CONOSCERLE PER COMBATTERLE
di Gabriele Repaci
«Fascismo diventa [oggi] sinonimo di male politico assoluto, un’etichetta mobilitabile a prescindere dalle condizioni storiche, sociali ed economiche in cui i fenomeni analizzati si producono. In questo modo, una categoria nata per descrivere un preciso assetto di potere viene trasformata in un giudizio di valore metastorico, perdendo la propria capacità esplicativa.
Dal punto di vista del materialismo storico, tale slittamento è tutt’altro che neutrale. La dissoluzione del fascismo come concetto storicamente determinato comporta l’oscuramento dei rapporti di classe, delle condizioni economiche e delle specifiche dinamiche politiche che ne resero possibile l’ascesa nel primo Novecento. Chiamare fascismo ogni forma di autoritarismo contemporaneo significa sottrarsi all’analisi concreta delle nuove configurazioni del dominio capitalistico, rifugiandosi in una categoria del passato elevata a metafora universale».
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Fascismo, storia e ideologia: note critiche sull’uso contemporaneo del concetto
di Gabriele Repaci
Introduzione
Negli ultimi decenni, e con crescente intensità nel dibattito politico contemporaneo, il termine fascismo ha subito un processo di progressiva inflazione semantica. Esso viene impiegato come categoria onnicomprensiva per designare fenomeni tra loro eterogenei: governi autoritari, regressioni dello Stato di diritto, politiche securitarie, populismi di destra, fino a forme di dominio economico esercitate da élite transnazionali. Questa estensione indiscriminata del concetto non rappresenta un avanzamento della comprensione critica del presente, ma al contrario ne segnala una regressione sul piano analitico.
L’uso inflazionato del termine svolge infatti una funzione eminentemente retorica e morale, più che teorica. Fascismo diventa sinonimo di male politico assoluto, un’etichetta mobilitabile a prescindere dalle condizioni storiche, sociali ed economiche in cui i fenomeni analizzati si producono. In questo modo, una categoria nata per descrivere un preciso assetto di potere viene trasformata in un giudizio di valore metastorico, perdendo la propria capacità esplicativa.
Dal punto di vista del materialismo storico, tale slittamento è tutt’altro che neutrale. La dissoluzione del fascismo come concetto storicamente determinato comporta l’oscuramento dei rapporti di classe, delle condizioni economiche e delle specifiche dinamiche politiche che ne resero possibile l’ascesa nel primo Novecento. Chiamare fascismo ogni forma di autoritarismo contemporaneo significa sottrarsi all’analisi concreta delle nuove configurazioni del dominio capitalistico, rifugiandosi in una categoria del passato elevata a metafora universale.
Questo saggio muove da una tesi semplice ma rigorosa: il fascismo è stato un fenomeno storico specifico, nato e sviluppatosi in un contesto politico-sociale determinato, e conclusosi con la sconfitta militare dei regimi dell’Asse nel 1945. Ogni tentativo di trasformarlo in una categoria eterna, riproducibile in forme indefinite, non solo è teoricamente infondato, ma politicamente fuorviante. Per comprendere il presente non è sufficiente evocare il passato: occorre analizzarne le discontinuità, le nuove forme e i nuovi rapporti di forza.
A partire da questa impostazione, il lavoro si articolerà in tre momenti principali: una ricostruzione del fascismo come fenomeno storico e sociale determinato; una critica delle interpretazioni che ne propongono una lettura metastorica, in particolare quella dell’“Ur-Fascismo”; e infine una riflessione sul significato dell’antifascismo oggi, inteso non come adesione astratta a valori formali, ma come pratica politica inseparabile dalla critica del capitalismo che rese storicamente possibile il fascismo stesso.
Il fascismo come fenomeno storico determinato. Genesi sociale, funzione di classe e forma politica (1919–1945)
Il fascismo non può essere compreso se non come fenomeno storico specifico, radicato in un contesto politico, sociale ed economico ben determinato. Esso nacque e si sviluppò in Europa tra la fine della Prima guerra mondiale e la Seconda guerra mondiale, in un arco temporale circoscritto (1919–1945), come risposta controrivoluzionaria alla crisi dell’ordine liberale e all’ascesa del movimento operaio organizzato. Ogni tentativo di astrarne i tratti dal contesto che li produsse finisce per svuotarne il significato storico e politico.
Il fascismo va interpretato come una forma eccezionale di dominio borghese, attivata in condizioni di crisi organica del capitalismo. La fine della Prima guerra mondiale produsse una profonda destabilizzazione sociale: inflazione, disoccupazione di massa, radicalizzazione dei conflitti di classe, espansione dei partiti socialisti e comunisti, nonché esperienze rivoluzionarie reali o percepite come imminenti. Il biennio rosso in Italia e la rivoluzione spartachista in Germania costituirono, per le classi dirigenti europee, la manifestazione concreta di una minaccia sistemica all’ordine sociale esistente.
In questo contesto, il fascismo si affermò inizialmente non come regime, ma come movimento politico di massa, caratterizzato da una struttura paramilitare, da un uso sistematico della violenza e da una forte capacità di mobilitazione extra-istituzionale. Esso reclutò prevalentemente settori della piccola borghesia impoverita, del ceto medio declassato e del sottoproletariato urbano e rurale: strati sociali colpiti dalla crisi, privi di una collocazione stabile nei rapporti di produzione e fortemente ostili tanto al grande capitale quanto al movimento operaio organizzato.
La funzione storica del fascismo, in questa fase, fu eminentemente repressiva: distruggere le organizzazioni dei lavoratori, spezzare il conflitto di classe, neutralizzare le istituzioni democratiche incapaci di garantire l’ordine sociale. Tale funzione non avrebbe mai potuto essere svolta senza il sostegno attivo — politico, finanziario e logistico — delle élite economiche. Industriali, grandi proprietari terrieri, apparati militari e settori delle gerarchie ecclesiastiche individuarono nei movimenti fascisti uno strumento utile a svolgere un “lavoro sporco” che lo Stato liberale non era più in grado di compiere.
È fondamentale sottolineare che i fascismi storici non nacquero come emanazioni dell’apparato statale, ma come formazioni politiche autonome, spesso in aperto conflitto con le istituzioni esistenti. Mussolini non fu un uomo dell’esercito, né un funzionario dello Stato; Hitler non emerse dall’amministrazione pubblica tedesca. Entrambi guidarono movimenti di massa esterni allo Stato, finanziati e protetti dalla grande borghesia in funzione antiproletaria, salvo poi sfuggire parzialmente al controllo delle stesse classi dirigenti che ne avevano favorito l’ascesa.
Una volta conquistato il potere, il fascismo si trasformò da movimento controrivoluzionario in regime politico totalitario. Il pluralismo partitico venne abolito, le libertà civili soppresse, la stampa sottoposta a controllo, il dissenso criminalizzato. Il potere si concentrò attorno alla figura del capo, costruita attraverso una propaganda capillare e un processo di estetizzazione della politica che permeava ogni ambito della vita sociale. L’indottrinamento giovanile, la militarizzazione della società e l’uso sistematico della violenza divennero elementi strutturali del regime.
Sul piano economico, il fascismo non rappresentò una negazione del capitalismo, bensì una sua riorganizzazione autoritaria. L’economia corporativa abolì formalmente il conflitto di classe, integrando sindacati e associazioni imprenditoriali nello Stato e subordinandoli agli interessi generali del capitale. I grandi gruppi industriali e finanziari non solo sopravvissero ai regimi fascisti, ma ne furono spesso i principali beneficiari, godendo di protezione statale, commesse pubbliche e repressione del movimento operaio.
Questa configurazione trova una formulazione teorica particolarmente efficace nella definizione elaborata dal XIII Plenum dell’Internazionale comunista, secondo cui «il fascismo è una dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario». Tale definizione restituisce con precisione la natura di classe del fascismo e la sua funzione storica: una forma specifica di dominio politico attraverso cui il capitale, in condizioni di crisi acuta, sospende le mediazioni democratiche e ricorre alla violenza organizzata per ristabilire il proprio controllo sociale.
In questo senso, il fascismo va inteso come una scelta estrema delle classi dominanti, attivata in presenza di crisi sociali percepite come esistenziali. Esso non fu un’anomalia irrazionale o un accidente ideologico, ma una risposta storicamente determinata alla possibilità concreta di una trasformazione rivoluzionaria dei rapporti di produzione. Senza il capitalismo, e senza la volontà delle élite economiche di difenderlo anche a costo della sospensione della democrazia liberale, il fascismo non avrebbe mai potuto affermarsi.
Con la sconfitta dell’Asse e la fine della Seconda guerra mondiale, il fascismo fu sconfitto non solo militarmente, ma anche politicamente e simbolicamente. Il suo crollo segnò la delegittimazione storica di una forma di dominio che si era rivelata incapace di garantire stabilità, controllo e prevedibilità alle stesse classi dirigenti che l’avevano sostenuta. Il cosiddetto “neofascismo” del secondo dopoguerra rimase per decenni un fenomeno marginale, privo di reale capacità egemonica: da un lato nostalgia ideologica e folkloristica, dall’altro manovalanza utilizzabile all’interno delle operazioni clandestine della Guerra Fredda, come nel caso delle reti Stay Behind, di Gladio e della strategia della tensione. Mai, tuttavia, una forza politica in grado di proporsi come opzione di governo stabile, né in Italia né altrove.
Anche nei contesti in cui i regimi fascisti sopravvissero più a lungo, come nella Spagna franchista, il secondo dopoguerra segnò l’avvio di un lento e controllato processo di transizione verso forme di democrazia parlamentare. Un processo che testimonia come persino i dittatori fascisti compresero che il tempo storico del fascismo era concluso. Dopo il 1945, nessuna élite occidentale razionalmente orientata alla conservazione del potere ha più scommesso su un movimento fascista di massa come strumento di governo. Non perché tali élite fossero divenute improvvisamente democratiche, ma perché l’esperimento mussoliniano e hitleriano aveva rivelato una verità strutturale: i movimenti fascisti sono strumenti funzionali finché eliminano gli avversari politici e sociali; diventano invece pericolosamente ingestibili una volta conquistato il potere statale.
Il fascismo storico fu, in questo senso, una “tigre” che le classi dirigenti credettero di poter cavalcare. In Italia essa fu addomesticata solo parzialmente; in Germania finì per divorare i suoi stessi sponsor. La lezione venne appresa in modo duraturo. Quando, nel secondo dopoguerra, le élite politiche, economiche e militari occidentali hanno ritenuto necessario imporre soluzioni autoritarie, non hanno più fatto ricorso a movimenti fascisti di massa, ma a forme di dominio più controllabili: giunte militari e generali (Cile di Pinochet, Argentina, Brasile, Turchia del 1980), regimi dei colonnelli (Grecia, 1967), oppure governi tecnocratici e apparati burocratico-militari dotati di ampi poteri esecutivi.
Questo mutamento segnala in modo inequivocabile che il fascismo non è una forma politica “eterna” o spontaneamente ricorrente, ma una soluzione storicamente situata, adottata in condizioni eccezionali e abbandonata una volta dimostratane l’inefficienza sistemica per la gestione ordinaria del dominio capitalistico.
Questa ricostruzione storica è decisiva non solo per comprendere il passato, ma per evitare proiezioni improprie sul presente. Sottrarre il fascismo alla sua specificità storica significa rinunciare a comprendere tanto la sua funzione reale quanto le forme nuove e diverse che oggi assume il dominio capitalistico.
Contro il “fascismo eterno”: limiti teorici della lettura culturalista
Una delle interpretazioni più influenti e al tempo stesso più problematiche del fascismo nel dibattito contemporaneo è quella proposta da Umberto Eco nel celebre saggio sull’“Ur-Fascismo”. In esso, il fascismo viene definito non come un fenomeno storicamente determinato, ma come una costellazione di tratti ricorrenti — culto della tradizione, rifiuto del pensiero critico, paura del diverso, autoritarismo, nazionalismo, sessismo, populismo, anti-intellettualismo — che attraverserebbero epoche e contesti diversi, rendendo il fascismo una possibilità sempre latente della modernità politica.
Questa impostazione, pur animata da una comprensibile preoccupazione antifascista, presenta limiti teorici rilevanti. In primo luogo, essa opera uno slittamento concettuale decisivo: il fascismo viene sottratto alla sua storicità e trasformato in una categoria culturale metastorica, una sorta di disposizione ideologica permanente, sempre pronta a riemergere sotto nuove forme. Così facendo, il fascismo cessa di essere un oggetto di analisi storico-materialista e diventa una tipologia morale, definita da atteggiamenti, stili cognitivi e tratti simbolici più che da rapporti sociali e strutture di potere.
Dal punto di vista marxista, questo approccio risulta insufficiente perché prescinde dalla dimensione fondamentale del fenomeno: la sua funzione di classe. I tratti individuati da Eco — molti dei quali rintracciabili in contesti politici, religiosi e sociali molto diversi tra loro — non spiegano perché il fascismo emerga in un determinato momento storico, né perché assuma una specifica forma politica. Autoritarismo, nazionalismo o sessismo, presi isolatamente, non sono esclusivi del fascismo e non permettono di distinguerlo da altre forme di dominio reazionario o da regimi autoritari di natura differente.
L’effetto di questa astrazione è duplice. Da un lato, il fascismo viene diluito fino a coincidere con una generica sindrome dell’intolleranza, perdendo la sua specificità storica. Dall’altro, ogni fenomeno autoritario contemporaneo può essere facilmente ricondotto al fascismo per semplice analogia culturale, senza che venga svolta un’analisi delle condizioni materiali che lo producono. In questo modo, il concetto di fascismo diventa tanto onnipresente quanto analiticamente sterile.
Particolarmente problematico è il presupposto implicito dell’Ur-Fascismo secondo cui il fascismo costituirebbe una sorta di costante antropologica o culturale, indipendente dalle dinamiche del capitalismo e dal conflitto di classe. Una simile impostazione tende a occultare il nesso strutturale tra fascismo e crisi del modo di produzione capitalistico, sostituendo alla critica dell’economia politica una lettura incentrata sulle mentalità, sui simboli e sulle patologie del discorso pubblico. Il risultato è una depoliticizzazione del fascismo, che viene spiegato attraverso categorie psicologiche o culturali anziché come forma storicamente determinata di dominio borghese.
In questo senso, la nozione di “fascismo eterno” finisce per svolgere una funzione ideologica: se il fascismo è sempre possibile e ovunque presente, allora non è più necessario interrogarsi sulle condizioni specifiche che ne rendono possibile l’affermazione. Il problema non è più il capitalismo in crisi, ma una presunta inclinazione permanente all’autoritarismo. Così, il conflitto di classe scompare dall’analisi e l’antifascismo rischia di ridursi a una vigilanza morale sui linguaggi e sui comportamenti, piuttosto che a una critica radicale dei rapporti sociali esistenti.
Da un punto di vista teorico, dunque, l’Ur-Fascismo non rappresenta un avanzamento nella comprensione del fascismo, ma un arretramento: dal terreno della storia e della struttura a quello della metafisica politica. Contro questa deriva, è necessario riaffermare che il fascismo non è un’ombra eterna che incombe sulla modernità, ma una soluzione storica specifica adottata dalle classi dominanti in condizioni determinate. Solo mantenendo ferma questa distinzione è possibile evitare che il concetto di fascismo venga trasformato in un contenitore indistinto, buono per ogni uso polemico ma incapace di orientare un’analisi materialista del presente.
Conclusione. Antifascismo, capitalismo e conflitto di classe nel presente storico
La ricostruzione storica del fascismo e la critica delle sue interpretazioni metastoriche consentono di chiarire un nodo politico decisivo: il significato dell’antifascismo nel presente. Se il fascismo è stato una forma storicamente determinata di dominio, strettamente connessa alle crisi organiche del capitalismo e alla necessità delle classi dominanti di spezzare il conflitto di classe, allora l’antifascismo non può essere ridotto a una postura etica astratta o a una generica adesione ai valori della democrazia liberale.
La difesa della democrazia, dello Stato di diritto e dell’uguaglianza giuridica degli individui costituisce senza dubbio un terreno necessario di lotta politica. Tuttavia, assunta isolatamente, essa risulta insufficiente. La storia del fascismo dimostra infatti che le forme democratico-liberali possono essere sospese o svuotate dall’interno quando cessano di garantire la riproduzione dell’ordine sociale capitalistico. In questo senso, la democrazia borghese non rappresenta un argine assoluto contro l’autoritarismo, ma una forma storica contingente, subordinata agli equilibri economici e ai rapporti di forza tra le classi.
Un antifascismo che si limiti alla difesa delle istituzioni formali rischia dunque di trasformarsi in un antifascismo puramente difensivo, incapace di interrogare le cause strutturali che rendono possibile il ricorso a soluzioni autoritarie. Al contrario, un antifascismo coerente con la lezione storica del Novecento deve assumere come proprio oggetto centrale la critica del capitalismo. Non perché ogni forma di capitalismo conduca meccanicamente al fascismo, ma perché il fascismo è storicamente emerso come risposta estrema del capitale a crisi che mettevano in discussione la sua stessa sopravvivenza.
Essere antifascisti oggi significa quindi opporsi non solo alle manifestazioni esplicite di autoritarismo, ma alle dinamiche di accumulazione, sfruttamento e polarizzazione sociale che erodono le basi materiali della convivenza democratica. Significa riconoscere che la compressione dei diritti, la militarizzazione dello spazio pubblico, la criminalizzazione del conflitto sociale e la costruzione di nemici interni non sono deviazioni accidentali, ma strumenti ricorrenti attraverso cui il capitale tenta di governare le proprie contraddizioni.
In questa prospettiva, l’antifascismo non può essere separato dal conflitto di classe né ridotto a una memoria rituale del passato. Esso è, o dovrebbe essere, una pratica politica orientata alla trasformazione dei rapporti sociali, non alla loro semplice amministrazione. Solo un antifascismo che assuma esplicitamente la critica del capitalismo come proprio fondamento teorico e politico può evitare di ridursi a un linguaggio morale svuotato di efficacia storica.
Il fascismo è stato sconfitto nel 1945. Ma le condizioni che lo resero possibile — crisi sistemiche, disuguaglianze strutturali, paura del declino sociale — non sono scomparse. Un antifascismo che rinunci a interrogare queste condizioni non è vigilanza democratica, ma commemorazione. Al contrario, un antifascismo radicato nella critica dell’economia politica resta, oggi come allora, una pratica necessaria di emancipazione.
28 Dicembre 2025
Gabriele Repaci
(Tratto da: https://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/758-fascismo-storia-e-ideologia-note-critiche-sull-uso-contemporaneo-del-concetto?fbclid=IwdGRzaAO-g0xjbGNrA76CvWV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHpeMpHGbaRfuMVUSsu2QkEFGNyOh7TxABi0uNXf2D2KC47SFX2_07hprqTsU_aem_EXYx6echxqV3pZM1Bex-gQ&sfnsn=scwspwa).
Bibliografia
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- Marx, Karl. 1976. Il Capitale. Critica dell’economia politica. Vol. 1. Roma: Editori Riuniti.
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di Tomás Pérez Muñoz
Cosa spinge un minatore del Nord a votare per l’estrema destra? O un operaio del centro del Paese a optare per José Antonio Kast?
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Cile. Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale
di Tomás Pérez Muñoz
Cosa spinge un minatore del Nord a votare per l’estrema destra? O un operaio del centro del Paese a optare per José Antonio Kast?
Come si suol dire, la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana. Il risultato negativo del ballottaggio presidenziale non è sfuggito a questa logica. Non appena si sono resi noti i risultati finali, le spiegazioni hanno iniziato a moltiplicarsi. Alcuni hanno additato l’anticomunismo come causa principale; altri hanno incolpato il governo e la percezione della sua continuità; altri ancora hanno sottolineato la composizione del team elettorale o gli errori tattici commessi durante la campagna elettorale. Un vero e proprio guazzabuglio di interpretazioni che, pur contenendo elementi attendibili, tralasciano una dimensione chiave del problema.
C’è un fattore che non siamo riusciti a stabilire con sufficiente chiarezza. E quando l’abbiamo fatto, non sempre siamo stati in grado di comprenderlo in tutta la sua profondità.
Non è un caso che il leader dell’estrema destra cilena, José Antonio Kast, invochi il “senso comune” come se fosse un mantra. Lo stesso concetto risuona sulle labbra di Donald Trump negli Stati Uniti e di VOX in Spagna; Jair Bolsonaro lo traduce nella sua ormai celebre frase “il popolo sa“; Marine Le Pen parla del “buon senso” francese; e Giorgia Meloni fa appello al “realismo” del popolo italiano.
Non si tratta di slogan isolati, ma di una coerente strategia ideologica della destra radicale. Siamo di fronte, quindi, a una disputa sul senso comune, su come ampi settori della società interpretano la realtà. Siamo, quindi, di fronte a una battaglia ideologica e culturale di lungo periodo che l’estrema destra ha condotto con efficacia. E se guardiamo al panorama internazionale – e ora anche a quello nazionale – è difficile non ammetterlo: su questo terreno, stiamo perdendo con un ampio margine.
Quando parliamo di senso comune, non parliamo di un’astrazione neutrale o spontanea. Antonio Gramsci, scrivendo dal carcere negli anni ’20 del secolo scorso, avvertiva che il senso comune è un terreno in disputa permanente. È, in sostanza, un mix caotico di idee ereditate, pregiudizi, esperienze materiali e narrazioni dominanti. Chiunque riesca a organizzare quel senso comune, riesce anche a dirigere politicamente una società. Questa è egemonia.
L’estrema destra ha compreso questa lezione con una chiarezza che fa male. Non compete solo nelle elezioni; compete soprattutto nella vita di tutti i giorni. Nel linguaggio che usiamo, nelle paure che mettono radici, nelle false certezze che sembrano ovvie. Mentre discutiamo di programmi, cifre e progetti istituzionali, loro si disputano emozioni, identità e risposte semplici… ordine contro caos, merito contro parassitismo, nazione contro minaccia. Non vincono perché hanno ragione; vincono perché riescono ad apparire ragionevoli.
Jason Stanley, nel suo libro “How Fascism Works” [n.d.t.: “Come funziona il fascismo”], lo spiega con chiarezza. Le persone sono frustrate dalle condizioni di vita offerte dal sistema. È innegabile che la radice della criminalità e della precarietà lavorativa risieda nel cuore stesso del modello. Tuttavia, il politico fascista agisce con astuzia, deviando questa rabbia accumulata. Così, professionisti che hanno studiato per anni e non riescono a trovare lavoro finiscono per dare la colpa ai migranti, non a un sistema che precarizza strutturalmente la vita.
Qui sta il nocciolo della nostra sconfitta. Non basta denunciare le fake news o attribuire l’esito a una “cattiva campagna elettorale”. C’è una classe operaia stanca, precaria, fisicamente e mentalmente esausta, che non si sente rappresentata da un progetto di trasformazione che molte volte è espresso in termini estranei, eccessivamente tecnici o moralizzanti. In questo vuoto, l’estrema destra offre risposte facili, colpevoli chiari e un’illusione di controllo (dato che è molto più facile incolpare un migrante per le proprie disgrazie che il settore imprenditoriale che accumula ricchezza, non è vero?). Il fascismo non offre futuro, ma promette un sollievo immediato.
Tuttavia – e questo è fondamentale – niente di tutto ciò è irreversibile. La storia non procede in linea retta, né è predeterminata. Proprio come oggi stiamo assistendo a un’offensiva reazionaria globale, sappiamo anche che i momenti di maggiore regressione sono stati, molte volte, il preludio di profonde ricomposizioni popolari. Ma queste ricomposizioni non avvengono da sole. Devono essere ricostruite.
E qui è fondamentale chiarire una cosa. Se il nostro obiettivo è il superamento del capitalismo, non possiamo permetterci una frammentazione permanente. In “La trappola della diversità”, Daniel Bernabé sostiene con chiarezza che il sistema opera attivamente per atomizzare la classe lavoratrice, disperdendola in molteplici lotte parziali che, scollegandosi l’una dall’altra, perdono la loro capacità reale di contestare il potere.
Ciò non implica – e va detto senza ambiguità – negare o relativizzare lotte fondamentali come il femminismo, l’ambientalismo, la difesa della diversità sessuale e di genere o i diritti degli animali. Tutte esprimono reali contraddizioni del capitalismo e legittime richieste di emancipazione. Il problema non sono queste lotte in sé, ma il loro isolamento, la loro depoliticizzazione o la loro disconnessione da un progetto condiviso di trasformazione sociale.
Dall’inizio di questo secolo, una parte della sinistra ha teso a perdere di vista questo filo conduttore: la condizione comune di coloro che vivono della loro forza lavoro e subiscono, in modi diversi, lo sfruttamento e il dominio della classe dominante. Al di là delle nostre differenze – che esistono e devono essere riconosciute – c’è un fattore comune che ci attraversa e ci unisce: la subordinazione al capitale.
È proprio lì, in quella base materiale condivisa, che risiedono la nostra principale forza e la reale possibilità di vittoria. Non nella negazione delle lotte, ma nella loro consapevole articolazione all’interno di un progetto collettivo capace di sfidare l’egemonia e trasformare la società nel suo complesso.
Fare appello alla speranza non significa negare la sconfitta, ma comprenderla in tutta la sua profondità. È riconoscere che il compito che ci attende è più impegnativo di vincere un’elezione. È ricostruire un senso comune solidale, collettivo ed emancipatore. Tornare a parlare di dignità senza scusarsi. Tornare a organizzare dove oggi c’è solo frustrazione. Tornare a politicizzare la vita quotidiana senza disprezzarla.
Perché anche nel vuoto – e, a volte, proprio lì – c’è spazio per la ricostruzione. E questa ricostruzione, se vuole essere reale e duratura, deve essere radicata nella classe lavoratrice e mirare a disputarsi, gomito a gomito, la coscienza del nostro popolo. Infine, il giorno in cui potremo dire “abbiamo trionfato”, non come risultato esclusivo di un’elezione, ma come frutto di un’organizzazione popolare orientata al superamento del capitalismo, quel giorno avremo vinto la battaglia culturale.
Tomás Pérez Muñoz
(Tratto da https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/12/27/cile-una-sconfitta-nella-battaglia-culturale-prima-che-elettorale-0190211, 27 dicembre 2025).
Inserito il 03/01/2026.
di Sergej Kožemjakin
Il giornale del Partito Comunista della Federazione Russa ha pubblicato un articolo del suo osservatore politico Sergej Kožemjakin dedicato all’ascesa al governo delle forze neofasciste in Europa, puntando la propria analisi soprattutto sui casi del Portogallo e dell’Italia. Il giornalista stigmatizza tra l’altro il fatto che il governo russo intrattenga stretti legami politici con tali forze di matrice fascista.
Pur risalendo al marzo 2024 (infatti si parla di Biden e non di Trump), l’articolo conserva nel suo impianto generale tutta la sua attualità.
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Sulle orme dei fascisti
di Sergej Kožemjakin
Aumentare lo sfruttamento deviando la rabbia dei lavoratori dai capitalisti agli immigrati: questa è la tendenza nella politica europea. In Portogallo ciò ha portato alla vittoria delle forze di destra e in Italia al rafforzamento del neofascismo.
L’immagine del nemico
Nel corso della storia del capitalismo, la classe dirigente ha avuto sempre a portata di mano un’immagine di nemico. Essa veniva utilizzata ogni volta che il malcontento iniziava a crescere tra i cittadini comuni. Questi potevano essere “nemici” stranieri o “facinorosi” all’interno del Paese. In diversi anni, tra questi c’erano ebrei, comunisti e altri.
Oggi, la rabbia dei lavoratori viene sempre più deviata verso gli immigrati provenienti dall’America Latina (negli Stati Uniti), dall’Asia e dall’Africa (in Europa). Ciò che viene trascurato è il fatto che questi flussi migratori sono guidati dal capitale. In primo luogo, dalla schiavitù a lungo termine dei Paesi del Sud del mondo e dal fomentare conflitti sanguinosi. In secondo luogo, dalla pratica dei monopoli che attraggono manodopera a basso costo. L’esempio della città italiana di Monfalcone è esemplificativo. Il cantiere navale locale appartiene alla Fincantieri, che ha attratto lavoratori dal Bangladesh e da altri Paesi asiatici. Il cambiamento nella composizione etnica è stato sfruttato dall’estrema destra, la cui candidata, Anna Maria Cisint, è diventata sindaca e ha lanciato una campagna xenofoba. Dividendo la popolazione in base a linee etnico-religiose, i politici e i capitalisti che li sostengono si sono protetti dal conflitto di classe.
Questo modello viene applicato anche su scala più ampia. Uno degli esempi più recenti è il Portogallo. Dopo la crisi finanziaria del 2008, il Paese è sprofondato in una profonda depressione. Nel tentativo di salvare i ricchi, il Partito Socialdemocratico (PSD) di centro-destra ha introdotto misure di austerità. Ciò ha portato all’impoverimento e ha scatenato proteste, che hanno condotto il Partito Socialista (PS) alla guida del governo. Inizialmente, le sue politiche erano generalmente progressiste, sostenute da un’alleanza con il Partito Comunista Portoghese (PCP) e il Blocco di Sinistra. In seguito, i socialisti hanno iniziato a spostarsi a destra, accettando le “raccomandazioni” dell’Unione Europea. I redditi reali dei lavoratori sono diminuiti del 6% negli ultimi due anni e il numero di persone con un lavoro precario è aumentato di 740.000 unità. La speculazione e le attività delle agenzie immobiliari internazionali hanno causato un forte aumento dei prezzi delle case. Nel frattempo, lo scorso anno i ricavi delle grandi aziende hanno raggiunto i 45 miliardi di euro e la politica di Lisbona è stata approvata dall’UE. Il Primo ministro António Costa è stato persino scelto come successore di Charles Michel alla presidenza del Consiglio Europeo. Le crescenti tensioni hanno innescato un’impennata di scioperi. Dall’inizio di quest’anno hanno protestato i dipendenti della compagnia energetica EDP, delle ferrovie, della polizia e dei vigili del fuoco. Seguendo l’esempio di altri Paesi europei, il Portogallo è stato travolto dalle richieste degli agricoltori di continuare a beneficiare dei sussidi per il gasolio e di misure per contrastare gli effetti della siccità. A causa delle richieste dell’UE e dell’attacco dell’agroindustria, anche straniera, 400.000 aziende agricole sono state distrutte nel Paese, aumentando la dipendenza alimentare.
Il governo del PS è stato “ucciso” da scandali di corruzione. Diversi ministri e il capo di gabinetto del primo ministro sono stati coinvolti, dopodiché Costa si è dimesso. L’ex ministro delle Infrastrutture Pedro Nuno Santos ha guidato il partito alle elezioni. Durante gli incontri con gli elettori, amava sottolineare di essere nipote di un calzolaio e figlio di un commerciante di scarpe, e di avere una conoscenza diretta delle esigenze della gente comune. Tuttavia, la campagna elettorale ha proseguito le politiche del PS degli ultimi anni. Da un lato, ha trovato spazio per il populismo: i socialisti hanno promesso di creare posti di lavoro, diversificare l’economia e aumentare il salario minimo da 820 a 1.000 euro al mese, anche se solo entro il 2028. Dall’altro, il partito ha ribadito il suo impegno nei confronti dell’UE per ridurre la spesa pubblica.
In questo contesto, la popolarità delle forze di destra è cresciuta. Il PSD, il Partito Popolare Monarchico e il Partito Popolare hanno formato l’Alleanza Democratica. Separatamente, si è presentato anche il partito di estrema destra Chega (“Basta”), che era entrato in politica grazie alla retorica contro i rom e gli immigrati. Anche questa volta questa speculazione gli è stata utile. Chega ha proclamato “tolleranza zero per gli immigrati clandestini”. I suoi sostenitori hanno organizzato una “marcia contro l’islamizzazione” attraverso i quartieri a maggioranza musulmana della capitale. Nonostante l’uso di simboli nazisti, torce e cori provocatori, la polizia non solo non è riuscita a fermare i giovani, ma, al contrario, li ha protetti dall’ira dei residenti.
Anche l’Alleanza Democratica (AA) sta ricorrendo al nazionalismo. Secondo uno dei suoi leader, l’ex Primo ministro Pedro Paços Coelho, gli immigrati stanno rendendo i portoghesi nativi “meno sicuri”. Allo stesso tempo la destra ha sfruttato le carenze dei socialisti. Chega, che aveva recentemente chiesto la privatizzazione totale, tagli ai sussidi ed esenzioni fiscali per le grandi imprese, ora promette di aumentare salari e pensioni e di rendere gli alloggi più accessibili. Ciò ha portato a una maggiore popolarità tra i giovani e nelle aree industriali, che erano state roccaforti della sinistra. Infine, Chega ha capitalizzato sul malcontento per la corruzione, proclamando lo slogan “Il Portogallo ha bisogno di essere ripulito!”.
Ciò ha permesso all’opposizione di destra di assicurarsi la vittoria. L’AA si è classificata al primo posto con 79 seggi. Sebbene ciò non sia sufficiente per formare un governo, Chega potrebbe dare il suo contributo. Ha quadruplicato il risultato precedente, ottenendo 48 seggi. La rappresentanza del PS è scesa da 120 a 77 membri. I comunisti svolgono il ruolo di avanguardia nella difesa dei diritti dei lavoratori, sebbene la loro fazione si sia ridotta da sei a quattro membri. Secondo il PCP, le forze borghesi condividono un obiettivo comune, nonostante le loro differenze superficiali. “Ogni volta che si tratta di scegliere tra lavoro e capitale, quando si tratta di scegliere tra i bisogni del popolo e dei gruppi imprenditoriali, tra gli interessi nazionali e la subordinazione del Paese a diktat stranieri, scelgono tutti la stessa cosa”, dichiarano i comunisti. Il partito chiede l’abolizione delle norme discriminatorie sul lavoro, la costruzione di case popolari, la ripresa della sanità e dell’istruzione pubbliche, l’eliminazione delle agevolazioni fiscali per il capitale, la fine delle privatizzazioni e il sostegno alla produzione nazionale nonostante le pressioni di Bruxelles.
Al fianco degli assassini
L’estrema destra sta avanzando anche in altri Paesi. Secondo i sondaggi, vincerà le elezioni del Parlamento europeo in nove dei 27 Paesi dell’UE: Francia, Italia, Polonia, Austria e altri. In altre nove elezioni, i nazionalisti si aggiudicheranno il secondo o il terzo posto. Secondo alcuni media russi, non c’è nulla di sbagliato in questo. Questi partiti presumibilmente difendono i “valori tradizionali” e cercano l’indipendenza da Washington e Bruxelles. Ciò non è vero. L’Ungheria, conosciuta in Russia come “isola di buon senso”, ha approvato l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO e assume una posizione apertamente filo-israeliana sul conflitto di Gaza.
Infine, non dobbiamo ignorare i tentativi dell’estrema destra di riabilitare il fascismo. Il revanscismo è particolarmente evidente in Italia. Nel 2022, una coalizione guidata da Fratelli d’Italia è salita al potere. Questo partito è nato dall’organizzazione neofascista Movimento Sociale Italiano, fondata da ex funzionari e ufficiali del regime di Mussolini. Anche il Primo ministro Giorgia Meloni ha iniziato la sua carriera in questa organizzazione. All’epoca non faceva mistero della sua ammirazione per il Duce, definendolo “un bravo politico che ha fatto tutto per l’Italia”. Dopo essere salita al potere, Meloni e Fratelli d’Italia hanno dichiarato il loro “rifiuto dei sistemi non democratici”. Ma, a quanto pare, si trattava solo di parole…
A gennaio, un video di 150 persone in nero che alzavano le braccia in un saluto fascista e gridavano slogan dell’era della dittatura ha suscitato scalpore. L’evento tradizionale commemorava l’assassinio di tre neofascisti nel 1978. Meloni aveva già partecipato a raduni simili; questa volta, la figura più importante era il governatore del Lazio Francesco Rocca. Tuttavia, anche la Presidente del Consiglio è intervenuta. Dopo un acceso dibattito, ha accusato l’opposizione di sinistra di “attacchi infondati”. Pochi giorni dopo, la Corte Suprema ha stabilito che il saluto fascista non era un reato e poteva essere utilizzato durante i raduni.
Il Ministero della Difesa ha pubblicato un calendario 2024 che glorifica gli “eroi” della Seconda Guerra Mondiale. “Volevamo rendere omaggio alle persone che hanno combattuto in guerra con assoluta convinzione, servendo il loro Paese e onorando il loro giuramento”, hanno spiegato i funzionari. L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia lo ha definito un tentativo di una minoranza filofascista di riscrivere la storia. Nel frattempo, il governo ha stanziato 8 milioni di euro per la costruzione di un museo dedicato alle “vittime dei partigiani jugoslavi”. Il riferimento è agli eventi del 1943-1945, quando i partigiani liberarono l’Istria dal regime di Mussolini. Gli italiani che morirono allora – per lo più attivisti del partito fascista, ufficiali di polizia e grandi proprietari terrieri – sono oggi salutati nell’Italia come martiri e vittime della “pulizia etnica”.
I funzionari di alto livello stanno sempre più dichiarando le proprie convinzioni. Il Presidente del Senato Ignazio La Russa, membro del partito di Meloni, ammette con orgoglio di tenere un busto di Mussolini in casa. Negando la natura criminale della dittatura, dichiara che “il peggior razzismo è il razzismo ideologico della sinistra contro gli italiani”. E aggiunge che, se un tempo la sinistra costringeva la gente a credere che Stalin avesse ragione, oggi critica chi chiede il controllo sull’immigrazione e sulla “minaccia islamica”.
Ancora più sorprendente è il flirt delle autorità russe con questa cerchia. Figure di spicco del movimento neofascista sono state invitate a un ricevimento in onore della Giornata dei Lavoratori Diplomatici presso l’ambasciata russa. Uno di loro, Maurizio Murelli, è stato condannato a 18 anni di carcere negli anni ’70 per l’omicidio di un agente di polizia. Dopo il suo rilascio, è diventato editore e promuove idee di estrema destra. Tra gli autori che pubblica c’è il filosofo russo Aleksandr Dugin. Un altro ospite, Rainaldo Graziani, ha dichiarato che lo scopo della sua vita è continuare l’opera del padre, Clemente Graziani, fondatore dell’organizzazione fascista Movimento per l’Ordine Nuovo. Fino a poco tempo fa il vicepremier italiano e leader del partito di estrema destra Lega, Matteo Salvini, era considerato da Mosca uno dei suoi principali alleati in Europa.
Queste illusioni sono pericolose, poiché la retorica dei “valori tradizionali” protegge gli interessi delle grandi imprese. Subito dopo l’ascesa al potere, il governo Meloni ha lanciato attacchi ai lavoratori. In perfetta sintonia con le posizioni delle associazioni imprenditoriali, il reddito di cittadinanza per le famiglie povere è stato rivisto. Secondo il piano di riforma delle pensioni, le prestazioni saranno disponibili ai cittadini che hanno versato contributi per almeno 41 anni. La riduzione dei requisiti di sicurezza sul lavoro ha portato a un aumento di infortuni e decessi. Mentre una media di 400 persone sono morte sul lavoro ogni anno tra il 2008 e il 2022, lo scorso anno la cifra è salita a 1.000, e tra gennaio e febbraio di quest’anno sono morte quasi 200 persone.
Sono state introdotte leggi più severe contro gli scioperi. Nonostante ciò, l’8 marzo si è svolto uno sciopero generale in tutto il Paese, il secondo in tre mesi. Ha coinvolto i lavoratori dei settori dei trasporti, dell’istruzione e della sanità, nonché l’azienda energetica Enel. I lavoratori hanno chiesto migliori condizioni di lavoro, sottolineando che il potere d’acquisto del salario medio è ora inferiore a quello di 30 anni fa. I piani per licenziamenti di massa hanno scatenato uno sciopero negli stabilimenti della società automobilistica Stellantis. Il management attribuisce questi piani al taglio dei costi, sebbene l’utile netto dell’azienda sia aumentato dell’11% lo scorso anno, superando i 20 miliardi di dollari. Lo stipendio dell’amministratore delegato Carlos Tavares è stato aumentato del 56%, raggiungendo i 40 milioni di dollari.
Washington e Bruxelles stanno chiudendo un occhio sulle tendenze neofasciste del governo italiano. “Siamo diventati amici”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden dopo l’incontro con Meloni. L’Italia si è ritirata dall’iniziativa cinese Belt and Road e ha stanziato otto pacchetti di aiuti a Kiev. Roma ha assunto il comando tattico dell’operazione navale dell’UE contro gli Houthi nel Mar Rosso, e la polizia sta disperdendo le proteste a sostegno della Palestina. A Pisa, gli studenti manifestanti sono stati spinti in un vicolo e brutalmente picchiati, ma Salvini ha respinto le critiche. “Giù le mani dalla polizia! Stanno facendo il proprio dovere”, ha dichiarato.
Come un secolo fa, la borghesia non è contraria a conferire poteri dittatoriali ai nazionalisti. Il governo Meloni sta spingendo per una riforma in base alla quale il partito di maggioranza alle elezioni riceverà il 55% dei mandati, indipendentemente dai voti. Il suo candidato diventerà automaticamente Primo ministro con poteri più ampi. Il documento riecheggia la famigerata Legge Acerbo del 1923. Grazie a lui, i fascisti ottennero i due terzi dei seggi in Parlamento e instaurarono la loro dittatura. Nel tentativo di stabilire il controllo sui lavoratori, il capitale sta evocando i più vili fantasmi del passato.
di Sergej Kožemjakin
(Tratto da: Sergej Kožemjakin, Po stopam fašistov, in «Pravda», N. 27 (31520), 15-18 marzo 2024).
Inserito il 18/11/2025.
«Non volevo scrivere niente sulla buffonata, goffa e imbarazzante, del governo Meloni che salta al grido di “chi non salta comunista è”. Non volevo scriverne perché mi fa davvero troppa rabbia pensare ad una classe politica così squalificata, così ignorante e così becera. Ma poi non riesco a trattenermi e almeno un paio di considerazioni vorrei farle».
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Non volevo scrivere niente sulla buffonata, goffa e imbarazzante, del governo Meloni che salta al grido di “chi non salta comunista è”. Non volevo scriverne perché mi fa davvero troppa rabbia pensare ad una classe politica così squalificata, così ignorante e così becera. Ma poi non riesco a trattenermi e almeno un paio di considerazioni vorrei farle.
Il Partito Comunista Italiano ha governato l'Italia, insieme agli altri partiti del Cln, dal giugno del 1944 al maggio del 1947, avendo un ruolo decisivo nella liberazione del nostro paese e nella costruzione di un nuovo Stato Repubblicano. Solo per ricordare uno dei ministri, oltre a Togliatti, vorrei citare il grande storico, Emiio Sereni, che fu mInistro e sottosegretario ai Lavori pubblici. In quella fase, nell'ambito dei lavori della Costituente, i comunisti ebbero un ruolo decisivo nel recepimento dei Patti Lateranensi, votando a favore dell'art.7 per evitare che in Italia rinascesse la divisiva questione romana: Togliatti in tale occasione sostenne, con chiarezza, il principio della libertà religiosa. Sempre in quella fase, i comunisti ressero lo sforzo di unità nazionale di fronte alla pesantissima firma dei Trattati di pace. Quel Partito Comunista fu alla base, ancora nel 1944, con l'azione di Giuseppe Di Vittorio, della nascita della CGIL unitaria, con cattolici, socialisti e forze laiche. Quel Partito Comunista governò le grandi città italiane negli anni della loro profonda trasformazione: la Livorno di Furio Diaz, la Bologna di Zangheri, la Torino di Novelli, la Roma di Argan solo per citarne alcune. Quel Partito Comunista, con Enrico Berlinguer, immaginò la possibilità di porre fine allo scontro culturale e civile fra cattolici e comunisti e sognò di portare il suo partito a governare rendendolo la più grande forza democratica e popolare. Quel Partito ebbe un ruolo fondamentale nella maturazione di una cultura italiana, da Visconti, a Russo, da Petri a Badaloni, da Claudio Napoleoni a Natalia Ginzburg, da Fortini ad Elsa Morante, di nuovo solo per citare un brevissimo elenco. A quel Partito Comunista dette un'origine molto preziosa Antonio Gramsci, i cui Quaderni del carcere sono una delle chiavi di lettura indispensabili per comprendere la nostra storia. Mi fermo qui perché mi accorgo che mi faccio prendere dalla disperazione di una memoria che il linguaggio “liberal”, ormai preda e patrimonio al contempo delle destre, ha provato a raccontare come la parte da rimuovere dei valori italiani.
“Chi non salta comunista è” rappresenta la vergogna di una nazione che non riesce più a riconoscersi nelle proprie radici democratiche, accettando di sostituirle con gli slogan social di un gruppo di squallidi figuranti.
Alessandro Volpi
(Tratto dalla pagina Facebook dell’autore, 16/11/2025).
Il gruppo di partiti di destra del Parlamento Europeo “Patrioti per l’Europa” (“Patriots for Europe”, di cui fanno parte Salvini, Orbán, Le Pen, ecc.) ha stretto un’inedita alleanza con il Likud, partito del premier israeliano Benjamin Netanyahu, impegnato nello sterminio della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza e nell’allargamento degli insediamenti illegali ebraici in Cisgiordania.
L’alleanza tra le destre europee (tradizionalmente antisemite) e le destre israeliane è spiegabile solo alla luce dell’islamofobia montante e del contrasto all’immigrazione dai Paesi musulmani.
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L’islamofobia unisce le destre israeliane ed europee
di Farid Hafez*
Negli anni ’90 i partiti politici post-fascisti e post-nazisti europei rifiutavano apertamente Israele per via del loro antisemitismo. Visti in gran parte come un’estensione del neocolonialismo degli Stati Uniti, questi partiti si mobilitavano contro gli USA, identificati come leader dell’ordine mondiale liberale. Allo stesso modo, Israele respingeva i leader dell’estrema destra. Si pensi a Jorg Haider, uno dei primi leader di estrema destra di successo in Europa, a cui fu impedito di entrare in Israele.
Da allora molto è cambiato. Mentre un leader di estrema destra atipico come Geert Wilders abbracciò apertamente Israele fin dall’inizio, posizionandosi come difensore della vita ebraica nei Paesi Bassi, ci volle molto più tempo all’estrema destra tradizionale per essere accettata dai circoli politici israeliani.
Cambiamenti nelle alleanze
A dicembre 2010 si è svolto un viaggio storico: il Partito della Libertà austriaco (FPO), il Vlaams Belang belga, il Partito della Libertà tedesco e i Democratici Svedesi si sono recati in Israele e hanno firmato la cosiddetta “Dichiarazione di Gerusalemme“. Questa dichiarazione ha affermato il “diritto di Israele a difendersi” dal terrore, affermando: “Siamo all’avanguardia nella lotta per la comunità democratica occidentale” contro la “minaccia totalitaria” dell'”Islam fondamentalista”. L’Islam, hanno affermato, era il nemico comune sia dell’Europa sia di Israele.
Come affermava un attivista di estrema destra tedesco nel 2011: “Vi garantisco che la Kristallnacht [Notte dei cristalli] tornerà. Ma questa volta, cristiani ed ebrei saranno spinti per le strade, perseguitati e uccisi dagli islamisti”.
Secondo questa nuova logica, ebrei ed europei sarebbero diventati vittime di un crescente Islam fascista. Quindi, si sarebbbe dovuta creare una nuova alleanza tra Israele e l’estrema destra europea per contrastare queste minacce percepite.
All’epoca, solo pochi membri di estrema destra del parlamento israeliano, la Knesset, accolsero la delegazione di estrema destra in Israele. Non era prevista alcuna visita ufficiale alla Knesset. La delegazione di estrema destra visitò gli insediamenti e di fatto mise in discussione il diritto palestinese alla terra, riferendosi ad essa come Giudea e Samaria – il termine israeliano per la Cisgiordania occupata.
Ciò ha segnato un cambiamento di ideologia, dalla negazione del diritto di Israele ad esistere alla negazione del diritto di Palestina ad esistere.
Un blocco di estrema destra
Quindici anni dopo, l’estrema destra ha adottato ulteriori misure per normalizzare i suoi legami con le forze israeliane.
Con diversi partiti di estrema destra al potere e che hanno ottenuto un significativo sostegno elettorale nei loro paesi, sono emersi come il terzo gruppo politico alle elezioni europee di giugno 2024, formando i Patrioti per l’Europa (PfE). Guidato da Jordan Bardella del Rassemblement National francese, questo blocco include importanti forze politiche come il Fidesz del primo ministro ungherese Viktor Orban, la Lega del vicepremier italiano Matteo Salvini, il Partito per la libertà di Wilders, l’FPO austriaco e altri.
Sebbene alcuni partiti di estrema destra, come Fratelli d’Italia e Alternativa per la Germania (AfD), rimangano in altri gruppi politici conservatori, i Patrioti per l’Europa si sono allineati con successo ad altre forze politiche conservatrici e di estrema destra in tutto il mondo. L’AfD potrebbe essere il prossimo a unirvisi.
Nel febbraio 2025, nientemeno che il partito al governo in Israele, il Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu, si è unito a PfE come membro osservatore.
Data l’attenzione dell’estrema destra sulle politiche anti-immigrazione, che prendono di mira principalmente i musulmani, questa alleanza non sorprende.
Accogliendo un partito politico il cui presidente è incriminato per genocidio dopo una guerra brutale che ha lasciato la striscia di Gaza in rovina, sfollato più di un milione di persone e ucciso decine di migliaia di persone, PfE ha inviato diversi messaggi. Non solo dimostra la sua probabile indifferenza ai mandati di arresto della Corte penale internazionale per Netanyahu, ma ha anche segnalato al suo elettorato che le azioni genocidiarie del primo ministro israeliano sono in linea con le fantasie di estrema destra di una guerra difensiva genocida to Make Europe White Again.
Una nuova era
Considerando i musulmani la minaccia principale nella sua teoria del complotto della “Grande Sostituzione“, il genocidio può essere semplicemente visto come l’ultima linea di difesa, un’idea già messa in pratica da estremisti di estrema destra come Anders Breivik, che ha assassinato 77 persone nel 2011.
Gli appelli dell’estrema destra a “ripulire” l’Europa dai musulmani e a commettere una “Srebrenica 2.0” sono ora simbolicamente rafforzati dallo sfondo della guerra di Israele a Gaza, condotta dal leader di un partito che ora detiene lo status di osservatore nel gruppo PfE.
È l’utopia di estrema destra di un continente libero dai musulmani a cui aspira il PfE quando imita la retorica del presidente degli Stati Uniti – e i crescenti segnali di un ordine mondiale illiberale – adottando lo slogan Make Europe Great Again [motto della presidenza ungherese del Consiglio UE del secondo semestre 2024, ndt].
Quando il manager del DOGE Elon Musk esegue il saluto hitleriano e si lamenta che c’è “troppa attenzione alle colpe del passato” (ossia l’Olocausto) mentre si rivolge all’estrema destra tedesca di AfD, non sorprende che il palese antisemitismo di Orbán, la chiave del suo successo elettorale, verrà opportunamente dimenticato.
L’estrema destra in Europa sta entrando in una nuova era, sostenuta dalle sue controparti negli Stati Uniti e in Israele.
15 marzo 2025
Farid Hafez*
* Farid Hafez è professore ospite distinto di studi internazionali al Williams College e ricercatore senior non residente presso la Bridge Initiative della Georgetown University.
(Tratto da: Patrioti contro l’Islam, da Israele alle estreme destre d’Europa, in https://www.eastjournal.net/archives/142280, tradotto dal sito di «Middle East Eye», https://www.middleeasteye.net/opinion/far-right-international-likud-joins-patriots-europe).
Inserito il 13/08/2025.
Bologna, 2 agosto 2025. Un momento del discorso di Paolo Bolognesi.
Fonte della foto: https://www.rainews.it/resizegd/2000x-/dl/img/2025/08/02/1754123760524_RAN_..frame.jpeg
Riportiamo il testo integrale della comunicazione dell’Associazione familiari delle vittime della strage di Bologna letta il 2 agosto 2025 dal presidente Paolo Bolognesi. Un discorso forte, dirompente, che, oltre a ribadire la verità storica sulla matrice fascista della strage, non tace le complicità politiche di chi in questi anni e ancor oggi cerca di nascondere la realtà dei fatti o di minimizzare i depistaggi e le responsabilità politiche.
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COMUNICAZIONE LETTA DAL PRESIDENTE PAOLO BOLOGNESI A NOME DELL’ASSOCIAZIONE TRA I FAMILIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980
Anche 45 anni fa era un sabato, il primo sabato di agosto. In una giornata assolata, che avrebbe dovuto scorrere spensierata per l’inizio delle vacanze estive, la nostra città e l’intero Paese furono scaraventati nell’orrore. 85 morti e oltre 200 feriti; tra loro molti bambini. Una strage, la peggiore che abbia mai colpito l’Italia.
Il male assoluto.
Un male però non isolato: altri attentati terroristici di stampo fascista avevano già insanguinato il nostro Paese, da Piazza Fontana a Gioia Tauro; da Peteano alla Questura di Milano, da Piazza della Loggia al treno Italicus. Tutti, allora, rimasti impuniti.
Hannah Arendt scriveva: “Il male è banale quando si perde la capacità di interrogarlo”.
Il rischio che anche questo male assoluto diventasse banale, che anche questa ennesima strage rimanesse non solo senza colpevoli, ma soprattutto senza risposte, era più che concreto nell’Italia delle stragi impunite.
Per questo, nel 1981 noi parenti delle vittime e feriti della strage del 2 agosto 1980, ci siamo uniti in associazione. Distrutti dal dolore, ma non rassegnati, abbiamo così voluto porci l’obiettivo di ottenere con tutte le iniziative possibili la verità e la giustizia, per far sì che i nostri cari non fossero morti invano.
Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto:
45 ANNI DI TRAME E DEPISTAGGI PER NASCONDERE LA VERITA’
LA DETERMINAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE DEI FAMILIARI LO HA IMPEDITO
Ci sono voluti anni, decenni, e il cammino che ha fatto emergere in modo sempre più nitido il quadro delle responsabilità non è stato semplice. È stato difficile, lungo e faticoso il percorso, ma l’abbiamo fatto insieme ed è anche grazie a questo che, con le ultime sentenze, si sta finalmente delineando la verità completa.
Oggi sappiamo chi è stato e ne abbiamo anche le prove.
La strage del 2 agosto 1980, già ideata nel febbraio 1979, fu concepita e finanziata dai vertici della famigerata loggia massonica P2, protetta dai vertici dei Servizi Segreti italiani iscritti alla stessa loggia P2 , eseguita da terroristi fascisti.
Contiguità che sembrano ancora oggi salde e inconfessabili, se pensiamo che fino a ieri le inchieste sulla strage del 2 agosto sono state ostacolate in ogni modo con depistaggi e intossicazioni che, seppur smascherate e smontate in sede processuale, hanno portato a ritardi di anni e anni nell’accertamento dei fatti.
E se ci sono voluti così tanti anni perché si arrivasse a svelare il quadro completo di chi ha voluto ed eseguito la strage del 2 agosto 80, è perché tutti, a parole, affermano di volere la verità, ma nei fatti sono moltissimi coloro che, pur avendone la possibilità, hanno fatto e fanno qualunque cosa per nasconderla, ritardarla e dissimularla.
L’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga definì gli stragisti Mambro e Fioravanti giovani spontaneisti armati, così da evitare il collegamento coi vertici dei Servizi Segreti italiani.
Poi arrivò la pista palestinese: un depistaggio! Che si trascinò però per almeno trent’anni e, ancora oggi, nonostante le sentenze, gode di alcuni seguaci ignoranti o depistatori a loro volta.
Quando emisero la prima sentenza d’appello 18 luglio 1990 che assolse tutti per l’esecuzione della strage, Cossiga la definì una sentenza coraggiosa. La sentenza però fu poi annullata dalla Corte di Cassazione a sezioni unite perché illogica e arrivò Parisi, il Prefetto già Capo della Polizia e vice del servizio segreto civile che voleva tenacemente depistare unendo la strage di Ustica a quella di Bologna. Lo stesso Parisi che da Capo della Polizia, consegnò nel 1987 all’allora Ministro dell’Interno, Amintore Fanfani, il cosiddetto documento “Artigli” in cui veniva riportato il ricatto che Licio Gelli (tramite il suo avvocato) aveva recapitato allo Stato per garantirsi l’impunità per la strage di Bologna.
Nel 1995 alla vigilia della sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite, uscirono una serie di note critiche, formulate rispetto alle varie sentenze che condannavano i terroristi Mambro e Fioravanti, confezionate da un folto gruppo trasversale riunito sotto lo slogan E SE FOSSERO INNOCENTI? Le note critiche erano state sottoposte e discusse nelle aule dei tribunali e tutte interamente confutate, ma vennero sorrette dal clamore mediatico imponente di giornali, televisioni e radio che crearono grande confusione e sbandamento.
Nel 2002 il Governo Berlusconi, anche lui iscritto alla famigerata loggia massonica P2, istituì la commissione bicamerale d’inchiesta denominata “Commissione Mitrokhin”, un vero e proprio depistaggio istituzionale voluto dal Governo di destra dell’epoca: tra i suoi compiti c’era quello di avallare in modo definitivo la pista palestinese. La relazione finale non fu votata nemmeno dalla maggioranza.
Di recente sono state rese note alcune chat tra due attuali esponenti della maggioranza parlamentare, l’Onorevole Frassinetti e il Ministro Lollobrigida, in cui riferendosi al processo relativo al 2 agosto, parlano di “sentenza sbagliata” e il ministro Lollobrigida invita a tenere un basso profilo sulla strage alla stazione, cosicché una volta al Governo avrebbero potuto provvedere a diffondere la “verità con la V maiuscola”.
In effetti, bisogna riconoscere che certi personaggi hanno un solo modo per uscire bene da questa triste vicenda: non parlarne, fare finta di niente, sperare che ci si dimentichi. Perché, se se ne parla invece, bisogna dire che per anni gli esecutori materiali della strage alla stazione, camerati amici di gioventù, sono stati furbescamente dipinti come ingenui spontaneisti armati, laddove invece erano stati ben preparati e addestrati militarmente e sono state inequivocabilmente provate le loro coperture in seno ai Servizi Segreti.
Perché, se se ne parla, bisogna dire che sono incredibili i trattamenti di favore riservati agli stessi esecutori materiali dell’eccidio del 2 agosto che, pur essendo pluriergastolani mai pentiti, sono da anni in libertà, in barba al principio di certezza della pena sbandierato nelle campagne elettorali.
Sappiamo bene che gli amici degli stragisti non si collocano solo a destra, perché il partito dei nemici della verità è trasversale, così come era trasversale la famigerata loggia massonica P2.
È però un fatto che tutti gli stragisti italiani passarono dal Movimento Sociale Italiano, partito costituito nel 1946 da esponenti della REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA (allora in gran parte latitanti perché ricercati dalla nuova giustizia della Repubblica democratica), CHE FINO ALL’ULTIMO AVEVANO COMBATTUTO CON I TEDESCHI CONTRO I PARTIGIANI, PARTITO CHE SI COLLOCAVA APERTAMENTE CONTRO LA NASCENTE COSTITUZIONE NATA NEL 1947 ISPIRATA DALLA LOTTA DI LIBERAZIONE.
Elenco qui solo alcuni dei casi più gravi di uomini del MSI direttamente coinvolti o condannati per fatti eversivi e di strage:
Paolo Bellini ha affermato in aula a Bologna, senza mai essere smentito, che dal 1972 era “infiltrato in Avanguardia Nazionale per conto di Almirante”.
Insieme a lui le carte del processo hanno individuato Mario Tedeschi, senatore del MSI, come uno dei depistatori/mandanti dell’eccidio alla stazione.
Carlo Maria Maggi, esponente di Ordine Nuovo, rientrò nel 1969 nel MSI seguendo il suo capo Pino Rauti. Fu membro del Comitato centrale del partito e candidato al parlamento nelle elezioni del 1972. È stato condannato in via definitiva per la strage di Brescia del 28 maggio 1974.
Anche Paolo Signorelli seguì Rauti e tornò nel MSI nel Comitato Centrale. Vi rimase fino al 1976. È stato condannato per Associazione sovversiva e banda armata. Suo nipote, omonimo del nonno, è stato il capo ufficio-stampa del ministro Francesco Lollobrigida, incarico da cui si è dimesso dopo il caso delle telefonate con Fabrizio Piscitelli (ultras e narcotrafficante ucciso il 7 agosto 2019) insieme al quale si produceva in insulti antisemiti e in esaltazioni di Fioravanti e Ciavardini.
Carlo Cicuttini era il segretario della sezione del MSI di Manzano in Friuli al momento della partecipazione alla strage di Peteano che uccise tre carabinieri. Cicuttini li aveva attirati sul luogo dell’attentato con una telefonata alla locale caserma. Il MSI, lo mostrano le carte dell’inchiesta del giudice Casson, raccolse 32.000 dollari per farlo operare alle corde vocali nel timore che venisse identificato dalla voce registrata dai militari.
Dal MSI provenivano figure chiave della stagione eversiva come Stefano Delle Chiaie (fondatore di Avanguardia Nazionale), oppure come Franco Freda, il riconosciuto capo del gruppo ordinovista veneto responsabile della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Giuseppe Dimitri fu dirigente di Avanguardia Nazionale e Terza Posizione (TP). Responsabile di un deposito di armi a Roma condiviso con i NAR di Fioravanti e Mambro. Fu condannato per banda armata. Divenne, negli anni 2000, consulente del Ministro per l’agricoltura Gianni Alemanno.
E infine: cosa dire del fatto che nel gennaio 2007 l’allora senatore Ignazio La Russa (oggi presidente del Senato) presenziò ai funerali del terrorista Nico Azzi che il 7 aprile 1973 tentò una strage sul treno Torino-Roma e fornì le bombe a mano che cinque giorni dopo due missini usarono per uccidere il poliziotto Antonio Marino durante un corteo del MSI a Milano?
Sono queste le «radici che non gelano». E con queste ci si deve fare i conti.
E allora la verità con la “V” maiuscola di cui parla il Ministro Lollobrigida sembra assomigliare a una mistificazione più che alla realtà, a una menzogna più che alla verità.
E alla Presidente del Consiglio, che ci ha accusato di volerla esporre a ritorsioni, nel ricordare il passato da cui proviene, come quello da cui provengono gli esecutori delle stragi, vogliamo dire che una cosa è il rispetto per le Istituzioni, un’altra cosa è l’accettazione di riscritture interessate della storia, cosa che non siamo in alcun modo disposti a far passare. Perché, Presidente Meloni, condannare la strage di Bologna senza riconoscerne e condannarne la matrice fascista è come condannare il frutto di una pianta velenosa, continuando ad annaffiarne le radici.
In questi lunghi e faticosi anni, la nostra battaglia non è mai stata né mai sarà una battaglia ideologica: quando più di 40 anni fa, noi parenti delle vittime e feriti della strage del 2 agosto ’80 ci siamo uniti in associazione, lo abbiamo fatto col puro intento di esercitare pienamente il nostro diritto di sapere come sono realmente andate le cose.
Dopo di noi, altri cittadini vittime di stragi e attentati precedenti hanno deciso di seguire il nostro esempio, costituendo altre associazioni per ottenere giustizia e verità e insieme a loro abbiamo potuto far sentire più forte la nostra voce in comuni battaglie di civiltà che avrebbero dovuto vedere in prima fila, sempre, le Istituzioni e i Governi.
Nel “PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA”, progetto golpista della famigerata loggia massonica P2, figurava “LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DEI MAGISTRATI”, preludio ad un controllo dell’esecutivo sulla magistratura; operazione che il Governo attuale vuole pervicacemente attuare spacciandola come riforma.
Da ultimo, esprimiamo grave preoccupazione per l’articolo 31 del DDL “Sicurezza”, che assegna ai Servizi di Sicurezza una sorta di “licenza di delinquere” piuttosto preoccupante, data la storia del nostro Paese. In Pratica con l’articolo 31 si stabilisce che d’ora in poi nessun uomo dei Servizi potrà essere inquisito per depistaggi, esecuzioni e incitamento alle stragi ecc. Sembra un tributo pagato a coloro che avevano sì giurato fedeltà alla Costituzione, ma nei fatti ne hanno preso le distanze cercando di abbattere la democrazia.
E alle stesse associazioni di familiari, insieme a numerosi cittadini ed esponenti della società civile, abbiamo chiesto giustamente di non lasciarci soli e sono stati al nostro fianco anche qualche mese fa, quando abbiamo qui organizzato un presidio democratico, in risposta alla squallida sfilata di camicie nere organizzata da Casapound, definendola composta da Patrioti.
Quel presidio lo abbiamo organizzato dopo il periodo elettorale per non sovrapporci ulteriormente alla campagna elettorale per le regionali, perché la nostra è una battaglia di civiltà e di democrazia e non ha colore politico.
Una battaglia lunga e faticosa, spesso portata avanti nel silenzio quasi assoluto dei mass media che, per convenienza, censurano le ultime risultanze processuali sull’eccidio del 2 agosto 80, sperando nell’oblio e nell’ignoranza diffusa.
Lo scorso gennaio la Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva Gilberto Cavallini quale esecutore della strage alla stazione.
Il 1°luglio scorso la Corte di Cassazione ha condannato Paolo Bellini all’ergastolo in via definitiva, nell’ambito del processo mandanti per aver partecipato alla strage; Piergiorgio Segatel a 6 anni per depistaggio e Domenico Catracchia a 4 anni per false dichiarazioni ai giudici.
Un cerchio che si chiude e dopo 45 anni possiamo dire che conosciamo i retroscena della strage!!
In quella sentenza sono passate in giudicato altre vicende molto interessanti:
1 - La pista Palestinese è un palese depistaggio.
2 - È provato il collegamento organico dei Servizi Segreti italiani con i terroristi dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) e coi gruppi Avanguardia Nazionale, Terza Posizione e Ordine Nuovo, collegati ai primi.
3 - È provato che nel covo dei NAR di via Monte Asolone a Torino, tra svariati documenti trovati, tra cui tesserini dei carabinieri firmati dal comandante della legione di Brescia, il Colonnello Giuseppe Montanaro anche lui iscritto alla famigerata loggia massonica P2, c’erano gli spezzoni rimanenti delle targhe dell’auto usati dagli esecutori dell’omicidio del Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Questi spezzoni ci consentono di mettere in stretto collegamento quell’omicidio con la formazione dei terroristi neofascisti i NAR.
4 - I NAR non erano degli spontaneisti armati come voleva far credere l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ma erano persone ben addestrate militarmente.
5 - È provato che il Sisde, Servizio Segreto Civile, tramite il Prefetto Parisi concedeva in suoi appartamenti i covi delle Brigate Rosse e dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari).
6 - Anche alcuni vertici dell’Arma dei Carabinieri conoscevano prima della strage ciò che sarebbe successo il 2 agosto.
Questo splendido risultato è merito anche del nostro collegio di difesa composto dagli avvocati Lisa Baravelli, Alessia Merluzzi, Alessandro Forti coordinati dall’avvocato Andrea Speranzoni che con grande dedizione e impegno hanno condotto in porto questa impresa processuale che possiamo definire storica.
I processi svolti e le relative sentenze, ci consentono oggi di leggere insieme, come diceva il giudice Mario Amato, questi fatti e capire le trame criminali che hanno attraversato il nostro Paese per sovvertire l’ordinamento democratico.
Questi documenti però sono di difficile accesso, comprese le sentenze che sono atti pubblici. Il Direttore della Direzione Generale Archivi, Antonio Tarasco, ha emanato una circolare che limita la consultabilità delle sentenze che, ripeto, sono atti pubblici.
Le resistenze alla verità non mutano quindi! Anzi, per evitare ulteriori passi avanti, aumentano.
Abbiamo nel frattempo dato vita ad un coordinamento tra le associazioni di vittime delle stragi storiche degli anni 70 -80 e quelle relative al periodo del 92- 93, perché vi sono molti punti di contatto tra vecchi elementi che hanno concorso ad eseguire le vecchie stragi e i Servizi Segreti.
Figure come quella di Paolo Bellini risultano coinvolte anche nelle stragi del 92-93, svelando un filo nero che collega terroristi fascisti agli episodi più sanguinosi della storia del nostro Paese.
Su questi ricorrenti intrecci avrebbe dovuto indagare la Commissione Antimafia approfondendo la commistione criminale fra terrorismo nero, mafia e Servizi Segreti.
La Commissione Antimafia che invece sta limitando il proprio spettro di azione ad operazioni che riguardano Mafia e appalti. Questa impostazione porterà sicuramente ad un clamoroso nulla di fatto. E chi vuole la verità si vedrà sottratti altri 5 anni, tanti quanti una intera legislatura.
Da questo palco, confermo la mia contrarietà alla nomina a presidente della commissione Antimafia dell’On. Colosimo; ho già espresso questo mio giudizio nell’intervista pubblicata, all’indomani della nomina, sul giornale La Repubblica il 25 maggio 2023 “Colosimo? Tanto valeva Messina Denaro a capo della Commissione”. Ovviamente, il titolo non è stato scelto dal sottoscritto e l’On. Colosimo non è Matteo Messina Denaro né mi riferisco alla qualità della persona che nulla c’entra con Matteo Messina Denaro, ma alla scelta politica non condivisa, tenuto conto della FOTO CHE LA RITRAE CON IL TERRORISTA condannato quale esecutore della strage di Bologna LUIGI CIAVARDINI, DIFFUSA E DISCUSSA AMPIAMENTE SU GIORNALI E TELEVISIONI: ciò ci induce a ritenere quella nomina politicamente inopportuna al massimo livello.
Pochi mesi fa ci ha lasciati un grande amico: Gianni Flamini.
Lo vogliamo ricordare perché è stato un grande giornalista dallo spirito libero che ha approfondito come pochi altri le vicende eversive di mezzo secolo di storia non soltanto italiana.
Flamini è stato un ricercatore appassionato e instancabile. Più volte i risultati della sua straordinaria capacità di ricerca hanno offerto alla nostra Associazione un contributo fondamentale nella ricerca della verità e della giustizia.
Contro il diffondersi interessato di superficialità, omissioni, indifferenza e più o meno grossolane falsità, la nostra associazione ha sempre dato primaria importanza al rapporto con le scuole e le giovani generazioni. Quei giovani che quest’anno, nella ricorrenza del 9 maggio, Giorno della Memoria delle Vittime e delle stragi di tale matrice, sono stati gli unici a parlare di terrorismo nero e neofascismo in quell’aula della Camera dei Deputati che aveva blindato la cerimonia scegliendo come moderatore addirittura Bruno Vespa, giornalista che – ricordiamolo – all’indomani della strage di Piazza Fontana e dell’arresto dell’anarchico Pietro Valpreda, non esitò a definirlo acriticamente colpevole.
Pietro Valpreda era innocente e quella strage fu commessa dal gruppo di Ordine Nuovo veneto.
Non è una banalità: i giovani sono il futuro di tutti noi e per loro e con loro possiamo costruire una società in cui nessuno sia più costretto a subire quello che, noi e il Paese, abbiamo subito. A questi ragazzi che ci guardano con occhi intelligenti e curiosi, spieghiamo la nostra storia. Diciamo loro che la ricerca di giustizia e verità nei casi migliori è un risultato, ma soprattutto è un processo, è un percorso, come il nostro, lungo e pieno di ostacoli con grandi sacrifici anche familiari.
E a chi fra loro ci chiede come abbiamo fatto a rimanere saldi in tutti questi anni, rispondiamo che abbiamo fatto come gli alberi: abbiamo cambiato le foglie, ma conservato le nostre radici.
Il primo presidente dell’associazione tra i familiari delle vittime è stato Torquato Secci: un grande uomo, che qui aveva perso suo figlio, è stato per noi come un padre.
Con lui abbiamo affrontato e superato tanti ostacoli, e molte delle vittorie ottenute dopo la sua scomparsa sono maturate grazie ai semi piantati con lui: gli accertamenti nelle aule giudiziarie, il reato di depistaggio, il coinvolgimento artistico con “Il Concorso internazionale di composizione "2 Agosto" che è uno dei maggiori concorsi di composizione d’Italia, nato nel 1994. Il prossimo anno, a parlare da questo palco sarà un nuovo presidente, eletto dall’assemblea odierna dell’associazione tra i familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, che nominerà Paolo Lambertini, attuale vicepresidente, carica che ricopre da nove anni, figlio di Mirella Fornasari, una dipendente della CIGAR, perita nella strage. Da parte mia continuerò il mio impegno e darò il mio contributo come presidente onorario dell’Associazione.
Cambieranno le foglie, conserveremo le radici.
Cambieranno le persone rimarranno i nostri principi di giustizia e verità.
E come ogni albero robusto, avremo ancora bisogno di un terreno fertile e un sano nutrimento: il vostro sostegno e supporto, la vostra partecipazione che dà forza e significato alle nostre battaglie.
Mi piace passare il testimone con alcune parole di Aldo Moro:
“Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi”.
Il coraggio non ci è mai mancato e non ci mancherà.
La verità e la giustizia saranno sempre il nostro faro.
Dal profondo del cuore GRAZIE a tutti Voi.
Paolo Bolognesi
(Tratto da: https://stragi.it/vittime/discorso-2025).
Inserito il 02/08/2025.
Dal quotidiano «il manifesto»
Saverio Ferrari recensisce il volume
(Einaudi, 2025)
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L’intreccio di sangue tra Cia, dittature e neofascisti italiani
Il filo nero da Pinochet a Delle Chiaie
di Saverio Ferrari
Nel lavoro di Marina Cardozo e Mimmo Franzinelli Gli artigli del Condor. Dittature militari latino-americane, Cia e neofascismo (Einaudi, pp. 251, euro 26) si affronta il ruolo tutt’altro che secondario che ebbero i neofascisti italiani nell’ambito del Piano Condor, il progetto sovranazionale nato nel 1975 per iniziativa delle dittature sudamericane volto a stroncare ogni resistenza democratica. Per eliminare gli oppositori furono ingaggiati come killer anche i camerati di casa nostra. A testimoniarlo, tra i tanti delitti compiuti, il tentato assassinio di Bernardo Leighton, vicepresidente del Partito Democratico Cristiano cileno, rifugiatosi a Roma. Leighton finì nella «lista della morte approntata dal generale Pinochet, che incaricò la Dina (Dirección de Inteligencia Nacional), costituita nel 1974 (nel logo un guanto di ferro serrato a pugno), di sopprimerlo. Del piano omicida furono incaricati Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Concutelli, il fondatore di Avanguardia Nazionale e il capo militare di Ordine Nuovo, tesserato al Msi, incredibilmente appena candidato alle elezioni comunali di Palermo. «Sarà come sparare a un coniglio», confiderà in veste di organizzatore Delle Chiaie.
A colpire sarà Concutelli, che la sera del 6 ottobre 1975, in Via Aurelia a Roma, giungendo alle spalle di Leighton e di sua moglie, esploderà due colpi di pistola alla nuca di entrambi, che miracolosamente sopravviveranno, rimanendo però invalidi. L’attentato, grazie alle coperture di polizia, carabinieri e servizi segreti italiani (in mano agli uomini della P2, collegati da «intese sotterranee» con la rete del Piano Condor), rimarrà impunito, con processi inconcludenti. La verità emergerà anni dopo, negli Stati Uniti, grazie alle confessioni rese nel 1978 dall’agente cileno di collegamento Michael Townley, estradato per l’assassinio, compiuto nel 1976 a Washington, di Orlando Letelier, ex ministro della Unidad Popular, e della cittadina americana Ronni Moffitt, sua assistente, fatti saltare con una bomba sotto l’auto. Stefano Delle Chiaie verrà indicato nel memoriale dell’Fbi quale «organizzatore del crimine». E sarà proprio il capo di Avanguardia Nazionale a condurre varie operazioni criminali su incarico delle dittature sudamericane.
Dopo un passaggio nella Spagna post-franchista, giusto il tempo, il 9 maggio 1976, a Montejurra di guidare un raid contro la Juventud Carlista con l’assassinio di due loro militanti, Delle Chiaie si trasferì nel Cile di Pinochet, dove con il suo «nucleo di fedelissimi» e l’elargizione di una «cospicua quantità di dollari» operò organicamente al servizio dalla Dina. Tra i «fedelissimi» anche Pierluigi Pagliai, descritto dai nostri servizi segreti (Sisde) come un «noto torturatore» e dagli stessi mercenari tedeschi in Bolivia come un «sadico patologico». Lo scioglimento dell’organizzazione in Italia (per ricostituzione del partito fascista nel giugno 1976) spostò definitivamente il baricentro di Avanguardia Nazionale all’estero, con successivi passaggi dello stesso Delle Chiaie in Uruguay, Brasile e quindi in Argentina, sempre per conto dei servizi segreti militari. Fondò nel 1979 anche un periodico di politica internazionale, «Confidentiel», uscito in più lingue, per esaltare i dittatori latino-americani. Tenne i rapporti in Salvador con gli assassini dell’arcivescovo Oscar Romero (24 marzo 1980) e partecipò al golpe in Bolivia, il 10 luglio 1980, animando «una rete paramilitare» con il criminale nazista Klaus Barbie.
La fine arriverà non molti anni dopo a seguito della vittoria nel 1976 alle presidenziali negli Stati Uniti del democratico Jimmy Carter con il mutamento dei rapporti con le dittature. Inizierà così il ripiegamento del Condor che si concluderà formalmente solo nel 1983. Gli Usa pretenderanno l’estradizione dei responsabili dell’uccisione di Osvaldo Letelier a Washinghton e la Dina sarà costretta a sciogliersi. Anche Delle Chiaie, dopo l’eliminazione in Bolivia, nell’ottobre 1982, del suo braccio destro Pierluigi Pagliai in un’operazione congiunta dell’Interpol con il Sisde, senza più la sponda delle dittature, negozierà la resa ai servizi segreti italiani, consegnandosi nel marzo 1987 a Caracas. Dietro, una lunga scia di sangue, con una contabilità delle vittime ancora «incompleta», date le molte «operazioni svolte nel più assoluto segreto».
Saverio Ferrari
(Tratto da «il manifesto», 14 giugno 2025).
Inserito il 01/07/2025.
Dal giornale «il Fatto Quotidiano»
Salvatore Cannavò recensisce il volume
(Fandango Libri, 2025)
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Le radici culturali della destra: alla fine è più fumo che arrosto
di Salvatore Cannavò
Valerio Renzi, Le radici profonde (Pagine: 192, Prezzo: 16.50 €, Editore: Fandango)
È molto intrigante compiere un viaggio nella storia della cultura della destra italiana. È quanto si prefigge Valerio Renzi, giornalista e studioso del tema, in questo volume Le radici profonde la cui parte più interessante è proprio quella iniziale. Quella che indaga le radici profonde di un orizzonte culturale che in realtà si manifesta fin dall’inizio della storia, iniziata correttamente dalla nascita del Msi, erede del Partito fascista e di cui Fratelli d’Italia rappresenta la naturale continuazione. Quel partito nasce come un coagulo di reducismo e nostalgismo, e di cultura non ha da dire nulla. Ecco quindi che le anime più attive del neofascismo italiano cercano stimoli fuori dal partito, in particolare nel pensiero di Julius Evola, innanzitutto, tramite i lavori di Pino Rauti e del prematuramente scomparso Adriano Romualdi. Questo filone alimenterà le aree più contestatrici dell’immobilismo missino, e saranno anche quelle che cercheranno di proiettarsi all’esterno tramite le organizzazioni estremiste, e terroriste, degli anni Settanta. Il progetto si basa su un mix di misticismo, anti-egualitarismo, nazionalismo europeo, che però non avrà presa.
Sull’onda dei movimenti sociali italiani degli anni Settanta, la cultura della destra si confronta addirittura con Gramsci, provando a intestarselo, ma anche questa ipotesi, arrivata fino ai giorni nostri, non avrà importanza. Più furbesco invece l’utilizzo strumentale della saga di Tolkien, Il Signore degli Anelli, che insieme ai festival di Atreju contribuisce a tenere in piedi una comunità politica che resiste alla contaminazione liberale del berlusconismo. Da qui il gruppo attorno a Meloni esce indenne (a differenza di Gianfranco Fini) per costruire l'ipotesi attuale di costruzione di una egemonia culturale della destra. Basata però su valori fragili e sempre senza nessun respiro. Il viaggio dovrà continuare ancora.
Salvatore Cannavò
(Tratto da «il Fatto Quotidiano», 14 giugno, 2025).
Mario Capanna (n. 1945).
Il leader del Movimento studentesco del 1968, poi segretario di Democrazia Proletaria, Mario Capanna, affida alla propria pagina Facebook un intervento di critica e un guanto di sfida (o di dialogo) al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che ha fortemente stigmatizzato le proteste e le occupazioni degli studenti universitari in solidarietà col popolo palestinese vittima del genocidio condotto dalla macchina da guerra israeliana.
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Il SESSANTOTTO E IL MINISTRO
di Mario Capanna
L’acritico rispetto per l’autorità è
il più grande nemico della verità.
(A. Einstein)
“Dobbiamo ripristinare il principio di autorità (…) e noi dobbiamo sconfiggere quella cultura sessantottina che purtroppo esiste nel nostro Paese”: così irruppe l’altro giorno Giuseppe Valditara, intervenendo al congresso nazionale di DirigentiScuola.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito (!?) è ossessionato dal Sessantotto. Come se un tarlo lo rodesse di continuo.
Infatti aveva già sentenziato: “Basta sessantottini, nella scuola tornino i doveri” (25 aprile 2024); “vedo le radici lontane del ’68 che hanno messo in discussione il principio di autorità in generale” (17 luglio 2023); “l’eredità del ’68 è la negazione dell’autorità, l’aver messo sullo stesso piano il messaggio di chi sta in cattedra, per insegnare, e le opinioni di chi sta sui banchi, per apprendere” (13 dicembre 2022).
La fobia del Sessantotto attraversa il tempo, e il ministro ha illustri predecessori.
Nicolas Sarkozy, in piena campagna per la conquista dell’Eliseo, mollò i freni: “Il Sessantotto ha imposto il relativismo intellettuale e morale, ha introdotto il cinismo nella società, ha abbassato il livello morale e politico” (30 aprile 2007). Le grandi lotte di allora peggio di Attila…
Lo seguì a ruota l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, noto “riformista”: “Una delle ragioni per le quali gli studenti studiano male è perché alcuni insegnanti sono usciti da anni in cui le discussioni sul Vietnam avevano preso il posto dell’imparare” (23 maggio 2007). Ovvero: il “dottor sottile” divenuto così… sottile, da rendersi evanescente.
Anche Papa Benedetto XVI volle dire la sua, parlando di “cesura del Sessantotto”, vedendovi “l’inizio o l’esplosione – oserei dire – della grande crisi culturale dell’Occidente” (25 luglio 2007).
Almeno Joseph Ratzinger, sottolineando la cesura del Sessantotto, ne riconosce la grandezza. Al contrario degli altri, egli parlava per esperienza diretta, date le contestazioni da cui fu investito nel 1968 quando insegnava all’Università di Tubinga, e per essersi mosso poi in prima fila nel reprimere la teologia della liberazione in America latina (lui, che pure veniva catalogato fra i teologi “progressisti”).
Il fatto è chiaro: anche dopo più di mezzo secolo, il Sessantotto fa paura ai conservatori e ai reazionari di ogni risma. C’è da capirli, poveretti. Perché, come disse quello spirito profetico di Ernesto Balducci, “è da allora che il potere va in giro nudo”. Averlo spogliato di ogni sua aureola autogiustificante è uno dei meriti indelebili del Sessantotto.
Non la menerò, qui, sulle conquiste di allora – e dopo – nel campo dei diritti e della nuova visione del mondo, per cui, da quel momento, lo sguardo sulle cose – tutte le cose – non è più uguale a prima, nonostante la sistematica repressione scatenataci contro ovunque. In merito bastano, e avanzano, i miei libri.
Sottolineo solo che il termine contestazione viene da contestatio, che significa “affermazione”, e rinvia al verbo contestor (“chiamo in testimonianza”). Ha un’incredibile ricchezza di significati: contiene testis (“testimone”), rimanda a contineo (“contengo”, “racchiudo”) e a contexo (“tessere, intrecciare insieme”).
Sicché, per farla corta: ci chiamammo in testimonianza, simultaneamente nei continenti, a milioni – studenti, giovani, lavoratori, intellettuali – acquisendo ognuno la padronanza di sé (consapevolezza meravigliosa) e indicando un nuovo mondo possibile, al di là della guerra, dello sfruttamento del profitto capitalistico, per la giustizia e la fratellanza tra le persone e i popoli.
È, questa, una delle ragioni profonde per cui la rivoluzione culturale del Sessantotto è stata l’unica rivoluzione non consumata. Vale a dire: non finita stritolata nelle dinamiche simmetriche a quelle che intendeva combattere. Come accadde, per esempio, alla rivoluzione francese, a quella bolscevica ecc.
La questione dell’autorità sembra il chiodo fisso di Valditara. Parlamentare di lungo corso, prima militante di An e poi della Lega, è da supporre che per lui “Dio, Patria, Famiglia” costituiscano l’autorità triadica originaria.
Sembra non riuscire a capire che l’autorità ha senso, e merita rispetto, se viene usata per l’emancipazione di coloro verso cui si esercita. Se non svolge questa funzione, è autoritarismo, e va contestata.
Prendiamo il caso del rapporto insegnante-studente: l’autorevolezza del primo dipende dalla sua capacità di educare, vale a dire di e-ducere, “condurre fuori”, “estrarre” le potenzialità del discente. Per cui è buon docente chi impara mentre insegna, ed è buon studente chi insegna mentre impara. Esattamente il contrario dell’ossessione di Valditara, secondo cui uno è… autorità per il solo fatto che siede in cattedra.
Lo so, è duro da accettare e, soprattutto, da praticare. Ma: o ci si arriva, oppure ogni predica sull’autorità lascia semplicemente il tempo che trova. E fa ridere, per il suo semplicismo conservatore.
Sul tema “Il Sessantotto, la scuola, l’autorità” invito volentieri Valditara a un confronto pubblico diretto. Scelga pure lui il luogo e la forma. Non è una sfida, vuole essere un dialogo.
Spero che non si comporti come Indro Montanelli, che cannoneggiò ripetutamente il Sessantotto, da dietro la comoda trincea dei suoi giornali, e, invitato al confronto, non trovò di meglio che sottrarsi. A proposito di coraggio… delle proprie idee.
25 maggio 2024
Mario Capanna
(Tratto dalla pagina Facebook dell’autore).
Inserito il 26/05/2024.
Valerio Romitelli, storico delle dottrine politiche, dei movimenti e partiti politici, ci aiuta a comprendere perché è più corretto riferirsi all’estrema destra di Meloni con l’espressione «neofascismo» piuttosto che «fascismo» e ci offre, al contempo, una lettura delle diverse declinazioni e trasformazioni che, nel corso degli anni, ha attraversato l’antifascismo italiano, processo che in qualche modo ha favorito la vittoria dei «neofascisti» alle ultime elezioni.
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(Neo)Fascismo e antifascismo, oggi
di Valerio Romitelli
La frase con cui Marx ne Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte riprende e rettifica Hegel per misurare le differenze tra Napoleone e il suo nipote Napoleone III è arcinota: «i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte […] la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa».
I
Ci si azzarderà allora a sostenere che la Meloni è la farsa di Mussolini? Il suo governo la caricatura di quello formato dall’allora futuro Duce nell’ottobre di cent’anni fa? Non esageriamo. Nell’ottobre […] 2022 il senatore Scarpinato1 in un memorabile discorso2 al parlamento ha messo i puntini sulle i. La tradizione che il governo Meloni incarna non è esattamente il fascismo, ma il neofascismo. Questa precisazione è decisiva. A partire da essa si spiegano molte cose.
Si spiega lo sbaglio colossale di tutti coloro più o meno «rosso-bruni» che hanno intravisto in questo governo una qualche possibile protezione nazionalista di fronte alle perversioni della globalizzazione neo-liberale. Si spiega perché questo governo non lasci la ben minima speranza a qualsiasi pur vaga nostalgia per l’autarchia degli anni Trenta. Si spiega come mai la leader di Fratelli d’Italia non abbia dimostrato alcuna riserva critica rispetto alla fedeltà atlantista che il governo precedente, l’indecorosa ammucchiata attorno all’ineffabile Draghi, aveva eretto a suo vessillo principale. Si spiega perché nel prossimo avvenire nulla possa moderare l’adesione italiana alle politiche europee di sostegno sistematico, fatto di armi e soldi, al governo Zelensky. Si spiega fino a che punto la sottomissione italiana ed europea alle strategie di guerra americane sia confermata e proiettata ad oltranza, costi quel che costi3.
Cosa vuol dire infatti che il governo attualmente in carica «da noi eletto» si situa nel solco del neofascismo piuttosto che del fascismo? Vuol dire che, se il fascismo di un secolo fa era stato (ahinoi!) un fenomeno comunque autoctono, deciso e strutturato dalle lotte sociali e politiche interne al bel paese, non così è stato per il neofascismo, né così è per il governo Meloni.
Chi sono stati infatti e cosa hanno fatto i neofascisti nel secondo dopoguerra italiano? Non solo e non tanto hanno militato per tenere viva la nostalgia per il Ventennio del Duce, ma hanno soprattutto tenuto fede ai sentimenti più primari che avevano dato vita allo stesso fascismo propriamente detto, quello che aveva fatto i primi passi nel corso del «biennio rosso». Sentimenti primari che andavano dall’antisocialismo e dall’anticomunismo più viscerali all’odio sistematico per ogni visione e lotta «di classe» intese in senso marxista. Il tutto galvanizzato dal rilancio dell’ideologia bellicista, già diffusasi nel corso della Grande Guerra. È proprio seguendo questa ostilità militaresca verso qualunque gradazione del «rosso», ma in un’Italia e un’Europa oramai completamente sotto tutela angloamericana, che i neofascisti nella loro maggioranza hanno finito per collaborare coi servizi segreti delle potenze anglosassoni, rafforzandone l’egemonia tramite quegli attentati, trame, complotti, depistaggi, assassini singoli o di gruppo, eccellenti o ignoti che hanno fatto la ben nota ma sempre faticosamente e solo parzialmente riconosciuta «strategia della tensione». Strategia da «guerra fredda» il cui unico senso stava nel fungere da opera di «contenimento» di quel comunismo dilagato nel frattempo in tutto il mondo proprio ad est dell’Italia e dell’Europa, nonché presente «da noi» col più corposo partito comunista di tutto l’occidente capitalista.
Questo il succo desumibile dall’ammirevole e coraggioso, quanto sintetico discorso dell’onorevole Scarpinato, di cui è consigliabile l’ascolto onde anche tarare l’interpretazione qui fornita.
II
Tutto ciò non vuol comunque dire che il governo Meloni sia da considerare un governo fantoccio, le cui fila sono tirate da Washington. Ma vuol dire che, lungi dallo spezzare o anche solo attenuare i condizionamenti globali subiti dai precedenti governi, l’attuale non promette alcuna discontinuità di rilievo.
Capitalismo sì sempre abbastanza ricco, nonostante tutto, ma anche sempre più disperso di altri, quello italiano pare quindi tutt’oggi destinato a restare quello che è sempre stato dal dopoguerra in poi: dotato di una potenza di secondo grado rispetto alle strategie globali, specie quelle decise dall’imperialismo yankee, per quanto declinante, sempre a capo del mondo.
Se novità ci saranno col governo Meloni, ciò dipenderà dal mutato «spirito del tempo» a livello globale. Spirito del tempo che pare caratterizzato anzitutto dalla conversione delle democrazie liberali ad immagine americana, in democrazie, sì sempre fondamentalmente neoliberali (specie sui luoghi di lavoro e nelle amministrazioni pubbliche al loro interno), ma anche e soprattutto sovraniste, specie in politica estera: aventi come ideale nelle relazioni internazionali, non più tanto il libero scambio di mercato, né l’impegno per una democratizzazione universale, ma la gelosa e intransigente difesa di una supposta identità etnica occidentale, sempre più esagitata e posseduta da una ostilità irriducibile nei confronti dei due maggiori concorrenti orientali Russia e Cina.
Chiaro esempio delle conseguenze di un simile contesto viene dalla Polonia. Se questo paese infatti, prima della invasione russa dell’Ucraina, si trovava non di rado criticato per il suo lacunoso rispetto dei valori democratici e liberali, dopo tale invasione pare essersi scagionato da ogni critica solo grazie all’impegno profuso nell’appoggiare la reazione militare di Kiev contro le truppe di Mosca. Ecco dunque un fatto caratteristico della presente epoca di sovranismo dilagante: il fatto che priorità obbligatoria nell’agenda di ogni governo occidentale sta nell’esibire la più ferma convinzione nel partecipare alla guerra verso l’oriente, oggi contro Putin, domani forse contro Xi Jinping. Se quindi, come pare, il governo Meloni proseguirà senza tentennamenti su questa via, si può stare certi che il suo background più o meno fascistoide sarà sempre meno problematico per l’Ue e la Nato.
III
Può allora insorgere la domanda: se questo background incide così poco sulle strategie del capitalismo italiano e occidentale, non hanno forse ragione i commentatori che ne banalizzano la particolarità ideologico-politica di estremissima destra, anziché perdere tempo a scandalizzarsi, denunciarlo e provare a soppesarne le conseguenze? Questa è in effetti la più certa conclusione cui si giunge se si crede che i destini del mondo siano sempre integralmente decisi dalle «operazioni del capitale» e dalle eventuali lotte contro di esse. Il discorso può prendere invece un’altra piega se si pensa che anche le ricerche e le sperimentazioni di alternative al capitalismo abbiano contato e possano sempre contare nel condizionare i destini del mondo.
È sotto questo profilo che l’andata al governo di Fratelli d’Italia appare in tutta la sua disastrosa rilevanza. Disastrosa rilevanza che chiama in causa un orientamento che dal secondo dopoguerra a oggi ha enormemente condizionato simili ricerche e sperimentazioni in Italia. Si tratta ovviamente dell’orientamento antifascista. Di quell’orientamento antifascista che di fronte all’immagine della Meloni a Palazzo Chigi non può non riconoscere una considerevole sconfitta. Così considerevole che se non viene discussa e rielaborata adeguatamente rischia di trasformarsi in una disfatta di lunga durata. È ben noto infatti che una volta superato un tabù, la tentazione di far saltare ogni altro limite può divenire incontenibile.
Sì, perché in tutta la storia dell’Italia repubblicana non è forse stato uno dei più solidi tabù anche solo la vaga idea che dei fascisti comunque travestiti potessero tornare al potere? Come non prendere atto che per quanto contrastato l’antifascismo dal 1945 a oggi sia stato uno dei primi, se non il primo orientamento culturale e politico di tutte le istituzioni pubbliche italiane? Come non sorprendersi che, dopo più di settant’anni di tale egemonia, sia proprio il suo nemico dichiarato a conquistare il potere di governo? Come non chiedersi se, dato un simile risultato clamorosamente negativo, non ci sia stato qualcosa di profondamente equivoco in tutto il discorso antifascista?
IV
Senza pretendere di affrontare le enormi questioni connesse a un tale doveroso quanto spinoso bilancio limitiamoci qui solo a qualche osservazione schematica, per così dire, di metodo.
Da quando l’antifascismo esiste (diciamo dal Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925 promosso da Benedetto Croce) esso è stato la posta in gioco tra differenti visioni, tra le quali due prevalenti.
A) Da un lato, la visione moderata, liberal-democratica, favorevole al capitalismo, che critica e combatte il fascismo proprio in quanto antidemocratico, illiberale, più protezionistico che aperto al libero mercato, ma che (come fecero Churchill e la maggior parte dei successivi primi ministri britannici assieme a tutti i presidenti americani a partire da Truman) lo considera «utilizzabile» in casi di «pericoli» supposti più gravi, quali il comunismo o oggi i «dispotismi orientali», Russia e Cina in testa.
B) Dal lato opposto, la visione più «intransigente», «di classe» e alla ricerca di alternative al capitalismo, che critica e combatte il fascismo in quanto una delle peggiori forme di governo dello stesso capitalismo (come teorizzò Togliatti nel 1935 a Mosca, ammettendo però poi una vasta gamma di compromessi).
Ora, queste due visioni A e B si sono contrastate apertamente durante l’epoca della «Guerra fredda» e i «Trent’anni gloriosi», tra il 1945 e il 1975, quando il comunismo era egemone in mezzo mondo e puntava a dilagare nell’altra metà, nonostante le politiche di «contenimento» da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, i quali appunto ricorsero al reiterato utilizzo di neofascisti per scopi terroristici.
Dagli anni Ottanta però la visione B ha perso quasi ogni supporto istituzionale, data la perdita di credibilità di tutti i regimi a direzione comunista, il crollo dell’Urss e l’adeguamento al capitalismo della Cina. Cosicché a difendere effettivamente questa visione da allora in poi sono rimasti solo movimenti più o meno antagonisti e alcuni intellettuali di prestigio internazionale.
Il tutto mentre invece la visione A ha conosciuto il suo massimo trionfo, supportando quella che è stata giustamente chiamata l’«epoca della democrazia», durante la quale la specificità stessa dell’analisi critica e del contrasto al fascismo è stata dispersa a profitto della identificazione di una categoria (fino agli anni Cinquanta inedita in tutta la storia del pensiero politico) designante il nuovo nemico ideologico delle democrazie con a capo quella americana. Sarebbe a dire quel «totalitarismo» che si suppone contenga e omologhi ogni forma di fascismo, nazismo e comunismo. Si è dunque avuta così una conversione di questa visione liberal-democratica dell’antifascismo in antitotalitarismo. Conversione la quale ha di fatto comportato la moderazione di ogni condanna del neofascismo, come quello di cui la Meloni è erede. È dunque anche da qui che viene una delle ragioni del suo successo.
La bruciante domanda che resta aperta è quindi, in conclusione: come non lasciare estinguere la visione più militante, anticapitalista dell’antifascismo, proprio ora che i neofascisti sono al potere e paiono persino aumentare i loro consensi? Di sicuro, vano non sarebbe adoperarsi per smascherare tutte le equivocità non solo della tradizione liberal-democratica dell’antifascismo, ma anche della sua più recente conversione in antitotalitarismo. E vano pure non sarebbe ripensare la tradizione di classe, anticapitalista dell’antifascismo, per farla riemergere dall’emarginazione politica e culturale che ha subito a partire dagli Ottanta in avanti.
2 gennaio 2023
Valerio Romitelli
(Tratto da: Valerio Romitelli, (Neo)Fascismo e antifascismo, oggi, in https://www.machina-deriveapprodi.com/post/neo-fascismo-e-antifascismo-oggi).
Note
1 Ex magistrato e senatore per il Movimento 5 stelle.
2 https://www.youtube.com/watch?v=oNabMzqHvH8
3 Se l’astensionismo alle ultime elezioni è risultato così alto non è da escludere che ciò sia accaduto anche perché Fratelli d’Italia si è presentato meno nazionalista e più europeista e atlantista di quanto le opinioni più critiche rispetto alla globalizzazione e all’egemonia americana potevano sperare.
Inserito il 23/05/2024.
Diciamo «No» al fascismo all’Università Statale Russa di Studi Umanistici.
Pubblichiamo un appello degli studenti dell’Università Statale Russa di Studi Umanistici (RGGU) per bloccare l’intitolazione della Scuola Superiore di Politica presso la medesima università al filosofo russo Ivan Aleksandrovič Il’in (1883-1954), che vide nel fascismo e nel nazismo gli strumenti ideali per combattere il bolscevismo in Unione Sovietica e nel mondo.
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STUDENTI DELLA RGGU CONTRO IL FASCISMO IN UNIVERSITÀ
Noi, studenti dell'Università Statale Russa di Studi Umanistici (RGGU) e cittadini preoccupati, esprimiamo la nostra sincera indignazione e il nostro turbamento in relazione alla creazione di un centro educativo e scientifico intitolato al filosofo di estrema destra Ivan Il’in.
Nel XX secolo Ivan Il’in giustificò le attività del regime fascista tedesco e i crimini di Hitler al fine di contrastare il bolscevismo e scrisse che era necessario un fascismo russo.
Il centro scientifico di una delle principali università del paese vittorioso sul fascismo non può portare il nome di un sostenitore delle idee fasciste, anche tenendo conto della situazione socio-politica in cui si trova attualmente il nostro Paese. L’università deve rimanere una sede di conoscenza e creatività, libera da congiunture politiche e propaganda. Siamo convinti che la filosofia di Il’in abbia poco in comune con i valori dell’umanità progressista, proprio come l’idea fascista, che è una costruzione politica innaturale.
Diversi mesi fa le azioni pubbliche e l'indignazione generale contribuirono alla sospensione delle procedure: l’amministrazione fu costretta a cancellare l’annuncio della dedica del Centro scientifico a Ivan Il’in. Ma quella vittoria del buon senso non fu definitiva. Come si è appreso dai media e dalle pubblicazioni ufficiali dell'università, la Scuola Politica Superiore “Ivan Il’in” è stata approvata con ordinanza del 23/07/23 N 01-546/osn.; il capofila di questa iniziativa è stato il filosofo di estrema destra Aleksandr Gel’evič Dugin.
Vogliamo credere che non siamo soli nel nostro impulso, e quindi chiediamo aiuto a tutti i progressisti!
Chiediamo di rinominare il centro educativo e scientifico e di organizzare un voto pubblico tra gli studenti per il nome della nuova Scuola Politica Superiore.
Firma la nostra petizione e aiutaci a spargere la voce https://chng.it/jWNPGpk8pR
Potete contattarci e aiutare l'iniziativa tramite messaggi pubblici. Garantiamo riservatezza agli studenti.
Ivan Aleksandrovič Il’in (1883-1954).
Fonte della foto: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/02/Iljin02.jpg
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Per conoscere meglio la figura e il pensiero del filosofo russo Ivan Il’in riprendiamo alcuni articoli apparsi sulla stampa italiana nella fase iniziale dell’invasione russa dell’Ucraina. Non si trova molto in italiano su Il’in, ed entrambi gli articoli che presentiamo si rifanno a un volume di uno storico statunitense, Timothy Snyder, pubblicato da una casa editrice di destra, così come sono di destra le case editrici che pubblicano i testi del continuatore del pensiero di Il’in, Aleksandr Dugin, ormai molto conosciuto, lui sì, anche in Italia. Sia detto per inciso: un altro dei continuatori del pensiero nazional-religioso fascista di Ivan Il’in fu l’ammiratissimo (in Occidente) scrittore dissidente sovietico Aleksandr Isaevič Solženicyn.
Si noterà che in entrambi gli articoli si sottolinea a più riprese il fatto che il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si ispira alle tesi nazionaliste di Ivan Il’in; in verità non si trovano nei due articoli citazioni di Putin, manca la “pistola fumante”, ma vabbè… neanche a noi piace Putin, statene pur certi.
Quindi, secondo questo schema portato avanti più che altro dai liberaldemocratici nostrani, a far da contrappeso al nazionalismo ucraino (appoggiato da Nato e UE), erede del nazista Stepan Bandera (su questo i liberaldemocratici sorvolano volentieri), ci sarebbe il nazionalismo ortodosso russo, ispirato al fascismo di Ivan Il’in. Due nazionalismi contro. Per di più di matrice reazionaria, misticheggiante, oscurantista.
Da comunisti possiamo solo scegliere la via del contrasto a qualsiasi nazionalismo, liberale o reazionario che sia: «Il nazionalismo borghese e l’internazionalismo proletario sono due parole parole d’ordine inconciliabilmente avverse, che corrispondono ai due grandi schieramenti di classe di tutto il mondo capitalistico e che esprimono le due linee politiche (di più: due concezioni del mondo) nella questione nazionale» (V.I. Lenin).
Questo se stiamo alla politica e all’ideologia. Se invece alla politica anteponiamo la geopolitica (e molti comunisti in questa fase lo stanno facendo in nome della lotta per un nuovo multilateralismo antiamericano), rischiamo di andare fuori strada e di perdere di vista l’obiettivo supremo, che resta sempre quello del superamento del capitalismo per una società più giusta, che non può che essere socialista.
Leandro Casini
Dalla rivista «MicroMega»
di Antonio Vigilante
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Chi era Ivan Il’in
di Antonio Vigilante
La guerra in Ucraina ha avuto tra gli effetti una sorta di conversione di massa alla geopolitica. Riviste come «Limes», fino ad allora assolutamente di nicchia, hanno conquistato una posizione di primo piano nelle edicole e nelle librerie e gli schermi televisivi si sono riempiti di analisti più o meno preparati. Non si può dire lo stesso per la filosofia. E potrebbe essere un bene, perché negli ultimi tempi i filosofi italiani non hanno dato un contributo particolarmente apprezzabile alla comprensione degli eventi storici; e tuttavia resta una lacuna grave: perché quello che sta accadendo non è pienamente comprensibile se non se ne analizzano le ragioni ideali. Dietro ogni sistema di potere violento c’è una giustificazione ideale, un sistema ideologico che rende quella violenza non solo accettabile, ma perfino doverosa. E più è violento il sistema, più forte sarà il richiamo agli ideali.
Quale è la costellazione ideale e ideologica di Putin? Detto in breve, si tratta di questo: l’Occidente è corrotto, ha smarrito non solo i valori cristiani, ma anche la nozione naturale di bene, come dimostra l’accettazione sociale delle relazioni omosessuali. Questo smarrimento rappresenta un pericolo per l’intera umanità. La Russia ha la missione di combattere questo pericolo, perché depositaria dei sacri valori cristiani. “Andremo verso la morte, se l’umanità perderà la capacità di distinguere il bene dal male”, affermava il patriarca Kirill in una intervista di qualche anno fa, subito dopo aver deplorato il riconoscimento delle relazioni omosessuali in Europa1. E poco prima, interrogato sul potere spirituale della Russia, aveva detto: “Perché la Rus fu chiamata la Santa Rus? Perché il valore dominante principale era Dio, e la santità dell’uomo era vista come il risultato del riconoscimento della centralità di Dio”2. La Russia post-comunista, guidata dalla Chiesa ortodossa, interpreta sé stessa in questo modo. Se la Russia sovietica si pensava come un modello di civiltà e di organizzazione sociale per il mondo intero, ora che la storia ha mostrato quanto quel modello fosse improbabile è tornata la narrazione della Russia santa, che nel cuore caldo del suo popolo e nella sua fede ha conservato i valori cristiani di cui il mondo intero ha bisogno. La Russia, cioè, torna esattamente all’Idiota di Dostoevskij, quel principe Myskin che proclamava: “Bisogna che il nostro Cristo risplenda a difesa contro l’Occidente, un Cristo che noi abbiamo conservato e che loro non conoscono!”3.
Alexandr Dugin aggiunge a questo fondo un bel po’ di ferramenta filosofica raccolta in giro e costruisce un edificio bizzarro, che ha per base Julius Evola, René Guénon e Martin Heidegger, che già ha dato un grande contributo alla fondazione del fascismo islamico in Iran e, applicati un po’ alla rinfusa, diversi inserti presi dalle avanguardie, che aggiungono qualche nuance rossa a una base solidamente fascista. La sostanza non cambia: la Russia ultimo baluardo di civiltà contro l’Occidente corrotto e il neoliberismo, attraverso il quale la corruzione si diffonde in tutto il mondo come un cancro inarrestabile.
E poi c’è Ivan Il’in. Pensatore assolutamente fondamentale per il fascismo russo attuale, come è chiaro leggendo lo stesso Dugin, ma del cui pensiero non è facilissimo farsi un’idea esatta. In italiano su di lui esiste solo un libretto di Timothy Snyder, Ivan Il’in. Il filosofo del neozarismo di Putin (Italia Storica, Genova 2022). Snyder è uno dei non molti storici americani che conoscono il russo, ma il contributo offerto con questo libretto, privo di qualsiasi indicazione delle fonti, appare modesto. Interessante è il piccolissimo editore che lo ha pubblicato in Italia: Italia Storica, una casa editrice e specializzata in storia militare il cui fondatore, Andrea Lombardi, vanta studi su Céline e una collaborazione, tra l’altro, a «Il Primato Nazionale». Leggendo il libro di Snyder viene il dubbio che l’editore italiano non l’abbia letto con attenzione prima di pubblicarlo, perché non si può certo dire che vi sia simpatia o affinità ideologica tra lo studioso americano e il filosofo russo.
Chi volesse leggere qualcosa di Il’in e non conosca il russo deve ricorrere all’editoria in lingua inglese. Anche qui c’è poco, ma un poco che forse è sufficiente per approcciare in modo non superficiale il suo pensiero e ragionare sul suo impatto sulla Russia di oggi. Edito da una certa Taxiarch Press, coedizione slovena-inglese [sic!, non slovena ma slovacca, ndr], è On Resistance to Evil by Force, traduzione di un libro del 1925. Il’in aveva già abbandonato la Russia sovietica per impiegarsi a Berlino presso l’Istituto Scientifico Russo. Mentre stava scrivendo questo libro sulla resistenza al male attraverso la forza, racconta Snyder, Il’in visitò l’Italia “e pubblicò articoli pieni di ammirazione sul Duce”, al punto che il libro allo storico statunitense appare come “una giustificazione di un sistema emergente”4.
L’opera di Il’in intende essere una risposta alla filosofia della non resistenza al male di Lev Tolstoj, esposta soprattutto nel suo capolavoro filosofico, Il regno di Dio è in voi, del 1893 (opera notevole, e che grande impatto ha avuto sulla cultura europea per qualche decennio, e che oggi sembra più rimossa che dimenticata). Il grande scrittore russo vi affermava, appunto, la necessità di non resistere al male con la violenza, e al tempo stesso denunciava la violenza strutturale della Russia zarista, di cui la Chiesa ortodossa (che lo scomunicherà) costituiva un tassello fondamentale.
È dunque lecito reagire al male con la violenza? Poiché sia Tolstoj che Il’in si richiamano al Vangelo, la questione si pone in termini religiosi: un cristiano può reagire al male con la violenza? E posta così sembra che la risposta sia semplice: “io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra”, insegna il Vangelo (Matteo, 5:39). E dunque ha ragione Tolstoj. Ma per Il’in le cose non sono così semplici. Cosa intendeva Gesù quando parlava di nemici? Ci sono i nostri nemici personali e ci sono i nemici di Dio. Il passo evangelico per Il’in si riferisce solo ai primi. Se qualcuno percuote noi, abbiamo il dovere morale e religioso di rispondere a quella violenza porgendo l’altra guancia. Ma non si può dire lo stesso dei nemici di Dio. Scrive Il’in:
“Cristo non ci ha mai chiamati ad amare i nemici di Dio, a benedire coloro che odiano e calpestano ciò che è divino, ad aiutare i seduttori blasfemi, a simpatizzare gentilmente con i molestatori ossessivi dell’anima, ad avere soggezione di loro e a desiderare ardentemente che nessuno si opponga alla loro malvagità”.5
Cristo stesso, del resto, minaccia i tormenti peggiori per coloro che saranno contro di lui.
È evidente che questo modo di rispondere alla questione sposta pericolosamente i termini del problema. Non si tratta più, solo, di legittimare dal punto di vista cristiano la resistenza a una violenza subìta. Il male ora diventa qualsiasi forma di opposizione a Dio. Violenti saranno tutti coloro che calpestano ciò che è divino, anche se non esercitano alcuna violenza personale sui credenti o su qualsiasi altra persona. In altri termini, Il’in non si limita a giustificare la violenza difensiva, ma richiede e giustifica in nome di Dio la stessa violenza offensiva. Attaccare chiunque sia contro Dio – ossia contro il cristianesimo e i suoi valori – è in realtà una difesa, perché il male nel mondo è una minaccia compatta che procede come un’infezione, e pertanto va combattuto in modo ugualmente compatto6. In un crescendo delirante si passa dal diritto di difesa alla lotta contro il male ovunque si manifesti, con toni da crociata. Lo stesso individuo che non sia in grado di disciplinare dentro di sé il male radicale dev’essere disciplinato dall’esterno, e non con la dolcezza, ma con la paura e il dolore7. Il crociato, colui che sopprime i malvagi, compie un’azione spirituale, e tuttavia il suo amore, l’amore che opera attraverso la spada, è solo negativo. Non si può negare, per il filosofo russo, che questa soppressione del malvagio comporti azioni impure. Uccidere, far scorrere il sangue, se occorre anche a fiumi, non è etico. Il vero credente, tuttavia, dovrà sottomettersi a questa colpa per il bene della causa di Dio, e potrà poi purificarsi: “Il guerriero – scrive Il’in – come portatore della spada e il compromesso che compie impugnandola hanno bisogno di un monaco come confessore, una sorgente di viva purezza, di saggezza religiosa, un pleroma morale: qui egli riceve grazia nel sacramento e forza per le sue azioni, affila la sua coscienza, conferma il proposito di servire e ripulisce la sua anima”8.
Il soldato e il monaco. La spada e la preghiera. In Il’in viene in primo piano quello che mi piace chiamare dispositivo diabolico del cristianesimo, che è la ragione per la quale una religione che predica l’amore ha portato tanta violenza nel mondo e rappresenta ancora oggi una minaccia per la pace mondiale. Il male presente nel mondo è interpretato dai cristiani come espressione di un principio metafisico, il Diavolo, che è il nemico di Dio. L’umanità, dunque, si divide – diabolicamente – in due: chi è da Dio e chi è dal Diavolo. E poiché chi è dal Diavolo è nemico di Dio, non sarà possibile avere verso di lui quella gentilezza che il Vangelo richiede verso il nemico. Chi è il nemico? Chiunque sia associabile al Diavolo. In passato gli ebrei, i pagani, gli eretici, le streghe, alcuni popoli indigeni. Oggi gli omosessuali, che tanto spaventano la santa Russia.
Quando si legge della lotta di Putin contro il satanismo degli ucraini si resta increduli. O la cosa strappa un sorriso. Si tratta invece di un delirio che occorre considerare con la massima serietà, per comprendere cosa sta succedendo in Ucraina. Se le categorie che il potere russo usa per interpretare il mondo contemporanee sono quelle di Il’in – “Dal 2012, la politica russa verso l’Ucraina è stata fatta sulla base dei principi assoluti, e quei principi erano quello di Il’in”, scrive Snyder9 – allora l’Ucraina e l’intero Occidente, fatte salve le oasi sovraniste e neofasciste che la Russia ha finanziato e sostenuto, sono letteralmente sataniche. Rappresentano un pericolo per l’umanità intera nella misura in cui negano la legge di Dio. E, come l’omosessuale, che non è in grado reprimere i propri impulsi e dev’essere dunque costretto dall’esterno con la violenza, così il decadente, depravato, corrotto Occidente dovrà essere costretto dalla santa Russia a ristabilirsi nella via del bene.
Sarebbe una ingenuità ridurre le ragioni della guerra in Ucraina a questioni religiose e filosofiche, ma sarebbe probabilmente una ingenuità anche maggiore non considerare la rilevanza che idee simili sul putinismo quale incarnazione ultima del fascismo.
22 Febbraio 2023
Antonio Vigilante
(Tratto da: Antonio Vigilante, Chi era Ivan Il’in, l’ideologo del fascismo di Putin, su: https://www.micromega.net/chi-era-ivan-llin-lideologo-del-fascismo-di-putin).
Note
1 Patriarca Kirill, La missione dei cristiani nel mondo, a cura di Francesco Bigazzi, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2018, p. 65.
2 Ivi, p. 62.
3 Fëdor Dostoevskij, L’idiota, traduzione di Licia Brustolin, Garzanti, Milano 2011, parte IV, capitolo 7.
4 Timothy Snyder, Ivan Il’in. Il filosofo del neozarismo di Putin (Italia Storica, Genova 2022, p. 21.
5 Ivan Alexandrovich Iliyn, On Resistance to Evil by Force, translated by K. Benois, Taxiarch Press, Zvolen, Slovakia / London, England 2018, p. 123.
6 Ivi, p. 149.
7 Ivi, p. 153.
8 Ivi, p. 207.
9 Timothy Snyder, Ivan Il’in, cit., p. 51.
Inserito il 18/11/2025.
Dal quotidiano «il manifesto»
di Guido Caldiron
Lo storico statunitense Timothy Snyder analizza il ruolo del filosofo ammiratore di Mussolini. Tra le radici ideologiche del ventennio di Putin, ci sono le tesi del pensatore del fascismo russo dei primi del Novecento. Ai suoi occhi la Russia non era una realtà formata da individui e istituzioni, ma una creatura vivente e immortale, «un organismo della natura e dell’anima» che sotto la guida di un «redentore» poteva tornare ad essere grande.
Morto in esilio in Svizzera nel 1954, le sue spoglie sono state nuovamente sepolte nel 2005, questa volta a Mosca, per volere dello stesso presidente della Federazione Russa.
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Ivan Il’in, tutto il nero del Cremlino
di Guido Caldiron
«In Occidente fino ad oggi si pensa che la libertà e l’uguaglianza siano ideali indiscutibili, che la democrazia sia un assioma per ogni persona “perbene”, che l’elezione sia sempre più alta e più utile della nomina, che la monarchia è sempre peggiore della repubblica (…)». Ma, «davanti a noi non c’è un “ideale”, non un “sogno” e non una “dottrina”, ma il compito fondamentale di ricreare la Russia. E dobbiamo concepire la Russia come uno stato vivente, organico-storico, unico, russo-ereditario, con la sua fede speciale, con tradizioni e bisogni speciali». Al di là di qualche espressione e riferimento più databili nel passato, ad una prima lettura si potrebbe essere forse portati a credere che queste frasi siano tratte da uno dei molti interventi pronunciati da Vladimir Putin nel corso degli ultimi vent’anni, e ancor di più da quando lo scorso 24 febbraio le forze armate russe hanno invaso l’Ucraina. Si tratta invece di una citazione tratta da Nashi Zadachi (I nostri compiti), una raccolta di scritti politici pubblicati tra il 1948 e il 1954, anno della sua morte, dal filosofo Ivan Aleksandrovic Il’in, il più significativo tra i pensatori fascisti russi. E una delle figure più citate da Putin.
È, TRA GLI ALTRI, allo storico statunitense Timothy Snyder, docente a Yale e membro del comitato scientifico del Museo dell’Olocausto di Washington, che si deve l’analisi del ruolo assunto dalle tesi di Il’in nel nuovo pantheon ideologico del Cremlino. Specialista dell’Est europeo e della Shoah, autore di testi come Terre di sangue. L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin e Terra nera. L’Olocausto fra storia e presente (entrambi per Rizzoli), divenuti rapidamente dei «classici», Snyder ha progressivamente spostato il proprio sguardo sul presente, cercando di scorgere le radici di alcuni dei fenomeni che minacciano oggi la democrazia; dal nazional-populismo in Occidente, a partire dal fenomeno Trump, fino allo sviluppo del regime putiniano in Russia.
A questo riguardo, già in La paura e la ragione (Rizzoli, 2018), lo storico sottolineava come, in particolare dopo la crisi economica globale del 2008, all’assenza di una volontà riformatrice sul piano sociale e democratico, abbia corrisposto da parte del regime di Mosca il ricorso alla «politica dell’eternità». Con questa formula Snyder identifica il tentativo di costruire costantemente ad arte un clima di emergenza e di manipolare le emozioni dei cittadini per distrarli dai problemi reali del Paese. Invece che cercare di migliorare le condizioni di vita all’interno della società, sforzo che metterebbe probabilmente in discussione la tenuta e la legittimità stesse del proprio potere, la leadership si spende senza sosta per «metterla in guardia dalle minacce».
IN QUESTO SENSO, il riferimento all’«eternità» colloca una nazione «al centro di un racconto ciclico di vittimizzazione. Il tempo non è più una linea verso il futuro, bensì un ciclo che riproduce senza fine le minacce del passato». Inoltre, se l’origine di questo «pericolo» viene identificata come esterna al Paese, risulta implicito l’invito a serrare le fila e a seguire di buon grado le indicazioni di chi guida il potere.
Se sostituire gli oligarchi dell’era Eltsin con persone di fiducia per lo più provenienti dalle fila dell’ex Kgb, è stato all’inizio del nuovo millennio l’obiettivo concreto e immediato di Putin, accanto al controllo repressivo dello Stato e all’utilizzo sistematico a fini propagandistici dei media, anche la costruzione ideologica del nuovo potere è diventata rapidamente una priorità. È in questo contesto che intrecciato al pensiero geopolitico di Aleksandr Dugin, l’opzione eurasiatica della ricostruzione di un vasto impero continentale, e all’abbraccio sempre più stretto con il conservatorismo omofobo del Patriarcato di Mosca, sono andati emergendo in modo sempre più evidente i riferimenti alla figura e al pensiero di Il’in che già oltre settant’anni fa aveva presentato «l’assenza dello Stato di diritto alla stregua di una virtù russa» e riletto l’intera vicenda nazionale «non come storia, ma come un mito ciclico della virtù nativa difesa dalla penetrazione esterna». In sostanza, in oltre mille anni di storia, il Paese era stato soggetto a tali minacce che l’intero suo agire era giustificabile nei termini di una estenuante «autodifesa».
NATO A MOSCA NEL 1883, di famiglia nobile legata ai Romanov, Il’in si era laureato con una tesi che leggeva da destra le tesi di Hegel, auspicando una redenzione del mondo che muovesse da una nazione «innocente» come la Russia, superando in senso regressivo la dialettica tra il volere di Dio e la libertà dell’individuo.
Esiliato dal Paese dopo la nascita dell’Urss nel 1922, visse prima in Germania e quindi in Svizzera divenendo una delle voci più note della comunità dei «russi bianchi». Ammiratore di Mussolini e di Hitler, aveva visitato l’Italia e scritto articoli pieni di ammirazione sul Duce e la Marcia su Roma, del resto considerava l’opposizione armata zarista ai bolscevichi come l’antesignano diretto dei fascismi europei e, come spiega Snyder, «intese il suo ruolo di intellettuale come quello di propagare le idee fasciste in lingua russa» e verso il suo Paese d’origine. Ai suoi occhi la Russia non era una realtà formata da individui e istituzioni, ma una creatura vivente e immortale, «un organismo della natura e dell’anima». Anche quando l’ipotesi di riportare un qualche zar sul trono di Mosca era ormai tramontata del tutto, il filosofo immaginava che, archiviata la «parentesi comunista», che a suo dire era frutto della corruzione proveniente dall’Occidente, Mosca avrebbe ritrovato la propria identità profonda sotto la guida di «un redentore» in grado di mettere in atto un grande progetto dai contorni metafisici, come il fascismo e il nazionalsocialismo avevano ritenuto di fare in Italia e Germania, che lo stesso Il’in sintetizzava nella formula che poneva a guida del proprio operato: «La mia preghiera è come una spada. E la mia spada è come una preghiera». Solo eliminando la spinta ai bisogni e alle rivendicazioni individuali in nome del bene supremo della comunità, si poteva salvare la Russia, e forse per quella via il mondo. Perciò, la presa del potere da parte dei fascisti nel suo Paese, aveva scritto, era paragonabile ad «un atto di salvezza».
Alla figura di Ivan Il’in, Snyder ha dedicato anche un breve saggio, Il filosofo del neozarismo di Putin, pubblicato originariamente sulla New York Review of Books e ora tradotto nel nostro Paese da Italia Storica, una piccola casa editrice genovese che si occupa soprattutto di storia militare, «con particolare riguardo alle Forze Armate dell’Asse nella Seconda guerra mondiale» e che vanta tra i suoi titoli più recenti «le memorie di un giovane volontario della Divisione “Charlemagne”» che partecipò nella primavera del 1945 a Berlino all’ultima battaglia del nazismo, a riprova dell’attenzione costante che le destre politiche e culturali riservano all’uomo forte di Mosca e alle sue idee.
IN QUEL TESTO lo storico di Yale ritorna sull’uso del pensiero di Il’in fatto da Putin e dai vertici dello Stato russo in questi anni. Già nel 2005, annota Snyder, il presidente russo comincia ad utilizzare delle citazioni del filosofo fascista nei suoi interventi pubblici e nei suoi discorsi annuali alla Duma, il parlamento di Mosca. Mentre le sue opere vengono ristampate, nel 2005 Putin decide perfino di organizzare il ritorno delle spoglie di Il’in, morto nell’esilio svizzero, in Russia: saranno nuovamente sepolte, questa volta a Mosca presso un monastero dove la polizia segreta sovietica aveva disperso le ceneri di migliaia di cittadini russi giustiziati durante il Grande terrore. Pian piano, il teorico dell’idea che la Russia fosse «l’unica fonte di totalità divina e di purezza» diventa una sorta di citazione obbligata negli ambienti del potere putiniano. Snyder ricorda come non solo Dmitry Medvedev, che con Putin si è alternato alla presidenza della Federazione Russa per alcuni anni, ha raccomandato i libri di Il’in ai giovani, ma anche il presidente della Corte costituzionale, il ministro degli Esteri e figure di rilievo della Chiesa ortodossa ne hanno citato tesi e frasi.
E anche in seguito l’ombra del filosofo fascista non avrebbe abbandonato più la scena pubblica. Così, ricorda ancora Snyder in questo suo scritto del 2018, «le tesi di Il’in erano ovunque mentre le truppe russe entravano in Ucraina più volte nel 2014».
QUANDO AI SOLDATI arrivarono gli ordini di mobilitazione per l’invasione della provincia ucraina della Crimea «tutti gli alti burocrati russi e i governatori regionali ricevettero una copia de I nostri compiti», il suo testo politico per eccellenza. Dopo l’occupazione della Crimea e l’annessione alla Russia anche Putin tornò a citare Il’in e il comandante militare che organizzò «la presenza discreta» dei russi in Donbass di lì a qualche mese «descrisse l’obiettivo finale della guerra in termini che Il’in avrebbe approvato: “Se il mondo fosse messo in salvo dalle mire di costrutti demoniaci come gli Stati Uniti, la vita andrebbe meglio per tutti. E uno di questi giorni, ciò accadrà”».
I contorni metafisici del fascismo di Il’in, l’idea che l’innocenza russa sia minacciata da un Occidente corrotto e decadente e che a questo pericolo si debba rispondere anche con la violenza «sembrano soddisfare i bisogni politici e riempire le lacune retoriche, per fornire la “risorsa spirituale” alla macchina statale cleptocratica» che rappresenta il cuore del potere russo, conclude Snyder. Anche se si ha la sensazione che dopo più di un ventennio, il ritorno delle tesi del fascismo russo abbia ormai messo radici ben più profonde. Come ha spiegato qualche anno or sono lo stesso Putin, dopo il crollo dell’Unione sovietica «il nostro Paese non si è ancora ripreso e guarito. È ancora abbastanza malato, ma qui dobbiamo ricordare Ivan Il’in: “Sì, il nostro Paese è ancora ammalato, ma noi non siamo fuggiti dal letto della nostra madre malata».
Guido Caldiron
(Tratto da «il manifesto», 17 aprile 2022).
Inserito il 18/11/2025.
Denis Parfenov.
Fonte della foto: https://www.rline.tv/news/2024-04-26-d-a-parfenov-ilin-nam-ne-nuzhen-/
Dal sito della tv «Красная линия»
Gli studenti universitari hanno firmato una petizione contro la nascita di un centro universitario intitolato a Ivan Il’in in cui hanno sottolineato che il filosofo accolse positivamente l'avvento dei fascisti al potere, giustificò l'invasione dell’URSS da parte delle orde di Hitler con la necessità di combattere il bolscevismo, e in ogni il modo possibile promosse l'idea della necessità della nascita di un fascismo russo.
La risposta della direzione dell'istituto universitario non si è fatta attendere: dal punto di vista del rettore dell'università Alexandr Bezborodov la petizione sarebbe stata pubblicata da «agenti ucraini» e non da studenti. Il deputato del Partito Comunista della Federazione Russa Denis Parfenov si è espresso a sostegno dell’iniziativa studentesca e ha inviato un’interpellanza parlamentare al rettore dell'Università Statale Russa di Studi Umanistici per chiedergli conto della creazione di un centro educativo e scientifico intitolato al «filosofo fascista» Ivan Il’in.
A Nakanune.ru Denis Parfenov ha spiegato la sua posizione.
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Denis Parfenov* (KPRF): «I filosofi fascisti vanno bloccati con tutte le forze disponibili»
– Ci racconti, perché ha deciso di presentare un’interpellanza parlamentare?
– In generale, il problema che i nostri governanti vanno in giro citando Il’in non è nuovo: un tempo veniva citato abbastanza attivamente, e ai massimi livelli. Ciò ha ripetutamente provocato, per usare un eufemismo, sorpresa, e tra molti aperta indignazione e anche rifiuto piuttosto duro, perché si tratta di un filosofo fascista con opinioni chiaramente di destra, colui che prima ha glorificato le Guardie Bianche, che erano, a suo avviso, «i fascisti più giusti», e poi ha accolto con favore l'arrivo di Hitler al potere, e anche dopo la seconda guerra mondiale, quando i crimini contro l'umanità commessi dai paesi dell'Asse avrebbero dovuto essere evidenti al mondo intero, Il’in ha continuato a tenere una posizione filofascista, a sostenere questa ideologia, questo sistema. E, inoltre, ha continuato a parlarne, dicendo che coloro che continueranno a professare questa ideologia devono tenere conto degli errori del passato, non chiamarsi più fascisti ma perseguire la stessa linea: chiamarsi in un altro modo e agire più astutamente dei loro predecessori.
Quando questa figura diventa una delle cornici ideologiche della politica in corso di attuazione, non sorprende che si alzino contro molte voci e che molti chiedano giustamente che da un filosofo con tali opinioni sia le autorità che la società si allontanino e trovino qualcuno più degno, con idee più adatte alla cultura e allo spirito della nostra società.
Pertanto, quando ora si è riproposta una situazione così scandalosa con il tentativo di aprire un centro educativo e scientifico, e non in un posto qualsiasi, ma addirittura presso l’Università Statale Russa di Studi Umanistici – una delle principali università – e di intestarlo a Il’in, non sorprende affatto che la comunità studentesca e ampi settori della nostra società si siano fortemente opposti. E spontaneamente è iniziata una campagna pubblica per scongiurare questa sciagura, si cerca di dare una spinta sia alle nostre autorità, che ancora tacciono, sia alla direzione dell’università, affinché si possa prendere una decisione diversa; dovrebbero trovare un nome più appropriato per tale istituzione.
– Cosa ne pensa del fatto che, secondo la direzione dell’università, la petizione contro il centro educativo non è stata stilata dagli studenti, ma da alcuni presunti agenti ucraini?
– Il fatto che in questo contesto ci siano tentativi, diciamo, di organizzare una sorta di opposizione a questa voce di giustizia che ora viene sollevata dai nostri cittadini, beh, questo ci pone, per usare un eufemismo, molte domande. C’è chi ha l'audacia di cercare in qualche modo di “smascherare”, sconfessare e contrastare i tentativi del tutto normali di riportare questa situazione al buon senso, alla giustizia storica e alla verità.
Vediamo una sorta di consolidamento del fianco destro della società, sono già in fase di stesura elenchi di alcune figure, organizzazioni, comunità, che ora sembrano essere per Il’in e stanno cercando in ogni modo di premere sia sul tema della Russia che sulla retorica patriottica. Si arriva al ridicolo quando persone di alto rango accusano coloro che giustamente sottolineano l’essenza fascista e la pericolosità politica di questo pseudo-filosofo di essere agenti dei servizi segreti stranieri, di lavorare per i servizi speciali dell’Ucraina.
Ma questa è un ritornello vecchio e banale di cui tutti sono già stufi, e sembra così frivolo che non è dignitoso parlarne.
– In Ucraina, come sa, tutto è iniziato più o meno allo stesso modo: secondo lei, la stessa cosa potrebbe accadere all’improvviso anche qui?
– In effetti, “all’improvviso” non succede nulla; si deve capire che in Ucraina questa storia è molto antica, c’era il movimento di Bandera che aveva un sostegno molto serio da parte dei tedeschi. Dopo la fine della Grande Guerra Patriottica ci vollero altri 10 anni di potere sovietico per sopprimere la resistenza armata dei nazionalisti ucraini – sottolineo, resistenza armata – e in seguito ci furono ancora molti nemici nascosti del sistema sovietico che avevano posizioni nazionaliste.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica questo pubblico ha suonato di nuovo con tripla forza, e i nostri avversari strategici non hanno perso tempo in questo senso: hanno comprato i media, sponsorizzato pseudo-storici che in ogni modo hanno portato avanti il tema dell’“indipendenza ucraina”. E, in generale, il loro tempo non è stato sprecato e anche il loro denaro è stato speso con grande “beneficio”. Sono stati in grado di allevare un’intera generazione che credeva sinceramente di essere quasi l’ombelico della terra e che la Russia fosse il principale nemico.
In questo senso, anche per noi le cose non sono rosee. Le ricordo solo che noi, in effetti, abbiamo un sistema oligarchico dalle caratteristiche molto simili a quello ucraino; anche il sistema economico coincide sotto molti aspetti – questo è lo stesso capitalismo di tipo semi-periferico, capitalismo arretrato, per molti versi decadente, ed è molto facile che su una base così instabile crescano fenomeni politici negativi: sono elementi di sovrastruttura che servono a questo sistema di parassitismo sociale.
Permettetemi di ricordare, forse semplificando un po’, che il fascismo è una sorta di capitalismo senza democrazia. In Ucraina, tutto questo è già chiaramente presente: non sono stati in grado di continuare a mantenere le stesse relazioni economiche senza ricorrere a un vero e proprio terrore politico, i loro nazionalisti sono riusciti a raggiungere alte cariche politiche e perseguono apertamente la politica nazista di Bandera. Su questo penso che altre interpretazioni siano difficilmente possibili.
Ma per noi tutto questo si è sviluppato nel corso del tempo in modo leggermente diverso. Tuttavia, per la Russia, le caratteristiche del nazionalismo sono più attenuate rispetto alle forme che vediamo in Ucraina o in altre repubbliche post-sovietiche; il nostro pubblico nazionalista e fascista è un po’ più timido; sembra cioè che seguano questa linea, ma un po’ meno assertivamente, non così sfacciatamente, e per questo motivo i nostri processi non sembrano aver raggiunto lo stesso stadio terminale di quelli dei nostri vicini, ma certe tendenze, purtroppo, prendono piede.
– Intende ad esempio la targa dedicata a Mannerheim?
– Non dovrebbero esserci illusioni qui, perché per molto tempo le autorità di propria iniziativa hanno elogiato tutti i tipi di leader del “movimento bianco”: quanti sforzi sono stati fatti per promuovere lo stesso Kolčak, questo assassino, boia e complice delle potenze straniere, abbiamo ancora un monumento ad Ataman Krasnov, oppure hanno cercando di installare una targa per Mannerheim, o di esaltare qualcun altro.
E tutto ciò rientra nella linea ideologica di servire gli interessi della classe dominante, che è profondamente disgustata dalle idee di giustizia sociale e collettivismo, in generale, tutto ciò su cui si è sempre basata la cultura e la vita del nostro popolo, e tutto ciò è così coerente sia con l'ideale comunista che con l’edificazione socialista.
È chiaro che, poiché le leve del controllo economico e politico sono detenute dalle grandi imprese oligarchiche, allora, ovviamente, cercheranno di combattere tutti questi valori. Di cosa dobbiamo tenere conto per questa lotta? Non hanno un arsenale così grande: è un’ideologia ultraliberale, ma non mette affatto radici in noi; se pensano di poter qui, come in Occidente, correre in giro con le bandiere arcobaleno, glorificando Dio sa quali fenomeni di permissività e licenziosità, sarà la nostra società, fortunatamente, a rifiutare cose del genere.
Oppure l’altro estremo è l’ideologia di estrema destra sotto forma di uno Stato forte dominato dal capitalismo. Uno Stato forte sotto il capitalismo è, di regola, uno Stato fascista. Pertanto, tendenze simili, purtroppo, in una certa misura si verificano. E sfortunatamente il nostro Paese, pur essendo il vincitore storico del fascismo, se rimane su una suolo capitalista non è, ahimè, immune dalla crescita di questi germogli putrefatti.
– Eppure la petizione firmata dagli studenti è un segno di buon senso.
– Il fatto che la nostra società si stia ribellando al tentativo di dedicare a Il’in a questo centro scientifico suggerisce che per noi, per la Russia, per il nostro popolo, per la parte pensante della nostra popolazione, per le persone dotate di coscienza e di buona volontà, non tutto è ancora perduto, c'è chi è pronto a lottare per qualcosa di buono e di luminoso, che capisce dove sono le forze del bene e della giustizia, e dove si concentra il potere delle tenebre, e che contro questo è necessario alzare la voce a più non posso, contrastarlo.
E in nessun caso si dovrebbe essere tacitamente d'accordo con il fatto che una figura del genere venga trascinata in una delle università più famose. Perché se siamo d'accordo con questa cosa adesso, domani si parlerà di nuovo della rimozione del corpo di Lenin dal Mausoleo, e poi di pari passo delle prossime “riforme” antipopolari come le pensioni o peggio. Possiamo andare molto, molto lontano in questo modo.
Pertanto, i filosofi fascisti devono essere bloccati con tutte le forze disponibili.
(Traduzione di Leandro Casini)
* D.A. Parfenov è deputato della Duma di Stato, segretario del Comitato Comunale di Mosca del Partito Comunista della Federazione Russa.
(Tratto da: https://www.rline.tv/news/2024-04-26-d-a-parfenov-ilin-nam-ne-nuzhen-/).
Inserito il 30/04/2024.
Il filosofo e politologo russo Aleksandr Dugin (n. 1962).
Fonte della foto: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c8/2023_Aleksandr_Dugin.jpg
Dal canale Telegram «Kommunističeskij mir»
Riprendiamo da Telegram un testo recente in cui il filosofo e politologo russo Aleksandr Dugin (considerato non proprio a ragione l’ispiratore delle azioni politiche del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin) parla dell’esperienza storica dell’Unione Sovietica, del marxismo, del bolscevismo e della loro estraneità allo spirito del popolo russo.
Al filosofo, oggi direttore della Scuola Superiore di Politica “Ivan Il’in” presso l’Università Statale Russa di Studi Umanistici di Mosca, risponde il canale Telegram «Kommunističeskij mir», evidenziando debolezze e contraddizioni dell’eclettica costruzione retorica di questo apologeta del nazionalismo russo.
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È il momento di occuparci di Aleksandr Dugin: «Il bolscevismo è Satana»
a cura del canale Telegram Kommunističeskij mir
“Ora, seriamente, come dovremmo considerare l’URSS? Da un lato, i bolscevichi hanno causato danni irreparabili al popolo russo. Danni terribili, enormi, irrimediabili. Ciò è innegabile; la loro ideologia è pura russofobia, anticristianesimo, il vero Satana.
Dall’altro lato, l’élite dell’Impero russo era stata filo-occidentale e russofoba fin dal XVIII secolo, fin da Pietro il Grande. Di una russofobia assolutamente feroce, praticamente alla El’tsyn. Come poteva il popolo russo non ribellarsi a un’élite così occidentalizzata? E loro, i bolscevichi, dicevano: “Rivolta!”.
E il popolo russo si ribellò. Ma ancora una volta sotto la guida di un’élite completamente diversa da lui. E di un’ideologia diversa. Di nuovo russofoba.
Cosa si poteva fare?
Il popolo russo è cresciuto attraverso il comunismo, attraverso il sovietismo, anelando a Dio e alle stelle. Come è meraviglioso e indistruttibile il popolo russo!
Nell’URSS c’è il marxismo e c’è lo spirito russo, la “russità”. Il russo è stupendo, il marxista non tanto, anzi, non è per niente bello. Il lato popolare dell’URSS è molto importante. I russi volevano essere liberi. E volevano abolire le élite occidentali. E i russi vogliono la stessa cosa ora. Ma questo per ora non è così importante.
Veniamo ora all’URSS. Questo equilibrio nell’Unione Sovietica tra russi e non russi non è mai stato risolto. E oggi nella Federazione Russa alcuni russi sospirano per l’Unione Sovietica (“Stalin, torna!”), mentre altri russi pensano all’Impero e chiedono che Lenin venga rimosso dal Mausoleo.
L’idea dell’URSS ci divide. Ma noi russi dovremmo essere uniti da tutto. Ciò significa che o l’URSS deve essere intesa in modo diverso (né a favore né contro, ma in nome del popolo russo). Oppure non dobbiamo capirla affatto, ma andare avanti, verso un futuro russo. Se non riusciamo ad accettare la comprensione russa dell’URSS (e non ci riusciamo), allora forse dovremmo smettere di cercare di capirla. Lasciamo questo per dopo. Costruiamo una Grande Russia, completamente indipendente dal passato. Solo per il futuro. Abbiamo bisogno di una Russia del futuro. Bella, grande e prospera. Libera e sovrana. Ortodossa e popolare. Costruiamola” (dal canale Telegram di Aleksandr Dugin).
Di recente mi sono imbattuto in questo testo di Aleksandr Dugin sull’URSS. La sua tesi principale è che la storia sovietica è la lotta del “buon popolo russo” contro l’ideologia “russofoba e satanica” dei bolscevichi. Il popolo russo, sostiene, “è cresciuto attraverso il comunismo anelando a Dio e alle stelle”, e il marxismo era solo un ostacolo lungo il cammino.
Questa visione è un classico esempio di sostituzione della mitologia all’analisi storica. Invece di studiare un complesso esperimento sociale, ci viene offerto un quadro idealistico.
Un falso dilemma
Egli riduce tutto a una dicotomia etnica (“ciò che è russo contro ciò che non è non russo”), ignorando completamente la natura di classe di quegli eventi. I bolscevichi salirono al potere non perché odiassero la “russità”, ma perché offrirono soluzioni ai problemi sociali più urgenti: terra per i contadini, fabbriche per gli operai, pace per il popolo. Erano sostenuti da milioni di persone di tutte le nazionalità perché rappresentavano un’opportunità per porre fine a un sistema di oppressione, non per “scambiare un’élite con un’altra”.
L’internazionalismo non è russofobia. È una risposta allo sciovinismo imperialista che le classi dominanti usavano per dividere i popoli. L’URSS non ha distrutto la cultura russa, ma le ha dato una nuova forma, rendendola accessibile a tutti e integrandola nel contesto generale dell’Unione.
Questo percorso era ideale? Certo che no. Costruire una società fondamentalmente nuova è un compito di una complessità senza precedenti, e un progetto così grandioso comporta inevitabilmente costi, difficoltà e contraddizioni. Tuttavia, è stato proprio questo percorso a rendere possibile un balzo senza precedenti da paese agricolo a potenza nucleare, a eliminare un analfabetismo secolare e a creare un’industria moderna. Pertanto, è necessario valutare il periodo sovietico dialetticamente, considerando il quadro generale – sia gli enormi successi che gli inevitabili costi dello sviluppo – piuttosto che estrapolare singole pagine dal contesto dell’epoca.
Un po’ di cose sull’autore
Tuttavia, questo approccio è sorprendente? Lo stesso Aleksandr Gel’evič è un brillante esempio di come la “flessibilità delle idee” possa essere portata all’estremo. Nel suo libro Martin Heidegger: Una possibilità per la filosofia russa aveva criticato duramente Ivan Il’in per il suo “patriottismo russo in stile prussiano”, la sua incomprensione della natura dell’URSS e l’assenza di “qualcosa di russo” nel suo pensiero. E oggi dirige la Scuola Superiore di Politica che porta il suo nome e difende le sue idee sul “buon fascismo cristiano”.
Il suo “onnivorismo ideologico” non conosce limiti: negli anni Novanta, come caporedattore della rivista «Elementy», Dugin pubblicò materiali revisionisti sulle SS come “centro di libertà intellettuale” ed espresse la propria ammirazione per il collaborazionista belga Léon Degrelle. Oggi rivendica una “comunanza ideologica” con l’antisemita e simpatizzante di Hitler Kanye West e promuove la trumpologia, proclamando che “i nemici della Russia sono nemici di Trump”, nonostante le politiche di quest’ultimo siano una classica manifestazione di quello stesso imperialismo americano che Dugin presumibilmente rifiuta…
Come ha giustamente osservato il filosofo Rustem Vachitov, il recente annuncio di Dugin della creazione di un’Unione del Popolo Russo (riferimento diretto alle organizzazioni delle Centurie Nere) segna la fine del suo progetto eurasiatico:
“perché gli eurasiatisti non hanno mai avuto avversari più feroci e implacabili dei seguaci delle Centurie Nere”.
Ciò dimostra chiaramente che dietro questa complessa costruzione intellettuale si cela uno strumento politicamente opportunistico che si adatta facilmente alle esigenze politiche immediate.
Cosa fare oggi dell’eredità sovietica?
È opportuno qui ricordare le parole del Presidente della Repubblica di Bielorussia Aleksandr Lukašenko, che una volta disse a Dugin:
“Guardo le vostre concezioni filosofiche e mi rendo conto che non abbiamo mai creato nulla di meglio del marxismo-leninismo… Era un intero sistema di concezioni, qualcosa che oggi non abbiamo”.
Questa frase cattura l’essenza. Possiamo e dobbiamo riflettere criticamente sull’esperienza sovietica, ma non abbiamo proposto un’altra teoria scientifica dello sviluppo sociale altrettanto coerente. Pertanto, l’invito a “lasciare il passato” è sfuggire alla questione.
Non abbiamo bisogno di un nuovo mito sullo “spirito russo”, ma di un’analisi sobria e scientifica del progetto sovietico. Questo è ciò che ci unirà: non la nostalgia cieca o l’odio, ma il desiderio condiviso di capire come costruire una società giusta per tutti.
22 settembre 2025
Il curatore del canale Telegram «Kommunističeskij mir»
Inserito il 07/12/2025.
Dal periodico «Sinistra Sindacale»
Intervista a cura di Frida Nacinovich
Il professor Luciano Canfora è stato rinviato a giudizio dopo la querela di Giorgia Meloni che lui ha definito «neonazista nell’animo» in seguito alle parole di apprezzamento della Presidente del Consiglio per il battaglione neonazista ucraino Azov. In questa intervista al giornale della sinistra CGIL Canfora parla di fascismo presente e passato, di guerre e censura, di imperialismo e bellicismo.
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Luciano Canfora, professore resistente
Intervista a cura di Frida Nacinovich
Professor Canfora, ma cosa ha combinato? È stato querelato dalla presidente del Consiglio, qual è la sua imperdonabile colpa? Averle dato della neonazista nell’animo per il suo appoggio alle imprese del battaglione Azov, formazione paramilitare ucraina di orientamento, appunto, neonazista?
Pare di sì. Evidentemente non è possibile entrare nel merito, perché ormai il giudizio che uno esprime di carattere storico, analitico o psicologico diventa rapidamente un reato. Questo è molto preoccupante. Direi che è un caso analogo a quello del rettore Tomaso Montanari dell’Università per stranieri di Siena, e della collega di filosofia teoretica di Roma, Donatella Di Cesare. Anche loro querelati per motivi molto simili. Allora il problema non è tanto la gravità o non gravità del giudizio che uno esprime, quanto di questa ondata che non so bene come definire: intimidatoria, o comunque intollerante.
Al solito lei è accusato di essere filoputinano…
Di solito ci si vanta della libertà di parola nel mondo cosiddetto Occidentale. A quanto pare non è proprio sicuro sia così. Mi viene in mente che in greco, la lingua da cui dipende il nostro linguaggio politico, si dice ‘parresìa’. Significa ‘tutto quello che uno ritiene di poter dire’. Dunque il problema è serio: o abroghiamo il diritto di critica, la libertà di parola garantita dalla Costituzione, oppure si devono rassegnare al fatto che la gente esprima il proprio pensiero senza mettersi a fare autocensura.
Che dire poi dell’informazione di guerra, sempre più “embedded”?
Questo è vero, e sta avvenendo su una scala molto grande, perché dal momento in cui è iniziata la fase guerreggiata, anche se in Ucraina il conflitto era iniziato dieci anni prima, i giornali grandi, medi e piccoli, e le emittenti televisive, hanno scelto di fiancheggiare anziché informare. Sono venuti meno al proprio compito prima ancora che scattasse in modo esplicito la censura di guerra, che di solito si instaura quando un paese ci entra. Noi formalmente non siamo entrati in guerra, anche se poi armiamo l’Ucraina sottobanco. Per quel che riguarda Gaza, gli Stati Uniti compiono un’operazione oserei dire ridicola, quella di comminare sanzioni a singoli deputati del Parlamento israeliano, il che non vuol dire nulla, ed a singoli coloni. Intanto continuano a stanziare miliardi di dollari per armare Israele. Quindi si è determinata una nuova pratica, quella della guerra indiretta, la guerra per procura. Per noi italiani non è guerra, perché la dichiarazione non c’è, e nemmeno il bombardamento sul nostro territorio nazionale. Però ci sono tutti gli altri comportamenti che ci sarebbero in caso di guerra.
Professore, non trova che la simbiosi di quel che è sopravvissuto al fascismo e l’oltranzismo atlantista costituiscano l’attuale terreno di coltura della destra mondiale?
Sarei d’accordo con questa diagnosi se non dovessi constatare che ancora più atlantista, se possibile, è una parte della cosiddetta sinistra. Non posso dimenticare che quando è iniziato il conflitto armato nell’est europeo, in realtà molto prima del 2022 ma comunque è entrato convenzionalmente in uso dire che è stato nel 2022, in quel momento c’era in Italia il governo Draghi. Un governo che aveva come pilastro il Pd diretto da Enrico Letta, che alle prime sparatorie ha chiesto le sanzioni più dure possibili nei confronti della Russia. Invece di lasciar fare il suo mestiere a chi l’ha sempre fatto, Letta si è messo non solo l’elmetto, ha scelto di mettersi in primissima fila. A questo punto per onestà dobbiamo riconoscere che questo atlantismo isterico non è soltanto della destra vecchia e nuova, in particolare di quella nuova, ma anche di una parte non piccola del Pd, e poi di Macron in Francia, dei Verdi in Germania, e potremmo andare avanti con l’elenco.
Dopo la raccolta di firme di Anpi, Arci, Cgil e Libera in suo favore, si è scatenato un altro putiferio.
Per forza, tanto più che ora i pacifisti vengono tacciati di essere la quinta colonna della Russia, un pugnale dietro la schiena. Quindi si utilizza il linguaggio che si usava durante la seconda guerra mondiale. Sono nato sotto il fascismo, anche se avevo solo due anni, e nei bar c’erano i manifesti “Taci, il nemico ti ascolta”, “Il nemico è tra noi”. Oggi i pacifisti sono trattati alla stessa stregua del “nemico ti ascolta”, il “nemico interno”. E questo è di una gravità estrema. Aggiungo che il principale sospetto pacifista a questo punto diventa il Papa attualmente regnante, il quale per fortuna riesce ancora a dire la sua ed essere ascoltato.
Passiamo a Mattarella e alle sue parole, chiare, sul caso Salis. Per non rischiare anche noi la querela, possiamo dire che questo governo ha un po’ di reticenza a intervenire sul presidente magiaro Orban? Possiamo dire che il limite di Giorgia Meloni è quello di non definirsi antifascista?
Quello non lo diranno mai, ormai lo abbiamo capito. Sono da un anno e mezzo al governo, e nessuno di loro accetta di definirsi antifascista in modo chiaro. Anzi, qualcuno ha avuto la trovata abbastanza penosa di dire “e lei è anticomunista?”. Poniamo anche, cosa inaccettabile, che ci sia un parallelismo fra le due posizioni. Ma resta il fatto che quella non è una risposta. Perché la domanda non è “cos’altro fai nella vita?” oppure “cosa altro pensano i tuoi amici?”. No, la domanda è “tu sei antifascista o no?”. E la risposta non arriva, e non arriverà.
Eppure all’insediamento del governo Meloni hanno giurato tutti e tutte sul testo della Costituzione della Repubblica, antifascista per definizione…
Aggiungiamo che per loro le occasioni pubbliche sono diventate un problema. Quando il 28 ottobre fecero un grande chiasso intorno alla tomba di Mussolini, la presidente del Consiglio era un po’ in difficoltà. Disse “sono distante da questa cosa in modo significativo”. Non si capisce cosa voglia dire “distante”: “distante” sì perché una sta a Roma e gli altri stanno a Predappio. È un imbarazzo che fa anche un po’ sorridere. Per non parlare del presidente del Senato, che essendo più ruvido, diciamo così, pochi giorni dopo ha parlato chiaramente nel 78esimo anniversario della fondazione del Movimento sociale italiano. Ha detto: “Io sono stato a lungo militante, e non rinnego nulla”. Ma il Movimento sociale si chiama così per il riferimento alla Repubblica sociale, è per questo che lo hanno chiamato Msi. E la Repubblica sociale a sua volta era uno stato satellite del Terzo Reich. Insomma 2 più 2 fa 4.
Quindi il 16 aprile prossimo la aspettano in tribunale, si è preparato per l’occasione? Offrirà un’altra lezione di storia alla sua accusatrice?
Mi preparo con grande pazienza e tenacia, perché sono convinto, come dicevano i latini che “gutta cavat lapidem”, la goccia d’acqua piano piano buca anche il sasso. Non ho il tempo, nemmeno la voglia, di sfogliare giornali praticamente inutili come «Il Foglio», mi risulta che non faccia altro che insultare tutti coloro che hanno un atteggiamento non sufficientemente atlantista. Con tanto di nomi e cognomi. In un certo senso io sono un prediletto del «Foglio». Tanto onore non me lo aspettavo, ma va bene così. È un clima di intolleranza aggressiva che si respira e che durerà, finché gli altri dormono.
Per quanto tempo continueranno a dormire, e da svegli a becchettarsi?
Come sempre nella vita politica, nella lotta politica, contano i rapporti di forza. I rapporti di forza in questo momento sono molto sfavorevoli per chi osa dissentire. Intanto per l’ondata di destra che indubbiamente c’è, in tante parti d’Europa. Ma anche per colpe specifiche: una legge elettorale assurda, e una volontà autodistruttiva e rissosa soprattutto del Pd verso i Cinque stelle, che ogni tanto ricambiano. Sono andati divisi ad una scadenza elettorale importantissima come era quella del settembre 2022. Del resto le elezioni sono sempre importanti, sono un esame diciamo così del corpo, dell’organismo. Ora c’è un problema serio, è in cantiere una riforma mirante a scardinare l’equilibrio costituzionale alla radice, con il cosiddetto “premierato”. Sarebbe bastato far sapere che dietro l’angolo c’era questo rischio per evitare divisioni esasperate. Invece hanno regalato agli altri una maggioranza parlamentare che non corrisponde ai rapporti di forza nella società, e nell’elettorato. Ma dà loro mano libera, e non sarà facile contrastare la presa demagogica di una proposta come il premierato. L’elettore non sufficientemente attento potrebbe credere di diventare improvvisamente padrone dei destini del paese. Anche se è vero il contrario.
Lei ha da poco pubblicato per le edizioni Dedalo un volume dal titolo Il fascismo non è mai morto, una ricostruzione della storia d’Italia più oscura, che in qualche circostanza sembra non essere ancora terminata. Puntuale come un temporale primaverile è arrivata la querela.
È stato un caso questo sincronismo. In realtà le persone che si informano, che cercano di seguire la storia della Repubblica, dovrebbero sapere che, fin dalle settimane seguenti alla caduta di Mussolini, si iniziava a discutere, a interrogarsi su quanto del fascismo fosse rimasto nel tessuto del paese, anche perché protetto da settori della classe dirigente. Già nella prima legislatura se ne vedono gli indizi, per non parlare di episodi clamorosi come quello del 1960, con il governo Tambroni, quando la Dc fa entrare i missini nella maggioranza con un ruolo determinante. Ne venne fuori una tragedia, ci furono morti per le strade. E ancora i tentativi sovversivi, come il golpe Borghese del dicembre 1970, fermato all’ultimo minuto. Senza dimenticare le infiltrazioni dei servizi deviati dentro il cuore dello Stato, con una manina negli attentati più gravi, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna. Tutto questo per dire che quelli che mettevano in guardia, come ad esempio Lelio Basso, importante esponente del partito socialista, “perché il fascismo non è affatto morto”, avevano ragione. Docenti universitari giovani e poco informati trovano che sia alla moda dire “per carità, quella del fascismo è tutta un’altra storia”. Temo che abbiano un problema di scarsa informazione. Di qui il mio ostinato tentativo di rinfrescare la memoria.
Siamo prossimi alla ricorrenza del 25 Aprile, quest’anno sarà anche il centenario dell’omicidio Matteotti.
Intanto hanno ritardato molto le regole applicative per utilizzare i fondi della celebrazione. Pare che ultimamente siano stati sbloccati, evviva. Però vediamo in concreto che cosa verrà fatto.
Il Papa parlava già dieci anni fa di una terza guerra mondiale a pezzi. Aveva ragione…
Certo. E il paradosso è che coloro che decideranno se spingere fino in fondo l’acceleratore, e quindi portarci tutti al disastro, non si regolano sui criteri, buoni o cattivi che siano, della diplomazia internazionale. Invece seguono le elezioni nel proprio paese, come sta accadendo negli Stati Uniti dove l’establishment è già in fibrillazione perché si vota a novembre per il prossimo presidente. In questo contesto noi restiamo un paese a sovranità limitata, e più limitata di così è difficile vederla, perché abbiamo le basi americane sul nostro territorio, e da lì può partire un aereo che provoca un incidente clamoroso, con l’inevitabile rappresaglia che piomba addosso a noi, non certo al di là dell’Atlantico. Tutto questo è gravemente pericoloso.
Frida Nacinovich
(Tratto da «Sinistra Sindacale», n. 07/2024, 8 aprile 2024).
Inserito il 16/04/2024.
Dal giornale «il Fatto Quotidiano»
a cura di Silvia Truzzi
In questa intervista il professor Canfora ci mette in guardia dall’illusione che fascismo e nazismo siano morti e sepolti da tempo. Il suo ultimo libro il cui titolo dice già tutto: Il Fascismo non è mai morto (Bari, Edizioni Dedalo, 2024).
«Ciclicamente rispunta una teoria autoconsolatoria che sentenzia: il fascismo è finito in un preciso giorno di 79 anni fa. Per chi abbia familiarità con i tempi lunghi della storia, questa appare però, senza eccessivo sforzo mentale, come una sciocchezza. E basterebbe del resto la cronaca del settantennio che abbiamo alle spalle per convincersi della vacuità di una tale teoria. Lo riprova inoltre quotidianamente la cronaca, che certo non ci rallegra: tanto più che – come un secolo fa – non si tratta di una questione solo italiana. Del resto, tutte le principali forze politiche del Novecento, dai cattolici ai neoliberali, passando per i socialisti, vivono, uguali e diverse, e variamente denominate, nel nuovo secolo. La partita, a quanto pare, è ancora aperta» (dalla quarta di copertina del libro).
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Luciano Canfora: “Non fatevi ingannare, nazismo e fascismo sono vivi”
a cura di Silvia Truzzi
Luciano Canfora, in libreria con Il Fascismo non è mai morto, inizia il suo libro con le parole del ministro dell’Economia del neo-atlantico governo finlandese, Wille Rydman («Corriere della Sera», 31 luglio 2023), riferite agli ebrei: “Questa spazzatura non piace a noi nazisti”. E allora, prima di arrivare al “nocciolo del Fascismo perdurante”, cominciamo da qui.
Professore, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina c’è stato un furibondo scontro anche sul Battaglione Azov, d’ispirazione nazista. Ci sono dei nazismi accettabili?
Negli anni ’50 il segretario di Stato americano John Foster Dulles andò a Madrid e strinse la mano a Francisco Franco. Il Senato approvò una mozione in cui si diceva che il regime del generale era “un pilastro dell’Occidente”. Credo sia difficile negare che il regime era fascistico e che Franco fosse stato aiutato dall’Italia fascista e dalla Germania nazista. Però ebbe la benedizione degli americani, a cui diede in cambio la possibilità di installare basi Usa in Spagna. Oggi la Finlandia, dove i ministri dicono queste belle cose, è intoccabile perché è entrata nella Nato. Quando Zelensky si è presentato in Vaticano aveva la felpa con i simboli runici… Si tratta di forme esteriori, urtanti e sintomatiche dell’orizzonte culturale. Il campionario è molto più vasto. Il quotidiano «Haaretz» definiva apertamente “fascista” Netanyahu. E quello che sta accadendo ora è impressionante: in Cisgiordania i palestinesi si trovano in una condizione simile a quella dell’apartheid sudafricano; a Gaza vengono ammazzate migliaia di persone in quanto palestinesi, bambini, donne inermi: non saranno tutti terroristi, no?
Lei dice: il Fascismo non è solo un fenomeno storico che appartiene al passato, ma esiste ancora, pur in forme diverse.
Diciamo che quello di oggi è un prodotto geneticamente derivato. In Italia abbiamo una prospettiva privilegiata: quando nasce l’Msi si chiama così con esplicito riferimento all’esperienza della Rsi. Gli uomini che danno vita a quel movimento avevano militato nella Repubblica sociale. Questi signori hanno avuto un ruolo significativo nella storia italiana: il governo Tambroni, nel 1960, nasce con il supporto decisivo del Movimento sociale, che in cambio ebbe l’autorizzazione a celebrare il congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, sotto la presidenza del prefetto Basile, un massacratore repubblichino. La cosa suscitò un’ondata di sdegno: ricordo i cortei di protesta capeggiati da Parri, La Malfa, Pertini. La protesta fu repressa nel sangue, con diversi morti, non solo a Reggio Emilia. È un fenomeno che attraversa il Novecento alla grande. Giorgio Almirante nel 1987 a Sorrento dice “Il nostro traguardo resta il fascismo”.
Che effetto le fa che il presidente del Senato sia stato un militante del Movimento sociale?
Le rispondo con la frase finale de Il sospetto di Maselli: “L’ho sempre saputo”. Lui stesso l’ha più volte rivendicato.
La storia non ci ha insegnato nulla? O non abbiamo fatto i conti con il Ventennio?
Il Fascismo è stato un pezzo della storia d’Italia che ha conquistato strati larghissimi della popolazione, dando vita a una ricetta che viene ripresa altrove. Qual è la ricetta? Intercettare il disagio, alimentarlo accentuando il rancore contro coloro che vengono additati come colpevoli e proporre una soluzione nazionalista. Questi sono gli ingredienti. C’è una pubblicazione ufficiale del Pnf, del 1939, che si chiama Il primo libro del fascista, dove si può leggere: “Tutta la politica sociale del regime fascista è pensata per salvaguardare la razza italiana dai pericoli che la minacciano”. In queste tre parole c’è il succo del Fascismo. È una cosa seria, alla quale ci si deve applicare cercando di togliere questa formidabile leva di potenziale popolarità.
Alla fine ci accontentiamo di dire che le colpe del Duce sono state l’entrata in guerra e le leggi razziali…
Gobetti, prima di essere ridotto in fin di vita e poi morire, ha espresso la felice formula del Fascismo come “autobiografia della nazione”. La leggenda dell’Italia partigiana e antifascista ha il fiato corto, come tutte le propagande. Furono coraggiose minoranze a combattere la resistenza. L’attesismo, come si chiamava ai tempi, era l’atteggiamento più diffuso: stiamo a vedere come va a finire. Il 25 aprile è sempre stato percepito come una festa di parte. Quando iniziò la vita dell’Italia postbellica, di difficoltà e miseria, gli attesisti cominciarono a dire “si stava meglio prima”. È qui che si inizia a parlare dell’errore di andare in guerra. Lei ha generosamente aggiunto il capitolo delle leggi razziali, ma perché adesso non si può non citare. Però non è sempre stato così. Ricordo ancora, perché li avevo in casa, i volantini del primo congresso del Cln, nel 1944 a Bari: tra le colpe del regime non veniva citata la persecuzione antiebraica. Anche per loro, che erano in buonissima fede, c’era l’Ovra, la guerra, la soppressione delle libertà, lo scioglimento dei partiti, il delitto Matteotti…
Silvia Truzzi
(Tratto da: Silvia Truzzi, Canfora: “Non fatevi ingannare, nazismo e fascismo sono vivi”, in «il Fatto Quotidiano», Anno 16, n. 68, 9 marzo 2024).
Inserito il 12/03/2024.
Una manifestazione antifascista a Berlino.
Fonte della foto: https://www.linkiesta.it/2024/01/afd-nazisti-germania-piazza-protesta/
Dalla rivista online «Machina»
di Alberto Burgio
In due articoli per la rivista online «Machina» lo storico della filosofia Alberto Burgio riflette sulla crescita attuale delle tendenze neofasciste in Europa: «Sono convinto che oggi in Italia e in larga parte dell’Europa sia in atto un processo di neo-fascistizzazione delle liberaldemocrazie, e che in questo processo giunga a compimento una fase (ultra quarantennale) di reazione organica alle conquiste che il movimento operaio e i movimenti anticoloniali avevano ottenuto sino alla metà degli anni Settanta. L’avanzata di Alternative für Deutschland in Germania e le riforme che sta portando avanti il governo Meloni sono, in tal senso, paradigmatiche».
di Alberto Burgio
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«Saluto al Duce!»
Mi ha sempre colpito la miopia delle ultime generazioni di politici. In tempi lontani ho imparato che la politica maneggia materiali antichi, processi di lungo periodo. E che la cronaca è soltanto una figlia (spesso degenere) della storia. Quindi ho sempre pensato che «fare politica» sia impossibile o disastroso se non si è in grado di intendere la genesi degli accadimenti: le loro cause primarie, di norma profonde e non evidenti.
Come mi pare mostri la catastrofe della sinistra italiana ed europea, una politica del giorno per giorno è condannata a essere sempre in ritardo, ed è destinata alla sconfitta. Forse si può spiegare così anche lo scandalo politico-storico di questi decenni, uno scandalo di cui nessuno parla e al quale sembra ci si sia subito assuefatti. Intendo l’immediato, zelante, non di rado euforico ricollocarsi dei gruppi dirigenti della cosiddetta «sinistra moderata» (il personale politico e tecnocratico del Pd e dei suoi immediati antecedenti) nelle file dell’avversario storico del movimento operaio (il capitale) nella sua forma più selvaggia (il neoliberismo). Ma non è di questo che vorrei parlare oggi.
Oggi vorrei spendere due parole in margine all’ultimo avvenimento di queste ore: la sentenza della Cassazione a sezioni riunite in base alla quale d’ora in avanti in Italia ci si potrà romanamente salutare con il braccio teso – come ai bei vecchi tempi – senza temere conseguenze penali. Il saluto romano sarà punibile ai sensi della legge Scelba soltanto se lo si potrà dimostrare connesso a un «concreto pericolo» di riorganizzazione del Partito fascista, dunque alla flagrante violazione di quanto disposto dalla Costituzione repubblicana.
Non considero questa sentenza soltanto avvilente e pericolosa in presenza di un rigoglioso proliferare di bande neofasciste e neonaziste. La ritengo anche profondamente sbagliata, frutto della sottovalutazione di un male le cui cause vanno ben al di là dell’irresistibile ascesa dei post-fascisti al governo.
Mi sono tornati in mente in queste ore due episodi, nei miei ricordi connessi tra loro perché inerenti entrambi al fascismo e alla questione dei tempi lunghi della storia e della politica.
Il primo concerne una discussione alla quale presi parte una trentina d’anni fa. Era stato da poco pubblicato negli Stati Uniti un libro (The Bell Curve) che riesumava i più vieti luoghi comuni sull’inferiorità genetica degli afroamericani: anzi, dei negroes. Osservai che la cosa era sì vergognosa e inquietante, ma non sorprendente, perché negli Stati Uniti il razzismo restava vivo e vegeto, al di là delle lotte e delle conquiste dei movimenti contro le discriminazioni dei neri. Ricordo a quel punto la reazione stizzita (a dir poco) di Furio Colombo, che, pure, ben conosce la persistenza degli stereotipi razzisti: come mi permettevo di diffamare la Grande Democrazia d’Oltreoceano? Come osavo metterne in discussione le grandi conquiste civili?
Erano i primi anni Novanta, anni di grandi illusioni. Si invocavano le magnifiche sorti e progressive dell’«Ulivo mondiale». Si celebravano i fasti del nascente clintonismo, e chi aveva la memoria corta inclinava a facili entusiasmi. Eppure quell’aspra reazione – ricordo – mi colpì per quanto a mio giudizio rivelava: una sproporzione davvero sconcertante tra la lunga durata di un problema radicato nella coscienza collettiva e nella memoria culturale di diversi secoli, e i pochi, pochissimi anni – un battito di ciglia – delle norme «illuminate» che finalmente sancivano l’uguaglianza delle «razze». Possibile che anche una persona colta e sensibile come Colombo non percepisse la sproporzione tra queste grandezze e cadesse nella trappola di scambiare per realtà le proprie aspirazioni – le proprie illusioni?
L’altro episodio, di qualche anno precedente, riguarda ancor più direttamente il fascismo e il nazismo.
Era la primavera del 1990. Nel cimitero ebraico di Carpentras, in Provenza, erano state profanate una trentina di tombe. Lapidi erano state divelte. Svastiche naziste erano state disegnate sulle pietre sepolcrali. Era la prima volta in questa parte dell’Europa, mentre violenze neonaziste e gesti simili venivano susseguendosi nei Länder dell’ex Germania orientale. E il copione si ripeté. Questa volta tra gli interlocutori c’era Gian Enrico Rusconi, del quale avevo letto con interesse un libro sulla crisi della Repubblica di Weimar. Dissi che non c’era di che sorprendersi perché il fascismo è – come il razzismo e per ragioni analoghe – nella pancia delle nostre società, nei tessuti della nostra cultura e della mentalità collettiva. Rusconi reagì con veemenza, sostenendo che la Seconda guerra mondiale era stata una cesura e che grazie al cielo c’eravamo lasciati per sempre alle spalle quella storia e quegli orrori.
In entrambi i casi ricavai l’impressione di un impasto tra desideri e conoscenze – quello che gli inglesi chiamano wishful thinking – che non è propriamente un viatico verso l’intelligenza della realtà. Di certo Colombo e Rusconi davano voce a speranze condivisibili, ma secondo me quelle speranze non avevano molto a che vedere con la realtà. I loro discorsi non erano analisi di osservatori freddi. La realtà era altra secondo me. E oggi temo che quanto stiamo vivendo – tutto meno che accadimenti superficiali ed effimeri – lo dimostri.
Stiamo vivendo un incubo largamente annunciato.
Sono circa trent’anni che, anche grazie a Berlusconi e a Luciano Violante, in Italia il fascismo non è più soltanto un osceno ricordo. Le migrazioni, il neoliberismo, le «guerre umanitarie» e «democratiche» hanno sconvolto tutti i quadri di riferimento. La sinistra si è suicidata. Il sostanziale bipolarismo della cosiddetta Seconda repubblica ha tradotto il gioco politico nel pendolo tra la destra – dichiaratamente filofascista – e un centro conservatore nel quale pacificamente convivono gli eredi della sottocultura cattolica e i figli immemori della sinistra comunista e socialista. Sul piano internazionale il bipolarismo est-ovest è imploso. Nell’immaginario collettivo non vi è più traccia dell’idea secondo cui la lotta politica mette in gioco l’alternativa storica tra capitalismo e comunismo: tra una forma sociale che esaspera le disuguaglianze generate dallo sfruttamento del lavoro subordinato e una forma di vita fondata sull’autonomia del lavoro vivo.
In questo scenario era ben prevedibile che prima o poi cadesse anche il tabù del ritorno alle camicie nere, allo squadrismo e al saluto romano: del loro ritorno non nei salotti perbene e nel sottosuolo delle periferie, da cui non sono mai spariti; né nel Parlamento della Repubblica, dove sotto mentite o dichiarate spoglie allignano dal 1946. Ma del loro trionfale ritorno al comando del paese (anzi della «nazione»), con il lungo corteo di servilismo e di opportunismo che puntualmente ne consegue. Credo che in questo contesto si comprenda la sentenza delle sezioni riunite della Cassazione.
Qual è il punto, a mio parere?
Torno al tema dei tempi storici. C’è chi ancora pensa che l’accoppiata Meloni-Salvini (le due facce del post-fascismo italiano 4.0) sia un incidente di percorso. Non lo credo affatto. Penso al contrario che il loro successo politico, niente affatto effimero, sia l’espressione di una malattia endemica e cronica di questo paese e di questo continente – anzi, dell’Occidente nel suo intero –, di una malattia che ha a che fare con la modernizzazione e con i suoi drammi: la crisi delle identità, delle culture e delle forme di vita tradizionali; la crisi dei confini e delle appartenenze; la crisi delle gerarchie sociali e politiche, nazionali e internazionali. Sono almeno quattro secoli che queste crisi – in definitiva provocate da un pur lentissimo processo di unificazione dei corpi sociali e di eguagliamento delle condizioni materiali di vita degli esseri umani – generano reazioni violente, reazioni tra le quali ciclicamente si afferma il tentativo di restaurare quanto la modernità ha devastato o stravolto: l’ordine delle gerarchie; la stabilità dei rapporti di forza; le certezze delle appartenenze e delle tradizioni.
Il fascismo e il razzismo (contro i «negri», gli ebrei e i nomadi; ma anche contro trans, «devianti» e marginali) vengono da questa volontà di arrestare e rovesciare la tendenza storica verso l’eguaglianza. Che cosa accadrebbe ove tale volontà prevalesse è detto con chiarezza nel progetto nazista di un Nuovo Ordine Europeo: un misto di iper-modernità (la tecnologia al servizio esclusivo del dominio) e di arcaismo (una gerarchia cristallizzata delle popolazioni, con i popoli slavi ridotti in schiavitù dopo lo sterminio dei subumani). Fascismo e razzismo hanno dunque radici molto profonde. Seguono la modernità come un’ombra maligna. Non ce ne libereremo, né se ne libereranno i nostri figli e i nostri nipoti. Naturalmente la Cassazione nulla sa di tutto questo, o, se sa, non se ne cura. Ritiene di operare e di giudicare nell’attimo fuggente. A torto: in questa sua sentenza si riflette un movimento profondo di materiali storici che minaccia seriamente tutti noi.
Si dirà: è una visione disperata. Io ritengo sia soltanto realistica. D’altra parte, se non credo che la fine di questa brutta storia sia vicina, non per questo penso che durerà in eterno. Vale per il razzismo e il fascismo quanto Giovanni Falcone disse della mafia: sono fenomeni umani (storici); come hanno avuto un inizio, prima o poi finiranno. Ma appunto: come la mafia e ancor più di essa, il fascismo e il razzismo sono mali profondi, fenomeni storici di lungo periodo. Componenti nefaste ma stabili del contesto storico della nostra esistenza; mali contro i quali lottare per tutta la vita.
Ecco perché la superficialità di qualche alto magistrato e il fatuo ottimismo delle classi dirigenti «democratiche» sono colpe gravi. Non provocano soltanto errori giudiziari e politici, compromettono la sanità «intellettuale e morale» della nostra gente.
22 gennaio 2024
Alberto Burgio
(Tratto da: Alberto Burgio, «Saluto al Duce!», in: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/saluto-al-duce consultato il 06/02/2024).
Inserito il 13/02/2024.
di Alberto Burgio
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La resa dei conti
Approfitto dell’ospitalità di «Machina» per tornare sui temi trattati nell’intervento precedente e provare a svilupparli.
Chiarisco subito il punto: sono convinto che oggi in Italia (come in larga parte dell’Europa e dell’Occidente) sia in atto un processo di neo-fascistizzazione delle liberaldemocrazie, e che in questo processo giunga a compimento una fase (ultra quarantennale) di reazione organica alle conquiste che il movimento operaio e i movimenti anticoloniali avevano ottenuto nei «Trenta gloriosi» (sino alla metà degli anni Settanta).
Sul piano economico la reazione alle conquiste del movimento operaio e alle lotte anticoloniali nel trentennio post-bellico (conquiste salariali e politiche; in termini di diritti, indipendenza e influenza politica) si è basata (1) sulla mondializzazione del sistema di accumulazione, che ha disarmato il lavoro salariato e (2) sull’egemonia del capitale finanziario, che ha sradicato la sovranità economica degli Stati nazionali.
Sul piano geopolitico questa reazione ha tratto vantaggio dall’implosione del bipolarismo est-ovest sancito a Jalta, implosione che ha dato il via a una serie ininterrotta di guerre (dall’Iraq alla Jugoslavia, dall’Afghanistan alla Libia, dalla Siria all’Ucraina) per mezzo delle quali si è venuto definendo un nuovo (alquanto precario) rapporto di forze.
Sul piano politico-istituzionale, nei paesi occidentali, la reazione si è avvalsa (1) della distruzione dei partiti di massa nati nel secolo scorso sullo sfondo del conflitto capitale-lavoro e (2) del progressivo svuotamento della rappresentanza democratica (nel caso italiano, la Costituzione è stata ampiamente sovvertita dalle riforme maggioritarie e dalle modifiche dei regolamenti parlamentari che hanno consolidato la subordinazione del Parlamento all’esecutivo).
Sul piano sociale, essa ha cavalcato la paura (mista a rancore) generata dai flussi migratori e dal venir meno della rappresentanza del lavoro subordinato, i cui presidi giuridici sono stati indeboliti e via via smantellati proprio mentre il lavoro veniva precarizzato e duramente colpito nei salari e nei diritti.
Sul piano culturale, infine, questa reazione ha messo a valore il disorientamento di masse in precedenza dirette dai partiti e dalle organizzazioni sindacali nel quadro della lettura classica del conflitto sociale e di lavoro. Anche a «sinistra» si è celebrata come una Liberazione la cosiddetta «morte delle ideologie», un mito ideologico che ha sancito il trionfo del pensiero unico thatcheriano. E anche su questo terreno l’implosione dell’Unione Sovietica ha svolto un ruolo importante considerato che nell’immaginario collettivo, nonostante le gravi colpe della sua dirigenza, l’Urss aveva rappresentato la possibilità di una forma sociale diversa – oltre ad aver costretto i paesi capitalistici a «civilizzarsi» (per riprendere Eric John Hobsbawm) allo scopo di evitare che il comunismo divenisse la Terra Promessa per le masse lavoratrici e le classi medie in Occidente.
Tutto questo è ben noto: in fondo è stato il paesaggio in cui è trascorsa la nostra vita negli ultimi 30-40 anni. Ma oggi mi pare emerga un aspetto che non avevamo previsto perché pensavamo che in Europa e negli Stati Uniti, dopo la grande paura degli anni Sessanta-Settanta, l’obiettivo delle classi dirigenti fosse ristabilire e proteggere le condizioni della gestione capitalistica, fatto salvo il quadro democratico.
La tesi secondo la quale proposito (utopico) delle classi dirigenti fosse sterilizzare la democrazia – non già revocarla, ma soltanto proteggerla dal conflitto sociale e politico rendendo la conflittualità compatibile e innocua – sarebbe corretta solo nella consapevolezza (non sempre data) che il termine «democrazia» copre uno spettro molto ampio di condizioni, che vanno dalla concreta sovranità dei corpi sociali (mai realizzatasi storicamente) al puro e semplice formalismo istituzionale che, nel simulare la sovranità popolare, maschera il comando autoritario delle élite.
Di fatto, a mio parere, in questi trent’anni la democrazia è venuta progressivamente erodendosi, sino a ridursi, da ultimo, a un simulacro. Oggi, al giro di boa di questa vicenda, siamo finalmente a una resa dei conti. Mi pare che il capitalismo abbia bisogno di controllo e comando senza mediazioni né compromessi: un po’ come cento anni fa, dopo la grande paura della rivoluzione che nei primi anni Venti del ’900 parve dilagare in tutta Europa. Ha bisogno di comando e controllo perché il fenomeno migratorio dal Sud tende a travolgere presupposti e vincoli della cittadinanza e della rappresentanza democratica, e anche perché le dinamiche geopolitiche spingono verso nuovi equilibri di potere globale (e di accesso alle materie prime) a vantaggio di potenze diverse da quelle che hanno sin qui guidato l’economia-mondo capitalistica. In questo quadro è in corso, in molti paesi tra cui l’Italia, una nuova fase di radicalizzazione delle logiche di dominio che può appunto comprendersi come un processo di neo-fascistizzazione.
Si può sostenere che il fascismo sia in essenza l’imposizione e la tutela militare delle gerarchie sociali e internazionali di contro alla dinamica di graduale eguagliamento (di inclusione universalistica) propria della modernità. Se si accetta questa definizione, sono molti gli indizi di un processo di neo-fascistizzazione in atto in molti paesi occidentali e in particolare nei paesi che, come l’Italia e la Germania, nel secondo ’900 hanno conosciuto conflitti sociali e politici radicali, che mettevano all’ordine del giorno il tema della transizione.
In Germania dal 1989 la destra radicale è in continua crescita. Nelle elezioni regionali del prossimo autunno Alternative für Deutschland (un partito di franca ispirazione neo-nazista) potrebbe conquistare il governo di Länder importanti come il Brandeburgo, la Turingia e la Sassonia. Finalmente nel paese, ancora scosso dal caso Aiwanger (la scoperta dei trascorsi antisemiti e neonazisti dell’attuale vicepresidente e ministro dell’Economia della Baviera), ci si domanda come scongiurare questo rischio con strumenti giuridici, ma la vera questione è come arrestare una tendenza all’aumento del seguito elettorale che a questo punto rende realistico persino l’incubo della conquista del governo federale da parte della destra radicale.
Proprio in queste settimane è all’ordine del giorno una questione che coinvolge la magistratura costituzionale tedesca. Metà della Corte costituzionale in Germania è di nomina parlamentare e se AfD conquistasse un terzo dei seggi (cosa tutt’altro che inverosimile) potrebbe agevolmente boicottare la scelta dei nuovi giudici o imporre una propria rappresentanza in seno alla Corte. Il che – come mostrano recenti accadimenti negli Stati Uniti, in Polonia e Ungheria – avrebbe ricadute tragiche sulle norme che in teoria dovrebbero prevenire il rischio di un ritorno a tempi bui.
Anche in Italia – dove la presidente del Consiglio e il presidente del Senato (seconda carica dello Stato) si guardano bene dal prendere seriamente le distanze dai propri trascorsi neofascisti – si moltiplicano i segnali di una ferma determinazione a manomettere l’assetto costituzionale della Repubblica sfruttando un quadro politico propizio alla regressione autoritaria.
La «riforma» della giustizia messa in cantiere dal ministro Nordio punta a introdurre la separazione delle carriere dei magistrati: una misura da sempre invocata dalla destra che, coi tempi che corrono, minaccia seriamente di porre la magistratura requirente sotto controllo governativo. L’«autonomia differenziata» voluta dalla Lega sarebbe (temo sarà) lo strumento per conseguire finalmente lo scopo originario del partito di Salvini, Bossi e Calderoli: la secessione dei ricchi e la scissione di fatto tra il Nord e il Sud del paese. L’obbrobrio del premierato architettato da Meloni e Tajani (non si dimentichi che il disegno «riformatore» è stato messo a punto dalla ex-presidente forzista del Senato) porrebbe lo scettro nelle mani di un Capo del Governo eletto direttamente da un «popolo» disinformato e circuito, senza che Parlamento e Presidenza della Repubblica possano interferire in difesa di principi costituzionali per ciò stesso destinati a essere travolti.
Ma la tendenza è globale, ha riguardato da ultimo anche Israele, l’Argentina, ovviamente l’Ungheria e la Turchia. Quanto agli Stati Uniti, basti considerare che Trump ha già avvisato che, ove fosse rieletto, non impiegherebbe l’esercito soltanto lungo il confine meridionale dello Stato, ma anche nelle metropoli più problematiche come New York e Los Angeles, a tutela dell’ordine pubblico. Andando al di là di quanto immaginato da Philip Roth nel suo visionario Plot against America, in un recentissimo comizio nel New Hamsphire Trump ha promesso di «distruggere i comunisti, i marxisti e i criminali di sinistra, insetti che infestano il nostro paese». Testuale: e non è complicato individuare la fonte della sua retorica.
Tutto questo stava sullo sfondo dell’articolo sui tempi lunghi dei processi politici. Sono queste le ragioni per cui la recente sentenza delle sezioni riunite della Cassazione sul saluto fascista mi è parsa indizio di una situazione allarmante, prima ancora che una decisione sciagurata e irresponsabile. Aggiungo due note conclusive.
In quell’articolo ho scritto che, se si vogliono immaginare le conseguenze di un ritorno del fascismo, si deve guardare al progetto nazista di Nuovo Ordine Europeo. Ovviamente non intendevo che si ripeterebbe oggi quanto accaduto in Germania tra il 1933 e il ’45, ma che la logica sarebbe quella. Appunto: gerarchia ferrea (dei popoli – delle nazioni e delle «razze» – e delle classi sociali) e militarizzazione del comando politico, cioè ricorso alla coercizione militare come strumento principe per la difesa dell’«ordine».
Infine: una decina di anni fa, sulle colonne de «il Manifesto», tentai senza fortuna di aprire una discussione su queste tendenze – allora incipienti – parlando di «morte della politica» nel nostro paese. A indurmi a quella posizione era stata la fulminea ascesa di Matteo Renzi, prima eletto segretario del Pd (il che metteva nero su bianco il senso dell’operazione prodiana di sussunzione della sinistra), poi arrivato addirittura al governo del paese. Si trattava di una vicenda talmente enorme – tragica e grottesca – che mi parve urgente una riflessione sulla cesura che rappresentava.
Dicendo «morte della politica» alludevo all’esaurimento del conflitto politico fondamentale in Italia. Era ormai evidente che, dopo un secolo, il tema della trasformazione fosse stato definitivamente derubricato. L’idea dell’alternativa di società, che aveva motivato la nascita della sinistra socialista e la sua storia politica, era scomparsa dal quadro di riferimento di politicanti interessati esclusivamente alla gestione del potere. La politica era diventata anche in Italia pura e semplice amministrazione. Ma il ragionamento non suscitò interesse, e in effetti, ripensata oggi, quella tesi aveva un limite evidente: un limite, però, che, se impone di integrarla, non mi pare la infici.
La politica era (ed è) effettivamente morta per noi, nel senso che – per le ragioni dette in precedenza – oggi non c’è spazio in Italia (in Occidente) per una concreta battaglia per l’alternativa di società. Ma non è certo morta in sé, visto che – scomparso ogni argine, accuratamente smantellato ogni punto di resistenza – negli ultimi decenni la destra ha lavorato, ha conquistato consenso sociale e spazi istituzionali, e ha modificato gli equilibri e i rapporti di forza, portando a compimento un processo che ancora dieci anni fa era largamente incompiuto.
In tutto questo, un fatto resta a mio giudizio indiscutibile e al tempo stesso misterioso. Non vi è stata nessuna resistenza. Forse nessuna intelligenza di quanto accadeva; forse nessuna intenzione di contrastarlo; forse persino la volontà di promuoverlo.
Non solo si è provveduto, dalla metà degli anni Ottanta, ad accuratamente smantellare tutti i presidi, gli strumenti, i luoghi di radicamento e orientamento, le sedi di accumulazione delle forze. Ci si è anche accaniti nel criticare, delegittimare, ripudiare le proprie stesse tradizioni, le proprie idee ed esperienze di lotta anticapitalistica. E a contrastarle attivamente, ove persistessero altrove, combattendole senza esclusione di colpi.
A ripensarci oggi a mente fredda si è trattato – credo sia il caso di cominciare a dirselo – di un’operazione talmente capillare da indurre più di un sospetto. E da autorizzare persino qualche temeraria ipotesi dietrologica.
29 gennaio 2024
Alberto Burgio
(Tratto da: Alberto Burgio, La resa dei conti, in: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-resa-dei-conti consultato il 06/02/2024).
Inserito il 13/02/2024.
Dal quotidiano «il manifesto»
di Davide Conti
Breve anticipazione del volume di Davide Conti Fascisti contro la democrazia. Almirante e Rauti alle radici della destra italiana 1946-1976, pubblicato da Einaudi nella collana «Passaggi».
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Rimosso nazionale
di Davide Conti
Aldo Moro nel 1962 ebbe cura di soffermarsi sulla natura di quelle fragilità, tanto storicamente già emerse quanto potenzialmente emergenti, presenti nella struttura della giovane democrazia italiana all’alba degli anni Sessanta. Ammonendo i democratici cristiani a osservare le più attente «vigilanze e resistenze» contro il rischio di involuzione del sistema democratico della Repubblica, Moro disegnò un profilo identitario complesso e inquieto dell’estrema destra nazionale, specificandone una profondità di radici; un peso economico-sociale; una misura storico-politica e una estensione nella società italiana molto più diffusa di quello che lo stesso Parlamento fosse numericamente in grado di rappresentare: «L’entità di questo rischio per le istituzioni non si computa né in voti né in seggi parlamentari (…) esso non risiede intero, pur nell’innegabile riferimento ideale e storico che esso fa al fascismo, nel Msi. Sappiamo bene che (…) la radice del totalitarismo fascista affonda nel corpo sociale della nazione, là dove sono privilegi che non vogliono cedere il passo alla giustizia (…) là dove sono angustie mentali, egoismi e chiusure, là dove si teme la libertà (…) là dove ci si affida incautamente alla illusoria efficacia risolutrice della forza».
Il Paese si trovava in un significativo momento di transizione. Di lì a poco lo stesso Moro avrebbe guidato la formazione del primo governo di centro-sinistra, con la partecipazione diretta del Partito socialista italiano (Psi), della storia della Repubblica. Appena due anni prima, nel giugno-luglio 1960, si era consumata, nelle piazze di tutta Italia e in Parlamento, la crisi del governo presieduto dall’esponente democristiano Ferdinando Tambroni sostenuto in maniera decisiva dai voti del partito neofascista del Movimento sociale italiano. Un esecutivo che rappresentò, affermerà Moro nel «memoriale» scritto nel 1978 durante i giorni del suo rapimento ad opera delle Brigate Rosse, «il fatto più grave e minaccioso per le istituzioni intervenuto in quell’epoca». Quale percorso aveva seguito la democrazia italiana per giungere al punto, ad appena quindici anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, di reimmettere uomini politici provenienti dal regime fascista e dall’esperienza collaborazionista della Repubblica sociale al vertice della Repubblica nata dalla Resistenza? Quale fu la traiettoria politica del Msi? Ovvero di un partito che, fondato il 26 dicembre 1946 in controtendenza storica rispetto ai processi in atto in Italia e ad essi apertamente ostile ed estraneo (l’uscita dalla guerra fascista e il difficile avvio della ricostruzione; l’elezione dell’Assemblea costituente; la nascita della Repubblica), nel breve volgere di tre lustri si ritrovò dalla clandestinità alle soglie del governo nazionale? La sua nascita, il suo ruolo e la sua funzione nel sistema politico-sociale italiano non furono limitati a semplice ridotta nostalgica, come la esigua delegazione parlamentare lasciava immaginare (nella I legislatura appena 1 senatore e 6 deputati).
Il Msi rappresentò: il segno dei mancati conti dell’Italia con la storia del fascismo, nella misura di un rimosso nazionale e collettivo che eluse l’assunzione di responsabilità rispetto alla pesante eredità del regime di Mussolini; la cifra della profondità delle radici fasciste nella società italiana, soprattutto nelle sue classi dirigenti e nei ceti sociali (piccola e media borghesia) che più erano stati organici alla dittatura e che Moro indicava nel 1962 come ambito più esteso della destra reazionaria nel Paese; il partito «reietto» e di minoranza su cui l’opinione pubblica poteva rivolgere i propri strali come forma di redenzione della nazione tutta per il consenso e il sostegno dato al regime di Mussolini durante il ventennio della dittatura. Ricorderà, anni dopo, lo scrittore ex saloino Carlo Mazzantini: «Io ho partecipato alla formazione del Msi come molti dei miei ex camerati, ho contribuito alla costituzione di quella sorta di ghetto nel quale dovemmo rifugiarci in quanto diventati le teste di turco sulle quali la nazione scaricava il suo senso di colpa. L’Msi (…) ha una funzione direi terapeutica (…) la funzione della sentina, nella quale gli italiani hanno potuto scaricare un sentimento di colpevolezza. Gli italiani avevano seguito il fascismo, se ne erano liberati, ma avevano bisogno di qualcuno che se ne assumesse le colpe. Allora ci fu questa rimozione, questo scarico su quella minoranza che lì si era barricata e lì aveva conservato le vecchie bandiere. I fascisti erano quelli».
Il partito missino è stato il «convitato di pietra» della nascita della Repubblica democratica. La sua stessa esistenza ha posto nel corso dei decenni questioni di rilievo rispetto alla natura, al processo storico di maturazione democratico-costituzionale del Paese e al suo profilo identitario antifascista entro cui si incuneò fin dall’inizio il baco neofascista: «Chiara fu la nostra origine e intonata a quella chiarezza è stata la nostra politica. La nascita del Msi non fu soltanto un atto di fede verso l’avvenire ma fu anche un fatto razionale (…) la politica dell’inserimento non cominciò con Pella, con Zoli, con Segni, con Tambroni, ma con la nascita stessa del Msi (…) essa era la sola che non rimanendo nello sterile cerchio di una rievocazione storica consentiva di proporre nostre idee, nostri postulati, nostre soluzioni (…) noi siamo passati ad un’intransigente opposizione non al sistema ma nel sistema».
Giorgio Almirante e Giuseppe Umberto (Pino) Rauti hanno rappresentato, in modi e tempi diversi, due delle principali anime della «comunità» degli «esuli in patria». Insieme ai due fondatori del Msi, Pino Romualdi (capo dei Fasci di Azione Rivoluzionaria, Far) e Arturo Michelini, hanno interpretato e risignificato la presenza dei «fascisti in democrazia» in ragione del fatto che la loro traiettoria biografico-politica ha finito (anche quando si collocarono all’opposizione delle segreterie «moderate» di Augusto De Marsanich e Michelini) per coincidere con l’azione di vertice del Msi per l’intera esistenza del partito.
I due dioscuri del neofascismo attraversarono la propria esperienza politica non sempre in sintonia, alternando momenti di stretta convergenza con fasi di aperto conflitto. Tuttavia il loro lascito esprime ancora oggi (più di quello di qualunque altro storico dirigente missino) le profonde radici culturali e identitarie nonché il carattere cui si ispira il postfascismo contemporaneo. Almirante fu il primo segretario del Msi, in quella fase (1946-1950) di riemersione dal gorgo della storia che fu per gli ex saloini il secondo dopoguerra, e tornò alla guida del partito nel giugno 1969 dopo la morte di Michelini, restandovi fino al 1987, quando lasciò le redini missine al suo “delfino” Gianfranco Fini.
Il giovane Rauti fu seguace del filosofo tradizionalista e filonazista Julius Evola, «un singolare pensatore di nobile origine siciliana, la cui dottrina costituisce uno dei sistemi più radicalmente antiegualitari, antiliberali, antidemocratici e antipopolari del XX secolo». Su queste posizioni, e in concomitanza con la parallela militanza nei gruppi eversivi dei Far che lo porterà in carcere nel 1951, Rauti appoggiò Almirante nella sua prima direzione del Msi per poi uscire dal partito, dopo l’ascesa al vertice di De Marsanich e Michelini, fondando nel 1956 il gruppo Ordine Nuovo che fino ad allora si era configurato solo come «centro studi». Farà rientro alla casa madre nel 1969 dopo il ritorno di Almirante alla guida missina, condividendo e alimentando il nuovo corso della politica del «doppiopetto» (subendo un nuovo arresto nel 1972 nell’ambito dell’inchiesta per la strage di piazza Fontana) che caratterizzerà la linea dei neofascisti negli anni Settanta.
Nel 1976, trentennale della fondazione del Msi, la scissione di Democrazia nazionale dal partito segnerà un passaggio periodizzante per la traiettoria politica del neofascismo. Proprio a partire dalla fine di quel decennio, in modo più accentuato dal 1977, sarà ancora Rauti a reinterpretare, stavolta in chiave polemica con Almirante, la nuova destra giovanile avviando un processo di lunga durata che lo porterà infine, seppur brevemente, a conquistare la segreteria del Msi nel 1990 dopo la scomparsa di Almirante. Sarà l’ultimo sussulto della radice biografica saloina del partito prima del definitivo e conflittuale passaggio di consegne, con il ritorno di Fini alla segreteria, lo scioglimento del Msi in Alleanza nazionale nel 1994 e la nuova scissione rautiana che diede vita al partito Fiamma tricolore.
Davide Conti
(Tratto da: Davide Conti, Rimosso nazionale, in «il manifesto», 12 novembre 2023).
Inserito il 08/02/2024.