti, avevano rafforzato le posizioni dei socialisti e dei lavoratori.
Ciò avvenne, ma non senza reazioni: nella Prima Guerra Mondiale, aveva lottato un corpo speciale, chiamato de “gli arditi“, di impronta non proto-fascista, come è stato scritto: erano una cosa assai più complessa. I primi Arditi erano presi dalle carceri erano perseguitati politici, spesso socialisti o anarchici e venivano spediti in prima linea (sovente alla morte) con un trattamento completamente diverso rispetto a quello riservato agli altri soldati, nel senso che costoro vestivano in maniera diversa, venivano alimentati meglio, non venivano mandati in trincea ma stavano alla base delle montagne che ospitavano le trincee e avevano una serie di favori finalizzati a nascondere il fatto che erano stati “condannati a morte” con quella spedizione.
Curioso il contrasto tra arditi e carabinieri, quest’ultimi si trovavano anch’essi alla base della montagna per contrastare qualsiasi tipo di disobbedienza dei soldati semplici, 10’000 soldati furono, infatti, fucilati da parte dei carabinieri. Gli arditi, per dimostrazione della loro diversa natura, di notte andavano a bastonare i carabinieri e qualche volte li uccidevano. Una parte di questi arditi formarono poi un gruppo armato chiamato gli arditi del popolo, di orientamento socialista, che combattevano i fascisti con armi da fuoco. Costoro furono per un po’ di tempo l’avanguardia della lotta antifascista, anche se oramai era troppo tardi. Qualsiasi reato, anche minimo, di un antifascista veniva represso con grande violenza, mentre qualsiasi reato non fascista veniva totalmente trascurato dalla polizia: possedere dunque un coltellino poteva comportare la galera per un numero imprecisato di anni per un antifascista, mentre possedere un fucile non comportava nulla per il fascista.
Gli arditi del popolo sembravano essere la creatura adatta per la nuova forza dei Giovani socialisti, che erano poi diventati comunisti. Nel 1921 si verificò una scissione drammatica del movimento operaio, in cui i socialisti si divisero dai comunisti, che formano un loro partito molto più agguerrito. I comunisti non ne vogliano che sapere degli arditi del popolo, poiché non erano comunisti: tra le fila troviamo socialisti, cattolici, anarchici etc. Vengono, quindi, creati degli organismi esclusivamente comunisti – come gli arditi comunisti- e l’unico esercito popolare che ci fosse stato fino quel momento e che potesse occasionalmente contrastare i fascisti, gli arditi del popolo, viene lasciato a se stesso. L’istituzione e la nascita del Partito Comunista implicò una posizione settaria, ma possedeva delle virtù, a parte quella di avere tra i capi personaggi come Antonio Gramsci, che tra l’altro prese le difese degli arditi del popolo e che contrastò la separazione tra comunisti e arditi.
Negli anni del fascismo l’unico partito di sinistra che in qualche modo si muoveva in Italia, era per l’appunto il Partito Comunista. I socialisti si dissolsero, in gran parte andarono all’estero, sempre mantenendo la separazione tra riformisti e massimalisti, mentre i comunisti svolgevano un’attività capillare distribuendo una stampa per quelle condizioni copiosa, pubblicavano giornali clandestini per gli operai, per le donne, per i bambini addirittura. Rimasero quindi sul terreno della lotta e come soggetti di contropotere; gli errori che aveva compiuto il loro partito furono pian piano riparati. Ma il soggetto trasformatore nelle campagne, ossia i lavoratori della terra, in questo contesto in parte si rassegnarono; Nullo Baldini, pur di mantenere in piedi le cooperative ,si compromise in maniera molto grave con i fascisti una volta che questi divennero regime. Nelle campagne rimase però il dissenso e anche embrioni di lotta clandestina. Il proletariato trasformatore, privato da qualsiasi potere di trasformazione, ridotto in condizioni pessime, con salari minimi, tuttavia, cercava di mantenere le antiche strutture, seppure la gran parte fossero state prese dai fascisti e governate in maniera fittizia.
Qualcosa però continuava a vivere, e lo si vide quando iniziò la guerra civile, ossia la lotta partigiana che cominciò anche prima della caduta vera e propria del fascismo. Le regioni in cui queste classi sociali erano presenti e avevano avviato grandi processi di trasformazione furono quelle in cui la resistenza era composta da veri e propri eserciti: per esempio la provincia di Ravenna. Aveva ormai cambiato aspetto, non vi erano più boschi, cespugli o briganti, era divenuta un terreno piatto eppure, in questo piattume, prolifera un vero e proprio esercito fatto in maggioranza di braccianti e altre categorie contadine. Riuscirono a sopravvivere e ingannare i tedeschi sottraendosi alle loro ricerche, muovendosi con un’abilità estrema in questi terreni spogli grazie all’ aiuto degli abitanti. C’erano ovviamente i romagnoli che detestavano i partigiani poiché li accusavano di attirare le rappresaglie tedesche, ma c’erano anche coloro che aiutavano senza essere neppure militanti: le donne, ad esempio, per comunicare l’arrivo dei tedeschi o dei fascisti mettevano un certo tipo di biancheria alla finestra, cosicché i partigiani capivano che dovevano andarsene. Furono tantissimi gli episodi di questo genere e solo ora si riscopre il ruolo delle donne all’interno della resistenza, parte di un complesso enorme: addirittura sebbene fossero quasi tutti comunisti, i partigiani ravennati furono inglobati nell’esercito inglese, con la divisa dell’esercito britannico e il fazzoletto rosso, così numerosi da costituire un reggimento.
Finita la guerra, questi braccianti non rimasero alla coltivazione della terra, ma divennero operai o anche operai specializzati nelle stesse campagne. Da qui è l’inizio di una storia del tutto diversa, la storia degli operai urbani con la loro connessa complicata vicenda spesso dalle tinte molto tristi. Intanto le campagne erano in via di industrializzazione e, seppur presentassero una prosperità maggiore rispetto agli anni antecedenti la riforma agraria, i braccianti preferirono lasciare i campi piuttosto che trovarsi in una condizione mezzadrile, o quasi. I braccianti li troviamo dunque alla testa e mescolati alla classe operaia, una componente che lascia ancora un’eredità che prima o poi qualcuno possa raccogliere, ispirandosi a questi esempi, come tanti altri, in cui la civiltà è stata costruita attraverso la lotta di classe, con vicende alterne tra sconfitte vittorie. Se termina la lotta di classe anche lo sviluppo economico ne risentirebbe, poiché senza opposizione non c’è né democrazia né progresso.
Valerio Evangelisti
Dialogo con Luciano Vasapollo
L.V. Caro Valerio è un po’ la fine del tuo intervento, io cerco di dare un’interpretazione degli anni ’70 che ci hanno visti un po’ “testimoni del tempo”, io non mi sento testimone del tempo come non lo sei neanche tu, noi siamo attori del nostro tempo, non bisogna mai mitizzare nulla. La storia si fa, si costruisce e quindi anche quello che avviene negli anni ’70 e anche l’involuzione successiva, deriva tutto dal Dopoguerra ma io direi, deriva da ciò che tu ci hai descritto con il tuo intervento, cioè che tipo di unità di Italia si è fatta, che tipo di costruzione di uno Stato plurinazionale si è fatto. Valerio se vuoi dire qualcosa su questi dieci minuti di intervista e poi andiamo avanti. Mi interessa far capire ai ragazzi che anche quando sentono anni ’70-’80, la storia non va mai letta come momenti, è una lumaca che fa la sua strada, è un divenire e quindi probabilmente anche gli anni ’70 si interpretano non solo come tali, ma facendo riferimento anche al dopoguerra.
V.E. Io dopo aver visto il documentario, non è che abbia molto da aggiungere, hai detto tutto, mi ha anche commosso questa tua storia, che poi rivendica tante altre storie, io venivo da una condizione meno disagiata, i miei erano maestri elementari, io ero nato in una casa in cui la stufa era una specie di grosso barattolo dove avevano tagliato una sorta di sportellino per accenderla. Cosa mi spinse a un certo punto a ribellarmi a tutto questo? Intanto l’Italia di allora era qualcosa di terribilmente arretrato, basti pensare che fino gli anni ’60 se un uomo uccideva la moglie per gelosia, veniva assolto; era assolutamente previsto il delitto d’onore dal Codice Penale e questo lo si vedeva in tutti i minimi dettagli, lo si vedeva anche nell’educazione che ricevevamo, mi ricordo tantissimi aspetti come il fortissimo sessismo, che seppur erano state introdotte le scuole miste da qualche anno, uomo e donna erano considerati due specie assolutamente differenti, mi ricordo ingiustizie spacciate per legge naturale. Ad un certo punto -c’era anche un bisogno che non va taciuto, nel mio caso avevo bisogno di gente che avesse la mia stessa, o perlomeno simile, visione filosofica del mondo. Arrivarono prima i maoisti, “servire il popolo”, due giorni dopo ero anche io di fronte la scuola con un fazzoletto che raffigurava Mao, la bandiera rossa ma non funzionavano molto bene. Andai ad una manifestazione era il 1969, ero lì con questi maoisti, c’erano dei giapponesi turisti che ci fotografavano, e tutti a dire “i cinesi, i cinesi, ci sono i cinesi” e tutti a salutarli con il pugno chiuso, mentre alla fine erano giapponesi. Ero lì che perdevo tempo in questa maniera, eravamo vicino piazza maggiore al centro di Bologna, quando sento un grido possente “Lotta continua! Potere Operaio!”, proveniente da un altro corteo che neppure ci considera, ovviamente. Erano dei giovani che più che camminare, correvano. Io e un compagno di scuola, consegnai il fazzoletto con Mao e la bandiera, e andai dietro al loro corteo. Lì trovai un altro mondo di valori che scoprì coincidere con il mio, quindi dalle esperienze personali e sociali, tutto spingeva in qualche modo verso una rivolta generalizzata. Non mi sono mai pentito poiché non ne vedo il motivo, non solo fu un periodo ed una lotta utile per la stessa società italiana, ma fu qualcosa di un’importanza sconfinata dal punto di vista esistenziale, qualcosa di bellissimo. Io ho dispiacere per coloro che non ha vissuto quegli anni e che senza la testimonianza della vita dell’epoca non potrà forse capirli. Era una cosa bella, manifestavamo odio ma era in realtà un atto d’amore.
Una piccola curiosità, nel filmino di Novecento, ad un certo punto si vedono alla stazione dei bambini con delle bandiere rosse, era uno sciopero contadino di sindacalisti e rivoluzionari a Parma del 1909, dato che non lavoravano e neppure mangiavano, decisero di mandare i bambini presso famiglie operaie di altre città, partirono con questi treni e trovarono ad attenderli folle gigantesche. Massimo Gorki era spettatore di uno di questi fatti, vide arrivare il treno con i bambini che gridavano “viva il socialismo!”. La folla alla stazione stava invece in silenzio e i bambini si misero paura. Un bambino ebbe il coraggio di mettere piede sulla banchina e un gigantesco portuale gli corse addosso, il piccolo fece per ripararsi, il portuale lo prese e lo sollevò in aria e tutti cominciarono a gridare “viva il socialismo! viva il socialismo!”. Aldilà del socialismo reale, questo era lo spirito socialista vero, quello è il destino che nell’ipotesi migliore potrebbe avere la società.
L.V. Grazie Valerio in effetti, anche il titolo che mi hai suggerito di dare a questo ciclo seminariale, Costruttori di civiltà, vale la pena sottolineare che la civiltà vera è quella che crea, e non che distrugge, umanità. Noi pensiamo di essere nel nostro piccolo Valerio di essere costruttori di civiltà perché con un atto d’amore come lo chiamava Gramsci ma anche gente come Che Guevara, Martí, Bolivar: diamo noi stessi per costruire progetti e processi di civiltà, per mettere in atto umanità che cammina.
(Tratto dal sito: https://www.carmillaonline.com/2022/10/13/costruttori-di-civilta/)
Inserito il 15/2/2023.