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Dal sito «Antropocene.org» 🇨🇳
di Yinhao Zhang
Yinhao Zhang – dottore di ricerca presso il Dipartimento di Studi Asiatici dell’Università di Adelaide e gestore di un popolare account sui social media dedicato alla teoria marxista e alla storia rivoluzionaria cinese – illustra gli aspetti della società cinese contemporanea che contribuiscono al rinnovato interesse per Mao Zedong tra i giovani cinesi. Secondo Zhang, Mao sta catturando l’interesse di una generazione insoddisfatta delle strutture di potere e dei privilegi di classe che hanno accompagnato la neoliberalizzazione dei mercati negli ultimi decenni. Questi giovani stanno rivisitando le radici stesse della Rivoluzione cinese, evocando il desiderio di un futuro politico radicale.
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Perché i giovani cinesi stanno riscoprendo Mao
di Yinhao Zhang
Prima parte
Il ritorno di uno spettro
Uno spettro si aggira per la Cina: Mao Zedong. Non si tratta dell’immagine fossilizzata del fondatore della nazione che si ritrova nelle storie ufficiali del partito, bensì di un’idea viva e pulsante riscoperta dai giovani del Paese. Le prove di questa rinascita sono al tempo stesso inaspettate e inequivocabili, e il contesto più significativo è costituito dalle università d’élite cinesi, dove si forma la leadership politica, accademica e imprenditoriale del Paese.
Per cogliere il significato di questo cambiamento occorre innanzitutto comprendere il clima intellettuale che esso ha sostituito. Per decenni – dopo l’avvio delle riforme di mercato nel 1978, e nonostante il fatto che una persistente visione positiva di Mao e della Rivoluzione Culturale fosse ancora diffusa tra molti operai e contadini – l’atteggiamento prevalente tra la classe colta cinese nei confronti di Mao era di profondo scetticismo1. Un sondaggio ufficiale del 1993, condotto congiuntamente da diversi organismi di ricerca del Partito e dello Stato, fornisce una chiara misura di questo sentimento. Quando agli intervistati è stato chiesto di valutare Mao, solo l’8% degli intellettuali di alto livello riteneva che i suoi meriti superassero i suoi difetti, mentre un incredibile 67% era di opinione contraria. Tra il personale universitario e gli studenti, il 40% riteneva che i suoi difetti fossero maggiori, mentre più del 34% concordava con il verdetto ufficiale «70% buono, 30% cattivo». Inoltre, quando a queste stesse élite è stato chiesto un parere sulla “febbre di Mao” che stava già emergendo tra la base, una stragrande maggioranza – tra il 63 e il 72% degli intervistati – la liquidò come un fenomeno “anormale”, considerandola un frutto dell’ignoranza popolare2. Questa visione prevalse tra l’élite colta dopo il 1978: Mao era una figura del passato la cui eredità era vista come un ostacolo alla modernizzazione.
Nel 2006 la situazione iniziò a cambiare. Un sondaggio condotto presso l’Università Sun Yat.sen di Guangzhou, un ateneo di prim’ordine, rivelò un cambiamento generazionale. Tra gli studenti nati durante il boom economico il consenso del 1993 si era notevolmente indebolito. Ora il 47% riteneva che i meriti di Mao superassero i suoi difetti, mentre solo il 6% era di opinione opposta. Si trattava di una silenziosa rivalutazione, non di un’approvazione a gran voce del suo intero progetto politico. Gli stessi studenti rimanevano in stragrande maggioranza critici nei confronti della Rivoluzione Culturale, con quasi il 90% che la considerava negativa3. Si stava iniziando a distinguere il Mao costruttore della nazione dal Mao radicale.
A partire dal 2016 quello che un tempo era un cambiamento graduale ha subìto una forte accelerazione. I dati sui prestiti delle biblioteche offrono un indicatore chiaro e intuitivo. All’Università di Tsinghua, l’istituzione più prestigiosa della Cina, le Opere scelte di Mao Zedong sono passate dal non figurare nemmeno tra i primi cinquanta prestiti della biblioteca nel 2016, al primo posto nel 2019, posizione che hanno mantenuto ogni anno fino al 20244. Non si tratta di un caso isolato. Un sondaggio del 2020 condotto da MyCOS ha rilevato questa tendenza nelle prime dieci posizioni delle liste dei prestiti di tredici delle ottanta università esaminate, la maggior parte delle quali sono istituzioni di prim’ordine5. Secondo la mia verifica dei dati più recenti disponibili, nel 2024 le Opere scelte erano in cima alla lista annuale dei prestiti bibliotecari in tutte e quattro le principali università cinesi: Tsinghua, Pechino, Fudan e Shanghai Jiao Tong.
Un caso che merita una menzione speciale è quello dell’Università Beihang di Pechino, uno dei migliori istituti di scienze e ingegneria della Cina. Nel 2020 l’account ufficiale dell’università su Douyin (la versione cinese di TikTok) ha pubblicato la sua classifica annuale dei prestiti della biblioteca, suscitando centinaia di commenti e condivisioni. La classifica ha rivelato che il libro più preso in prestito era l’edizione standard delle Opere scelte di Mao Zedong, e il secondo più preso in prestito era il suo Volume V6. Questo dettaglio è fondamentale. La versione ufficiale delle Opere scelte, pubblicata dopo il 1978, comprende solo i volumi da I a IV, che raccolgono gli scritti di Mao precedenti al 1949. Un quinto volume, redatto durante la Rivoluzione Culturale e pubblicato nel 1977, copre il periodo 1949-1957. Tuttavia, per il suo contenuto radicale e la critica diretta a Deng Xiaoping, è stato di fatto soppresso dopo il 1978, rendendolo, di fatto, un libro vietato. Il testo è una rarità e la maggior parte delle biblioteche universitarie non lo possiede. Il fatto che gli studenti si interessino attivamente a questo volume suggerisce quindi che stiano approfondendo consapevolmente il periodo più radicale del pensiero di Mao.
I media occidentali hanno iniziato a riportare notizie su questa tendenza, anche se le loro analisi spesso ne interpretano erroneamente le cause. La spiegazione prevalente tende ad attribuirla a una campagna ideologica imposta dall’alto dello Stato. Un articolo più approfondito del «New York Times» collega la tendenza alla crescente disuguaglianza economica, ma inquadra il ritorno a Mao principalmente in termini negativi. L’articolo ha interpretato le parole di Mao come una giustificazione per l’ascesa di un risentimento irrazionale nei confronti dei benestanti in tempi di recessione economica7. Ciò che queste spiegazioni tralasciano è l’elemento più cruciale: l’avanguardia di questa “febbre di Mao” è costituita da studenti e neolaureati delle migliori università cinesi.
Questi studenti sono generalmente scettici nei confronti della propaganda ufficiale. Hanno accesso a un’ampia gamma di informazioni, sia provenienti dall’interno che dall’estero, e molti di loro sono formati a pensare in modo critico. Il loro ritorno a Mao non è il risultato di un indottrinamento o di un risentimento irrazionale; si tratta di una consapevole scelta intellettuale e politica. Il carattere spontaneo della tendenza che emerge da questo gruppo molto istruito è ben illustrato dal suo scontro con le piattaforme digitali cinesi di orientamento liberale. Ne 2017 su Zhihu – un forum molto popolare tra questa fascia demografica – una domanda che chiedeva: «Chi è il più grande cinese della storia?» è stata rapidamente inondata di risposte a favore di Mao. Questa esplosione popolare si è scontrata direttamente con la proprietà della piattaforma. I suoi fondatori erano figure provenienti dai circoli mediatici liberali cinesi, un establishment le cui convinzioni filo-mercato, filo-occidentali e fermamente anti-Mao hanno dominato il panorama intellettuale del Paese sin dagli anni ’80. Essi non avevano promosso questa tendenza. Al contrario, l’avevano attivamente soppressa, cancellando numerose risposte che avevano ricevuto molti voti e chiudendo infine l’intero thread della discussione. Questo schema, caratterizzato da esplosioni di entusiasmo popolare seguite da una repressione sistematica, dimostra che la “febbre di Mao” non è un prodotto del controllo dall’alto, ma un movimento emerso e sopravvissuto indipendentemente dalla direzione dello Stato.
Il percorso che va dalle critiche diffuse degli anni ’90 alla silenziosa rivalutazione degli anni 2000, fino all’intenso studio degli anni ’20, segna un profondo cambiamento ideologico.
L’impronta digitale dello spettro: come “il Maestro” è emerso online
La “febbre di Mao” non si è limitata ai campus universitari; il suo fronte più vivace e conteso si trova nello spazio pubblico digitale cinese. I dati delle piattaforme online dimostrano in tempo reale questo cambiamento ideologico, rivelando non solo la sua portata, ma anche i modi creativi e spesso conflittuali con cui si diffonde.
I dati dei motori di ricerca raccontano una storia chiara. Su Baidu, il principale motore di ricerca cinese, termini come “Mao Zedong” o “Presidente Mao” sono considerati troppo sensibili dal punto di vista politico per mostrare i dati pubblici sulle tendenze di ricerca. Tuttavia, il termine “Mao Xuan” (Opere scelte di Mao) è disponibile, e il suo andamento mostra un netto cambiamento nell’interesse. Prima del 2016 il suo indice di ricerca si attestava su un livello basso e stabile. Dopo il 2016 ha iniziato una crescita costante e, dal 2019, ha registrato un’impennata, stabilizzandosi su un livello circa quattro volte superiore rispetto al valore di riferimento precedente al 2016.
Uno dei risultati più sorprendenti di questo fermento è un’innovazione linguistica. Mentre molti continuano a usare convenzionalmente il titolo di “Presidente”, una nuova generazione su Internet usa soprattutto Jiaoyuan (教员), ovvero “Maestro”, come sostituto affettuoso e venerato di Mao. Il termine è diventato talmente sinonimo della sua figura che se oggi si parla di “il Maestro” a uno studente universitario, molti capiranno istintivamente che ci si riferisce a Mao. Questo termine ha una storia che affonda le sue radici sia nel rispetto che nella resistenza. Lo stesso Mao, quando rifiutò i “quattro grandi” titoli* che gli erano stati conferiti durante la Rivoluzione Culturale, affermò di preferirne uno solo: “maestro”. Per i giovani di oggi, il termine è perfetto, poiché attribuisce a Mao il ruolo di guida nelle loro lotte.
In qualità di gestore di un popolare account pubblico su WeChat, penso di essere stato uno dei primi ad utilizzare frequentemente questo termine online. Intorno al 2017, mentre scrivevo una serie di articoli su Mao, ho dovuto fare i conti con gli algoritmi di censura della piattaforma. Nell’ecosistema digitale cinese termini come “Mao Zedong” sono politicamente delicati; il loro uso ripetuto all’interno di un articolo può innescare una revisione automatica, bloccandone la pubblicazione. Dopo aver provato diversi nomi alternativi che non riuscivano a soddisfare tutti i lettori, il termine “Maestro” è emerso come la soluzione ideale. Era un titolo che lo stesso Mao approvava e che aggirava la censura neutralizzando le potenziali critiche. Il termine ha avuto una forte risonanza e ben presto è stato adottato da altri account molto più grandi, rispecchiando il modo in cui questa generazione si rapporta a Mao: non come un’icona distante, ma come un insegnante che fornisce gli strumenti per comprendere il mondo. La vertiginosa ascesa di Jiaoyuan (Maestro) nell’indice di ricerca di WeChat ha raggiunto un picco di 35 milioni nel giorno del compleanno di Mao nel 2021, per poi salire ad un massimo storico di 139 milioni l’8 aprile 2024, dimostrando quanto il termine “Maestro” sia stato ampiamente adottato dalla base.
Questa ondata digitale ha portato ad uno scontro con gli amministratori delle piattaforme, come discusso nel 2017 sulla piattaforma Zhihu. In quell’occasione un utente aveva chiesto: «Chi è il personaggio più grande della storia cinese?». All’inizio, le risposte più comuni si riferivano a figure come Confucio, Qin Shi Huang (il primo imperatore della Cina), Yuan Longping (il «padre del riso ibrido») e Mao, ciascuno accompagnato da una motivazione dettagliata. Ma ben presto le risposte pro-Mao cominciarono a prevalere: i post più votati, così come la maggior parte dei nuovi contributi, menzionavano Mao. Le statistiche hanno mostrato che più della metà degli utenti lo sosteneva8. Ciò non piacque agli amministratori della piattaforma, che chiusero rapidamente la discussione con il pretesto, poco convincente, che si trattasse di una “domanda a risposta multipla poco approfondita”. Nel 2020, mentre la “febbre di Mao” si intensificava, una domanda simile ha ricevuto oltre cinquemila risposte, con migliaia o decine di migliaia di voti che nominavano Mao9. In molte di queste risposte gli utenti hanno elencato i suoi immensi contributi: la fondazione di una nazione sovrana, la promozione dell’industrializzazione, la lotta all’imperialismo e al colonialismo, il sostegno alla liberazione delle donne e all’alfabetizzazione di massa, la lotta alla burocrazia e l’impegno per la giustizia sociale. In risposta, gli amministratori della piattaforma, in linea con le tendenze filo-occidentali e antimaoiste dell’élite mediatica cinese, hanno cancellato molte di queste risposte popolari. Oggi, sebbene pesantemente censurato, il thread è ancora online e la risposta più votata dichiara: «Il popolo dice che è lui; lui dice che è il popolo». Ogni utente sa chi è “lui”.
Questa sequenza di eventi dimostra chiaramente che la “febbre di Mao” non è un fenomeno orchestrato dallo Stato. In realtà, il movimento subisce pressioni da due fronti. Lo Stato continua a guardare con diffidenza qualsiasi discussione incontrollata su Mao, specialmente per quanto riguarda le sue idee più radicali, quelle successive al 1949 e la Rivoluzione Culturale. Allo stesso tempo, le élite dei media liberali filo-occidentali che possiedono e gestiscono queste piattaforme private sono ideologicamente contrarie a Mao e usano la “sensibilità politica” come comodo pretesto per mettere a tacere il sentimento filo-maoista. Ciò dimostra che la situazione è più complessa: una corrente ideologica spontanea e potente che nasce dal basso e che si scontra attivamente con il consenso liberale post-riforma – una visione del mondo che ha respinto la politica rivoluzionaria ed ha abbracciato le riforme di mercato e i valori di stampo occidentale. I giovani ben istruiti si stanno rivolgendo a Mao non perché viene detto loro di farlo, ma perché le sue idee offrono un linguaggio che permette di esprimere il loro malcontento nei confronti del sistema che questo establishment rappresenta.
(1/2. Continua).
Yinhao Zhang
(Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org)
[Tratto da: https://antropocene.org/index.php/851-perche-i-giovani-cinesi-stanno-riscoprendo-mao. Fonte: «Monthly Review» vol. 77, n. 11 (01.04.2026)].
Note
* Grande Maestro – Grande Capo – Grande Comandante Supremo – Grande Timoniere (N.d.R.).
1 Per uno studio approfondito su questa divergenza di atteggiamenti in merito alle classi sociali, si veda Mobo C.F. Gao, The Battle for China’s Past: Mao and the Cultural Revolution, Pluto Press, Londra 2008. Questo divario è ben descritto da un’indagine sociologica condotta nel 2000 in una città dell’Henan. L’indagine ha rilevato che l’85% degli intervistati non credeva nella promessa della riforma secondo cui «lasciare che alcuni si arricchiscano per primi» avrebbe portato alla prosperità comune, sostenendo invece che tale politica avrebbe solo ampliato il divario tra ricchi e poveri. Allo stesso tempo, un sorprendente 0% ha espresso opposizione alla Rivoluzione Culturale. Si veda Sun Liping, Imbalance: The Logic of a Fractured Society, Social Sciences Academic Press, Pechino 2004, p. 66.
2 Wei Bing, What Do You Think of Mao?, «China Focus» 2, n. 1, 1994, p. 3, citazione in Mobo Gao, Mao’s Spectre Still Haunts Mainland China: China’s Economic Reforms and Chinese Attitudes After Mao’s Death, «Hong Kong Journal of Social Sciences», n. 7, primavera 1996, pp. 140-158.
3 Li Yexing, A Survey on University Students’ Understanding and Evaluation of the ‘Cultural Revolution’, «China News Digest Supplement», n. 475, 22 aprile 2008.
4 L’Università di Tsinghua pubblica annualmente l’elenco dei prestiti della biblioteca sul proprio account ufficiale di WeChat. Per i dati relativi al 2019, si veda Tsinghua University, Tsinghua University Library’s 2019 Loan Ranking Is Here!, WeChat, 10 gennaio 2020.
5 MyCOS Institute, We Analyzed Big Data from 80 University Libraries and Found This Book is the Most Popular, Sohu, 19 febbraio 2021.
6 Il video originale pubblicato dall’account ufficiale dell’Università di Beihang è ancora disponibile: Beihang University, Beihang Library’s 2020 Annual Loan Ranking, Douyin,15 maggio 2021. Nell’ultimo rapporto del 2024, sia le Opere scelte che il volume V sono rimasti tra i primi cinque. Si veda Beihang University Library, Data Talks 2024: Beihang Library Annual Reading Report, WeChat, 13 maggio 2024.
7 Li Yuan, Who Are Our Enemies?: China’s Bitter Youths Embrace Mao, «New York Times», 8 luglio 2021.
8 Si veda la risposta di Sanjiu Xiansheng, “Chi è il più grande personaggio cinese della storia?”, canale Zhihu, aggiornata l’ultima volta il 18 agosto 2017.
9 Si veda la discussione relativa alla domanda “Dall’antichità ai giorni nostri, chi pensi sia il più grande personaggio cinese?”, canale Zhihu, pubblicata il 7 aprile 2020.
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Perché i giovani cinesi stanno riscoprendo Mao
di Yinhao Zhang
Seconda parte
Il ritorno del “materiale”: perché Mao, perché adesso?
Perché Mao, e perché adesso? La risposta non sta in un improvviso cambiamento nei gusti culturali, ma in un cambiamento fondamentale nella realtà materiale della Cina. Per oltre tre decenni il Paese è stato trainato da un contratto sociale basato su una semplice promessa: la rapida crescita economica avrebbe portato benefici a tutti. Finché la torta economica continuava a crescere, problemi profondamente radicati come la disuguaglianza e lo sfruttamento potevano essere ignorati. Ma quell’epoca è finita. La “febbre di Mao” è una conseguenza diretta del venir meno di questa promessa.
Il 2015 ha segnato una svolta decisiva. Per la prima volta dal 1990 il tasso di crescita annuale del PIL cinese è sceso al di sotto della soglia critica del 7%, segnando la fine dell’era della crescita ad alta velocità10. Questo rallentamento economico non fu solo un dato statistico; fu il momento in cui la musica si fermò. Le tensioni sociali che erano state occultate da una crescita inarrestabile hanno cominciato ad affiorare con sorprendente chiarezza.
Per i giovani cinesi di oggi questo “astratto” rallentamento economico si traduce in una concreta crisi personale. La promessa di mobilità sociale attraverso l’istruzione e il duro lavoro – la pietra angolare del sogno dell’era delle riforme – ora sembra uno scherzo crudele. Sono la generazione più istruita nella storia cinese, eppure devono affrontare un mercato del lavoro brutale. Il termine “involuzione” (neijuan) è diventato di uso comune per descrivere la sensazione di essere intrappolati in un gioco a somma zero di competizione sempre più intensa per ricompense sempre più stagnanti. Il movimento “stendersi a terra” (tangping), una protesta passiva che consiste nel rinunciare alla corsa sfrenata al successo, ha rivelato un diffuso senso di disillusione11.
Questo sentimento va oltre gli aneddoti, trovando conferma in statistiche preoccupanti. Nel giugno 2023 il tasso ufficiale di disoccupazione urbana per i giovani dai 16 ai 24 anni ha raggiunto il livello record del 21,3%12. Anche questa cifra allarmante è generalmente sottostimata e artificialmente ridimensionata attraverso vari metodi statistici. Sono ormai all’ordine del giorno le notizie relative a laureati delle università d’élite che sono disoccupati o costretti ad accettare lavori nel settore dei servizi a basso stipendio. La situazione è diventata così grave che il governo ha temporaneamente sospeso la pubblicazione di questi dati13. Una generazione che avrebbe dovuto essere la principale beneficiaria dell’economia di mercato cinese è invece diventata la sua prima grande vittima. Si ritrova a costituire un vasto esercito di manodopera di riserva, alle prese con una pressione enorme, un’occupazione precaria e un diffuso senso di alienazione.
È in questo contesto di promesse non mantenute e di crisi sistemica che i giovani si sono rivolti a Mao. Non stanno cercando un eroe, stanno cercando una spiegazione. L’analisi di Mao sulle classi sociali, sullo sfruttamento e le contraddizioni sociali offre loro un potente quadro di riferimento per dare un senso alla realtà che vivono in prima persona, una realtà che la narrativa ufficiale dello sviluppo armonioso non è più in grado di spiegare.
La crisi economica è stata amplificata da quella sociale. Mentre le prospettive per i giovani comuni si sono offuscate, le sfacciate esibizioni di privilegio da parte della nuova élite cinese sono diventate impossibili da ignorare. Una serie di scandali di alto profilo, diffusi a macchia d’olio sui social media, ha messo a nudo la cruda realtà della stratificazione di classe. Piuttosto che considerarli come incidenti isolati, l’opinione pubblica li vede come la prova di una nuova classe dirigente che agisce nell’impunità.
Nel 2020 una donna ha suscitato l’indignazione nazionale guidando la sua lussuosa Mercedes-Benz nella Città Proibita, un simbolo nazionale protetto [come Patrimonio dell’Umanità Unesco], pubblicando le foto online. In seguito si è scoperto che era la nuora di una famiglia “aristocratica rossa”. Nel 2023 un’utente soprannominata “Beiji Nianyu” (“Pesce gatto artico”), nipote di un funzionario dei trasporti in pensione ed emigrata in Australia, ha ostentato sfacciatamente sui social media il deposito bancario “a nove cifre” della sua famiglia, sostenendo che il denaro era costituito dai guadagni illeciti di suo nonno, ricavati da “attività illegali” locali. Inoltre, ha alimentato l’indignazione insultando chi rimaneva ancora in Cina con lo sprezzante termine zhina, un’espressione profondamente offensiva usata dai fascisti giapponesi. Uno scandalo del 2024 in un importante ospedale di Pechino, scatenato da un errore chirurgico, ha portato alla luce una corruzione ancora più profonda legata ai privilegi dell’élite. Il caso riguardava una giovane medico, nata nel 1997, che era stata ammessa direttamente in un prestigioso programma di dottorato in medicina dopo aver conseguito una laurea in economia negli Stati Uniti. Era stata ammessa tramite uno speciale programma di dottorato “4+4” – un canale esclusivo per chi dispone di agganci – e il suo successivo incarico ospedaliero non corrispondeva nemmeno al suo campo di studi di dottorato. Ogni nuovo scandalo, dallo sfarzoso matrimonio nel Tempio Imperiale Ancestrale della nipote di un maresciallo rivoluzionario alle infinite storie di nepotismo, dipinge il quadro di una società in cui le regole valgono solo per la gente comune.
Oggi, per chiunque legga Mao, l’arroganza spudorata dei privilegiati sembra dare vita alle sue teorie. Per una generazione alle prese con la disoccupazione e l’involuzione, queste storie non sembrano tanto pettegolezzi quanto piuttosto esempi concreti di ciò che Mao definiva “capitalisti burocratici” e “revisionisti”. Il linguaggio che usò decenni fa per mettere in guardia contro l’emergere di una nuova classe sfruttatrice all’interno del partito e dello Stato risuona oggi con straordinaria attualità. Le sue critiche al privilegio, alla corruzione e al distacco delle élite dalle masse sembrano meno appartenenti a un’epoca passata e più la descrizione di ciò che sta accadendo proprio oggi.
Ciò ha portato a una profonda e complessa riconsiderazione della storia e, in particolare, della Rivoluzione Culturale. Per decenni il consenso ufficiale e intellettuale è stato quello di condannarla come un decennio di caos e catastrofe, una visione ampiamente accettata dai giovani. Ma la realtà attuale ha portato alla luce una questione cruciale: se le élite di oggi sono così corrotte e distaccate, come è possibile che i loro predecessori – gli alti funzionari e gli intellettuali epurati durante la Rivoluzione Culturale e successivamente riabilitati come vittime innocenti – fossero tutti senza macchia?
Questa domanda segna una rottura cruciale con la narrazione storica post-Mao. I giovani stanno iniziando a decostruire il verdetto ufficiale. Pur non avallando la violenza o il caos di quell’epoca, ne stanno riscoprendo lo scopo dichiarato: sfidare il potere consolidato, combattere la burocrazia e prevenire proprio quel tipo di consolidamento di classe che vedono intorno a sé. Stanno iniziando a vedere la Rivoluzione Culturale attraverso la lente delle sue intenzioni come una lotta necessaria contro la nuova classe dirigente da cui Mao aveva messo in guardia. Per loro la Rivoluzione Culturale diventa un episodio del passato che riecheggia nelle lotte di oggi.
Qui sta un interessante paradosso. La stessa generazione di giovani cinesi che sta vivendo più acutamente i fallimenti del sistema di mercato, che è più critica nei confronti della nuova élite, è anche ampiamente considerata la generazione più patriottica e filo-Partito dall’inizio dell’era delle riforme. Viene spesso etichettata in modo derisorio come “Little Pinks” (xiao fenhong) dalle élite liberali filo-occidentali cinesi per il suo nazionalismo irrazionale14. Ma questa etichetta non coglie la complessità. Sono profondamente consapevoli dei difetti interni del loro Paese, eppure, in un’epoca di instabilità globale e declino occidentale, vedono anche il sistema cinese come resiliente e, per molti aspetti, superiore. Hanno assistito in prima persona alla capacità dello Stato di sollevare dalla povertà centinaia di milioni di persone, intraprendere imponenti progetti di risanamento ambientale e conseguire straordinari progressi tecnologici. Questo ci porta al secondo motore, altrettanto potente, che alimenta la “febbre di Mao”: un mix esplosivo di nazionalismo e anti-imperialismo.
Per i giovani di oggi non c’è contraddizione nell’attribuire le proprie difficoltà personali all’elite dell’era del mercato e allo stesso tempo nel riconoscere alla tradizione socialista la forza della nazione. Essi vedono una connessione diretta. Attribuiscono i recenti successi tecnologici della Cina nel settore aerospaziale, delle ferrovie ad alta velocità e delle telecomunicazioni, ai principi fondamentali stabiliti da Mao: autosufficienza e innovazione indipendente. Tracciano un netto contrasto con gli anni ’80 e ’90, quando la strategia dominante era sintetizzata dalla frase “zao buru mai, mai buru zu” (vale a dire che quando si tratta di tecnologie all’avanguardia e prodotti sofisticati, lo sviluppo interno è spesso meno efficace dell’importazione, e l’importazione è meno vantaggiosa del leasing), il che portò a un impoverimento della ricerca e dello sviluppo nazionale e a una pericolosa dipendenza dall’Occidente. Le difficoltà di settori come quello dei semiconduttori e dell’aviazione commerciale, che hanno sofferto di questa dipendenza e sono stati successivamente colpiti dalle sanzioni statunitensi, sono viste come esempi da cui trarre insegnamento. Nella narrazione popolare che ha preso piede tra i giovani, ogni successo recente è visto come una conferma dell’insistenza di Mao sull’autonomia, e ogni battuta d’arresto come una deviazione da quella strada.
Questa convinzione trasforma Mao da combattente di classe all’interno della nazione, a eroe nazionale che difese la sovranità della Cina. Le vicende della guerra di Corea, dove una nazione appena nata e impoverita ha combattuto gli Stati Uniti fino allo stallo e lo sviluppo della bomba atomica nonostante il ritiro del supporto sovietico, non sono più storie lontane. Sono diventate miti fondamentali per una generazione che si vede intrappolata in una nuova “guerra prolungata” con gli Stati Uniti. Più che un sentimento astratto, si tratta di una forza reattiva in tempo reale.
Un esempio eclatante si è verificato l’8 aprile 2024. L’indice WeChat per “Jiaoyuan” (Maestro) ha registrato notevoli picchi di popolarità, raggiungendo i 139 milioni di visite, persino in assenza di un anniversario ufficiale legato a Mao. Il fattore scatenante è stato uno scontro pubblico sui dazi doganali tra Washington e Pechino. Non appena si è diffusa la notizia di un dazio statunitense del 104% sulle merci cinesi, i social media cinesi sono esplosi. La reazione non è stata il panico, ma un ritorno collettivo a Mao. Video virali del suo discorso del 1953 sulla Guerra di Corea, in cui dichiarava che gli Stati Uniti avrebbero potuto decidere quanto sarebbe durata la guerra, ma «finché vorranno combattere, noi combatteremo, fino al momento della vittoria completa», sono stati remixati e condivisi milioni di volte. Gli utenti hanno ripreso la sua famosa descrizione dell’imperialismo statunitense come “tigre di carta”. Articoli e video che approfondivano i temi del suo saggio Sulla guerra prolungata hanno inondato i feed dei social media. Per alcuni giorni, i social media sono sembrati un corso accelerato di strategia maoista, mentre i giovani tracciavano parallelismi diretti tra la guerra commerciale e le lotte anti-imperialiste del passato.
Questo fervore patriottico non è sciovinismo. È un’espressione di massa della coscienza anti-imperialista, forgiata nel contesto della Nuova Guerra Fredda guidata dagli Stati Uniti contro la Cina15. Quando Washington è stata costretta a fare i conti con la realtà che la Cina avrebbe perseguito il proprio progetto sovrano piuttosto che essere assorbita nell’ordine imperialista guidato dall’Occidente, ha lanciato una campagna sempre più intensa per limitare lo sviluppo cinese. È in questa lotta che Mao è diventato il simbolo per eccellenza di una nazione del Sud globale che resiste con successo alla pressione imperialista. La sua eredità offre una potente contro-narrazione alla storia della globalizzazione incentrata sull’Occidente. Egli rappresenta la possibilità di un percorso alternativo verso la modernità, che non richiede la sottomissione ai dettami economici e politici di Washington.
In un’epoca caratterizzata da questa crescente competizione strategica, la sfida lanciata da Mao risuona con il desiderio di dignità nazionale e giustizia globale di una nuova generazione. I due motori della “febbre di Mao” – la critica interna alle disuguaglianze di classe e la resistenza esterna all’imperialismo – non sono separati. Sono due facce della stessa medaglia. Per molti giovani cinesi la nuova élite interna è vista non solo come una classe sfruttatrice, ma come una classe compradora, ideologicamente e talvolta economicamente allineata agli interessi occidentali. Pertanto, la lotta per la giustizia sociale in patria e la lotta per la sovranità nazionale all’estero sono viste come un’unica e stessa battaglia. Mao, sia come leader rivoluzionario che sfidò le disuguaglianze interne, sia come leader nazionale che ha tenuto testa alle potenze straniere, rappresenta il simbolo perfetto e unificante di questa doppia lotta.
I molti volti di Mao: mentore rivoluzionario e guru del self-help
La rinascita del maoismo tra i giovani cinesi è tutt’altro che uniforme. Sebbene molti siano attratti da Mao come mentore rivoluzionario – utilizzando le sue teorie sulla lotta di classe e sull’anti-imperialismo per comprendere l’ingiustizia sociale e il sistema mondiale ineguale – altri si rivolgono a lui per ragioni più personali, e forse più contraddittorie. Per quest’ultimo gruppo Mao non è soprattutto una guida per cambiare il mondo, ma un mentore per orientarsi in esso. Ciò ha dato origine a una tendenza peculiare e diffusa: la lettura delle Opere scelte di Mao come un manuale per il successo personale e la resilienza psicologica.
Questo approccio spoglia il pensiero di Mao del suo scopo collettivo e rivoluzionario e lo ripropone come una cassetta degli attrezzi per l’avanzamento individuale nel mercato ipercompetitivo. Su piattaforme social come Bilibili e Douyin si vedono degli influencer spiegare come applicare i principi strategici di Mao – presi da Sulla guerra prolungata e Analisi delle classi nella società cinese – alle politiche aziendali, alla pianificazione della carriera, alle trattative commerciali e persino alle relazioni sentimentali. L’obiettivo non è più identificare e rovesciare la classe sfruttatrice, ma imparare come superare in astuzia un capo difficile, a conquistare un cliente o ad assicurarsi una promozione. È un’espressione di alienazione: la teoria rivoluzionaria concepita per smantellare un sistema di sfruttamento viene strumentalizzata per aiutare gli individui a scalare le gerarchie all’interno di quello stesso sistema. Questa paradossale adesione a Mao rivela l’immensa pressione a cui sono sottoposti i giovani: quando cambiare la società sembra impossibile, l’unica opzione rimasta è quella di ottimizzare le proprie possibilità di sopravvivenza.
Questo interesse per la lotta individuale va oltre i consigli pratici e si traduce in un profondo fascino per la storia personale di Mao. Accanto alle Opere scelte, diverse biografie di Mao occupano costantemente i primi posti nelle classifiche dei prestiti delle biblioteche universitarie e nelle liste dei bestsellers dell’e-commerce. I giovani sono attratti dalla storia di Mao come “eroe solitario”, come una figura che ha affrontato ripetutamente avversità schiaccianti, ma ha perseverato grazie alla forza di volontà e all’ottimismo. Trovano immensa ispirazione nei suoi primi anni, in particolare nei suoi racconti personali di lotta e povertà. Un passaggio tratto da Red Star Over China (Stella Rossa sulla Cina) di Edgar Snow viene spesso citato e condiviso tra i giovani delle città, poiché parla direttamente alla loro esperienza personale nel cercare di affermarsi nella metropoli:
Le mie condizioni di vita a Pechino erano proprio miserevoli… Abitavo in una località chiamata “Pozzo dai tre occhi (San Yen-ching), in una stanzetta che ospitava altri sette ragazzi. Quando eravamo tutti sul k’ang, stretti stretti, non riuscivamo quasi più a respirare… Nei parchi e nei giardini dei vecchi palazzi potevo ammirare però la precoce primavera nordica e vedevo sbocciare sui rami i bianchi fiori del prugno mentre il ghiaccio era ancora spesso sul lago di Pei-hai [“il Mare del Nord”]… Gli innumerevoli alberi di Pechino destarono la mia meraviglia e la mia ammirazione.16
Per un giovane laureato stipato in un minuscolo appartamento condiviso a Pechino o Shanghai, l’immagine di un giovane Mao che trova bellezza e determinazione in mezzo alle difficoltà è una forte fonte di consolazione personale. Gli fa capire che la propria sofferenza non è unica, che anche le figure più illustri hanno affrontato prove simili. Il percorso di Mao, da assistente bibliotecario povero a leader di una nazione, diventa la storia per eccellenza del miglioramento personale. Offre un potente messaggio di speranza, ma è una speranza incanalata verso di sé, incentrata sulla resistenza individuale piuttosto che sull’azione collettiva.
Pertanto, la “febbre di Mao” racchiude una tensione cruciale e irrisolta. È allo stesso tempo un risveglio politico e una forma di self-help, una critica collettiva e un meccanismo di difesa individualista. Questa dualità è il riflesso più veritiero della condizione della gioventù cinese contemporanea. I giovani sono politicamente consapevoli da riconoscere che le loro lotte personali – la competizione senza fine, i lavori precari, il costo della vita soffocante – non sono fallimenti individuali, ma sintomi di una struttura sociale imperfetta. Eppure, la prospettiva di cambiare questa struttura estesa e rigida sembra scoraggiante, lontana e piena di rischi. Di fronte all’immediata e urgente necessità di sopravvivere, molti si ritirano dal grande progetto di trasformazione sociale per dedicarsi al compito più gestibile dell’avanzamento personale. Si rivolgono agli strumenti più potenti di liberazione collettiva e li riadattano a strumenti di resistenza individuale. Il rivoluzionario è stato reinventato come life coach non perché il suo messaggio politico sia stato dimenticato, ma perché, per molti, la necessità impellente di sopravvivere in un sistema spietato prevale su obiettivi politici più ambiziosi.
Conclusione: Il futuro di uno spettro, un’agenda incompiuta
Lo spettro di Mao che si aggira sulla Cina non è solo un fantasma del passato, ma uno specchio che riflette il presente del Paese. La rinascita dell’interesse per la sua vita e per le sue opere tra i giovani cinesi è ben più di una moda passeggera. È un sintomo politico radicale, nato direttamente dalle profonde e crescenti contraddizioni dell’ordine sociale cinese post-riforma. Mentre l’era dell’ipercrescita volge al termine, l’economia di mercato neoliberista mette a nudo i suoi costi: disuguaglianze evidenti, privilegi di classe radicati e un diffuso senso di precarietà per una generazione a cui era stato promesso un futuro di prosperità. La “febbre di Mao” è la risposta ideologica a questa realtà materiale.
Questo movimento porta con sé un potenziale immenso, seppur contraddittorio. Il suo principale punto di forza risiede nel fatto di aver riportato in primo piano l’analisi di classe. Rappresenta una sfida diretta al consenso liberale dominante negli ultimi quarant’anni, che ha cercato di “dire addio alla rivoluzione” a favore di un pragmatismo guidato dal mercato e dell’integrazione nell’ordine mondiale a guida statunitense. Una nuova generazione sta reimparando un linguaggio politico che le permette di individuare le fonti della propria alienazione e del proprio malcontento. Ciò costituisce una forza politica nascente e potenzialmente dirompente, che ha già dimostrato la propria capacità di crescere in modo organico, persino di fronte alla censura e alla disapprovazione ufficiale.
Tuttavia, il movimento è anche gravato da limiti che ne smorzano la promessa rivoluzionaria. I suoi potenti sentimenti anti-imperialisti e nazionalisti, pur essendo autentiche espressioni di un desiderio di sovranità, possono essere facilmente strumentalizzati dal governo per legittimare se stesso, smussando la forza della sua critica di classe. Inoltre, la tendenza a trasformare gli insegnamenti di Mao in una sorta di manuale self-help per il successo individuale rischia di svuotare di significato la sua teoria rivoluzionaria, trasformando un appello all’azione collettiva in un semplice meccanismo di difesa per sopravvivere a un sistema oppressivo. Privo di un’organizzazione formale e confinato per lo più nell’ambito digitale, rimane un insieme vago e a volte confuso di sensazioni piuttosto che un movimento organizzato.
Qual è, dunque, il futuro di questo spettro? Finché persisteranno le contraddizioni sociali ed economiche di fondo che le hanno generate – l’enorme divario tra i pochi privilegiati e i molti in difficoltà, il conflitto tra le aspirazioni nazionali e la pressione imperialista, e l’alienazione provata da una generazione gravata da ansie sistemiche – Mao non scomparirà. Il suo ritorno indica che le questioni fondamentali da lui sollevate sul cammino della Cina non sono reliquie di un’epoca passata. Le questioni di classe, di giustizia sociale e di chi detiene realmente il potere nella società non sono state risolte da decenni di riforme di mercato. Sono riemerse in una nuova forma e una nuova generazione, forte delle sue parole, esige una risposta. Il programma rivoluzionario, a quanto pare, rimane incompiuto.
(2/2. Fine).
Yinhao Zhang
(Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org)
[Tratto da: https://antropocene.org/index.php/851-perche-i-giovani-cinesi-stanno-riscoprendo-mao. Fonte: «Monthly Review» vol. 77, n. 11 (01.04.2026)].
Note
10 Mark Magnier, China’s Economic Growth in 2015 Is Slowest in 25 Years, «Wall Street Journal», 19 gennaio 2016.
11 Per un’analisi dei fenomeni di “involuzione” e “stagnazione” tra i giovani cinesi, si veda Jinting Wu, Toward a Different Kind of Social Distinction? Educational Refusal and the Low Desire Youth Subculture in Contemporary China [Verso un diverso tipo di distinzione sociale? Rifiuto dell’istruzione e sottocultura giovanile del ’basso desiderio’ nella Cina contemporanea], Garth Stahl, Guanglun Michael Mu, Pere Ayling e Elliot B. Weininger (a cura di), The Bloomsbury Handbook of Bourdieu and Educational Research, Bloomsbury Academic, Londra 2024.
12 Wang Pingping, “The Employment Situation Was Generally Stable in the First Half of the Year”, National Bureau of Statistics of China, July 18, 2023.
13 National Bureau of Statistics of China, “NBS Spokesperson Answers Questions on the National Economic Performance for July 2023”, August 15, 2023.
14 Per un’analisi dei fenomeni di “involuzione” e “stagnazione” tra i giovani cinesi, si veda Jinting Wu, Toward a Different Kind of Social Distinction? Educational Refusal and the Low Desire Youth Subculture in Contemporary China [Verso un diverso tipo di distinzione sociale? Rifiuto dell’istruzione e sottocultura giovanile del ’basso desiderio’ nella Cina contemporanea], Garth Stahl, Guanglun Michael Mu, Pere Ayling e Elliot B. Weininger (a cura di), The Bloomsbury Handbook of Bourdieu and Educational Research, Bloomsbury Academic, Londra 2024.
15 John Bellamy Foster, The New Cold War on China, «Monthly Review» 73, n. 3, luglio-agosto 2021, pp. 1-20.
16 Edgar Snow, Red Star Over China, Bantam Books, New York 1978, pp. 140-141; tr. it., Edgar Snow, Stella rossa sulla Cina, Einaudi, Torino 1974, pp. 172-173.
Teheran, 28 febbraio 2026.
Fonte della foto: https://www.corriere.it/esteri/diretta-live/26_febbraio_28/iran-usa-news-diretta-1.shtml?refresh_ce-cp
di Alessandro Volpi
«Ci risiamo. Come nel caso dell’Iraq dove l’attacco fu motivato dal riarmo di Saddam Hussein, anche nel caso dell’Iran, le motivazioni di Trump sono legate al “pericolo” nucleare degli ayatollah. I media italiani sono solerti nel credere a questa lettura, aggiungendovi le notazioni relative alla “lotta di liberazione” dei giovani iraniani.
Mi sembra che le cose siano assai diverse e provo a mettere in fila alcune riflessioni».
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I veri motivi dell’attacco di Usa e Israele all’Iran
di Alessandro Volpi
Ci risiamo. Come nel caso dell’Iraq dove l’attacco fu motivato dal riarmo di Saddam Hussein, anche nel caso dell’Iran, le motivazioni di Trump sono legate al “pericolo” nucleare degli ayatollah. I media italiani sono solerti nel credere a questa lettura, aggiungendovi le notazioni relative alla “lotta di liberazione” dei giovani iraniani.
Mi sembra che le cose siano assai diverse e provo a mettere in fila alcune riflessioni.
1) Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni Usa in tal senso. Nel 2025 i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.
2) Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia. In questo senso, gli Stati Uniti devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso a Suez e allo Stretto di Hormuz. Abbattere l’Iran significa togliere peso agli Houty e dunque normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il gas liquido naturale ai paesi europei che hanno sviluppato una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia. Nella stessa logica poter piantare la bandiera americana su ogni aree dove ci sono riserve energetiche ingenti, dal Venezuela, all’Iran, alla Groenlandia, alla Nigeria, significa davvero dare un sottostante reale ad un’economia che ormai non cresce più dell’1% e matura un duro scontro sociale interno.
3) Un clima di guerra nel Golfo sta facendo aumentare le commesse delle petromarchie alle società Usa: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno così come salirà il prezzo del petrolio. A beneficiarne saranno le Big Three, BlackRock, Vanguard e State Street che sono i principali azionisti delle major delle armi e del petrolio. In cambio di ciò i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui detengono già circa il 40%.
4) L’attacco all’Iran rientra nel progetto economico del Grande Israele che deve essere il perno della tenuta della dollarizzazione per tutta l’area mediorientale e il “socio” dell’amministrazione Trump nei grandi affari di quel perimetro secondo il modello del Board of Peace, vera sede domestica di gestione finanziaria ed economica del nuovo imperialismo.
5) È evidente che ormai Trump ha rotto ogni indugio e ha scelto la strada più pericolosa per tentare di salvare il capitalismo a stelle e strisce ricorrendo a piene mani allo strumento militare e scommettendo, come un giocatore d’azzardo, sulla mancata risposta degli altri soggetti internazionali. È sicuro infatti che l’Unione europea e i paesi assoggettati, come l’Italia, non fiateranno, al di là di qualche inutile starnazzo, e spera che la Cina e la Russia non reagiscano o magari ne approfittino per accentuare le loro pressioni su aree di interesse specifico. Si tratta di una scommessa gravissima perché, almeno nel caso della Cina, la destabilizzazione dell’Iran non pare proprio accettabile.
28/02/2026
Alessandro Volpi
(Tratto dalla pagina Facebook dell’autore, 28/02/2026).
Dall’Associazione Italia-Cuba 🇨🇺
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Abel Prieto: «Cuba rischia di regredire a colonia statunitense»
La Casa de las Américas è un’istituzione culturale emblematica della Rivoluzione cubana e della vita intellettuale latinoamericana. Abel Prieto, 76 anni, autore di una notevole mole di opere, ne è il direttore. Etichettato come marxista-lennonista per la sua ammirazione per i Beatles, svolge un ruolo chiave nella Rete di intellettuali e artisti in difesa dell’umanità.
In un’intervista a «La Jornada» sostiene che l’attuale stato del mondo gli ricorda una frase di Ivan Karamazov, il personaggio del romanzo di Fëdor Dostoevskij, in cui Karamazov afferma che «se Dio non esiste, tutto è permesso». E poiché, per Trump, l’unico Dio è lui stesso, può fare ciò che vuole. I suoi capricci ci hanno condotto in un mondo senza regole.
Secondo Prieto, Cuba si trova attualmente di fronte all’annoso dilemma: colonia o sovranità, colonia o indipendenza. E, per loro, l’indipendenza è sinonimo di socialismo. Se perdono il socialismo, perdono la nazione e tornano a essere una vergognosa colonia statunitense, come lo erano più di 60 anni fa.
Di seguito sono riportate le parti sostanziali di questa conversazione.
Come viene vissuta a Cuba la nuova offensiva di Donald Trump?
– Ciò che Trump intende con questa nuova offensiva è soffocarci direttamente nel breve termine. Vuole che questo Paese, la sua economia e i suoi servizi siano strangolati dalla mancanza di carburante. Ecco perché minaccia di sanzionare i Paesi che ce lo vendono.
Stanno attuando un blocco nella sua forma più grottesca e brutale. Manca solo un blocco navale! Il loro obiettivo è lo stesso dei tempi di Eisenhower: creare povertà, carenze e difficoltà per la gente. Cercano di creare difficoltà e moltiplicarle in modo che la gente incolpi il loro governo e il loro partito per ciò che accade. Vogliono accelerare il cambio di regime. Pensano che con il colpo di stato in Venezuela daranno il colpo di stato finale alla rivoluzione cubana.
Cosa è andato storto e ha permesso alla destra di vincere la battaglia della comunicazione?
– La verità deve essere presentata nel modo più efficace. Sono un rocker. La nuova canzone di Bruce Springsteen non è musicalmente impressionante. Ma è un bellissimo inno di solidarietà. E poi c’è quello che è successo con Bad Bunny. Ha difeso i latinoamericani. Ha detto che le loro vite contano. E questo ha ferito profondamente Trump. Ha risposto dicendo che era stato uno spettacolo terribile, uno schiaffo in faccia al suo Paese. Se non fosse così sinistro, sarebbe quasi comico.
Quali reazioni ha suscitato Trump nel popolo cubano?
– Trump ci ha polarizzati. Ci ha radicalizzati. Ci ha resi più antimperialisti, più antifascisti. Il Venezuela è stato un colpo devastante. L’abbiamo sentito come una ferita molto personale. Come se fosse stata inflitta anche a noi. Ma il modo in cui questo Paese ha pianto i nostri 32 fratelli morti difendendo il presidente Maduro è stato un messaggio straordinario per Trump e Marco Rubio. Un messaggio di unità e determinazione.
Il giorno in cui furono allestite le urne al Ministero delle Forze Armate, la gente si è presentata per ore. Era una giornata fredda e piovosa. E la gente non si è fermata davanti alle file interminabili. Hanno portato i loro figli e i loro parenti anziani. Tutti sono rimasti in quella coda interminabile. Fin dai tempi di Martí, abbiamo creduto nell’idea che la patria è umanità. E quest’idea è profondamente radicata in questa nazione.
Il nostro popolo ha il senso del momento storico. Sa quando mostrare unità, fermezza, dignità, amore per la sovranità e i principi.
In che modo questa nuova svolta ha influenzato il mondo culturale?
– Siamo di fronte a un brutale colpo di stato coloniale, mirato a provocare un cambio di regime. Sono tempi estremamente difficili. Sono gli ospedali e le case di cura a rimanere senza benzina e petrolio. È il popolo cubano a soffrire.
Questo momento mi ricorda una frase di Ivan Karamazov, il personaggio del romanzo di Fëdor Dostoevskij: «Se Dio non esiste, tutto è permesso». E poiché, per Trump, l’unico Dio esistente è lui stesso, tutto gli è permesso. Sono i capricci di un personaggio grottesco e brutale che ci hanno portato in un mondo senza regole. Ha rovesciato la scacchiera. Non ci sono più regole.
Ma qui c’è molta storia, troppa storia. C’è una cultura anticoloniale e antimperialista. Cuba è un paese con una forza culturale molto vigorosa e un fortissimo senso di identità nazionale. Cultura e nazione vanno di pari passo. Gli artisti hanno un profondo sentimento patriottico, legato al loro modo di intendere la vita. È così che lo hanno espresso.
Il significato di questo momento è che ci troviamo di fronte all’annoso dilemma: colonia o sovranità, colonia o indipendenza. E, per noi, indipendenza è sinonimo di socialismo. Se perdiamo il socialismo, perdiamo la nazione. Se la rivoluzione viene sconfitta, torneremo allo status di umiliata e vergognosa colonia yankee, che era più di 60 anni fa. Questo Paese non sarà mai più quello.
In che modo questo lockdown ha influenzato la creazione artistica?
– Nonostante le interruzioni di corrente, il Festival del Cinema dell’Avana è stato un grande successo. Si è svolto anche il Festival del Jazz, che ha attirato molti americani. Ma abbiamo dovuto rimandare la Fiera del Libro. Manterremo il Premio Casa de las Américas, ma le deliberazioni della giuria si svolgeranno online.
Lei ha insistito sulla necessità di allearsi con il popolo americano. È ancora questa la sua posizione?
– C’è un movimento antifascista negli Stati Uniti. E un messaggio deve essere inviato alle persone che stanno combattendo lì. Fidel disse a Ramonet che quando il popolo degli Stati Uniti veniva a conoscenza della verità su qualcosa, reagiva in modo nobile e giusto. Fidel ci invitava ad avere fiducia nei sentimenti e nelle virtù di quel popolo. Pablo González Casanova lo capì molto bene. Dobbiamo formare un fronte antifascista internazionale, appoggiandoci sulla Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità.
Qual è l’importanza di Don Pablo in un momento come questo?
– Pablo è stato colui che ha concepito la Rete. Il suo senso etico e la sua lucidità andavano di pari passo. Era un uomo brillante, con un occhio attento ai processi culturali, politici e storici, e con un’etica straordinaria. Abbiamo bisogno di lui. Abbiamo sempre bisogno di un uomo come Pablo. Un uomo straordinario.
Ma non dimentichiamo che non è solo Cuba ad essere in pericolo. Credo che l’America Latina, i Caraibi, il mondo intero siano in pericolo con l’ascesa del fascismo. Stanno persino cercando di riscrivere la storia. Vogliono ripulire l’immagine di Franco, Hitler, Mussolini e di coloro che hanno commesso genocidi contro i popoli indigeni.
Nemmeno i morti sono in pace?
– La battaglia è per il presente e per il futuro, e anche per la nostra memoria.
Sei stato etichettato come marxista-lennonista. Cosa pensi che Lennon possa dirci per un momento come questo?
– Adoro Lenin, ma amo l’etichetta di marxista-lennonista. Il Beatle sarebbe stato un instancabile attivista anti-Trump. È stato un grande combattente contro il genocidio in Vietnam, un paladino della pace. Ha lasciato canzoni straordinarie contro i signori della guerra.
Quale preferisci?
– Con Imagine , è una bellissima utopia.
(Tratto da «La Jornada»; traduzione ad opera dell'Associazione Italia-Cuba, dalla cui pagina Facebook è stato tratto).
Inserito il 14/02/2026.
Dal giornale «il manifesto» 🇨🇺
di Luciana Castellina
Erano gli anni ’50, si parlava di uno strano gruppo di giovani isolato e senza aiuti nella Sierra Maestra. Un paio d’anni dopo, nel 1959, fecero fuori il dittatore Batista e la sua cricca.
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La sola rivoluzione davvero nostra, non possiamo restare a guardare
di Luciana Castellina
L’Avana, gennaio 2026
La grande corazzata americana, una floating power plant, come scrivono orgogliosi i giornali trumpisti, è ancorata nella baia dell’Avana già da parecchi giorni prima dell’arresto del presidente venezuelano Maduro.
È lì per bloccare tutti i convogli diretti a Cuba, innanzitutto quelli che portano petrolio. Quello che proveniva da Caracas ma poi anche da altri Stati. Arrivava regolarmente anche dal Messico, fino a che la presidente di quel paese – appena Trump ha dichiarato che chi insisterà nel fornire a Cuba il prezioso combustibile verrà punito con un consistente aumento dei dazi – ha fatto retromarcia. Il Messico, ha detto Claudia Sheinbaum, non può permettersi di affrontare questo rischio.
Quanto all’Unione europea,la signora Kallas, alto rappresentante per la politica estera, rimangiandosi rapidamente qualche debole apertura concessa qualche mese fa in occasione di una interrogazione parlamentare, si è pienamente allineata. Il problema di Cuba, si è azzardata a dichiarare in relazione al drammatico strozzamento dell’isola, «sono i diritti umani». (63 anni di strangolamento economico imposto all’isola con l’embargo, sarebbe invece un diritto umano?)
L’Occidente, come si vede, in barba ai suoi “valori” accetta disciplinato il diktat di Trump. Il quale, nel frattempo, soddisfatto per non aver trovato ostacoli al suo programma, ha mandato a dire all’Avana che lui è pronto ad un accordo e che, anzi, lui «sarà molto gentile» e farà quanto necessario per rendere finalmente Cuba libera. Come nel Venezuela che ha accettato, per salvarsi, di ammazzare definitivamente la Rivoluzione bolivariana, aprendo alla totale privatizzazione del suo petrolio.
Ce n’è abbastanza, credo, per farci capire che Trump sarebbe pronto anche a un altro attacco militare, o meglio piratesco, che è però qualche cosa di ben più grave di ogni altro sopruso in atto. Perché Cuba non è un paese qualsiasi, è un pezzo di storia che dalla metà del secolo scorso ha segnato le nuove generazioni di tutto il mondo – anche quelli che sono poi stati critici su come talune delle sue scelte interne si sono evolute – perché è stata una rivoluzione assolutamente speciale.
Innanzitutto molto “nostra”: perché la sola del nostro tempo, perché veniva da un paese che era un pezzo del “terzo mondo” che aveva sempre patito l’oppressione, perché è stata leggendaria nelle modalità in cui si è realizzata e per le impensabili conquiste ottenute dal suo popolo.
E poi perché – diciamolo pure – è stata la prima rivoluzione allegra. Io l’ho incontrata, fisicamente, nel 1961, a una grande conferenza mondiale della gioventù a Mosca, e tutti rimanemmo incantati perché i delegati cubani cantavano e ballavano, come i nostri comunisti musoni non avevano mai fatto! Perché rappresentavano Davide contro Golia.
La prima volta che ne ho sentito parlare erano gli anni Cinquanta, ero in tipografia e stavamo finendo di impaginare per stampare la copia di Nuova Generazione, il settimanale della Fgci, e mi venne fra le mani un numero di Newsweek in cui si parlava di uno strano gruppo di giovani che si era insediato nella Sierra Maestra, la più grande foresta cubana, isolato e senza aiuti, nutrendosi di animali selvaggi e vivendo sugli alberi. Erano – scriveva il settimanale americano – un nuovo gruppo guerrigliero, guidato da un giovane avvocato chiamato Fidel Castro. Decisi, sebbene stessimo per andare in macchina, di togliere un articolo già impaginato per lasciar posto a questa storia che per la prima volta veniva raccontata.
Solo un paio d’anni dopo, nel 1959, quei ragazzi fecero fuori il dittatore Fulgencio Batista e la sua cricca e nacque la nuova icona della nostra gioventù, quella che nemmeno con la fantasia ci eravamo azzardati a immaginare.
Fu allora che milioni di giovani cominciarono ad indossare le magliette con l’immagine degli eroi di quella rivoluzione: Fidel, naturalmente, ma anche il più azzardato militante in nome del mondo intero trucidato in Bolivia, Ernesto Che Guevara, che diventa l’idolo di un’epoca. La sua foto, quella famosa scattata nel 1960 dal grandissimo Alberto Korda, fu indicata dal Maryland Institute for Art come «la più famosa del XX secolo».
E adesso, che succederà? La corazzata americana è ancora lì e Washington ha già ottenuto il silenzio/assenso per procedere. La mia grande paura, in questo momento, più che per Trump in sé, è che questa storia possa essere liquidata senza una nostra grande, adeguata, controffensiva ideale.
Che un fatto storico restato importante anche per le nuove generazioni – che non l’hanno vissuta ma che hanno continuato a considerarla mitica – possa esser liquidato senza una nostra generale reazione. Con rassegnazione. Disinganno, e perciò sfiducia in ogni possibilità di cambiare il mondo.
Noi italiani abbiamo una colpa specifica in questa vicenda. Perché italiano immigrato era tal Roberto Torricelli, parlamentare degli Stati Uniti, autore di uno dei peggiori atti contro Cuba: nel 1992, nel momento in cui il crollo dell’Urss aveva fatto venir meno gli indispensabili aiuti sovietici all’isola soffocata dall’embargo, fece approvare quello che ignominiosamente fu chiamato Cuban Democracy Act, in cui le sanzioni che bloccavano ogni commercio con Cuba si aggravavano in quanto venivano perseguite tutte le aziende non americane che lo avessero violato.
Io ho conosciuto Roberto Torricelli, e mi sono vendicata almeno con una beffa. Ero allora – lo sono stata per parecchi anni – vicepresidente della Delegazione permanente per l’America centrale e del Sud del parlamento europeo, e perciò impegnata in continui incontri politici in quell’area. Anche uno con il Dipartimento di stato degli Stati uniti per informarci reciprocamente delle rispettive scelte. Quando Torricelli vide approvato il suo Act avemmo a Washington, al Congresso, una lunga riunione con la commissione da lui presieduta.
Alla fine, uscendo, io mi ritrovai casualmente l’ultima e mi venne la improvvisa tentazione di tornare indietro e rubare sul tavolo della sua postazione presidenziale la targhetta metallica con la scritta “onorevole Torricelli”. La misi furtivamente nella borsa ma quando tornammo alla sede del Dipartimento di stato mi resi conto che la nostra delegazione doveva passare per il metal detector e che la mia targhetta avrebbe suonato esponendomi a chissà che crisi diplomatica (un’autorità europea che ruba al parlamento americano, figuratevi!).
Tentai di tornare indietro e gettarla prima dell’entrata ma proprio quel giorno il palazzo era circondato dalla polizia perché c’era in visita una delle prime delegazioni palestinesi. Se avessi gettato un oggetto metallico mi avrebbero forse sparato. Disperata e senza via di fuga chiusi gli occhi e passai. La targhetta non fece suonare il metal detector: era di latta.
E così, un mese dopo, in visita all’Avana, ne feci dono a Fidel. Che la attaccò dietro la sua scrivania, dicendomi: ho ricevuto tanti regali, ma nessuno è come questo.
Luciana Castellina
(Tratto da: Luciana Castellina, La sola rivoluzione davvero nostra, non possiamo restare a guardare, in «il manifesto», 8 febbraio 2026).
Dal giornale inglese «Morning Star»
Intervista a Mohammad Omidvar (Partito Tudeh) 🇮🇷
Mohammad Omidvar, figura di spicco del Partito Tudeh iraniano, afferma al Morning Star che le proteste di massa sono radicate nella povertà, nella corruzione e nel regime neoliberista e mette in guardia contro la rinascita monarchica e il cambio di regime progettato dagli Stati Uniti.
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All’interno delle forze che guidano le proteste nazionali in Iran
Come valuta le profonde cause socio-economiche che hanno spinto la gente a scendere in piazza e perché non è d’accordo con la posizione del governo iraniano secondo cui si tratta di un complotto straniero?
Innanzitutto, vorrei ringraziare i nostri compagni del «Morning Star» e i suoi lettori, che sono stati convinti sostenitori della lotta del nostro popolo e delle forze progressiste in Iran. I nostri cuori e le nostre condoglianze vanno a migliaia di famiglie che hanno perso i loro cari durante questa repressione selvaggia e brutale e, come tutte le forze progressiste in Iran e nel mondo, chiediamo il rilascio immediato e incondizionato di migliaia di detenuti e di tutti i prigionieri politici in Iran.
Come da dichiarazione del nostro Partito del 9 gennaio, la rivolta popolare iniziata con manifestazioni, proteste pacifiche e scioperi del 28 dicembre, che curiosamente includevano i commercianti del Bazar – che tradizionalmente hanno costituito una base sociale per il regime e lo hanno sostenuto negli ultimi 47 anni – si è rapidamente diffusa in tutte le principali città e paesi dell’Iran e ha rappresentato una seria sfida alla dittatura al potere.
La base della protesta del Bazar è stato il crollo della valuta iraniana, il Rial o comunemente noto come “toman”, con il tasso di cambio rispetto al dollaro che è peggiorato a 146.000 “toman” per 1 dollaro. È poi importante sottolineare che il valore di molti beni di prima necessità in Iran è strettamente legato al tasso di cambio del dollaro. Inoltre, va notato che le sanzioni imposte dall’imperialismo statunitense contro l’Iran hanno avuto un impatto devastante sulla vita della gente comune iraniana, mentre la borghesia parassitaria filogovernativa ne ha tratto beneficio.
Il peggioramento della situazione economica significa che, anche secondo le statistiche ufficiali, quasi 40 milioni di iraniani vivono al di sotto della soglia di povertà definita dal governo. L’aumento della disoccupazione, soprattutto tra i giovani, la continua repressione e gli attacchi ai diritti umani e democratici fondamentali, una corruzione senza precedenti – in cui la leadership dell’IRGC e i leader del regime, rappresentanti della grande classe capitalista, controllano tutte le industrie chiave in Iran – e la continua repressione dei diritti delle donne, in particolare dopo l’eroica lotta del movimento “Donna, Vita, Libertà” di tre anni fa, costituiscono il fondamento della rabbia popolare e della loro lotta per porre fine alla dittatura in Iran. In breve, contrariamente a quanto affermato dalla “Guida Suprema” Khamenei, questo movimento di protesta popolare è una lotta di classe e non un prodotto dell’imperialismo statunitense o del regime genocida israeliano. È piuttosto la conseguenza diretta delle disastrose politiche economiche neoliberiste del regime capitalista al potere, nonché della diffusa corruzione, dell’insicurezza e della radicale oppressione imposta alla nazione dai leader del regime e dai loro collaboratori.
È anche importante notare che siamo consapevoli che sia l’imperialismo statunitense che i suoi alleati nella regione, in particolare il governo criminale di Netanyahu, e i loro agenti in Iran, hanno avuto un interesse personale nel dirottare il movimento di protesta pacifico e spingerlo verso la violenza, consentendo così al regime di giustificare la sua disumana e selvaggia repressione, uccidendo e ferendo migliaia di manifestanti e arrestandone altre migliaia, imponendo al contempo un blackout totale delle comunicazioni senza precedenti al paese.
Qual è la sua analisi della base sociale dei monarchici in Iran?
Negli ultimi 18 giorni abbiamo assistito al fatto che la maggior parte delle grandi aziende mediatiche occidentali (e generalmente di destra), come la BBC e il canale televisivo Iran International (finanziato dal governo israeliano), hanno supervisionato una campagna orchestrata per promuovere Reza Pahlavi come capo del movimento di protesta e dell’opposizione in Iran, pronto a tornare e a prendere il comando. Oltre a ciò, abbiamo assistito a un’importante campagna sui social media orchestrata dall’agenzia di intelligence israeliana Mossad, che ha creato numerosi canali social per promuovere Pahlavi, manipolando video di manifestazioni popolari in Iran, cantando falsi slogan a suo sostegno e, in generale, creando una falsa narrazione secondo cui il popolo iraniano vorrebbe il ritorno della monarchia. È interessante notare che, secondo diversi rapporti, nemmeno Trump stesso è convinto che il popolo iraniano voglia il ritorno della monarchia.
Questo riflette la realtà: Pahlavi non ha una base sociale materiale in Iran. Le manifestazioni di sostegno nei suoi confronti sono limitate a piccoli gruppi sociali, principalmente quelli che esprimono una nostalgia per l’Iran pre-Repubblica Islamica. Questo non può e non deve essere erroneamente interpretato come un segnale di un significativo livello di sostegno alla monarchia nella società iraniana.
Quali sono, a suo avviso, le conseguenze di un cambio di regime progettato dagli Stati Uniti?
Vorrei iniziare ricordando ai vostri lettori che l’imperialismo statunitense tentò uno dei suoi primi interventi di “cambio di regime” nel mondo in Iran, rovesciando il governo nazionalista eletto del Dr. Mohammad Mossadegh nel 1953 attraverso un colpo di stato orchestrato congiuntamente dalla CIA e dall’MI6.
Questo modello fu successivamente utilizzato dall’imperialismo statunitense in oltre 70 paesi in tutto il mondo. Il colpo di stato del 1953 portò alla restaurazione della monarchia, alla soppressione dei diritti del popolo iraniano e all’esecuzione di molti dei nostri compagni di Partito.
Il regime restaurato dello Scià permise il saccheggio del petrolio iraniano per quasi trent’anni e trasformò l’Iran in un hub regionale nella sfera di influenza degli Stati Uniti e in contrapposizione alla vicina Unione Sovietica. In effetti, la Rivoluzione iraniana del 1979, uno dei più grandi e popolari movimenti di massa della storia contemporanea, rovesciò la dittatura dello Scià con una visione antimperialista molto chiara, volta all’indipendenza dell’Iran e alla sua liberazione dalla sottomissione degli Stati Uniti.
Pertanto, abbiamo sperimentato cosa significhi concretamente un “cambio di regime” sotto l’imperialismo. Inoltre, i recenti interventi imperialisti statunitensi dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia, alla Siria e allo Yemen – così come la guerra genocida del governo criminale israeliano, con il pieno appoggio dell’imperialismo statunitense, della Gran Bretagna e dell’Unione Europea, contro il popolo palestinese, che ha ucciso oltre 60.000 persone innocenti e quasi 20.000 bambini – hanno mostrato la vera natura dell’imperialismo e dei suoi lacchè regionali.
Inoltre, l’aggressione militare congiunta USA-Israele contro l’Iran lo scorso giugno, volta a ottenere un “cambio di regime”, ha alimentato un sentimento patriottico all’interno del Paese, che si è mobilitato contro l’ostilità esterna. Nella dichiarazione del nostro Partito del 22 giugno abbiamo affermato che questo attacco criminale equivaleva a un’aggressione militare contro la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iran, nonché a una chiara e flagrante violazione del diritto internazionale ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, e che il nostro Partito si schierava al fianco del popolo iraniano nella difesa del Paese dalle interferenze esterne.
Negli ultimi giorni abbiamo assistito al sabotaggio e al deragliamento volontari di un movimento di protesta legittimo e popolare da parte di un gruppo di malfattori non rappresentativi, aiutati da una corrente all’interno della diaspora e dalla continua minaccia di un intervento straniero.
Questa aggressione e questa maligna ingerenza negli affari interni e sovrani dell’Iran e del suo popolo servono solo a indebolire e ostacolare i movimenti di protesta autenticamente popolari e le correnti democratiche all’interno dell’Iran, consentendo al regime e al suo apparato repressivo di etichettare falsamente tutti i manifestanti e i dissidenti come “rivoltosi” e “agenti stranieri”. Il danno che ciò causa al movimento progressista in Iran non può essere sopravvalutato.
Il vostro partito invoca l’unità tra le forze progressiste e patriottiche attorno a un Programma Minimo. Quali passi concreti ritiene il Partito Tudeh necessari ora per costruire un fronte unito?
Il Partito Tudeh dell’Iran, attraverso i suoi appelli e i contatti diretti con altre forze progressiste e patriottiche, ha ripetutamente sottolineato la necessità di un dialogo costruttivo e di una cooperazione attorno a un programma di base nella lotta contro il regime dittatoriale al potere. Le forze progressiste devono sviluppare un programma unitario da presentare al popolo e preparare il movimento popolare ad affrontare l’attuale situazione critica. Attraverso un tale programma, c’è la speranza che il movimento possa essere adeguatamente orientato al servizio degli interessi nazionali e delle richieste del popolo. Purtroppo, finora, questa opportunità non è stata sfruttata o sviluppata per consentire una campagna coordinata e concertata contro la dittatura – da qui il tentativo degli Stati Uniti e dei loro alleati di elaborare un’alternativa “sicura”, sia dall’interno del regime che imposta dall’esterno.
(Tratto da: Inside the forces driving Iran’s nationwide protests, in «Morning Star», 17 febbraio 2026; disponibile su https://www.tudehpartyiran.org/en/2026/01/17/interview-of-morning-star-with-comrade-mohammad-omidvar/).
Inserito il 25/01/2026
L’Avana, 16 gennaio 2026.
Autore della foto: Alessandro Fanetti.
Fonte della foto: https://sites.google.com/view/spaziocollettivo/internazionale?authuser=0#h.68byn2rq14pl
L’Avana, 16 gennaio 2026.
Autore della foto: Alessandro Fanetti.
Fonte della foto: https://sites.google.com/view/spaziocollettivo/internazionale?authuser=0#h.68byn2rq14pl
L’Avana, il monumento a Simón Bolívar.
Autore della foto: Alessandro Fanetti.
Fonte della foto: https://sites.google.com/view/spaziocollettivo/internazionale?authuser=0#h.68byn2rq14pl
Dal sito «Come Don Chisciotte» 🇨🇺
di Alessandro Fanetti
Si commemorano i martiri cubani uccisi durante il rapimento del Presidente Venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. La corrispondenza di Alessandro Fanetti dall’Avana.
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Reportage da Cuba
Un popolo (ancora) rivoluzionario risponde al golpe Usa in Venezuela
di Alessandro Fanetti
Si commemorano i martiri cubani uccisi durante il rapimento del Presidente Venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. La corrispondenza di Alessandro Fanetti dall’Avana.
A distanza di 67 anni dalla Rivoluzione del 1959 l’isola ribelle, distante solamente 90 miglia dalle coste dell’Impero statunitense, mostra ancora al mondo intero il vero significato di almeno queste due parole: volontà e dignità.
Volontà popolare di impegnarsi con tutte le forze per difendere una propria sovranità che da inizio anni ’60, e poi con rinnovato vigore dal post 1989-91, ha subito delle pressioni spaventose e persino “impensabili” per distruggerla. Quest’ultima cosa è ovviamente sempre possibile, però come dimostrato anche dal Venezuela il “semplice” cambio al vertice non può essere sufficiente per fare accettare ad un intero popolo ciò che non richiede. Spesso e volentieri infatti le “vittorie” (o presunte tali) restano effimere e sempre pronte ad essere tramutate in sconfitte, se non ben salde alle radici “materiali e immateriali” dei popoli.
Dignità se non altro perché, nonostante le gravi e innegabili difficoltà economiche nelle quali vive l’isola (soprattutto in questo momento, a partire da un’inflazione di complicata gestione per la maggioranza degli abitanti dell’isola), la grande maggioranza del popolo cubano non rinnega ciò in cui crede ed i valori che stanno alla base del suo essere. Così come non ha mai “approfittato” dell’oggettiva drammatica pressione esterna (unilaterale e illegale) per “piangersi addosso”, ma si è rimboccata le maniche con coraggio e speranza “sfornando” eccellenze certamente almeno in due ambiti universalmente riconosciuti: quello medico e quello scolastico.
Ad esempio, vedere una moltitudine di bambini e bambine che visitano il monumento all’ “Eroe Nazionale” José Martí a L’Habana facendo a gara a chi conosce meglio il suo “legado” (con le maestre che anch’esse si “sfidano” tra loro) credo sia un’innegabile dimostrazione del profondo attaccamento alla Storia condivisa del proprio Paese e della volontà del saldo mantenimento alle proprie reali e forti radici. Da sottolineare, per i più critici del sistema cubano, che José Martí non è passato alla Storia per essere comunista ma patriota e convinto sostenitore dell’unità latinoamericana e caraibica (come “El Libertador” nato in Venezuela, Simón Bolivar).
Così come le famose “Brigate Mediche Cubane” che vanno in giro per il mondo (compresa l’Italia proprio in questi ultimi anni) ad aiutare Paesi e persone che per qualsiasi motivo richiedono la loro presenza.
È ovvio che sempre – e in ogni circostanza – può essere fatto di più e, soprattutto, alcune cose come un almeno minimo innalzamento delle condizioni di vita di chi è più in difficoltà – per le strade di Cuba talvolta capita di vedere persone oggettivamente in un forte disagio – deve avverarsi quanto prima, ma non può essere sottaciuta o sotto considerata (ovviamente non per scusa ma per dare una lettura veritiera di quello che accade, senza scadere nella “cecità propagandistica”) la tremenda situazione “geopolitica” (e non solo) che affronta questa piccola isola di circa 9 milioni di abitanti.
Tremenda situazione che consiste in una pressione costante e terribile da parte del potente vicino nordamericano (e di “riflesso” da parte di tanti altri Paesi del mondo). Situazione che inevitabilmente e drammaticamente affetta l’isola e i suoi abitanti in maniera determinante (basta visionare la legge istitutiva dell’embargo USA contro Cuba di inizio anni ’60 del ‘900, nonché come essa è stata “messa in pratica” dai vari Presidenti statunitensi democratici e repubblicani nei decenni successivi).
Questo è ciò che è visibile a chiunque abbia la voglia di visitare e approfondire la “Cuba profonda”, quella vera, senza farsi ammaliare dai racconti che vengono magistralmente orchestrati al buio di qualche scrivania dai burocrati della grande borghesia finanziaria transnazionale e apolide che cerca di plagiare le menti di ciascuno di noi.
Una Cuba ferita e affaticata da più di 60 anni di “bloqueo” degli USA, dalla caduta del sostegno internazionalista garantito dall’URSS, dal drammatico “Período especial” e ora dalle “prestigiose” gesta del novello “gendarme del mondo” Donald J. Trump.
Ferita certo, affaticata anche, ma arrendevole mai.
E questo è stato ancora una volta dimostrato dall’oceanica folla presente a L’Avana (e in tutte le altre province cubane) la mattina del 16 gennaio 2026 in occasione dell’omaggio portato dal popolo di Cuba ai propri martiri. Martiri rientrati in Patria dopo essere caduti nel combattimento a difesa dell’ “hermano” Venezuela durante il blitz statunitense di inizio anno.
Evento dimostrativo di “Honor y Gloria” ai martiri, al quale ho potuto assistere personalmente e del quale riporto i documenti visivi in allegato (oltre ad altre foto di Cuba in generale).
Un popolo con una coscienza politica così diffusa, capillare e generale non è facile da trovare in molti altri contesti del globo. E lo dico con rammarico, in quanto che la coscienza politica sia una delle leve fondamentali per provare a migliorare sempre la società e il mondo nel quale viviamo.
Luoghi di studio e centri di analisi hanno una densità media difficilmente riscontrabile in altri contesti nel globo… E tutti questi luoghi non sono “feticci” di un tempo che fu ma posti che creano ancora oggi momenti di condivisione e approfondimento collettivo di alto livello.
Se il passato è stato ricco di sfide, è certo che anche il presente e soprattutto il futuro ne presentano altrettante.
Sfide gigantesche aggravate dal fatto che “quelli della Sierra” (le persone che hanno fatto in prima persona la Rivoluzione che ha trionfato nel 1959) o sono scomparsi (su tutti vedi il “Comandante en jefe” Fidel Castro Ruz) oppure hanno sempre maggiori difficoltà a ricoprire cariche di peso per ovvie ragioni anagrafiche (in tutto ciò la continuità è ancora garantita in primis dal fratello di Fidel, Raúl).
Quello che si percepisce parlando “per la strada” è il profondo rispetto per i “Barbudos” e la sfida immensa che gli attuali governanti hanno – a partire dal Presidente Miguel Díaz-Canel – di colmare questo gigantesco vuoto (cosa che ovviamente stanno cercando di fare al meglio delle loro possibilità).
Infatti, anche fra chi non sostiene il modello scelto dal 1959 (non sono certamente la maggioranza ma sono presenti ed è corretto menzionarli), è davvero quasi impossibile trovare qualcuno che non spenda comunque parole di rispetto e ammirazione per chi ha dato l’intera sua vita per qualcosa di estremamente più grande di lui. Ed è difficilissimo, anche fra chi non concorda con l’attuale leadership del Paese, trovare qualcuno che non dichiari l’assoluto rifiuto di ingerenze straniere e l’essere pronto a difendere la propria Patria.
Ci possono essere (e ci sono) manifestazioni su questioni che possono essere migliorate, ma per la maggioranza dei cubani tutto ciò non può toccare la sfera dell’indipendenza e del sistema scelto autonomamente.
Cuba è dunque un Paese che almeno dal 1959 ha scelto una propria via, nonostante tutto.
Una via che ha portato avanti con caparbietà, senza tentennamenti e rappresentando un faro per innumerevoli altri Paesi e popoli della terra.
Basti pensare alla gratitudine ancora oggi riconosciuta in grandi parti dell’Africa, ad esempio con Raul Castro che è stato uno dei 3 presidenti a livello globale a poter prendere la parola alle esequie di Nelson Mandela in Sud Africa.
Così come a ciò che L’Avana rappresenta per tanti popoli latinoamericani e caraibici. Con proposte di unità e indipendenza portate avanti in primis proprio da Cuba, basandosi sulle idee dei grandi leader del passato come Simón Bolivar e José Martí.
È da qui che nascono delle novità assolute e “impensabili” per questa martoriata terra latinoamericana e caraibica, definita dal grande scrittore Eduardo Galeano “dalle vene aperte”: la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) e ALBA-TCP (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli).
La prima che unisce tutti i Paesi del Continente eccetto due, USA e Canada; mentre la seconda che raggruppa i Paesi socialisti della regione.
Passi concreti, anche se non ancora definitivi, verso quel mondo multipolare che si sta faticosamente affacciando cercando di scalzare l’unipolarismo a guida USA.
Passi che Cuba ha contribuito a fare in maniera decisiva, da assoluta protagonista. Nonostante la sua posizione geografica e il peso grandezza/popolazione rispetto all’intera area. Ma con una immensa capacità di guida, costruita in decenni di promozione di pensieri/azioni almeno fin dal 1959.
Un Davide contro Golia che ha “ri”-acceso una luce, fra le altre cose, sicuramente almeno sulle possibilità che i popoli hanno di incidere sul proprio destino
17 gennaio 2026
Alessandro Fanetti
(Tratto da: Ale https://comedonchisciotte.org/reportage-da-cuba-un-popolo-ancora-rivoluzionario-risponde-al-golpe-americano-in-venezuela/).
Il deputato comunista israeliano Ofer Cassif.
Autrice della foto: Annaflavia Merluzzi.
Fonte della foto: https://www.facebook.com/photo?fbid=1171116255182100&set=a.516459670647765
Dal sito di «MicroMega» 🇮🇱
di Annaflavia Merluzzi
Le battaglie del deputato comunista Ofer Cassif, che ci parla di violazioni dei diritti, censura e repressione in Israele.
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Dentro la Knesset, contro l’apartheid
di Annaflavia Merluzzi
(Knesset – Gerusalemme) La polarizzazione che si respira per le strade di Gerusalemme divide e impera anche fra le poltrone della Knesset, il parlamento dello Stato ebraico. I dissidenti politici vengono silenziati con misure disciplinari «arbitrarie», spiega Ofer Cassif, che è stato sospeso due mesi per essersi esposto pubblicamente contro il genocidio a Gaza, la pulizia etnica nella West Bank e le violazioni dei diritti dei palestinesi con cittadinanza israeliana dentro i confini del 1948. Con quest’ultima dicitura si intende il territorio ricompreso nella fondazione di Israele, dove sono rimasti a vivere milioni di palestinesi che ne hanno ottenuto la cittadinanza. A segnare la differenza, e il principio dell’apartheid, una semplice scritta sul registro dell’anagrafe, «nazionalità: araba». Di contro a quella «ebraica». Per entrambe le tipologie, «cittadinanza: israeliana». Sembrerebbe una distinzione simbolica, se non avesse anche ricadute giuridiche e amministrative.
«Non è la prima volta che vengo sospeso, in tutto ho accumulato circa 10 mesi. A ciò si aggiungono le minacce di morte, ne ricevo migliaia ogni giorno dai miei concittadini», racconta Cassif. Non si sente sicuro a girare da solo, ma non si fida «della scorta della Knesset. Gli stessi che dovrebbero proteggermi costituiscono la principale minaccia o incitano chi mi attacca, la polizia è sotto il controllo di Itamar Ben-Gvir e le forze dell’ordine hanno più volte usato violenza contro di me durante le manifestazioni». Si riferisce, tra le altre cose, al processo ancora in corso, che lo vede accusato di aver attaccato un poliziotto durante una protesta a Masafer Yatta, «dove sono state le forze dell’ordine a colpire me e i compagni che manifestavano pacificamente. In tribunale, però, ci sono finito io. È un copione che i palestinesi hanno vissuto milioni di volte».
Cassif è un parlamentare di Hadash, il partito comunista israeliano, fondato sulla partnership arabo-ebraica. Nel panorama politico, rappresenta la co-resistenza, «la costruzione di un modello pacifico dove le persone tentano di contrastare insieme l’apparato coloniale e repressivo di Israele, indipendentemente dalla propria identità, ma ben consce del diverso posizionamento sociale», spiega. Dal 2023 fanno parte di una coalizione che conta più di 60 organizzazioni arabo-ebraiche per la pace, la fine dell’occupazione, la liberazione dei prigionieri e le libertà politiche per i palestinesi. Organizzano manifestazioni, conferenze, campagne di sensibilizzazione. Mentre racconta è seduto nel suo ufficio, dietro di lui la bandiera comunista, sulla scrivania foto di Che Guevara e dei grandi rivoluzionari della storia. Sulla sua libreria, i classici del marxismo, del postcolonialismo e del femminismo internazionalista.
«Il problema è che tutti i livelli delle istituzioni israeliane sono complici della violenza nei confronti dei palestinesi, viene da delle direttive precise volte all’espulsione di tutte le popolazioni non ebree». Da ben prima del 7 ottobre, «i dissidenti politici vengono arrestati o picchiati, i palestinesi con cittadinanza israeliana linciati o spinti verso le periferie attraverso l’apartheid economico». Recentemente, sono scaduti i termini generazionali che garantivano ai cittadini arabi affitti calmierati nelle case di proprietà delle agenzie israeliane – come sta avvenendo a Giaffa, ad esempio – che hanno preso in carico e approfittato degli edifici e i quartieri sequestrati durante la Nakba e ne hanno gestito la riassegnazione ai palestinesi rimasti nei confini dello Stato ebraico. Queste agenzie ripropongono oggi gli stessi appartamenti ai palestinesi con cittadinanza israeliana a dei prezzi esorbitanti, che gli inquilini non possono permettersi. Chi ci abita finisce sotto sfratto, nonostante ci abbia vissuto per generazioni – e, prima della Nakba, per centinaia di anni. «Gli effetti della catastrofe si vedono ancora oggi», afferma Cassif. Negli ultimi mesi, poi, i pestaggi ai danni dei cittadini arabi di Israele, «di cui non parla nessuno», sono cresciuti esponenzialmente: c’è una «grossa fetta di popolazione, che spesso comprende anche le forze dell’ordine, che organizza spedizioni punitive e colpisce i palestinesi che si trova di fronte». Solo nella prima metà di dicembre i casi sono una decina, tra cui una donna incinta menata insieme alla sua famiglia a Giaffa, o un ragazzo picchiato e ospedalizzato in condizioni gravi a Tel Aviv.
La cultura dell’impunità «regna sovrana sui processi giudiziari, c’è chi è innocente fino alla morte, e chi è colpevole fino a prova contraria. Alla corte marziale» – che interessa quasi tutti i processi che vedono protagonisti i palestinesi della West Bank – «le prove poi sono quasi facoltative». Negli ultimi due anni, però, il clima è peggiorato drasticamente, «nonostante io non abbia mai considerato Israele una democrazia, tutt’al più un’etnocrazia. Nessuno Stato fondato sulla supremazia di un gruppo, come avviene qui nel caso dei cittadini ebrei, rientra nel modello democratico. Tuttavia, la legittimazione della violenza, e del linguaggio violento nello spazio pubblico, ha raggiunto livelli mai visti».
Nonostante sia un comunista convinto, crede nella necessità di sedere in parlamento e partecipare alle elezioni, «per una serie di motivi: innanzitutto consideriamo il voto un mezzo efficace, ma mai il fine, come fanno invece i liberali». Sebbene la loro influenza non sia particolarmente impattante, «se non fossimo in parlamento a fare ostinata opposizione probabilmente la situazione sarebbe ancora peggiore, crediamo sia fondamentale occupare tutti gli spazi politici possibili». Infine, secondo la dottrina materialista, «contano le azioni, i cittadini devono poter vedere che ci siamo e che cerchiamo di arginare l’apparato bellicista e coloniale di Israele: dobbiamo dimostrare che esiste un’alternativa percorribile». Anche perché, sottolinea, «l’informazione mainstream ci censura costantemente». In questo clima fin troppo contemporaneo, Cassif e la costellazione dell’opposizione sono molto preoccupati per le prossime elezioni: «Credo che al voto si andrà, non penso possa essere davvero rimandato. Il problema non è se, ma in che modalità si svolgeranno queste elezioni». Teme che la violenza a cui si assiste quotidianamente, da Gaza alla Cisgiordania passando per i confini del ’48, «sarà scatenata anche il giorno dell’apertura dei seggi. Ho paura che impediscano a colore che vivono nei centri palestinesi di recarsi al voto, non mi sembra neanche inverosimile che i risultati vengano truccati». Si rivolgeranno alla comunità internazionale, perché «serve una commissione esterna che controlli il processo elettorale e imponga che tutto si svolga secondo la legge, nel rispetto dei diritti e dell’incolumità dei cittadini».
13 Gennaio 2026
Annaflavia Merluzzi
Inserito il 15/01/2026.