di Fabrizio Cambi
Nella prima fase dell’esperimento di costruzione del socialismo su suolo tedesco grande importanza venne assegnata alla politica culturale, il cui obiettivo principale era di avvicinare i lavoratori alle lettere e alle arti, ovviamente con la supervisione del partito, che però non sempre era in grado di controllare tutte le dinamiche della società.
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La politica culturale della DDR dal 1949 al 1961
di Fabrizio Cambi
Il 7 ottobre 1949, pochi giorni dopo la costituzione della Repubblica federale, viene fondata la Repubblica democratica tedesca, «uno stato socialista degli operai e dei contadini», come recita il primo articolo della Costituzione, già approvata il 30 maggio. L’articolo 18, composto di tre paragrafi, ha per oggetto compiti e finalità della cultura nel suo rapporto con lo stato, specificando che «la cultura nazionale socialista è uno dei fondamenti della società socialista» e che «l’attività artistica si basa su uno stretto legame fra chi fa cultura e la vita del popolo». Questi principi definiscono e circoscrivono il raggio d’azione delle attività culturali che, sviluppate fino al 1949 in un clima di relativa autonomia, sono ora pianificate e regolamentate secondo linee di indirizzo politico stabilite da vari organi di stato, in sintonia con il primo piano biennale di sviluppo (1949-1951) e il seguente quinquennale. In questo contesto il 24 marzo 1950 viene fondata la Deutsche Akademie der Künste, l’organismo centrale per la promozione (e il controllo) della letteratura e delle altre arti nella DDR, alla cui presidenza, al posto di Heinrich Mann deceduto quello stesso giorno, è chiamato Arnold Zweig. In luglio, in occasione del secondo Congresso tedesco degli scrittori (il primo si era svolto a Berlino nell’ottobre 1947 alla presenza di trecento autori di cui cento provenienti dalle zone occidentali, fra cui Ricarda Huch ed Elisabeth Langgässer) viene istituito lo Schriftstellerverband (Unione degli scrittori) che, presieduto da Anna Seghers fino al 1978, diventa nel maggio 1952 un organismo autonomo e quindi distinto dal Kulturbund. La produzione letteraria, che deve attenersi ai canoni stabiliti dallo Schriftstellerverband, filtrati poi dai lettorati delle case editrici e dalle riviste di critica, deve contribuire sempre più alla causa socialista alimentandone la crescita e proponendo una Aufbauliteratur, una «letteratura della ricostruzione» fatta di reportage, Betriebsromane e Produktionsstücke, romanzi e opere teatrali ambientati nel mondo della produzione.
La funzione meccanicamente assegnata alla letteratura è quella di rispecchiare una realtà da far conoscere, nei suoi meccanismi complessivi, alle componenti sociali per esercitare tramite vicende esemplari un’ulteriore azione di stimolo e di sviluppo; questo impone l’adozione del realismo socialista come alternativa al formalismo. La «lotta contro il formalismo nell’arte e nella letteratura per una cultura tedesca progressista», promossa dal V Congresso del Comitato centrale della SED nel marzo 1951, oltre a riaffermare una linea di continuità con il metodo realista formulato da Andrej Ždanov nel 1934 e l’esemplarità delle opere di Gor’kij, Šolochov e Ostrovskij, mirava a colpire sotto l’etichetta di formalismo tendenze e orientamenti letterari fra loro assai diversi, dal naturalismo al modernismo e all’esistenzialismo, coinvolgendo in un drastico ostracismo autori come Kafka, Joyce e Proust. Il crisma di ufficialità politica attribuito al realismo socialista si combina sul piano estetico e su quello della teoria letteraria con la concezione di György Lukács (1885-1971). Recependo la normatività del classicismo e del realismo borghese ottocentesco, Lukács applica la dialettica hegeliana alla sostanza dell’opera d’arte, che deve rispecchiare le connessioni del narrato in una totalità oggettivante. Il carattere dogmatico di questa teoria che, in contrasto con il pensiero della prima fase era anche conseguenza della congiuntura storica, si esplicita sul piano filosofico-ideologico in Die Zerstörung der Vernunft (La distruzione della ragione, 1953) e nella sua applicazione evidenzia il contrasto con la realtà nella rappresentazione dell’eroe socialista onnisciente al centro della narrazione. Di questa rigidità, che di fatto pregiudicava una comprensione dinamica della prassi in funzione della sua trasformazione in una direzione autenticamente socialista, si rendono ben presto conto scrittori e intellettuali che con il tempo vedono nel realismo socialista una logora e sterile cornice estetico-ideologica, non rispondente alle esigenze sociali e culturali della DDR e impermeabile alla possibile rappresentazione di conflitti e contraddizioni sociali.
Lo stesso Brecht, che alla letteratura ha sempre assegnato una funzione cognitiva e pedagogica, pur riconoscendo la necessità di un’arte realistica denuncia lo schematismo e l’insostenibilità della pianificazione dei processi culturali stabilita dall’apparato dello stato. Scrive Brecht nel frammento saggistico Was haben wir zu tun (Che cosa dobbiamo fare, 1953): «L’arte non è in grado di trasporre in opere artistiche le idee che di essa hanno gli uffici. Solo gli stivali si possono confezionare su misura. Per giunta il gusto di molta gente ben formata politicamente è deformato, e dunque non fa testo». Nelle numerose annotazioni di questo periodo Brecht si rende conto dei limiti di un realismo asfittico e statico cui contrappone un realismo critico e dinamico che deve permettere agli artisti di rappresentare «le contraddizioni negli uomini e nei loro rapporti».
Scrive nel Diario di lavoro alla data 24 novembre 1948:
Fintanto che per realismo si intende uno stile e non un atteggiamento si è formalisti e niente altro. Un artista realistico è colui che nelle opere d’arte assume un atteggiamento produttivo nei confronti della realtà. (Della realtà dell’artista fa parte anche il suo pubblico).
Una rapida rassegna della letteratura degli anni Cinquanta richiede una particolare attenzione agli eventi politici spesso drammatici che in vario modo si riflettono su di essa. I primi anni della repubblica sono caratterizzati dalla politica di Ulbricht mirata all’equiparazione di produzione artistica e industriale all’insegna del tasso di produttività, che nel 1953 viene innalzato del 10% a fronte di una riduzione del salario. La pesantezza delle condizioni lavorative e la morte di Stalin, avvenuta il 5 marzo, sono la causa della rivolta operaia scoppiata a Berlino il 17 giugno 1953, favorita anche da agitatori anticomunisti occidentali, e segnano l’avvio di un “nuovo corso” che si rivela più apparente che reale. Con semplicità e lucidità Brecht spiega la situazione in una famosa lettera a Ulbricht, pubblicata sul quotidiano di partito «Neues Deutschland»:
prima del 17 giugno e nelle democrazie popolari dopo il XX Congresso del PCUS abbiamo colto l’insoddisfazione in molti lavoratori e soprattutto negli artisti. Questi sentimenti provenivano sempre da un’unica fonte. Sui lavoratori si facevano pressioni per aumentare la produzione, sugli artisti per rendere tutto ciò allettante.
La cosiddetta “fase di liberalizzazione” (1953-1956), nella quale da più parti si rivendica maggiore autonomia per l’arte svincolandola dalla tematizzazione del mondo della produzione, sembra affermarsi con il IV Congresso degli scrittori, svoltosi nel gennaio 1956. Alla presenza anche di autori dell’ovest – fra gli altri Leonhard Frank, Günther Weisenborn e Werner Warsinsky – si sviluppa un’animata discussione su nuovi impulsi da infondere alla letteratura. Nella sua relazione Von der Größe unserer Literatur (Della grandezza della nostra letteratura) Johannes R. Becher insiste programmaticamente sull’opportunità di indirizzare la letteratura della DDR verso un’autentica letteratura nazionale socialista, facendo balenare l’ipotesi, nei fatti più che remota, di una “terza via” al socialismo. La stessa presidente dello Schriftstellerverband, Anna Seghers, nella conferenza su Der Anteil der Literatur an der Bewußtseinsbildung des Volkes (Il contributo della letteratura alla formazione della coscienza popolare, 1956), rileva che le carenze evidenti nella letteratura della DDR possono essere superate con una più chiara rappresentazione dei conflitti propri del passaggio al socialismo e che «all’inizio di una nuova epoca artistica c’è la scoperta di un nuovo contenuto». Ma l’atteggiamento critico, pressoché generale, di cui si fa portavoce anche il filosofo Ernst Bloch, contro il dogmatismo, la scrittura scolastica e primitiva, l’inerzia del sistema, viene bloccato, se non bollato di revisionismo, dalla SED a seguito dei drammatici fatti in Polonia e in Ungheria nell’ottobre 1956 con l’intervento delle truppe del Patto di Varsavia, determinando l’arresto del filosofo Wolfgang Harich, la condanna della filosofia di Ernst Bloch, e fra il 1958 e il 1961 l’emigrazione all’ovest dello storico Alfred Kantorowicz, del germanista e critico letterario Hans Mayer, degli scrittori Heinar Kipphardt, Gerhard Zwerenz e dello stesso Bloch.
La campagna per una «seconda tappa socialista della rivoluzione culturale,» avviata nel 1957 per avvicinare l’arte e la letteratura alla vita produttiva e fortemente voluta dal V Congresso della SED (luglio 1958), culmina il 24 aprile 1959 con la conferenza svoltasi nella città sassone di Bitterfeld sotto il motto «Greif zur Feder, Kumpel! Die sozialistische Nationalkultur braucht dich!» («Afferra la penna, compagno! La cultura nazionale socialista ha bisogno di te!»). Alla presenza di circa centocinquanta scrittori di professione e trecento lavoratori-scrittori, il segretario della SED Walter Ulbricht e lo scrittore e funzionario di partito Alfred Kurella chiedono che lavoro intellettuale e manuale si integrino fra loro, sia per rivitalizzare la Aufbauliteratur, sia per spezzare l’isolamento dello scrittore portandolo quanto più possibile nella realtà quotidiana del lavoro. Nonostante l’iniziativa risponda innanzitutto all’esigenza di rilanciare una stagione politica compromessa dai fatti di Berlino, d’Ungheria e di Polonia, il progetto di portare l’arte nelle fabbriche e agli operai è realmente ambizioso, e produce effetti per certi versi positivi nel processo di democratizzazione culturale.
Il tentativo di integrazione di arte e vita mira al superamento della distinzione di classe, residuo della società capitalistica, a emancipare i lavoratori dall’asservimento esclusivo al lavoro produttivo e, in prospettiva, ad annullare lo scarto con la classe borghese, che per tradizione deteneva il monopolio sull’arte. L’ethos del lavoro avrebbe dovuto unirsi a una dimensione estetica, fine ultimo delle proiezioni utopistiche prefigurate da Marx nel III volume del Capitale, dove si parla della «formula trinitaria»: il raggiungimento del regno della libertà, nel quale poter godere pienamente delle espressioni artistiche, avrebbe significato il superamento della fase intermedia della dittatura del proletariato e l’abbattimento definitivo delle residuali strutture dello stato borghese. L’unità di teoria e prassi, struttura e sovrastruttura avrebbe dovuto fondarsi sulla forza propulsiva e progettuale di una letteratura animata da un umanesimo marxista che non si ferma al «prodotto finito» né si lascia imbrigliare dalla precettistica burocratica del partito. Ma nella DDR l’utopia marxiana viene sostanzialmente censurata.
Il Bitterfelder Weg (la “via di Bitterfeld”) rivela dunque fin dall’inizio le sue contraddizioni. Gli scrittori disposti a trascorrere lunghi periodi in fabbrica insieme agli operai risultano nel complesso ben pochi – tra questi la giovane Christa Wolf – e i più dopo qualche anno di “visite lampo” tornano a raccogliersi nella nicchia che le società differenziate sembrano loro inesorabilmente assegnare. Si formano tuttavia, nel giro di pochi anni, centinaia di Circoli di scrittori operai, in cui siedono gli uni accanto agli altri insegnanti e pensionati, infermieri e operai, bibliotecari e casalinghe a discutere di letteratura, e a scrivere a loro volta. In questi circoli, presto diffusi anche a livello scolastico e cittadino, i lavoratori-scrittori, nota Emmerich,
superano di fatto l’atteggiamento passivo di consumo nei confronti della cultura, in quanto essi stessi – collettivamente, non come scrittori individuali – producono testi che nascono dai loro interessi e sui loro interessi devono intervenire. Questo vale in particolare per il nuovo genere del “diario di brigata”, in cui si dà conto di tutto ciò che quotidianamente accade durante il processo di produzione, ma che tematicamente va spesso ben oltre, poiché descrive i rapporti reciproci tra le persone e tra le diverse brigate, e a questo scopo si serve delle forme più diverse: resoconti, appunti, mozioni, glosse, satire, poesie, ritratti, ecc.
Se dunque l’obiettivo della democratizzazione della letteratura è almeno in parte raggiunto (benché difficilmente misurabile con i parametri vigenti nel nostro orizzonte attuale), il bilancio strettamente letterario risulta invece modesto, vistosamente sproporzionato rispetto alla martellante retorica di partito, e quindi più che comprensibile risulta l’insoddisfazione degli stessi scrittori politicamente impegnati. Nei reportage, nelle cronache e nei resoconti prevale l’impianto documentario delle attività nei vari settori del mondo produttivo e contadino. Emergono tuttavia alcune opere che vale la pena ricordare e anche valorizzare e non solo come testimonianza storica.
È il caso del romanzo sulla riforma agraria Tiefe Furchen (Solchi profondi, 1949) di Otto Gotsche (1904-1985), idraulico, membro della Lega spartachista, funzionario comunista, internato nel 1933 nel campo di concentramento di Sonnenburg, segretario del Consiglio di stato sotto Ulbricht. Basandosi su materiale autentico a sua disposizione, in quanto capo della Commissione agraria di Merseburg, Gotsche ricostruisce le situazioni conflittuali, le incertezze e le debolezze dei contadini nell’applicazione dell’ordinanza di esproprio di tre grandi proprietà terriere, rispettivamente di un conte e di due possidenti ex nazisti, un tema affrontato molti anni dopo da Christoph Hein con Landnahme (Terra di conquista, 2004). Con un felice montaggio di episodi l’autore fa emergere in un quadro variegato di comportamenti il permanere di uno spirito di sudditanza, l’immaturità ideologica, la scarsa coscienza di classe che può causare irrazionali reazioni di vendetta. Il messaggio didascalico di questo romanzo, il primo di stretta attualità politico-economica sulla DDR, è da ricercare nel processo necessario di comprensione delle reali possibilità di trasformazione democratica del paese. Gotsche amplia il tema della coscienza di classe e dell’antifascismo nel romanzo Zwischen Nacht und Morgen (Fra la notte e il mattino, 1955), ambientato a Eisleben negli ultimi mesi di guerra e nelle prime settimane di pace, interessante perché ricostruisce vicende scarsamente considerate, come il conflitto tra antifascisti tedeschi e le forze americane di occupazione. Ma Gotsche è soprattutto noto per il romanzo Die Fahne von Kriwoj Rog (La bandiera di Kriwoj Rog, 1959, tradotto in più lingue e dal quale nel 1967 viene tratto un film per la regia di Kurt Maetzig), la storia della famiglia del vecchio antifascista Otto Brosowski, ma soprattutto un affresco epico delle lotte operaie dalla fine degli anni Venti alla liberazione da parte dell’Armata rossa, nel tentativo di radicare la giovane DDR nel terreno dell’internazionalismo proletario.
L’autore che tuttavia fa da apripista alla Aufbauliteratur è senz’altro Eduard Claudius (pseudonimo di Eduard Schmidt, 1911-1976), non a caso, come Gotsche, di estrazione operaia. Muratore, corrispondente stampa del partito comunista, soldato delle brigate internazionali nella guerra civile spagnola, rievocata nel romanzo Grüne Oliven und nackte Berge (Olive verdi e montagne spoglie, 1945), Claudius, che nella DDR non ricopre cariche particolari, pubblica nel 1950 il racconto, in forma di reportage, Vom schweren Anfang (Sul difficile inizio), base del romanzo Menschen an unserer Seite (Uomini dalla nostra parte, 1951). Con ricchezza tematica e sottile scavo psicologico vi si rappresentano le tensioni e le situazioni conflittuali con i superiori e i compagni di lavoro del protagonista Hans Aehre, un muratore cocciuto e spigoloso che intende con una sua tecnica sperimentale rimurare il forno circolare di un’industria Siemens senza spegnerlo. Con realismo incisivo e mai celebrativo si descrive la dura quotidianità operaia negli anni durissimi della ricostruzione da una prospettiva antieroica, che solo con la fatica e il sudore fa intravedere una reale speranza di crescita, toccando versanti anche della sfera privata, coniugale e temi scomodi come quello della «fuga dalla Repubblica» (il reato, punibile con il carcere, di cui si macchiava chi lasciava illegalmente il territorio della DDR).
È singolare che questo romanzo, non del tutto in linea con i canoni del realismo socialista positivo a ogni costo e quindi poco realistico, abbia di fatto avviato fra il 1952 e il 1956 un indirizzo narrativo degli Aufbauromane, Betriebsromane, Produktionsromane, spesso ripetitivi e di modesto valore letterario, come ad esempio Stahl (Acciaio, 1952) di Maria Langner (1901-1967), sulla costruzione dell’acciaieria Brandenburg, Helle Nächte (Notti chiare, 1952) di Karl Mundstock (1915-2008), sulla costruzione di uno stabilimento siderurgico, Roheisen (Ferro grezzo, 1955) di Hans Marchwitza (1890-1965), in cui si affronta con evidenti stereotipi il rapporto fra il singolo e la collettività nella costruzione di una miniera di ferro.
In questo scenario della narrativa, omogeneo se non compatto, che risponde alle istanze politiche di una fase di ricostruzione economica e sociale molto complessa e pesante, i tentativi di rappresentare in letteratura i fatti del 1953 e del 1956 non trovano sbocco editoriale, come nel caso del romanzo Der Tag X (Il giorno X) di Stefan Heym (1913-2001), composto appunto a caldo dopo i rivolgimenti berlinesi, rielaborato e pubblicato solo all’ovest nel 1974 con il titolo Fünf Tage im Juni (Cinque giorni in giugno). Si tratta di un’opera che comunque con intelligenza e trasparenza mette in discussione sia la tesi tedesco-occidentale della sollevazione popolare sia quella tedesco-orientale del «tentato colpo di stato controrivoluzionario imperialista». Un altro caso emblematico di strisciante ostracismo è quello del giornalista ebreo Joachim Chajim Schwarz (1909-1992), berlinese, arruolatosi nel 1940 nell’esercito inglese per combattere i tedeschi sul fronte nordafricano e stabilitosi nel 1950 nella DDR, con l’entusiasmo e gli ideali di molti intellettuali socialisti («La DDR è il paese dei miei sogni. Unirà il massimo di giustizia sociale con un massimo di spirito culturale»). Autore di numerosi romanzi-reportage, Schwarz viene marginalizzato e sottoposto a censura. Con lo pseudonimo di Karl Danziger pubblica all’ovest il romanzo autobiografico dal titolo ironico Die Partei hat immer Recht (Il partito ha sempre ragione, 1976).
Per orientarsi nel quadro strutturalmente monolitico della letteratura della DDR occorre tener presenti alcuni principi basilari che ne regolano ogni passaggio, dalla redazione dell’opera, alla stampa, alla distribuzione e alla sua fruizione. La complementarità della dimensione culturale con la forma di stato socialista mirata alla democratizzazione e all’emancipazione degli operai e dei contadini richiedeva allo scrittore di «contribuire attivamente con il proprio lavoro creativo allo sviluppo della società», come specificava lo statuto dello Schriftstellerverband. Fin dagli anni della SBZ la produzione letteraria, in mancanza di un libero mercato, avveniva mediante un’organizzazione e una pianificazione centralizzate con cui si definivano i requisiti e le condizioni cui doveva sottostare la pubblicazione, dai quantitativi della carta necessaria, alla tiratura e alla stessa individuazione, anche annuale, delle prospettive tematiche alle quali l’autore doveva uniformarsi. Nei suoi quarant’anni di vita la DDR aveva raggiunto il primato della produzione libraria più alta del mondo dopo gli Stati uniti e il Giappone, assicurata da centouno case editrici (dato del 1985), il 75% delle quali di proprietà dello stato, in grado di proporre nei vari campi del sapere mediamente otto libri per abitante con 6.000 titoli fra gli anni Sessanta e Settanta.
Nel campo strettamente letterario, alla vasta produzione, diversificata nei generi, delle principali case editrici (fra le quali Aufbau, Akademie, Buchverlag der Morgen, Dietz, Hinstorff, Gustav Kiepenheuer, Mitteldeutscher, Neues Leben, Rütten & Loening, Union, Volk und Welt) faceva riscontro una rigida e capillare procedura editoriale. Lo scrittore, di solito iscritto allo Schriftstellerverband, doveva ottenere l’autorizzazione alla stampa del suo manoscritto da parte della Direzione generale per l’editoria e il commercio librario, in pratica l’avallo di un organo di censura, anche se questo termine nella DDR non viene mai impiegato, essendo escluso dalla Costituzione. Di fronte a una situazione di fatto censoria risulta problematico l’accertamento dei meccanismi di autocensura adottati dall’autore per ottenere il nulla osta. Nel caso di mancata autorizzazione alla stampa nella DDR lo scrittore poteva avanzare, a partire dal 1965, la richiesta di pubblicare all’estero, di solito nella Repubblica federale, a condizione di rimettere allo stato i proventi dei diritti d’autore. Questo spiega la presenza di autori della DDR nel panorama editoriale occidentale, fra i quali Fritz Rudolf Fries (1935) con il romanzo Der Weg nach Oobliadooh (La strada per Oobliadooh, 1966), Peter Huchel, Johannes Bobrowski, Günter Kunert, Wolf Biermann, Volker Braun. Il controllo effettivo del Ministerium für Staatssicherheit (MfS, Ministero per la Sicurezza dello stato), generalmente noto come Stasi, sulle opere letterarie e più in generale sulle attività culturali fu nei primi anni abbastanza leggero, data anche la presenza di comunisti della prima generazione fra i quali autori che erano stati tra i fondatori della repubblica. Un primo giro di vite, a seguito dei fatti di Ungheria, si ebbe nel 1957 con la nomina a ministro di Erich Mielke, che sostituì Ernst Wollweber, e ancor più dopo la costruzione del muro con l’istituzione, nel MfS, di una Direzione cultura per l’«accertamento della deviazione ideologico-politica degli scrittori» (Walther).
Pur entro questo quadro fortemente regolamentato e controllato, il libro e la lettura nella DDR assolvono a una indubbia funzione di crescita culturale mediante svariati e collaudati circuiti di divulgazione e discussione: settimane del libro, festival della letteratura, biblioteche di fabbrica, periodici incontri con gli autori nei luoghi di produzione. D’altra parte l’avviamento alla scrittura letteraria è favorito e incentivato dal Literaturinstitut (Istituto per la letteratura) di Lipsia fondato nel 1955 sul modello dell’Istituto Gor’kij di Mosca e intitolato nel 1958 a Johannes R. Becher, diretto prima da Alfred Kurella, poi da Max Zimmering e infine da Max Walter Schulz. Nei suoi primi quindici anni di attività (fino al 1969) sono centotredici gli scrittori che conseguono il diploma a conclusione di due anni di studio.
La contraddizione tra il grande rilievo dato alla cultura nel sistema tedesco-orientale e il rigido controllo a cui viene sottoposta è acutamente sintetizzata da Cesare Cases, che dopo una visita ai due settori di Berlino nel 1957 scrive: «In occidente la cultura può dire tutto, ma non deve cambiare nulla; in oriente deve cambiare la società, ma non può dir nulla».
Fabrizio Cambi
(Tratto da: Fabrizio Cambi, 1945-1968: il contributo della letteratura al progetto socialista, in AA.VV., L’invenzione del futuro. Breve storia letteraria della DDR dal dopoguerra a oggi (a cura di Michele Sisto), Milano, Libri Scheiwiller, 24 ORE Motta Cultura, 2009, pp. 37-49).
DDR – Letteratura e classe operaia
di Therese Hörnigk
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Il 24 aprile 1959 150 scrittori e 300 operai-scrittori accettarono l’invito della casa editrice Mitteldeutscher Verlag e del complesso elettrochimico di Bitterfeld (DDR) a una conferenza volta a stimolare una riorganizzazione della vita culturale. L’obiettivo era quello di organizzare in modo più efficace i rapporti tra produzione, ricezione e distribuzione delle opere artistiche. Lo scopo dichiarato era quello di «superare la separazione tra arte e vita». Walter Ulbricht arrivò persino a suggerire che una nuova strategia di politica culturale avrebbe potuto consentire agli operai di familiarizzare con il Faust di Goethe tanto quanto con il Manifesto del Partito Comunista.
Pagine di letteratura
di Christa Wolf
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Questo romanzo di Christa Wolf (1929-2011), Il cielo diviso, risale al 1963 ed è uno dei frutti dell’iniziativa culturale avviata dalle autorità culturali della Repubblica Democratica Tedesca durante la prima Conferenza tra operai e scrittori tenutasi nel 1959 nel polo chimico-industriale di Bitterfeld, nella Sassonia-Anhalt. L’obiettivo era di avvicinare gli scrittori già affermati al mondo della produzione perché con la loro opera dessero impulso alla costruzione di una nuova società e dell’“uomo nuovo” socialista; al contempo, si chiedeva ai corrispondenti operai di cimentarsi con la scrittura creativa in prima persona e di familiarizzarsi con le conquiste delle varie arti.
Ci furono diversi giovani scrittori che raccolsero l’appello della Bitterfelder Weg (la Via di Bitterfeld): alcuni parteciparono ai circoli operai di lettura, di scrittura, di discussione e di confronto su questioni sia sociali che letterarie; altri scelsero di fare esperienze dirette all’interno delle fabbriche, dei cantieri edili, delle cooperative agricole, ecc. Di questo secondo gruppo di letterati fece parte anche la giovane Christa Wolf, che lavorò per alcuni mesi in una fabbrica di costruzione di vagoni ferroviari. Ed è proprio in una fabbrica di vagoni che la protagonista del romanzo, Rita Seidel – decisa a diventare maestra – va a lavorare in fabbrica, visto che, quasi usando le parole degli orientamenti dettati dalla Via di Bitterfeld: «un insegnante, al giorno d’oggi, deve conoscere una grande azienda». Se all’insegnante sostituiamo lo scrittore il parallelo è perfetto.
Dal romanzo fu tratto il celebre film omonimo, per la regia di Konrad Wolf.
Nel 1964 il presidente della DDR Walter Ulbricht insignì la scrittrice del Premio nazionale per l’Arte e la Letteratura.
Walter Ulbricht consegna alla Wolf il premio nazionale per l’Arte e la Letteratura della DDR (Nationalpreis für Kunst und Literatur).
Foto: P.H. Junge, Bundesarchiv, 1964.
Dal sito «sienanews.it»
Francesco Ricci presenta il volume
Marilena Caciorgna
(Sillabe, Livorno, 2026, pp. 310, ill. 270, euro 39,00)
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Marilena Caciorgna
Un libro di marmo
Il Pavimento del Duomo di Siena
(Sillabe, Livorno, 2023)
presentazione di Francesco Ricci
La conoscenza di Dio precede il culto di Dio. Su questo Lattanzio, apologista cristiano del IV secolo, non nutre dubbio alcuno, al punto da scrivere, nel quarto libro delle Divinae Institutiones, che “Sapientia procedit… religio sequitur, quia prius est deum scire, consequens colere” (vale a dire, “la saggezza precede, la religione segue, perché capire Dio è la prima cosa, onorarlo la seguente”). E proprio Lattanzio costituisce una fonte imprescindibile per la lettura del pavimento della Cattedrale di Siena, pavimento che è al centro – la sua realizzazione in un arco temporale che abbraccia cinque secoli, la sua struttura, il suo significato – del bellissimo libro di Marilena Caciorgna intitolato Un libro di marmo e pubblicato da Sillabe. Bellissimo per molteplici ragioni. In primo luogo – nel senso che è la prima cosa che notiamo, semplicemente aprendolo e sfogliandolo – per la qualità delle immagini, e dunque delle fotografie, che ci restituiscono intatta la ricchezza policroma del pavimento, sia che si tratti di un suo dettaglio sia che si tratti di una visione d’insieme.
Poi, per la saldezza e la coerenza dell’impianto del libro, che movendo dal riconoscimento del valore simbolico e spirituale del pavimento del Duomo, giunge a illustrare, con dovizia di particolari, ciascuna delle cinquantasei tarsie marmoree che lo compongono, da quelle delle navate a quelle dei transetti (il transetto destro, il transetto sinistro), da quelle del presbiterio e del coro a quelle di Domenico Beccafumi, celebre pittore manierista, ispirate al biblico “libro dei Re”. E d’altra parte, proprio la storia del popolo ebraico fornisce, insieme all’antichità classica, la materia al tappeto dipinto – il pavimento del Duomo – che conduce il fedele, passo dopo passo, dall’ingresso fino all’altare. Da ultimo, l’attributo di bellissimo riferito al volume di Marilena Caciorgna appare pienamente giustificato dal nitore della scrittura dell’autrice, che ci regala un testo nel quale competenza, cultura, nitore espressivo coesistono felicemente.
Terminata la lettura, a imporsi con evidenza alla mente del visitatore è l’idea che il pavimento della Cattedrale non è solamente un capolavoro dell’arte che convive accanto (sotto) ad altri capolavori – penso alle opere di Nicola e Giovanni Pisano, di Donatello, di Michelangelo, del Bernini, della Libreria Piccolomini decorata da Pinturicchio –, ma costituisce anche un cammino sapienziale e di fede.
Il libro si apre con una nota del Cardinale Augusto Paolo Lojudice e con l’introduzione curata dal Rettore dell’Opera Metropolitana di Siena, prof. Giovanni Minnucci.
Quello che segue è l’inizio del primo capitolo, intitolato “Il programma del Pavimento”:
Nel Vecchio Testamento Salomone, dopo aver ricevuto quale dono divino la Sapienza, intraprende la costruzione del Tempio nel quale saranno ingaggiati scalpellini, portatori e sorveglianti guidati da un uomo esperto capace di lavorare metalli nobili, pietre, legno e filati di porpora. Il Pavimento è lastricato di prezioso marmo conferendo alla costruzione uno straordinario effetto decorativo: stravit quoque pavimentum templi pretiosissimo marmore decore multo.
Nel Pavimento del Duomo di Siena, una “Gerusalemme celeste” secondo l’intenzione dei committenti e degli artisti, riscontriamo una sintesi tra bellezza esteriore, per la maestria raggiunta dagli artefici nella realizzazione delle tarsie, e la Sapienza salomonica per i concetti che qui prendono forma all’interno di un complesso programma figurativo. D’altra parte si tratta di un’opera unica, sorprendente, che non ha riscontri altrove. Da secoli il Pavimento suscita – insieme con la venerazione dei Senesi – l’entusiasmo dei visitatori di tutto il mondo, tappa imprescindibile dei viaggiatori anglosassoni tra Settecento e Ottocento. La stampa della fine del XIX secolo definiva il noto tappeto policromo “The Wonder of Siena”, la meraviglia di Siena, attestandone la fama e l’apprezzamento da parte degli “stranieri”. L’unicità è data innanzitutto dalla qualità della tecnica utilizzata che è il commesso marmoreo1. Ma il Pavimento non suscita un’impressione soltanto estetica, è un libro di marmo da leggere in chiave simbolica e spirituale: il Duomo come un libro aperto. Dietro alle immagini, dietro ai tanti colori preziosi riconosciamo anche motivi filosofici e religiosi, una trama di simboli e allegorie, personaggi non solo del Vecchio e del Nuovo Testamento, ma anche del mondo antico: Sibille come la Cumana, profeti del mondo pagano come Ermete Trismegisto, filosofi come Socrate, Cratete di Tebe, Aristotele, Zenone di Cizio, Epitteto, Seneca, che ci conducono in un viaggio alla scoperta dei valori più alti dell’Uomo di ogni tempo e di ogni spazio geografico.2
Francesco Ricci
(Tratto da: https://sienanews.it/magazine/marilena-caciorgna-un-libro-di-marmo-sillabe-livorno-2023/).
Note
1 «La tecnica utilizzata per trasferire l’idea dei vari artisti sul pavimento è quella del commesso marmoreo e del graffito. Si iniziò in modo semplice, per poi raggiungere gradatamente una perfezione sorprendente: le prime tarsie furono tratteggiate sopra lastre di marmo bianco con solchi eseguiti con lo scalpello e il trapano, riempiti di stucco nero. Questa tecnica è chiamata graffito. Poi si aggiunsero marmi colorati accostati assieme come in una tarsia lignea: questa tecnica è chiamata commesso marmoreo» (https://operaduomo.siena.it/pavimento/) [ndr].
2 M. Caciorgna, Un libro di marmo. Il Pavimento del Duomo di Siena, Sillabe, Livorno, 2023, p. 13 [ndr].
Allegoria del Monte della Sapienza, mosaico pavimentale realizzato su cartone disegnato da Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio (1452 ca.-1513).
Fonte della foto: https://it.wikipedia.org/wiki/Allegoria_del_colle_della_Sapienza#/media/File:Pavimento_di_siena,_allegoria_del_colle_della_sapienza_(pinturicchio)_02.jpg
Un estratto dal volume Un libro di marmo
di Marilena Caciorgna
HUC PROPERATE VIRI / SALEBROSUM SCANDITE / MONTEM / PULCHRA LABORIS ERUNT / PREMIA PALMA QUIES.
O uomini, affrettatevi a venire quassù, salite l’aspro colle, un valido premio alla fatica sarà la palma che dà la serenità.
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L’allegoria del Monte della Sapienza
di Marilena Caciorgna
Iscrizioni
HUC PROPERATE VIRI / SALEBROSUM SCANDITE / MONTEM / PULCHRA LABORIS ERUNT / PREMIA PALMA QUIES.
O uomini, affrettatevi a venire quassù, salite l’aspro colle, un valido premio alla fatica sarà la palma che dà la serenità.
SOCRATES, CRATES.
Socrate, Cratete.
La quarta tarsia della navata centrale, eseguita da Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio, tra il 1505 e il 1506 per conto del dotto operaio Alberto Aringhieri, nel periodo in cui l’artista era stato chiamato a Siena dal cardinale Francesco Tedeschini per decorare la Libreria Piccolomini, illustra un’allegoria che si ispira alla filosofia antica e, in particolare, ai fondamenti dello stoicismo, che identifica la Felicità nel conseguimento della Virtù attraverso un arduo percorso sapienziale. Allo stesso modo il messaggio trasmesso riflette il pensiero umanistico contemporaneo diffusosi a Siena grazie ai due Pii, i papi della famiglia Piccolomini, e al loro raffinatissimo entourage.
In basso, a destra, si iscrive la personificazione della Fortuna, una nuda fanciulla di ascendenza botticelliana, che reca con una mano la cornucopia e, con l’altra, brandisce in alto, a mo’ di un’insegna, la vela gonfiata dal vento. Il suo equilibrio appare instabile: il piede destro poggia su di una sfera, il sinistro sopra una barca il cui albero maestro è spezzato. La Fortuna, dopo un viaggio tempestoso, è riuscita a far approdare su di un’isola rocciosa, visibile da sponda a sponda, alcuni saggi, i quali incedono lungo un sentiero in salita: si muovono lungo una pietraia attraverso cespugli selvatici; il loro cammino è irto di insidie imbattendosi in serpenti e altri rettili, come la tartaruga, in ogni caso animali legati alla terra, che presuppongono un distacco nella scalata verso l’alto. Sulla vetta del monte, che i saggi cercano di raggiungere, siede, su di una salda pietra, una figura femminile, interpretata dagli studiosi come la Sapienza o la Virtù. La donna offre un libro a Cratete, il quale si libera di ogni bene fittizio gettando in mare una cesta ricolma di gioielli, mentre a Socrate dona una palma della vittoria. Il dettaglio delle collane, anelli e gemme di gusto calligrafico risulta talmente prezioso da sembrare un antecedente alla pittura dei suoi esponen più significativi, Gustav Klimt.
Entrambi i filosofi si collocano nel sentiero di pietra grigia che corre a spirale intorno all’isola rocciosa e Socrate, in questo cammino, simboleggia l’apice, il fine ultimo. La figura inoltre ricorda lo stesso filosofo dipinto dal Perugino nella Sala dell’Udienza del Collegio del Cambio in Perugia, ove fa parte della terna di Uomini Famosi collegata alla Prudenza, insieme a Fabio Massimo e Numa Pompilio. Il messaggio risulta evidente: il percorso verso la Sapienza o Virtù è faticoso, ma una volta superate le difficili prove, si consegue la Felicità trasmessa dalla quies, cui allude l’altipiano ricoperto soltanto da cespugli fioriti e proclamata nell’elegante distico inciso sulla tabella, in cui si coglie un invito ad arrampicarsi sull’aspro colle.
Cesare Ripa, nella descrizione della Fortuna infelice, sottolinea il contrasto fortuna/quies quale si evidenzia nel commesso del Pinturicchio: “Donna, sopra una nave, senza timone, e con l’albero, e vela, rotte dal vento. La nave, è la vita nostra mortale, la quale ogni huomo cerca di condurre a qualche porto tranquillo di riposo. La vela, e l’albero spezzato, e gli altri arnesi rotti, mostrano la privatione delle cose necessarie per arrivare in luogo di salute, e di quiete, essendo la mala Fortuna un successo infelice fuor dell’intendimento di colui che opera per elettione”. […]
Giorgio Vasari osserva come Pinturicchio faccia parte di quegli artisti che, nonostante non siano dotati di virtù, sono stati altamente beneficiati dalla Fortuna, ottenendo una fama immeritata anche grazie all’intervento dei suoi collaboratori. Fra gli aiuti, bisogna contemplare la presenza del giovane Raffaello che collaborò al cantiere della Libreria Piccolomini affidato dal cardinale Tedeschini al Pinturicchio con un contratto risalente al 29 giugno 1502. […]
Al di là del Pinturicchio, “il dipentore” cui spetta “la fatiga d’avere fatto uno cartone di disengnio per la storia della fortuna”, anche il lavoro di esecuzione è ben documentato, tanto che sono noti i nomi del “cavatore di marmi”, Meiotto da Gallena, luogo sito nella Montagnola senese, ora nel Comune di Casole d’Elsa; dello “scalpellino” Paolo Mannucci, che risulta anche lui pagato per “cavatura” di marmi; dei “vetturali” di marmi Giomo e Pietro da Simignano, località sempre della Montagnola, ora nel Comune di Sovicille. Nelle testimonianze, la storia dei grandi si intreccia con la vita quotidiana e commuove leggere che a Paolo Mannucci, altro “cavatore”, il compenso è necessario per pagare la tomba del proprio figlio, “per sovvenire ala sipoltura del figliuolo”. Un avvenimento di microstoria che si inserisce nei concetti universali espressi nel celebre commesso marmoreo, in cui l’uomo saggio cerca con sforzo di superare le asperità.
[…]
Marilena Caciorgna
(Tratto da: M. Caciorgna, Un libro di marmo. Il Pavimento del Duomo di Siena, Sillabe, Livorno, 2023, pp. 120-123).
Lev Serafimovič Kotljarov (1925-2007), Infermiere, riposo a fine turno (1956).
Aleksandr Nikolaevič Samochvalov (1894-1971), Col martello pneumatico (dalla serie Ragazze nel cantiere della metropolitana, 1934).
Fëdor Petrovič Malaev (1902-1982), Volano gli aerei (1950).
Da l’Humanité Magazine
Intervista a cura di Lina Sankari
Patrick Maurus, professore di lingua e letteratura coreana, è autore di un libro sulle varie manifestazioni artistiche del “realismo socialista”. Egli cerca di definirlo in base al suo rapporto con la creazione, il popolo, la rivoluzione e il lavoro.
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Patrick Maurus: «La nostra epoca inizia a rivalutare il realismo socialista»
Intervista a cura di Lina Sankari
Patrick Maurus, professore di lingua e letteratura coreana, è autore di un libro sulle varie manifestazioni artistiche del “realismo socialista”. Egli cerca di definirlo in base al suo rapporto con la creazione, il popolo, la rivoluzione e il lavoro.
Spesso ridotto a caricatura, il “realismo socialista” non è un blocco monolitico. In Le réalisme socialiste n’est pas seul (Il realismo socialista non è unico) Patrick Maurus cerca di cogliere le contraddizioni del movimento per tracciare un ritratto che rompa i cliché spesso associati ad esso. Con il suo caratteristico tono ironico, questo professore dell’INALCO e specialista di studi coreani ritiene che il “realismo socialista” abbia ancora bisogno di essere reinventato.
Cosa cercava uno specialista di studi coreani come lei nel realismo socialista?
Sono capitato in Corea da piccolo. Non l’ho scelto. Ho viaggiato e poi sono andato a lavorare per due anni in Cina alla fine della Rivoluzione Culturale, con un incarico locale. Pensavo che fosse lì che tutto stesse accadendo e che dovessi tornarci. Ho ripensato alla Corea e ho trovato lavoro in un’università di Seul. A causa delle restrizioni imposte dalla completa chiusura del confine tra le due Coree, ho scoperto la terza Corea in Cina (la Prefettura Autonoma di Yanbian, una minoranza coreana nella provincia di Jilin, nella Cina nord-orientale). Mi sono appassionato alle teorie della traduzione, il che mi ha spinto a viaggiare di nuovo, poiché non credo che si tratti di un lavoro d’ufficio. Ho anche scritto due tesi di dottorato. Una sul romanzo popolare – lì c’era già il popolo – e l’altra sul nazionalismo coreano. Poco a poco, tutto ha preso piede. Dal mio passato di attivista rimanevano alcune domande, domande che si scontravano con la realtà.
Questo significa forse che le forme del realismo socialista erano molto più variegate di quanto lei immaginasse all’epoca?
Ciò su cui io stesso avevo dei pregiudizi si è rivelato ben più complesso ovunque. E la stessa espressione, lo stesso concetto “realismo socialista”, è stato espresso in modi straordinariamente diversi a Berlino, Pyongyang, in Vietnam, in Bulgaria e in Ungheria. Persino in luoghi dove le stesse formule dogmatiche venivano recitate a memoria. Non avrei definito molte delle opere che ho visto “realismo socialista” se non me lo avessero suggerito. Non sono qui per fare la morale a nessuno. Questo libro è quindi la convergenza di idee politiche, viaggi, la mia attrazione per l’Estremo Oriente e il desiderio di dare un nome a tutto ciò, qualcosa di più della semplice nostalgia.
Il movimento comunista ha subito un duro colpo, e allora? Cosa ci impedisce di rialzarci e reinventare qualcosa? Chi ci ha preceduto non aveva modelli, nessun fallimento su cui fare affidamento. Hanno scritto libri, realizzato dipinti, scolpito sculture, eretto opere architettoniche e concepito forme urbane. Trovo straordinario il modo in cui il sogno comunista ha tentato di impadronirsi di ogni spazio. Giusto o ingiusto che sia, evitiamo di ergerci a dispensatori di lezioni.
La nostra epoca sta forse iniziando a rivalutare il realismo socialista?
Nonostante i tentativi assolutamente folli della maggior parte degli ex paesi socialisti di nascondere o distruggere queste opere – cosa possono fare le mafie europee se non distruggere? – ne rimangono moltissime tracce. La nostra epoca sta iniziando a rivalutare questo movimento. È il caso di Berlino e Lipsia, dove i dipinti di quel periodo vengono nuovamente esposti con grande successo. Persino nei musei dedicati agli orrori del socialismo, queste opere sono ancora esposte. Questo è il loro paradosso. Ho visitato una decina di luoghi in giro per il mondo, al di fuori degli ex paesi socialisti, dove pensatori, artisti e curatori di musei riflettono su questi temi. Non sono lì per fare la morale agli altri, ma per valutare come esporre queste opere senza etichettarle come “totalitarie”. Un trattorista sotto un cielo azzurro con le guance rosee può essere dipinto magnificamente. Come nel pattinaggio artistico, anche per le figure obbligatorie bisogna essere i migliori.
Perché è così difficile definire il realismo socialista?
L’idea non era quella di intraprendere una storia del realismo socialista, sebbene il mio approccio sia storico. Era comunque necessario tentare di formulare una definizione, se non altro per “etichettarlo”. Quali interrogativi pone al realismo socialista un pittore che si avvicina all’astrazione, o viceversa? E quali interrogativi pone a me? È così che sono giunto a una decina di definizioni, il che, lo ammetto, è un modo per aggirare l’ostacolo.
Cosa si cela dietro l’idea che “il realismo socialista non è unico”?
È un titolo che ho preso in prestito dal poeta Michel Deguy, La poésie n’est pas seule. È lì, è ovunque, ed è al contempo plurale. C’è stata questa globalizzazione e questa varietà di tentativi di ricerca. Brecht non è Aragon. Mosolov non è Šostakovič. Ci sono differenze sostanziali basate su una speranza politica condivisa. Sono attivisti politici, ed è per questo che il mondo di oggi crede di poter criticare il realismo socialista. Questo movimento viene rifiutato proprio perché è politico. È, inoltre, piuttosto comico rifiutare un’arte politica in nome di una decisione politica, ma lasciamo stare, lasciamo che se la sbrighino loro. Sì, il realismo socialista è pluralista. Sì, ci sono straordinari film sovietici con i trattori che si concludono con l’immagine del cattivo che gira in tondo mentre gli altri arano i solchi. C’è una simbologia. Possiamo riconoscere un 80% di assoluta inutilità, ma conoscete un altro genere artistico che non soffra degli stessi difetti? Possiamo nominare venti autori importanti del teatro elisabettiano? O della commedia dell’arte?
Gli artisti di questo movimento sono quindi tutt’altro che rigidi meccanicisti.
Il realismo socialista ha prodotto alcune opere di genio, come nel caso di Le avventure di un dentista1. Questo titolo sembra completamente folle, ma non agli occhi del realismo socialista, che si concentra sul tema del lavoro. È proprio in questo che risiede il genio di questo movimento. La Sinfonia antireligiosa di Mosolov presenta un canto ortodosso divorato dalla Marsigliese e dall’Internazionale, suonate da bande musicali nella piazza della fabbrica. Era un altro mondo che andava esplorato. Cosa abbiamo guadagnato distruggendolo e facendolo scomparire? In quel mondo l’arte era ovunque, le città erano dipinte. Poi c’è il sistema politico in cui vivevano. Un movimento che parla di lavoro, a volte in modo contraddittorio, rimane un obiettivo. Resta da costruire un nuovo movimento che sia realistico, cioè che parli sia del presente che del futuro. I comunisti sanno cos’è il futuro perché lo preparano. Questo presente e questo futuro possono essere contraddittori. Oggi il lavoratore è lo sfruttato; domani sarà il vincitore.
Il movimento si riassume nella vita artistica sovietica o comunista?
No, ci sono romanzi di fantascienza, romanzi introspettivi, romanzi dialogici, avventure comiche… C’è una chiara tendenza a gravitare verso il mondo del lavoro, ma proprio perché questa è la convinzione dei lavoratori. L’arte si limita forse alle avventure della contessa annoiata che si prende un amante? Questa è arte? Questa è letteratura? Questa è realtà? No. Quindi, sopprimere la prima in nome della seconda forse non è la migliore idea, perché anche la moglie annoiata del medico ci permette di dire qualcosa sulla condizione femminile.
Come ha fatto il realismo socialista a finire per dire alla realtà cosa è reale?
Il realismo dice alla realtà cosa dovrebbe essere. Questo era inevitabile, dato che le basi del realismo socialista sono sovietiche. Il realismo socialista è nato in URSS, il che non è un difetto o un problema, ma lo ha plasmato – diciamolo pure in modo un po’ materialistico. Lo ha persino sovra-plasmato. Il mondo intellettuale sovietico si è trovato ben presto in una contraddizione derivante dal fatto che l’URSS aveva subito un’aggressione. Il paese era devastato, c’era una guerra civile, dei traditori: era una situazione spaventosa. E questo non si prestava certo alle sfumature. Per fare fronte comune ed evitare di mostrare molteplici volti all’avversario – perché ciò rappresentava una debolezza – i principali movimenti intellettuali, tra cui il Proletkult, che propugnava una cultura proletaria, furono ricondotti all’ordine dopo la morte di Lenin.
La questione, quindi, non è tanto cosa resti del realismo socialista nel XXI secolo, quanto piuttosto come reinventarlo.
Se volessi essere ipocrita, direi che il realismo socialista non è ancora nato, quindi non c’è motivo che sia morto. Ma sarebbe una semplificazione abbastanza vergognosa. Se non è morto, la sfida è creare forme culturali per tutti, sempre. E questo richiederà qualcosa di nuovo. Cosa significa “il nuovo per tutti”? La modernità è ciò che le persone non apprezzano. Io creo qualcosa di nuovo per orecchie che hanno già sentito qualcos’altro; è un po’ come la questione dell’intelligenza artificiale per noi. L’IA, che è composta da ciò che è già stato accumulato. E cosa facciamo con il nuovo? Una nuova forma culturale per i lavoratori è ancora più difficile. Produrre un’opera per tutte le borghesie è una sfida non da poco, ma possiamo farcela, soprattutto ora che la cultura popolare è scomparsa a favore della cultura di massa. Per reinventarsi, il realismo socialista dovrà tenere conto della sua pluralità. Non avremo più una repubblica popolare delle lettere con un centro prescrittivo. Sta a noi non far parte della repubblica globale delle lettere, perché sarebbe una causa persa fin dall’inizio. Il modo migliore per coltivare un fiore è assicurarsi che le radici siano sane. Questo è il motivo del mio approccio.
Resta dunque la domanda: per chi e perché un artista crea un’opera?
Non mi accontento se un artista non risponde a questa domanda. Credo che la colpa sia sua. Avete il diritto di dire che il realismo socialista mostrava trattori ovunque, ma quando ascolto le vostre stazioni radio, c’è solo un trattore. Non ho visto questo nel realismo socialista. Accanto alla canzone ideologica, c’era una sorta di musica pop in stile italiano. Cosa hanno in comune? Come si fa a gestirle? Come si fa a censurarle? Tutti i selezionatori erano gli stessi, sia per le canzoni d’amore che per quelle sul Vietnam. E i musicisti e i poeti erano gli stessi. Erano poeti e musicisti a selezionare, poeti e musicisti che lavoravano in tutti i generi. Provate a censurare tutto questo! Era impossibile. Non c’era censura sulla musica. Le canzoni d’amore erano ovunque; servivano da fondamento e da mezzo musicale per oltrepassare il muro.
Intervista a cura di Lina Sankari
lina.sankari@humanite.fr
(Tratto da: Patrick Maurus, Lina Sankari, «Notre époque commence à réévaluer le réalisme socialiste», in «l’Humanité Magazine», n. 1009, 25 giugno 2026).
Note
1 Le avventure di un dentista (Похождения зубного врача, Pochoždenija zubnogo vrača) è un film sovietico del 1965 diretto da Elem Germanovič Klimov (ndr).
Inserito il 28/06/2026.