Dall’Associazione Italia-Cuba 🇨🇺
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Abel Prieto: «Cuba rischia di regredire a colonia statunitense»
La Casa de las Américas è un’istituzione culturale emblematica della Rivoluzione cubana e della vita intellettuale latinoamericana. Abel Prieto, 76 anni, autore di una notevole mole di opere, ne è il direttore. Etichettato come marxista-lennonista per la sua ammirazione per i Beatles, svolge un ruolo chiave nella Rete di intellettuali e artisti in difesa dell’umanità.
In un’intervista a «La Jornada» sostiene che l’attuale stato del mondo gli ricorda una frase di Ivan Karamazov, il personaggio del romanzo di Fëdor Dostoevskij, in cui Karamazov afferma che «se Dio non esiste, tutto è permesso». E poiché, per Trump, l’unico Dio è lui stesso, può fare ciò che vuole. I suoi capricci ci hanno condotto in un mondo senza regole.
Secondo Prieto, Cuba si trova attualmente di fronte all’annoso dilemma: colonia o sovranità, colonia o indipendenza. E, per loro, l’indipendenza è sinonimo di socialismo. Se perdono il socialismo, perdono la nazione e tornano a essere una vergognosa colonia statunitense, come lo erano più di 60 anni fa.
Di seguito sono riportate le parti sostanziali di questa conversazione.
Come viene vissuta a Cuba la nuova offensiva di Donald Trump?
– Ciò che Trump intende con questa nuova offensiva è soffocarci direttamente nel breve termine. Vuole che questo Paese, la sua economia e i suoi servizi siano strangolati dalla mancanza di carburante. Ecco perché minaccia di sanzionare i Paesi che ce lo vendono.
Stanno attuando un blocco nella sua forma più grottesca e brutale. Manca solo un blocco navale! Il loro obiettivo è lo stesso dei tempi di Eisenhower: creare povertà, carenze e difficoltà per la gente. Cercano di creare difficoltà e moltiplicarle in modo che la gente incolpi il loro governo e il loro partito per ciò che accade. Vogliono accelerare il cambio di regime. Pensano che con il colpo di stato in Venezuela daranno il colpo di stato finale alla rivoluzione cubana.
Cosa è andato storto e ha permesso alla destra di vincere la battaglia della comunicazione?
– La verità deve essere presentata nel modo più efficace. Sono un rocker. La nuova canzone di Bruce Springsteen non è musicalmente impressionante. Ma è un bellissimo inno di solidarietà. E poi c’è quello che è successo con Bad Bunny. Ha difeso i latinoamericani. Ha detto che le loro vite contano. E questo ha ferito profondamente Trump. Ha risposto dicendo che era stato uno spettacolo terribile, uno schiaffo in faccia al suo Paese. Se non fosse così sinistro, sarebbe quasi comico.
Quali reazioni ha suscitato Trump nel popolo cubano?
– Trump ci ha polarizzati. Ci ha radicalizzati. Ci ha resi più antimperialisti, più antifascisti. Il Venezuela è stato un colpo devastante. L’abbiamo sentito come una ferita molto personale. Come se fosse stata inflitta anche a noi. Ma il modo in cui questo Paese ha pianto i nostri 32 fratelli morti difendendo il presidente Maduro è stato un messaggio straordinario per Trump e Marco Rubio. Un messaggio di unità e determinazione.
Il giorno in cui furono allestite le urne al Ministero delle Forze Armate, la gente si è presentata per ore. Era una giornata fredda e piovosa. E la gente non si è fermata davanti alle file interminabili. Hanno portato i loro figli e i loro parenti anziani. Tutti sono rimasti in quella coda interminabile. Fin dai tempi di Martí, abbiamo creduto nell’idea che la patria è umanità. E quest’idea è profondamente radicata in questa nazione.
Il nostro popolo ha il senso del momento storico. Sa quando mostrare unità, fermezza, dignità, amore per la sovranità e i principi.
In che modo questa nuova svolta ha influenzato il mondo culturale?
– Siamo di fronte a un brutale colpo di stato coloniale, mirato a provocare un cambio di regime. Sono tempi estremamente difficili. Sono gli ospedali e le case di cura a rimanere senza benzina e petrolio. È il popolo cubano a soffrire.
Questo momento mi ricorda una frase di Ivan Karamazov, il personaggio del romanzo di Fëdor Dostoevskij: «Se Dio non esiste, tutto è permesso». E poiché, per Trump, l’unico Dio esistente è lui stesso, tutto gli è permesso. Sono i capricci di un personaggio grottesco e brutale che ci hanno portato in un mondo senza regole. Ha rovesciato la scacchiera. Non ci sono più regole.
Ma qui c’è molta storia, troppa storia. C’è una cultura anticoloniale e antimperialista. Cuba è un paese con una forza culturale molto vigorosa e un fortissimo senso di identità nazionale. Cultura e nazione vanno di pari passo. Gli artisti hanno un profondo sentimento patriottico, legato al loro modo di intendere la vita. È così che lo hanno espresso.
Il significato di questo momento è che ci troviamo di fronte all’annoso dilemma: colonia o sovranità, colonia o indipendenza. E, per noi, indipendenza è sinonimo di socialismo. Se perdiamo il socialismo, perdiamo la nazione. Se la rivoluzione viene sconfitta, torneremo allo status di umiliata e vergognosa colonia yankee, che era più di 60 anni fa. Questo Paese non sarà mai più quello.
In che modo questo lockdown ha influenzato la creazione artistica?
– Nonostante le interruzioni di corrente, il Festival del Cinema dell’Avana è stato un grande successo. Si è svolto anche il Festival del Jazz, che ha attirato molti americani. Ma abbiamo dovuto rimandare la Fiera del Libro. Manterremo il Premio Casa de las Américas, ma le deliberazioni della giuria si svolgeranno online.
Lei ha insistito sulla necessità di allearsi con il popolo americano. È ancora questa la sua posizione?
– C’è un movimento antifascista negli Stati Uniti. E un messaggio deve essere inviato alle persone che stanno combattendo lì. Fidel disse a Ramonet che quando il popolo degli Stati Uniti veniva a conoscenza della verità su qualcosa, reagiva in modo nobile e giusto. Fidel ci invitava ad avere fiducia nei sentimenti e nelle virtù di quel popolo. Pablo González Casanova lo capì molto bene. Dobbiamo formare un fronte antifascista internazionale, appoggiandoci sulla Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità.
Qual è l’importanza di Don Pablo in un momento come questo?
– Pablo è stato colui che ha concepito la Rete. Il suo senso etico e la sua lucidità andavano di pari passo. Era un uomo brillante, con un occhio attento ai processi culturali, politici e storici, e con un’etica straordinaria. Abbiamo bisogno di lui. Abbiamo sempre bisogno di un uomo come Pablo. Un uomo straordinario.
Ma non dimentichiamo che non è solo Cuba ad essere in pericolo. Credo che l’America Latina, i Caraibi, il mondo intero siano in pericolo con l’ascesa del fascismo. Stanno persino cercando di riscrivere la storia. Vogliono ripulire l’immagine di Franco, Hitler, Mussolini e di coloro che hanno commesso genocidi contro i popoli indigeni.
Nemmeno i morti sono in pace?
– La battaglia è per il presente e per il futuro, e anche per la nostra memoria.
Sei stato etichettato come marxista-lennonista. Cosa pensi che Lennon possa dirci per un momento come questo?
– Adoro Lenin, ma amo l’etichetta di marxista-lennonista. Il Beatle sarebbe stato un instancabile attivista anti-Trump. È stato un grande combattente contro il genocidio in Vietnam, un paladino della pace. Ha lasciato canzoni straordinarie contro i signori della guerra.
Quale preferisci?
– Con Imagine , è una bellissima utopia.
(Tratto da «La Jornada»; traduzione ad opera dell'Associazione Italia-Cuba, dalla cui pagina Facebook è stato tratto).
Inserito il 14/02/2026.
Dal giornale «il manifesto» 🇨🇺
di Luciana Castellina
Erano gli anni ’50, si parlava di uno strano gruppo di giovani isolato e senza aiuti nella Sierra Maestra. Un paio d’anni dopo, nel 1959, fecero fuori il dittatore Batista e la sua cricca.
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La sola rivoluzione davvero nostra, non possiamo restare a guardare
di Luciana Castellina
L’Avana, gennaio 2026
La grande corazzata americana, una floating power plant, come scrivono orgogliosi i giornali trumpisti, è ancorata nella baia dell’Avana già da parecchi giorni prima dell’arresto del presidente venezuelano Maduro.
È lì per bloccare tutti i convogli diretti a Cuba, innanzitutto quelli che portano petrolio. Quello che proveniva da Caracas ma poi anche da altri Stati. Arrivava regolarmente anche dal Messico, fino a che la presidente di quel paese – appena Trump ha dichiarato che chi insisterà nel fornire a Cuba il prezioso combustibile verrà punito con un consistente aumento dei dazi – ha fatto retromarcia. Il Messico, ha detto Claudia Sheinbaum, non può permettersi di affrontare questo rischio.
Quanto all’Unione europea,la signora Kallas, alto rappresentante per la politica estera, rimangiandosi rapidamente qualche debole apertura concessa qualche mese fa in occasione di una interrogazione parlamentare, si è pienamente allineata. Il problema di Cuba, si è azzardata a dichiarare in relazione al drammatico strozzamento dell’isola, «sono i diritti umani». (63 anni di strangolamento economico imposto all’isola con l’embargo, sarebbe invece un diritto umano?)
L’Occidente, come si vede, in barba ai suoi “valori” accetta disciplinato il diktat di Trump. Il quale, nel frattempo, soddisfatto per non aver trovato ostacoli al suo programma, ha mandato a dire all’Avana che lui è pronto ad un accordo e che, anzi, lui «sarà molto gentile» e farà quanto necessario per rendere finalmente Cuba libera. Come nel Venezuela che ha accettato, per salvarsi, di ammazzare definitivamente la Rivoluzione bolivariana, aprendo alla totale privatizzazione del suo petrolio.
Ce n’è abbastanza, credo, per farci capire che Trump sarebbe pronto anche a un altro attacco militare, o meglio piratesco, che è però qualche cosa di ben più grave di ogni altro sopruso in atto. Perché Cuba non è un paese qualsiasi, è un pezzo di storia che dalla metà del secolo scorso ha segnato le nuove generazioni di tutto il mondo – anche quelli che sono poi stati critici su come talune delle sue scelte interne si sono evolute – perché è stata una rivoluzione assolutamente speciale.
Innanzitutto molto “nostra”: perché la sola del nostro tempo, perché veniva da un paese che era un pezzo del “terzo mondo” che aveva sempre patito l’oppressione, perché è stata leggendaria nelle modalità in cui si è realizzata e per le impensabili conquiste ottenute dal suo popolo.
E poi perché – diciamolo pure – è stata la prima rivoluzione allegra. Io l’ho incontrata, fisicamente, nel 1961, a una grande conferenza mondiale della gioventù a Mosca, e tutti rimanemmo incantati perché i delegati cubani cantavano e ballavano, come i nostri comunisti musoni non avevano mai fatto! Perché rappresentavano Davide contro Golia.
La prima volta che ne ho sentito parlare erano gli anni Cinquanta, ero in tipografia e stavamo finendo di impaginare per stampare la copia di Nuova Generazione, il settimanale della Fgci, e mi venne fra le mani un numero di Newsweek in cui si parlava di uno strano gruppo di giovani che si era insediato nella Sierra Maestra, la più grande foresta cubana, isolato e senza aiuti, nutrendosi di animali selvaggi e vivendo sugli alberi. Erano – scriveva il settimanale americano – un nuovo gruppo guerrigliero, guidato da un giovane avvocato chiamato Fidel Castro. Decisi, sebbene stessimo per andare in macchina, di togliere un articolo già impaginato per lasciar posto a questa storia che per la prima volta veniva raccontata.
Solo un paio d’anni dopo, nel 1959, quei ragazzi fecero fuori il dittatore Fulgencio Batista e la sua cricca e nacque la nuova icona della nostra gioventù, quella che nemmeno con la fantasia ci eravamo azzardati a immaginare.
Fu allora che milioni di giovani cominciarono ad indossare le magliette con l’immagine degli eroi di quella rivoluzione: Fidel, naturalmente, ma anche il più azzardato militante in nome del mondo intero trucidato in Bolivia, Ernesto Che Guevara, che diventa l’idolo di un’epoca. La sua foto, quella famosa scattata nel 1960 dal grandissimo Alberto Korda, fu indicata dal Maryland Institute for Art come «la più famosa del XX secolo».
E adesso, che succederà? La corazzata americana è ancora lì e Washington ha già ottenuto il silenzio/assenso per procedere. La mia grande paura, in questo momento, più che per Trump in sé, è che questa storia possa essere liquidata senza una nostra grande, adeguata, controffensiva ideale.
Che un fatto storico restato importante anche per le nuove generazioni – che non l’hanno vissuta ma che hanno continuato a considerarla mitica – possa esser liquidato senza una nostra generale reazione. Con rassegnazione. Disinganno, e perciò sfiducia in ogni possibilità di cambiare il mondo.
Noi italiani abbiamo una colpa specifica in questa vicenda. Perché italiano immigrato era tal Roberto Torricelli, parlamentare degli Stati Uniti, autore di uno dei peggiori atti contro Cuba: nel 1992, nel momento in cui il crollo dell’Urss aveva fatto venir meno gli indispensabili aiuti sovietici all’isola soffocata dall’embargo, fece approvare quello che ignominiosamente fu chiamato Cuban Democracy Act, in cui le sanzioni che bloccavano ogni commercio con Cuba si aggravavano in quanto venivano perseguite tutte le aziende non americane che lo avessero violato.
Io ho conosciuto Roberto Torricelli, e mi sono vendicata almeno con una beffa. Ero allora – lo sono stata per parecchi anni – vicepresidente della Delegazione permanente per l’America centrale e del Sud del parlamento europeo, e perciò impegnata in continui incontri politici in quell’area. Anche uno con il Dipartimento di stato degli Stati uniti per informarci reciprocamente delle rispettive scelte. Quando Torricelli vide approvato il suo Act avemmo a Washington, al Congresso, una lunga riunione con la commissione da lui presieduta.
Alla fine, uscendo, io mi ritrovai casualmente l’ultima e mi venne la improvvisa tentazione di tornare indietro e rubare sul tavolo della sua postazione presidenziale la targhetta metallica con la scritta “onorevole Torricelli”. La misi furtivamente nella borsa ma quando tornammo alla sede del Dipartimento di stato mi resi conto che la nostra delegazione doveva passare per il metal detector e che la mia targhetta avrebbe suonato esponendomi a chissà che crisi diplomatica (un’autorità europea che ruba al parlamento americano, figuratevi!).
Tentai di tornare indietro e gettarla prima dell’entrata ma proprio quel giorno il palazzo era circondato dalla polizia perché c’era in visita una delle prime delegazioni palestinesi. Se avessi gettato un oggetto metallico mi avrebbero forse sparato. Disperata e senza via di fuga chiusi gli occhi e passai. La targhetta non fece suonare il metal detector: era di latta.
E così, un mese dopo, in visita all’Avana, ne feci dono a Fidel. Che la attaccò dietro la sua scrivania, dicendomi: ho ricevuto tanti regali, ma nessuno è come questo.
Luciana Castellina
(Tratto da: Luciana Castellina, La sola rivoluzione davvero nostra, non possiamo restare a guardare, in «il manifesto», 8 febbraio 2026).
Dal giornale inglese «Morning Star»
Intervista a Mohammad Omidvar (Partito Tudeh) 🇮🇷
Mohammad Omidvar, figura di spicco del Partito Tudeh iraniano, afferma al Morning Star che le proteste di massa sono radicate nella povertà, nella corruzione e nel regime neoliberista e mette in guardia contro la rinascita monarchica e il cambio di regime progettato dagli Stati Uniti.
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All’interno delle forze che guidano le proteste nazionali in Iran
Come valuta le profonde cause socio-economiche che hanno spinto la gente a scendere in piazza e perché non è d’accordo con la posizione del governo iraniano secondo cui si tratta di un complotto straniero?
Innanzitutto, vorrei ringraziare i nostri compagni del «Morning Star» e i suoi lettori, che sono stati convinti sostenitori della lotta del nostro popolo e delle forze progressiste in Iran. I nostri cuori e le nostre condoglianze vanno a migliaia di famiglie che hanno perso i loro cari durante questa repressione selvaggia e brutale e, come tutte le forze progressiste in Iran e nel mondo, chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di migliaia di detenuti e di tutti i prigionieri politici in Iran.
Come da dichiarazione del nostro Partito del 9 gennaio, la rivolta popolare iniziata con manifestazioni, proteste pacifiche e scioperi del 28 dicembre, che curiosamente includevano i commercianti del Bazar – che tradizionalmente hanno costituito una base sociale per il regime e lo hanno sostenuto negli ultimi 47 anni – si è rapidamente diffusa in tutte le principali città e paesi dell’Iran e ha rappresentato una seria sfida alla dittatura al potere.
La base della protesta del Bazar è stato il crollo della valuta iraniana, il Rial o comunemente noto come “toman”, con il tasso di cambio rispetto al dollaro che è peggiorato a 146.000 “toman” per 1 dollaro. È poi importante sottolineare che il valore di molti beni di prima necessità in Iran è strettamente legato al tasso di cambio del dollaro. Inoltre, va notato che le sanzioni imposte dall’imperialismo statunitense contro l’Iran hanno avuto un impatto devastante sulla vita della gente comune iraniana, mentre la borghesia parassitaria filogovernativa ne ha tratto beneficio.
Il peggioramento della situazione economica significa che, anche secondo le statistiche ufficiali, quasi 40 milioni di iraniani vivono al di sotto della soglia di povertà definita dal governo. L’aumento della disoccupazione, soprattutto tra i giovani, la continua repressione e gli attacchi ai diritti umani e democratici fondamentali, una corruzione senza precedenti – in cui la leadership dell’IRGC e i leader del regime, rappresentanti della grande classe capitalista, controllano tutte le industrie chiave in Iran – e la continua repressione dei diritti delle donne, in particolare dopo l’eroica lotta del movimento “Donna, Vita, Libertà” di tre anni fa, costituiscono il fondamento della rabbia popolare e della loro lotta per porre fine alla dittatura in Iran. In breve, contrariamente a quanto affermato dalla “Guida Suprema” Khamenei, questo movimento di protesta popolare è una lotta di classe e non un prodotto dell’imperialismo statunitense o del regime genocida israeliano. È piuttosto la conseguenza diretta delle disastrose politiche economiche neoliberiste del regime capitalista al potere, nonché della diffusa corruzione, dell’insicurezza e della radicale oppressione imposta alla nazione dai leader del regime e dai loro collaboratori.
È anche importante notare che siamo consapevoli che sia l’imperialismo statunitense che i suoi alleati nella regione, in particolare il governo criminale di Netanyahu, e i loro agenti in Iran, hanno avuto un interesse personale nel dirottare il movimento di protesta pacifico e spingerlo verso la violenza, consentendo così al regime di giustificare la sua disumana e selvaggia repressione, uccidendo e ferendo migliaia di manifestanti e arrestandone altre migliaia, imponendo al contempo un blackout totale delle comunicazioni senza precedenti al paese.
Qual è la sua analisi della base sociale dei monarchici in Iran?
Negli ultimi 18 giorni abbiamo assistito al fatto che la maggior parte delle grandi aziende mediatiche occidentali (e generalmente di destra), come la BBC e il canale televisivo Iran International (finanziato dal governo israeliano), hanno supervisionato una campagna orchestrata per promuovere Reza Pahlavi come capo del movimento di protesta e dell’opposizione in Iran, pronto a tornare e a prendere il comando. Oltre a ciò, abbiamo assistito a un’importante campagna sui social media orchestrata dall’agenzia di intelligence israeliana Mossad, che ha creato numerosi canali social per promuovere Pahlavi, manipolando video di manifestazioni popolari in Iran, cantando falsi slogan a suo sostegno e, in generale, creando una falsa narrazione secondo cui il popolo iraniano vorrebbe il ritorno della monarchia. È interessante notare che, secondo diversi rapporti, nemmeno Trump stesso è convinto che il popolo iraniano voglia il ritorno della monarchia.
Questo riflette la realtà: Pahlavi non ha una base sociale materiale in Iran. Le manifestazioni di sostegno nei suoi confronti sono limitate a piccoli gruppi sociali, principalmente quelli che esprimono una nostalgia per l’Iran pre-Repubblica Islamica. Questo non può e non deve essere erroneamente interpretato come un segnale di un significativo livello di sostegno alla monarchia nella società iraniana.
Quali sono, a suo avviso, le conseguenze di un cambio di regime progettato dagli Stati Uniti?
Vorrei iniziare ricordando ai vostri lettori che l’imperialismo statunitense tentò uno dei suoi primi interventi di “cambio di regime” nel mondo in Iran, rovesciando il governo nazionalista eletto del Dr. Mohammad Mossadegh nel 1953 attraverso un colpo di stato orchestrato congiuntamente dalla CIA e dall’MI6.
Questo modello fu successivamente utilizzato dall’imperialismo statunitense in oltre 70 paesi in tutto il mondo. Il colpo di stato del 1953 portò alla restaurazione della monarchia, alla soppressione dei diritti del popolo iraniano e all’esecuzione di molti dei nostri compagni di Partito.
Il regime restaurato dello Scià permise il saccheggio del petrolio iraniano per quasi trent’anni e trasformò l’Iran in un hub regionale nella sfera di influenza degli Stati Uniti e in contrapposizione alla vicina Unione Sovietica. In effetti, la Rivoluzione iraniana del 1979, uno dei più grandi e popolari movimenti di massa della storia contemporanea, rovesciò la dittatura dello Scià con una visione antimperialista molto chiara, volta all’indipendenza dell’Iran e alla sua liberazione dalla sottomissione degli Stati Uniti.
Pertanto, abbiamo sperimentato cosa significhi concretamente un “cambio di regime” sotto l’imperialismo. Inoltre, i recenti interventi imperialisti statunitensi dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia, alla Siria e allo Yemen – così come la guerra genocida del governo criminale israeliano, con il pieno appoggio dell’imperialismo statunitense, della Gran Bretagna e dell’Unione Europea, contro il popolo palestinese, che ha ucciso oltre 60.000 persone innocenti e quasi 20.000 bambini – hanno mostrato la vera natura dell’imperialismo e dei suoi lacchè regionali.
Inoltre, l’aggressione militare congiunta USA-Israele contro l’Iran lo scorso giugno, volta a ottenere un “cambio di regime”, ha alimentato un sentimento patriottico all’interno del Paese, che si è mobilitato contro l’ostilità esterna. Nella dichiarazione del nostro Partito del 22 giugno abbiamo affermato che questo attacco criminale equivaleva a un’aggressione militare contro la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iran, nonché a una chiara e flagrante violazione del diritto internazionale ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, e che il nostro Partito si schierava al fianco del popolo iraniano nella difesa del Paese dalle interferenze esterne.
Negli ultimi giorni abbiamo assistito al sabotaggio e al deragliamento volontari di un movimento di protesta legittimo e popolare da parte di un gruppo di malfattori non rappresentativi, aiutati da una corrente all’interno della diaspora e dalla continua minaccia di un intervento straniero.
Questa aggressione e questa maligna ingerenza negli affari interni e sovrani dell’Iran e del suo popolo servono solo a indebolire e ostacolare i movimenti di protesta autenticamente popolari e le correnti democratiche all’interno dell’Iran, consentendo al regime e al suo apparato repressivo di etichettare falsamente tutti i manifestanti e i dissidenti come “rivoltosi” e “agenti stranieri”. Il danno che ciò causa al movimento progressista in Iran non può essere sopravvalutato.
Il vostro partito invoca l’unità tra le forze progressiste e patriottiche attorno a un Programma Minimo. Quali passi concreti ritiene il Partito Tudeh necessari ora per costruire un fronte unito?
Il Partito Tudeh dell’Iran, attraverso i suoi appelli e i contatti diretti con altre forze progressiste e patriottiche, ha ripetutamente sottolineato la necessità di un dialogo costruttivo e di una cooperazione attorno a un programma di base nella lotta contro il regime dittatoriale al potere. Le forze progressiste devono sviluppare un programma unitario da presentare al popolo e preparare il movimento popolare ad affrontare l’attuale situazione critica. Attraverso un tale programma, c’è la speranza che il movimento possa essere adeguatamente orientato al servizio degli interessi nazionali e delle richieste del popolo. Purtroppo, finora, questa opportunità non è stata sfruttata o sviluppata per consentire una campagna coordinata e concertata contro la dittatura – da qui il tentativo degli Stati Uniti e dei loro alleati di elaborare un’alternativa “sicura”, sia dall’interno del regime che imposta dall’esterno.
(Tratto da: Inside the forces driving Iran’s nationwide protests, in «Morning Star», 17 febbraio 2026; disponibile su https://www.tudehpartyiran.org/en/2026/01/17/interview-of-morning-star-with-comrade-mohammad-omidvar/).
Inserito il 25/01/2026
L’Avana, 16 gennaio 2026.
Autore della foto: Alessandro Fanetti.
Fonte della foto: https://sites.google.com/view/spaziocollettivo/internazionale?authuser=0#h.68byn2rq14pl
L’Avana, 16 gennaio 2026.
Autore della foto: Alessandro Fanetti.
Fonte della foto: https://sites.google.com/view/spaziocollettivo/internazionale?authuser=0#h.68byn2rq14pl
L’Avana, il monumento a Simón Bolívar.
Autore della foto: Alessandro Fanetti.
Fonte della foto: https://sites.google.com/view/spaziocollettivo/internazionale?authuser=0#h.68byn2rq14pl
Dal sito «Come Don Chisciotte» 🇨🇺
di Alessandro Fanetti
Si commemorano i martiri cubani uccisi durante il rapimento del Presidente Venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. La corrispondenza di Alessandro Fanetti dall’Avana.
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Reportage da Cuba
Un popolo (ancora) rivoluzionario risponde al golpe Usa in Venezuela
di Alessandro Fanetti
Si commemorano i martiri cubani uccisi durante il rapimento del Presidente Venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. La corrispondenza di Alessandro Fanetti dall’Avana.
A distanza di 67 anni dalla Rivoluzione del 1959 l’isola ribelle, distante solamente 90 miglia dalle coste dell’Impero statunitense, mostra ancora al mondo intero il vero significato di almeno queste due parole: volontà e dignità.
Volontà popolare di impegnarsi con tutte le forze per difendere una propria sovranità che da inizio anni ’60, e poi con rinnovato vigore dal post 1989-91, ha subito delle pressioni spaventose e persino “impensabili” per distruggerla. Quest’ultima cosa è ovviamente sempre possibile, però come dimostrato anche dal Venezuela il “semplice” cambio al vertice non può essere sufficiente per fare accettare ad un intero popolo ciò che non richiede. Spesso e volentieri infatti le “vittorie” (o presunte tali) restano effimere e sempre pronte ad essere tramutate in sconfitte, se non ben salde alle radici “materiali e immateriali” dei popoli.
Dignità se non altro perché, nonostante le gravi e innegabili difficoltà economiche nelle quali vive l’isola (soprattutto in questo momento, a partire da un’inflazione di complicata gestione per la maggioranza degli abitanti dell’isola), la grande maggioranza del popolo cubano non rinnega ciò in cui crede ed i valori che stanno alla base del suo essere. Così come non ha mai “approfittato” dell’oggettiva drammatica pressione esterna (unilaterale e illegale) per “piangersi addosso”, ma si è rimboccata le maniche con coraggio e speranza “sfornando” eccellenze certamente almeno in due ambiti universalmente riconosciuti: quello medico e quello scolastico.
Ad esempio, vedere una moltitudine di bambini e bambine che visitano il monumento all’ “Eroe Nazionale” José Martí a L’Habana facendo a gara a chi conosce meglio il suo “legado” (con le maestre che anch’esse si “sfidano” tra loro) credo sia un’innegabile dimostrazione del profondo attaccamento alla Storia condivisa del proprio Paese e della volontà del saldo mantenimento alle proprie reali e forti radici. Da sottolineare, per i più critici del sistema cubano, che José Martí non è passato alla Storia per essere comunista ma patriota e convinto sostenitore dell’unità latinoamericana e caraibica (come “El Libertador” nato in Venezuela, Simón Bolivar).
Così come le famose “Brigate Mediche Cubane” che vanno in giro per il mondo (compresa l’Italia proprio in questi ultimi anni) ad aiutare Paesi e persone che per qualsiasi motivo richiedono la loro presenza.
È ovvio che sempre – e in ogni circostanza – può essere fatto di più e, soprattutto, alcune cose come un almeno minimo innalzamento delle condizioni di vita di chi è più in difficoltà – per le strade di Cuba talvolta capita di vedere persone oggettivamente in un forte disagio – deve avverarsi quanto prima, ma non può essere sottaciuta o sotto considerata (ovviamente non per scusa ma per dare una lettura veritiera di quello che accade, senza scadere nella “cecità propagandistica”) la tremenda situazione “geopolitica” (e non solo) che affronta questa piccola isola di circa 9 milioni di abitanti.
Tremenda situazione che consiste in una pressione costante e terribile da parte del potente vicino nordamericano (e di “riflesso” da parte di tanti altri Paesi del mondo). Situazione che inevitabilmente e drammaticamente affetta l’isola e i suoi abitanti in maniera determinante (basta visionare la legge istitutiva dell’embargo USA contro Cuba di inizio anni ’60 del ‘900, nonché come essa è stata “messa in pratica” dai vari Presidenti statunitensi democratici e repubblicani nei decenni successivi).
Questo è ciò che è visibile a chiunque abbia la voglia di visitare e approfondire la “Cuba profonda”, quella vera, senza farsi ammaliare dai racconti che vengono magistralmente orchestrati al buio di qualche scrivania dai burocrati della grande borghesia finanziaria transnazionale e apolide che cerca di plagiare le menti di ciascuno di noi.
Una Cuba ferita e affaticata da più di 60 anni di “bloqueo” degli USA, dalla caduta del sostegno internazionalista garantito dall’URSS, dal drammatico “Período especial” e ora dalle “prestigiose” gesta del novello “gendarme del mondo” Donald J. Trump.
Ferita certo, affaticata anche, ma arrendevole mai.
E questo è stato ancora una volta dimostrato dall’oceanica folla presente a L’Avana (e in tutte le altre province cubane) la mattina del 16 gennaio 2026 in occasione dell’omaggio portato dal popolo di Cuba ai propri martiri. Martiri rientrati in Patria dopo essere caduti nel combattimento a difesa dell’ “hermano” Venezuela durante il blitz statunitense di inizio anno.
Evento dimostrativo di “Honor y Gloria” ai martiri, al quale ho potuto assistere personalmente e del quale riporto i documenti visivi in allegato (oltre ad altre foto di Cuba in generale).
Un popolo con una coscienza politica così diffusa, capillare e generale non è facile da trovare in molti altri contesti del globo. E lo dico con rammarico, in quanto che la coscienza politica sia una delle leve fondamentali per provare a migliorare sempre la società e il mondo nel quale viviamo.
Luoghi di studio e centri di analisi hanno una densità media difficilmente riscontrabile in altri contesti nel globo… E tutti questi luoghi non sono “feticci” di un tempo che fu ma posti che creano ancora oggi momenti di condivisione e approfondimento collettivo di alto livello.
Se il passato è stato ricco di sfide, è certo che anche il presente e soprattutto il futuro ne presentano altrettante.
Sfide gigantesche aggravate dal fatto che “quelli della Sierra” (le persone che hanno fatto in prima persona la Rivoluzione che ha trionfato nel 1959) o sono scomparsi (su tutti vedi il “Comandante en jefe” Fidel Castro Ruz) oppure hanno sempre maggiori difficoltà a ricoprire cariche di peso per ovvie ragioni anagrafiche (in tutto ciò la continuità è ancora garantita in primis dal fratello di Fidel, Raúl).
Quello che si percepisce parlando “per la strada” è il profondo rispetto per i “Barbudos” e la sfida immensa che gli attuali governanti hanno – a partire dal Presidente Miguel Díaz-Canel – di colmare questo gigantesco vuoto (cosa che ovviamente stanno cercando di fare al meglio delle loro possibilità).
Infatti, anche fra chi non sostiene il modello scelto dal 1959 (non sono certamente la maggioranza ma sono presenti ed è corretto menzionarli), è davvero quasi impossibile trovare qualcuno che non spenda comunque parole di rispetto e ammirazione per chi ha dato l’intera sua vita per qualcosa di estremamente più grande di lui. Ed è difficilissimo, anche fra chi non concorda con l’attuale leadership del Paese, trovare qualcuno che non dichiari l’assoluto rifiuto di ingerenze straniere e l’essere pronto a difendere la propria Patria.
Ci possono essere (e ci sono) manifestazioni su questioni che possono essere migliorate, ma per la maggioranza dei cubani tutto ciò non può toccare la sfera dell’indipendenza e del sistema scelto autonomamente.
Cuba è dunque un Paese che almeno dal 1959 ha scelto una propria via, nonostante tutto.
Una via che ha portato avanti con caparbietà, senza tentennamenti e rappresentando un faro per innumerevoli altri Paesi e popoli della terra.
Basti pensare alla gratitudine ancora oggi riconosciuta in grandi parti dell’Africa, ad esempio con Raul Castro che è stato uno dei 3 presidenti a livello globale a poter prendere la parola alle esequie di Nelson Mandela in Sud Africa.
Così come a ciò che L’Avana rappresenta per tanti popoli latinoamericani e caraibici. Con proposte di unità e indipendenza portate avanti in primis proprio da Cuba, basandosi sulle idee dei grandi leader del passato come Simón Bolivar e José Martí.
È da qui che nascono delle novità assolute e “impensabili” per questa martoriata terra latinoamericana e caraibica, definita dal grande scrittore Eduardo Galeano “dalle vene aperte”: la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) e ALBA-TCP (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli).
La prima che unisce tutti i Paesi del Continente eccetto due, USA e Canada; mentre la seconda che raggruppa i Paesi socialisti della regione.
Passi concreti, anche se non ancora definitivi, verso quel mondo multipolare che si sta faticosamente affacciando cercando di scalzare l’unipolarismo a guida USA.
Passi che Cuba ha contribuito a fare in maniera decisiva, da assoluta protagonista. Nonostante la sua posizione geografica e il peso grandezza/popolazione rispetto all’intera area. Ma con una immensa capacità di guida, costruita in decenni di promozione di pensieri/azioni almeno fin dal 1959.
Un Davide contro Golia che ha “ri”-acceso una luce, fra le altre cose, sicuramente almeno sulle possibilità che i popoli hanno di incidere sul proprio destino
17 gennaio 2026
Alessandro Fanetti
(Tratto da: Ale https://comedonchisciotte.org/reportage-da-cuba-un-popolo-ancora-rivoluzionario-risponde-al-golpe-americano-in-venezuela/).
Il deputato comunista israeliano Ofer Cassif.
Autrice della foto: Annaflavia Merluzzi.
Fonte della foto: https://www.facebook.com/photo?fbid=1171116255182100&set=a.516459670647765
Dal sito di «MicroMega» 🇮🇱
di Annaflavia Merluzzi
Le battaglie del deputato comunista Ofer Cassif, che ci parla di violazioni dei diritti, censura e repressione in Israele.
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Dentro la Knesset, contro l’apartheid
di Annaflavia Merluzzi
(Knesset – Gerusalemme) La polarizzazione che si respira per le strade di Gerusalemme divide e impera anche fra le poltrone della Knesset, il parlamento dello Stato ebraico. I dissidenti politici vengono silenziati con misure disciplinari «arbitrarie», spiega Ofer Cassif, che è stato sospeso due mesi per essersi esposto pubblicamente contro il genocidio a Gaza, la pulizia etnica nella West Bank e le violazioni dei diritti dei palestinesi con cittadinanza israeliana dentro i confini del 1948. Con quest’ultima dicitura si intende il territorio ricompreso nella fondazione di Israele, dove sono rimasti a vivere milioni di palestinesi che ne hanno ottenuto la cittadinanza. A segnare la differenza, e il principio dell’apartheid, una semplice scritta sul registro dell’anagrafe, «nazionalità: araba». Di contro a quella «ebraica». Per entrambe le tipologie, «cittadinanza: israeliana». Sembrerebbe una distinzione simbolica, se non avesse anche ricadute giuridiche e amministrative.
«Non è la prima volta che vengo sospeso, in tutto ho accumulato circa 10 mesi. A ciò si aggiungono le minacce di morte, ne ricevo migliaia ogni giorno dai miei concittadini», racconta Cassif. Non si sente sicuro a girare da solo, ma non si fida «della scorta della Knesset. Gli stessi che dovrebbero proteggermi costituiscono la principale minaccia o incitano chi mi attacca, la polizia è sotto il controllo di Itamar Ben-Gvir e le forze dell’ordine hanno più volte usato violenza contro di me durante le manifestazioni». Si riferisce, tra le altre cose, al processo ancora in corso, che lo vede accusato di aver attaccato un poliziotto durante una protesta a Masafer Yatta, «dove sono state le forze dell’ordine a colpire me e i compagni che manifestavano pacificamente. In tribunale, però, ci sono finito io. È un copione che i palestinesi hanno vissuto milioni di volte».
Cassif è un parlamentare di Hadash, il partito comunista israeliano, fondato sulla partnership arabo-ebraica. Nel panorama politico, rappresenta la co-resistenza, «la costruzione di un modello pacifico dove le persone tentano di contrastare insieme l’apparato coloniale e repressivo di Israele, indipendentemente dalla propria identità, ma ben consce del diverso posizionamento sociale», spiega. Dal 2023 fanno parte di una coalizione che conta più di 60 organizzazioni arabo-ebraiche per la pace, la fine dell’occupazione, la liberazione dei prigionieri e le libertà politiche per i palestinesi. Organizzano manifestazioni, conferenze, campagne di sensibilizzazione. Mentre racconta è seduto nel suo ufficio, dietro di lui la bandiera comunista, sulla scrivania foto di Che Guevara e dei grandi rivoluzionari della storia. Sulla sua libreria, i classici del marxismo, del postcolonialismo e del femminismo internazionalista.
«Il problema è che tutti i livelli delle istituzioni israeliane sono complici della violenza nei confronti dei palestinesi, viene da delle direttive precise volte all’espulsione di tutte le popolazioni non ebree». Da ben prima del 7 ottobre, «i dissidenti politici vengono arrestati o picchiati, i palestinesi con cittadinanza israeliana linciati o spinti verso le periferie attraverso l’apartheid economico». Recentemente, sono scaduti i termini generazionali che garantivano ai cittadini arabi affitti calmierati nelle case di proprietà delle agenzie israeliane – come sta avvenendo a Giaffa, ad esempio – che hanno preso in carico e approfittato degli edifici e i quartieri sequestrati durante la Nakba e ne hanno gestito la riassegnazione ai palestinesi rimasti nei confini dello Stato ebraico. Queste agenzie ripropongono oggi gli stessi appartamenti ai palestinesi con cittadinanza israeliana a dei prezzi esorbitanti, che gli inquilini non possono permettersi. Chi ci abita finisce sotto sfratto, nonostante ci abbia vissuto per generazioni – e, prima della Nakba, per centinaia di anni. «Gli effetti della catastrofe si vedono ancora oggi», afferma Cassif. Negli ultimi mesi, poi, i pestaggi ai danni dei cittadini arabi di Israele, «di cui non parla nessuno», sono cresciuti esponenzialmente: c’è una «grossa fetta di popolazione, che spesso comprende anche le forze dell’ordine, che organizza spedizioni punitive e colpisce i palestinesi che si trova di fronte». Solo nella prima metà di dicembre i casi sono una decina, tra cui una donna incinta menata insieme alla sua famiglia a Giaffa, o un ragazzo picchiato e ospedalizzato in condizioni gravi a Tel Aviv.
La cultura dell’impunità «regna sovrana sui processi giudiziari, c’è chi è innocente fino alla morte, e chi è colpevole fino a prova contraria. Alla corte marziale» – che interessa quasi tutti i processi che vedono protagonisti i palestinesi della West Bank – «le prove poi sono quasi facoltative». Negli ultimi due anni, però, il clima è peggiorato drasticamente, «nonostante io non abbia mai considerato Israele una democrazia, tutt’al più un’etnocrazia. Nessuno Stato fondato sulla supremazia di un gruppo, come avviene qui nel caso dei cittadini ebrei, rientra nel modello democratico. Tuttavia, la legittimazione della violenza, e del linguaggio violento nello spazio pubblico, ha raggiunto livelli mai visti».
Nonostante sia un comunista convinto, crede nella necessità di sedere in parlamento e partecipare alle elezioni, «per una serie di motivi: innanzitutto consideriamo il voto un mezzo efficace, ma mai il fine, come fanno invece i liberali». Sebbene la loro influenza non sia particolarmente impattante, «se non fossimo in parlamento a fare ostinata opposizione probabilmente la situazione sarebbe ancora peggiore, crediamo sia fondamentale occupare tutti gli spazi politici possibili». Infine, secondo la dottrina materialista, «contano le azioni, i cittadini devono poter vedere che ci siamo e che cerchiamo di arginare l’apparato bellicista e coloniale di Israele: dobbiamo dimostrare che esiste un’alternativa percorribile». Anche perché, sottolinea, «l’informazione mainstream ci censura costantemente». In questo clima fin troppo contemporaneo, Cassif e la costellazione dell’opposizione sono molto preoccupati per le prossime elezioni: «Credo che al voto si andrà, non penso possa essere davvero rimandato. Il problema non è se, ma in che modalità si svolgeranno queste elezioni». Teme che la violenza a cui si assiste quotidianamente, da Gaza alla Cisgiordania passando per i confini del ’48, «sarà scatenata anche il giorno dell’apertura dei seggi. Ho paura che impediscano a colore che vivono nei centri palestinesi di recarsi al voto, non mi sembra neanche inverosimile che i risultati vengano truccati». Si rivolgeranno alla comunità internazionale, perché «serve una commissione esterna che controlli il processo elettorale e imponga che tutto si svolga secondo la legge, nel rispetto dei diritti e dell’incolumità dei cittadini».
13 Gennaio 2026
Annaflavia Merluzzi
Inserito il 15/01/2026.