Dal sito «sienanews.it»
Francesco Ricci presenta il volume
Marilena Caciorgna
(Sillabe, Livorno, 2026, pp. 310, ill. 270, euro 39,00)
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Marilena Caciorgna
Un libro di marmo
Il Pavimento del Duomo di Siena
(Sillabe, Livorno, 2023)
presentazione di Francesco Ricci
La conoscenza di Dio precede il culto di Dio. Su questo Lattanzio, apologista cristiano del IV secolo, non nutre dubbio alcuno, al punto da scrivere, nel quarto libro delle Divinae Institutiones, che “Sapientia procedit… religio sequitur, quia prius est deum scire, consequens colere” (vale a dire, “la saggezza precede, la religione segue, perché capire Dio è la prima cosa, onorarlo la seguente”). E proprio Lattanzio costituisce una fonte imprescindibile per la lettura del pavimento della Cattedrale di Siena, pavimento che è al centro – la sua realizzazione in un arco temporale che abbraccia cinque secoli, la sua struttura, il suo significato – del bellissimo libro di Marilena Caciorgna intitolato Un libro di marmo e pubblicato da Sillabe. Bellissimo per molteplici ragioni. In primo luogo – nel senso che è la prima cosa che notiamo, semplicemente aprendolo e sfogliandolo – per la qualità delle immagini, e dunque delle fotografie, che ci restituiscono intatta la ricchezza policroma del pavimento, sia che si tratti di un suo dettaglio sia che si tratti di una visione d’insieme.
Poi, per la saldezza e la coerenza dell’impianto del libro, che movendo dal riconoscimento del valore simbolico e spirituale del pavimento del Duomo, giunge a illustrare, con dovizia di particolari, ciascuna delle cinquantasei tarsie marmoree che lo compongono, da quelle delle navate a quelle dei transetti (il transetto destro, il transetto sinistro), da quelle del presbiterio e del coro a quelle di Domenico Beccafumi, celebre pittore manierista, ispirate al biblico “libro dei Re”. E d’altra parte, proprio la storia del popolo ebraico fornisce, insieme all’antichità classica, la materia al tappeto dipinto – il pavimento del Duomo – che conduce il fedele, passo dopo passo, dall’ingresso fino all’altare. Da ultimo, l’attributo di bellissimo riferito al volume di Marilena Caciorgna appare pienamente giustificato dal nitore della scrittura dell’autrice, che ci regala un testo nel quale competenza, cultura, nitore espressivo coesistono felicemente.
Terminata la lettura, a imporsi con evidenza alla mente del visitatore è l’idea che il pavimento della Cattedrale non è solamente un capolavoro dell’arte che convive accanto (sotto) ad altri capolavori – penso alle opere di Nicola e Giovanni Pisano, di Donatello, di Michelangelo, del Bernini, della Libreria Piccolomini decorata da Pinturicchio –, ma costituisce anche un cammino sapienziale e di fede.
Il libro si apre con una nota del Cardinale Augusto Paolo Lojudice e con l’introduzione curata dal Rettore dell’Opera Metropolitana di Siena, prof. Giovanni Minnucci.
Quello che segue è l’inizio del primo capitolo, intitolato “Il programma del Pavimento”:
Nel Vecchio Testamento Salomone, dopo aver ricevuto quale dono divino la Sapienza, intraprende la costruzione del Tempio nel quale saranno ingaggiati scalpellini, portatori e sorveglianti guidati da un uomo esperto capace di lavorare metalli nobili, pietre, legno e filati di porpora. Il Pavimento è lastricato di prezioso marmo conferendo alla costruzione uno straordinario effetto decorativo: stravit quoque pavimentum templi pretiosissimo marmore decore multo.
Nel Pavimento del Duomo di Siena, una “Gerusalemme celeste” secondo l’intenzione dei committenti e degli artisti, riscontriamo una sintesi tra bellezza esteriore, per la maestria raggiunta dagli artefici nella realizzazione delle tarsie, e la Sapienza salomonica per i concetti che qui prendono forma all’interno di un complesso programma figurativo. D’altra parte si tratta di un’opera unica, sorprendente, che non ha riscontri altrove. Da secoli il Pavimento suscita – insieme con la venerazione dei Senesi – l’entusiasmo dei visitatori di tutto il mondo, tappa imprescindibile dei viaggiatori anglosassoni tra Settecento e Ottocento. La stampa della fine del XIX secolo definiva il noto tappeto policromo “The Wonder of Siena”, la meraviglia di Siena, attestandone la fama e l’apprezzamento da parte degli “stranieri”. L’unicità è data innanzitutto dalla qualità della tecnica utilizzata che è il commesso marmoreo1. Ma il Pavimento non suscita un’impressione soltanto estetica, è un libro di marmo da leggere in chiave simbolica e spirituale: il Duomo come un libro aperto. Dietro alle immagini, dietro ai tanti colori preziosi riconosciamo anche motivi filosofici e religiosi, una trama di simboli e allegorie, personaggi non solo del Vecchio e del Nuovo Testamento, ma anche del mondo antico: Sibille come la Cumana, profeti del mondo pagano come Ermete Trismegisto, filosofi come Socrate, Cratete di Tebe, Aristotele, Zenone di Cizio, Epitteto, Seneca, che ci conducono in un viaggio alla scoperta dei valori più alti dell’Uomo di ogni tempo e di ogni spazio geografico.2
Francesco Ricci
(Tratto da: https://sienanews.it/magazine/marilena-caciorgna-un-libro-di-marmo-sillabe-livorno-2023/).
Note
1 «La tecnica utilizzata per trasferire l’idea dei vari artisti sul pavimento è quella del commesso marmoreo e del graffito. Si iniziò in modo semplice, per poi raggiungere gradatamente una perfezione sorprendente: le prime tarsie furono tratteggiate sopra lastre di marmo bianco con solchi eseguiti con lo scalpello e il trapano, riempiti di stucco nero. Questa tecnica è chiamata graffito. Poi si aggiunsero marmi colorati accostati assieme come in una tarsia lignea: questa tecnica è chiamata commesso marmoreo» (https://operaduomo.siena.it/pavimento/) [ndr].
2 M. Caciorgna, Un libro di marmo. Il Pavimento del Duomo di Siena, Sillabe, Livorno, 2023, p. 13 [ndr].
Allegoria del Monte della Sapienza, mosaico pavimentale realizzato su cartone disegnato da Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio (1452 ca.-1513).
Fonte della foto: https://it.wikipedia.org/wiki/Allegoria_del_colle_della_Sapienza#/media/File:Pavimento_di_siena,_allegoria_del_colle_della_sapienza_(pinturicchio)_02.jpg
Un estratto dal volume Un libro di marmo
di Marilena Caciorgna
HUC PROPERATE VIRI / SALEBROSUM SCANDITE / MONTEM / PULCHRA LABORIS ERUNT / PREMIA PALMA QUIES.
O uomini, affrettatevi a venire quassù, salite l’aspro colle, un valido premio alla fatica sarà la palma che dà la serenità.
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L’allegoria del Monte della Sapienza
di Marilena Caciorgna
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HUC PROPERATE VIRI / SALEBROSUM SCANDITE / MONTEM / PULCHRA LABORIS ERUNT / PREMIA PALMA QUIES.
O uomini, affrettatevi a venire quassù, salite l’aspro colle, un valido premio alla fatica sarà la palma che dà la serenità.
SOCRATES, CRATES.
Socrate, Cratete.
La quarta tarsia della navata centrale, eseguita da Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio, tra il 1505 e il 1506 per conto del dotto operaio Alberto Aringhieri, nel periodo in cui l’artista era stato chiamato a Siena dal cardinale Francesco Tedeschini per decorare la Libreria Piccolomini, illustra un’allegoria che si ispira alla filosofia antica e, in particolare, ai fondamenti dello stoicismo, che identifica la Felicità nel conseguimento della Virtù attraverso un arduo percorso sapienziale. Allo stesso modo il messaggio trasmesso riflette il pensiero umanistico contemporaneo diffusosi a Siena grazie ai due Pii, i papi della famiglia Piccolomini, e al loro raffinatissimo entourage.
In basso, a destra, si iscrive la personificazione della Fortuna, una nuda fanciulla di ascendenza botticelliana, che reca con una mano la cornucopia e, con l’altra, brandisce in alto, a mo’ di un’insegna, la vela gonfiata dal vento. Il suo equilibrio appare instabile: il piede destro poggia su di una sfera, il sinistro sopra una barca il cui albero maestro è spezzato. La Fortuna, dopo un viaggio tempestoso, è riuscita a far approdare su di un’isola rocciosa, visibile da sponda a sponda, alcuni saggi, i quali incedono lungo un sentiero in salita: si muovono lungo una pietraia attraverso cespugli selvatici; il loro cammino è irto di insidie imbattendosi in serpenti e altri rettili, come la tartaruga, in ogni caso animali legati alla terra, che presuppongono un distacco nella scalata verso l’alto. Sulla vetta del monte, che i saggi cercano di raggiungere, siede, su di una salda pietra, una figura femminile, interpretata dagli studiosi come la Sapienza o la Virtù. La donna offre un libro a Cratete, il quale si libera di ogni bene fittizio gettando in mare una cesta ricolma di gioielli, mentre a Socrate dona una palma della vittoria. Il dettaglio delle collane, anelli e gemme di gusto calligrafico risulta talmente prezioso da sembrare un antecedente alla pittura dei suoi esponen più significativi, Gustav Klimt.
Entrambi i filosofi si collocano nel sentiero di pietra grigia che corre a spirale intorno all’isola rocciosa e Socrate, in questo cammino, simboleggia l’apice, il fine ultimo. La figura inoltre ricorda lo stesso filosofo dipinto dal Perugino nella Sala dell’Udienza del Collegio del Cambio in Perugia, ove fa parte della terna di Uomini Famosi collegata alla Prudenza, insieme a Fabio Massimo e Numa Pompilio. Il messaggio risulta evidente: il percorso verso la Sapienza o Virtù è faticoso, ma una volta superate le difficili prove, si consegue la Felicità trasmessa dalla quies, cui allude l’altipiano ricoperto soltanto da cespugli fioriti e proclamata nell’elegante distico inciso sulla tabella, in cui si coglie un invito ad arrampicarsi sull’aspro colle.
Cesare Ripa, nella descrizione della Fortuna infelice, sottolinea il contrasto fortuna/quies quale si evidenzia nel commesso del Pinturicchio: “Donna, sopra una nave, senza timone, e con l’albero, e vela, rotte dal vento. La nave, è la vita nostra mortale, la quale ogni huomo cerca di condurre a qualche porto tranquillo di riposo. La vela, e l’albero spezzato, e gli altri arnesi rotti, mostrano la privatione delle cose necessarie per arrivare in luogo di salute, e di quiete, essendo la mala Fortuna un successo infelice fuor dell’intendimento di colui che opera per elettione”. […]
Giorgio Vasari osserva come Pinturicchio faccia parte di quegli artisti che, nonostante non siano dotati di virtù, sono stati altamente beneficiati dalla Fortuna, ottenendo una fama immeritata anche grazie all’intervento dei suoi collaboratori. Fra gli aiuti, bisogna contemplare la presenza del giovane Raffaello che collaborò al cantiere della Libreria Piccolomini affidato dal cardinale Tedeschini al Pinturicchio con un contratto risalente al 29 giugno 1502. […]
Al di là del Pinturicchio, “il dipentore” cui spetta “la fatiga d’avere fatto uno cartone di disengnio per la storia della fortuna”, anche il lavoro di esecuzione è ben documentato, tanto che sono noti i nomi del “cavatore di marmi”, Meiotto da Gallena, luogo sito nella Montagnola senese, ora nel Comune di Casole d’Elsa; dello “scalpellino” Paolo Mannucci, che risulta anche lui pagato per “cavatura” di marmi; dei “vetturali” di marmi Giomo e Pietro da Simignano, località sempre della Montagnola, ora nel Comune di Sovicille. Nelle testimonianze, la storia dei grandi si intreccia con la vita quotidiana e commuove leggere che a Paolo Mannucci, altro “cavatore”, il compenso è necessario per pagare la tomba del proprio figlio, “per sovvenire ala sipoltura del figliuolo”. Un avvenimento di microstoria che si inserisce nei concetti universali espressi nel celebre commesso marmoreo, in cui l’uomo saggio cerca con sforzo di superare le asperità.
[…]
Marilena Caciorgna
(Tratto da: M. Caciorgna, Un libro di marmo. Il Pavimento del Duomo di Siena, Sibille, Livorno, 2023, pp. 120-123).
Lev Serafimovič Kotljarov (1925-2007), Infermiere, riposo a fine turno (1956).
Aleksandr Nikolaevič Samochvalov (1894-1971), Col martello pneumatico (dalla serie Ragazze nel cantiere della metropolitana, 1934).
Fëdor Petrovič Malaev (1902-1982), Volano gli aerei (1950).
Da l’Humanité Magazine
Intervista a cura di Lina Sankari
Patrick Maurus, professore di lingua e letteratura coreana, è autore di un libro sulle varie manifestazioni artistiche del “realismo socialista”. Egli cerca di definirlo in base al suo rapporto con la creazione, il popolo, la rivoluzione e il lavoro.
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Patrick Maurus: «La nostra epoca inizia a rivalutare il realismo socialista»
Intervista a cura di Lina Sankari
Patrick Maurus, professore di lingua e letteratura coreana, è autore di un libro sulle varie manifestazioni artistiche del “realismo socialista”. Egli cerca di definirlo in base al suo rapporto con la creazione, il popolo, la rivoluzione e il lavoro.
Spesso ridotto a caricatura, il “realismo socialista” non è un blocco monolitico. In Le réalisme socialiste n’est pas seul (Il realismo socialista non è unico) Patrick Maurus cerca di cogliere le contraddizioni del movimento per tracciare un ritratto che rompa i cliché spesso associati ad esso. Con il suo caratteristico tono ironico, questo professore dell’INALCO e specialista di studi coreani ritiene che il “realismo socialista” abbia ancora bisogno di essere reinventato.
Cosa cercava uno specialista di studi coreani come lei nel realismo socialista?
Sono capitato in Corea da piccolo. Non l’ho scelto. Ho viaggiato e poi sono andato a lavorare per due anni in Cina alla fine della Rivoluzione Culturale, con un incarico locale. Pensavo che fosse lì che tutto stesse accadendo e che dovessi tornarci. Ho ripensato alla Corea e ho trovato lavoro in un’università di Seul. A causa delle restrizioni imposte dalla completa chiusura del confine tra le due Coree, ho scoperto la terza Corea in Cina (la Prefettura Autonoma di Yanbian, una minoranza coreana nella provincia di Jilin, nella Cina nord-orientale). Mi sono appassionato alle teorie della traduzione, il che mi ha spinto a viaggiare di nuovo, poiché non credo che si tratti di un lavoro d’ufficio. Ho anche scritto due tesi di dottorato. Una sul romanzo popolare – lì c’era già il popolo – e l’altra sul nazionalismo coreano. Poco a poco, tutto ha preso piede. Dal mio passato di attivista rimanevano alcune domande, domande che si scontravano con la realtà.
Questo significa forse che le forme del realismo socialista erano molto più variegate di quanto lei immaginasse all’epoca?
Ciò su cui io stesso avevo dei pregiudizi si è rivelato ben più complesso ovunque. E la stessa espressione, lo stesso concetto “realismo socialista”, è stato espresso in modi straordinariamente diversi a Berlino, Pyongyang, in Vietnam, in Bulgaria e in Ungheria. Persino in luoghi dove le stesse formule dogmatiche venivano recitate a memoria. Non avrei definito molte delle opere che ho visto “realismo socialista” se non me lo avessero suggerito. Non sono qui per fare la morale a nessuno. Questo libro è quindi la convergenza di idee politiche, viaggi, la mia attrazione per l’Estremo Oriente e il desiderio di dare un nome a tutto ciò, qualcosa di più della semplice nostalgia.
Il movimento comunista ha subito un duro colpo, e allora? Cosa ci impedisce di rialzarci e reinventare qualcosa? Chi ci ha preceduto non aveva modelli, nessun fallimento su cui fare affidamento. Hanno scritto libri, realizzato dipinti, scolpito sculture, eretto opere architettoniche e concepito forme urbane. Trovo straordinario il modo in cui il sogno comunista ha tentato di impadronirsi di ogni spazio. Giusto o ingiusto che sia, evitiamo di ergerci a dispensatori di lezioni.
La nostra epoca sta forse iniziando a rivalutare il realismo socialista?
Nonostante i tentativi assolutamente folli della maggior parte degli ex paesi socialisti di nascondere o distruggere queste opere – cosa possono fare le mafie europee se non distruggere? – ne rimangono moltissime tracce. La nostra epoca sta iniziando a rivalutare questo movimento. È il caso di Berlino e Lipsia, dove i dipinti di quel periodo vengono nuovamente esposti con grande successo. Persino nei musei dedicati agli orrori del socialismo, queste opere sono ancora esposte. Questo è il loro paradosso. Ho visitato una decina di luoghi in giro per il mondo, al di fuori degli ex paesi socialisti, dove pensatori, artisti e curatori di musei riflettono su questi temi. Non sono lì per fare la morale agli altri, ma per valutare come esporre queste opere senza etichettarle come “totalitarie”. Un trattorista sotto un cielo azzurro con le guance rosee può essere dipinto magnificamente. Come nel pattinaggio artistico, anche per le figure obbligatorie bisogna essere i migliori.
Perché è così difficile definire il realismo socialista?
L’idea non era quella di intraprendere una storia del realismo socialista, sebbene il mio approccio sia storico. Era comunque necessario tentare di formulare una definizione, se non altro per “etichettarlo”. Quali interrogativi pone al realismo socialista un pittore che si avvicina all’astrazione, o viceversa? E quali interrogativi pone a me? È così che sono giunto a una decina di definizioni, il che, lo ammetto, è un modo per aggirare l’ostacolo.
Cosa si cela dietro l’idea che “il realismo socialista non è unico”?
È un titolo che ho preso in prestito dal poeta Michel Deguy, La poésie n’est pas seule. È lì, è ovunque, ed è al contempo plurale. C’è stata questa globalizzazione e questa varietà di tentativi di ricerca. Brecht non è Aragon. Mosolov non è Šostakovič. Ci sono differenze sostanziali basate su una speranza politica condivisa. Sono attivisti politici, ed è per questo che il mondo di oggi crede di poter criticare il realismo socialista. Questo movimento viene rifiutato proprio perché è politico. È, inoltre, piuttosto comico rifiutare un’arte politica in nome di una decisione politica, ma lasciamo stare, lasciamo che se la sbrighino loro. Sì, il realismo socialista è pluralista. Sì, ci sono straordinari film sovietici con i trattori che si concludono con l’immagine del cattivo che gira in tondo mentre gli altri arano i solchi. C’è una simbologia. Possiamo riconoscere un 80% di assoluta inutilità, ma conoscete un altro genere artistico che non soffra degli stessi difetti? Possiamo nominare venti autori importanti del teatro elisabettiano? O della commedia dell’arte?
Gli artisti di questo movimento sono quindi tutt’altro che rigidi meccanicisti.
Il realismo socialista ha prodotto alcune opere di genio, come nel caso di Le avventure di un dentista1. Questo titolo sembra completamente folle, ma non agli occhi del realismo socialista, che si concentra sul tema del lavoro. È proprio in questo che risiede il genio di questo movimento. La Sinfonia antireligiosa di Mosolov presenta un canto ortodosso divorato dalla Marsigliese e dall’Internazionale, suonate da bande musicali nella piazza della fabbrica. Era un altro mondo che andava esplorato. Cosa abbiamo guadagnato distruggendolo e facendolo scomparire? In quel mondo l’arte era ovunque, le città erano dipinte. Poi c’è il sistema politico in cui vivevano. Un movimento che parla di lavoro, a volte in modo contraddittorio, rimane un obiettivo. Resta da costruire un nuovo movimento che sia realistico, cioè che parli sia del presente che del futuro. I comunisti sanno cos’è il futuro perché lo preparano. Questo presente e questo futuro possono essere contraddittori. Oggi il lavoratore è lo sfruttato; domani sarà il vincitore.
Il movimento si riassume nella vita artistica sovietica o comunista?
No, ci sono romanzi di fantascienza, romanzi introspettivi, romanzi dialogici, avventure comiche… C’è una chiara tendenza a gravitare verso il mondo del lavoro, ma proprio perché questa è la convinzione dei lavoratori. L’arte si limita forse alle avventure della contessa annoiata che si prende un amante? Questa è arte? Questa è letteratura? Questa è realtà? No. Quindi, sopprimere la prima in nome della seconda forse non è la migliore idea, perché anche la moglie annoiata del medico ci permette di dire qualcosa sulla condizione femminile.
Come ha fatto il realismo socialista a finire per dire alla realtà cosa è reale?
Il realismo dice alla realtà cosa dovrebbe essere. Questo era inevitabile, dato che le basi del realismo socialista sono sovietiche. Il realismo socialista è nato in URSS, il che non è un difetto o un problema, ma lo ha plasmato – diciamolo pure in modo un po’ materialistico. Lo ha persino sovra-plasmato. Il mondo intellettuale sovietico si è trovato ben presto in una contraddizione derivante dal fatto che l’URSS aveva subito un’aggressione. Il paese era devastato, c’era una guerra civile, dei traditori: era una situazione spaventosa. E questo non si prestava certo alle sfumature. Per fare fronte comune ed evitare di mostrare molteplici volti all’avversario – perché ciò rappresentava una debolezza – i principali movimenti intellettuali, tra cui il Proletkult, che propugnava una cultura proletaria, furono ricondotti all’ordine dopo la morte di Lenin.
La questione, quindi, non è tanto cosa resti del realismo socialista nel XXI secolo, quanto piuttosto come reinventarlo.
Se volessi essere ipocrita, direi che il realismo socialista non è ancora nato, quindi non c’è motivo che sia morto. Ma sarebbe una semplificazione abbastanza vergognosa. Se non è morto, la sfida è creare forme culturali per tutti, sempre. E questo richiederà qualcosa di nuovo. Cosa significa “il nuovo per tutti”? La modernità è ciò che le persone non apprezzano. Io creo qualcosa di nuovo per orecchie che hanno già sentito qualcos’altro; è un po’ come la questione dell’intelligenza artificiale per noi. L’IA, che è composta da ciò che è già stato accumulato. E cosa facciamo con il nuovo? Una nuova forma culturale per i lavoratori è ancora più difficile. Produrre un’opera per tutte le borghesie è una sfida non da poco, ma possiamo farcela, soprattutto ora che la cultura popolare è scomparsa a favore della cultura di massa. Per reinventarsi, il realismo socialista dovrà tenere conto della sua pluralità. Non avremo più una repubblica popolare delle lettere con un centro prescrittivo. Sta a noi non far parte della repubblica globale delle lettere, perché sarebbe una causa persa fin dall’inizio. Il modo migliore per coltivare un fiore è assicurarsi che le radici siano sane. Questo è il motivo del mio approccio.
Resta dunque la domanda: per chi e perché un artista crea un’opera?
Non mi accontento se un artista non risponde a questa domanda. Credo che la colpa sia sua. Avete il diritto di dire che il realismo socialista mostrava trattori ovunque, ma quando ascolto le vostre stazioni radio, c’è solo un trattore. Non ho visto questo nel realismo socialista. Accanto alla canzone ideologica, c’era una sorta di musica pop in stile italiano. Cosa hanno in comune? Come si fa a gestirle? Come si fa a censurarle? Tutti i selezionatori erano gli stessi, sia per le canzoni d’amore che per quelle sul Vietnam. E i musicisti e i poeti erano gli stessi. Erano poeti e musicisti a selezionare, poeti e musicisti che lavoravano in tutti i generi. Provate a censurare tutto questo! Era impossibile. Non c’era censura sulla musica. Le canzoni d’amore erano ovunque; servivano da fondamento e da mezzo musicale per oltrepassare il muro.
Intervista a cura di Lina Sankari
lina.sankari@humanite.fr
(Tratto da: Patrick Maurus, Lina Sankari, «Notre époque commence à réévaluer le réalisme socialiste», in «l’Humanité Magazine», n. 1009, 25 giugno 2026).
Note
1 Le avventure di un dentista (Похождения зубного врача, Pochoždenija zubnogo vrača) è un film sovietico del 1965 diretto da Elem Germanovič Klimov (ndr).
Inserito il 28/06/2026.